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Nazioni Unite: la pandemia ha ridotto le migrazioni

18 Gennaio 2021 - Roma - La pandemia di Covid-19 ha fatto ridurre le migrazioni di quasi il 30%, con circa due milioni di migranti in meno tra il 2019 e il 2020. Lo riferisce un rapporto delle Nazioni Unite. Il numero di migranti che vivono al di fuori del loro Paese di origine ha raggiunto i 281 milioni di persone nel 2020, rispetto ai 173 milioni del 2000 e ai 221 milioni del 2010. Secondo il rapporto «Migrazione internazionale 2020» della Divisione Popolazione del Dipartimento di Affari economici e sociali delle Nazioni Unite, due terzi dei migranti registrati vivono in soli 20 Paesi, con gli Stati Uniti in cima alla lista (51 milioni di migranti internazionali nel 2020). Seguono Germania (16 milioni), Arabia Saudita (13 milioni), Russia (12 milioni) e Regno Unito (9 milioni). L’India è in cima alla lista dei Paesi con le più grandi diaspore nel 2020, con 18 milioni di persone provenienti dall’India che vivono al di fuori del loro Paese di nascita. Presenze massicce di migranti si registrano anche in Messico e Russia (11 milioni ciascuno), Cina (10 milioni) e Siria (8 milioni). Nel 2020, il maggior numero di migranti internazionali risiedeva in Europa, con un totale di 87 milioni, con il Nord Africa e l’Asia occidentale con quasi 50 milioni ciascuno. Sempre l’anno scorso, quasi la metà dei migranti internazionali risiedeva nella regione di provenienza, con l’Europa che rappresentava la quota maggiore di migrazione intraregionale. Il 70% dei migranti nati in Europa vive in un Paese europeo diverso da quello di nascita.    

UNCHR: “Ue dia prova di leadership nel proteggere vite umane”

12 Gennaio 2021 - Roma - Con l’inizio del 2021, l’UNHCR, Agenzia Onu per i rifugiati, invita il Portogallo e la Slovenia a sfruttare le loro presidenze dell’Unione europea di quest’anno e i negoziati sul Patto Ue sulla migrazione e l’asilo e “a dare prova di leadership per proteggere meglio i rifugiati in Europa e altrove”. Le raccomandazioni dell’UNHCR propongono “misure prevedibili e basate su principi di solidarietà per un sistema di asilo Ue praticabile, fondato sul diritto e sostenibile”. Sottolineano inoltre “l’importanza di rivitalizzare il sostegno politico ed economico ai Paesi e alle regioni in cui vive la maggior parte delle persone costrette alla fuga e la necessità di affrontare le cause alla radice delle migrazioni forzate e irregolari”. “In un ambiente globale fragile, un’Ue che salvi vite umane, protegga i rifugiati, in Europa e nel mondo, e trovi soluzioni per porre fine alle migrazioni forzate e costruire società resilienti è più che mai necessaria”, ha detto Gonzalo Vargas Llosa, rappresentante dell’UNHCR per gli affari europei. “Speriamo che il 2021 sia un nuovo capitolo per la protezione dei rifugiati, con l’Ue che dimostri la sua leadership in Europa e nel mondo”. L’UNHCR rimane tuttavia “profondamente preoccupata per le credibili e ripetute accuse di respingimenti e incoraggia le presidenze a dare priorità allo sviluppo di meccanismi di monitoraggio nazionali indipendenti, come proposto nel Patto dell’Ue, al fine di porre fine a tali pratiche”. Con l’85% dei rifugiati nel mondo accolti nei Paesi in via di sviluppo, l’UNHCR chiede inoltre alle presidenze dell’Ue “di assicurare un aiuto economico prevedibile e flessibile (sia allo sviluppo che umanitario) e un sostegno generale agli Stati ospitanti, anche per rafforzare i loro sistemi di asilo. Meno persone potrebbero intraprendere viaggi pericolosi se i Paesi dell’Ue dimostrassero un maggiore impegno a favore della solidarietà attraverso il reinsediamento, i canali complementari e il ricongiungimento familiare”.  

Costa d’Avorio: per UNCHR oltre 8.000 persone costrette alla fuga

11 Novembre 2020 - Roma - Sono ora oltre 8.000 i rifugiati ivoriani che hanno cercato riparo nei Paesi confinanti a causa delle tensioni politiche in corso in Costa d’Avorio, rispetto ai 3.200 della scorsa settimana. L’UNHCR, Agenzia Onu per i rifugiati, sta intensificando, riferisce il Sir, gli aiuti per timore che le continue violenze possano costringere un numero ulteriore di persone a fuggire dal Paese. Al 9 novembre risultavano più di 7.500 ivoriani fuggiti in Liberia. Oltre il 60% degli arrivi era costituito da minori, dei quali alcuni giunti non accompagnati o separati dai genitori. Si registra inoltre la fuga di anziani e donne incinte, la maggior parte con pochi effetti personali e quantità scarse o nulle di cibo e denaro. L’UNHCR prevede di trasportare, tramite ponte aereo, aiuti di emergenza dalle scorte dei magazzini di Dubai a beneficio di fino a 10.000 rifugiati in Liberia. Distribuiranno cibo, aiuti in denaro contante e beni di prima necessità a supporto della risposta implementata dalle autorità liberiane. L’agenzia ha inoltre dispiegato squadre tecniche per rispondere alle esigenze di approvvigionamento idrico, erogazione di servizi igienico-sanitari e alloggi. Intanto, si è registrato l’arrivo di oltre 500 ivoriani anche in Ghana, Guinea e Togo, dove stanno ricevendo assistenza immediata. Le tensioni in corso hanno innescato timori che tra il popolo ivoriano non si registravano dalle elezioni presidenziali del 2011, quando le violenze costarono la vita a oltre 3.000 persone, ne costrinsero più di 300.000 a fuggire oltre confine in tutta la regione e provocarono più di un milione di sfollati interni.  

UNHCR: a Lesbo “9.400 richiedenti asilo spostati nel nuovo centro

25 Settembre 2020 -

Lesbo - L’Agenzia Onu per i rifugiati rivolge oggi un appello “affinché si intraprendano azioni urgenti volte a migliorare le condizioni abitative e si assicurino soluzioni rispettose della dignità dei richiedenti asilo presenti nei centri di accoglienza delle isole Egee, anche all’interno del nuovo sito di emergenza sull’isola di Lesbo”. All’indomani della serie di incendi che hanno devastato il centro di accoglienza e identificazione di Moria, sull’isola di Lesbo, costringendo circa 12.000 uomini, donne e bambini a rifugiarsi in strada, il governo greco ha mobilitato l’esercito e i partner umanitari per allestire una struttura di emergenza. “Circa 9.400 richiedenti asilo attualmente vivono all’interno di questo sito gestito dal governo – informa l’UNHCR –, allestito nel giro di pochi giorni. Diverse centinaia di persone, tra le più vulnerabili, sono state trasferite presso strutture sicure presenti sull’isola oppure sulla terraferma”. L’agenzia Onu stima che, su tutte le isole, “vi sarebbero almeno 4.000 persone, di cui quasi 2.000 a Lesbo, aventi i requisiti per essere trasferite sulla terraferma immediatamente. Il loro trasferimento rappresenterà un passo significativo verso l’obiettivo di decongestionare le strutture di accoglienza presenti sulle isole”. A proposito del Patto Ue su migrazioni e asilo presentato ieri dalla Commissione europea l’UNHCR, insieme all’OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni), ha rivolto giorni fa un appello all’Ue. “Per gli Stati membri – affermano – è il momento di abbandonare l’approccio emergenziale che prevede l’adozione di accordi ad hoc in materia di asilo e migrazioni in Europa per passare a uno comprensivo, coordinato e strutturato”. (SIR)

 

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Rapporto Unhcr: metà dei bambini rifugiati di tutto il mondo non frequenta la scuola

3 Settembre 2020 - Roma - Se in Italia la ripresa delle scuole resta un nodo ancora da sciogliere, a milioni di bambini rifugiati nel mondo il diritto all'istruzione continua a essere negato e il Covid-19 rischia di peggiorare ulteriormente la situazione. A dirlo è l'Acnur/Unhcr che oggi ha pubblicato il suo quinto rapporto dedicato all'istruzione, “Coming together for refugee education". Secondo l'Agenzia delle Nazioni Unite, «se la comunità internazionale non intraprenderà azioni immediate e coraggiose per contrastare gli effetti catastrofici della pandemia, il potenziale di milioni di giovani rifugiati che vivono in alcune delle comunità più vulnerabili al mondo sarà ulteriormente minacciato». Anche perché già prima del Covid la probabilità che un bambino rifugiato non ricevesse un'istruzione era due volte più elevata rispetto a quella di un suo coetaneo in condizioni più avvantaggiate. Ma adesso molti potrebbero non avere più l'opportunità di riprendere gli studi a causa della chiusura delle scuole, della difficoltà di pagare le tasse d'iscrizione, le divise o i libri di testo, oltre che dell'impossibilità di accedere alle tecnologie necessarie o del bisogno di lavorare per sostenere le proprie famiglie. «Metà dei bambini rifugiati di tutto il mondo non riceveva già un'istruzione - ha dichiarato l'Alto commissario, Filippo Grandi -. Dopo tutto quello che hanno patito, non possiamo provarli del futuro negando loro un'istruzione oggi». I dati raccolti nel rapporto, relativi al 2019, si basano su informazioni provenienti da dodici Paesi che accolgono oltre la metà dei bambini rifugiati di tutto il mondo. Stando ai numeri, mentre la percentuale di iscrizioni complessive all'istruzione primaria è pari al 77%, solo il 31% dei giovani risulta iscritto a quella secondaria e per quanto riguarda la superiore si arriva al 3%. In realtà benché si tratti di dati non paragonabili a quelli delle medie globali, il 2009 ha fatto registrare un aumento del 2% dei rifugiati iscritti alle scuole secondarie. Ma il Covid-19, scriva ancora l'Unhcr, «rischia di azzerare anche questi piccoli progressi». Per le bambine va ancora peggio. Le probabilità di accesso sono addirittura inferiori e il Malala Fund ha stimato che a causa del virus, la metà di tutte quelle rifugiate non farà ritorno in classe quando riapriranno le scuole, almeno per quanto riguarda il mese in corso: «Mi preoccupa specialmente l'impatto sulle bambine rifugiate - continua Grandi -. La comunità internazionale non può in alcun modo permettersi di fallire il compito di offrire loro le opportunità derivanti dall'istruzione». C'è poi un'altra questione, perché le minacce non sono legate soltanto alla pandemia. Gli attacchi ai danni delle scuole «costituiscono una triste realtà in aumento - si legge ancora in una nota dell'Acnur - e nel Sahel le violenze hanno costretto alla chiusura oltre 2.500 istituti danneggiando i percorsi scolastici di 350mila studenti». (Matteo Marcello - Avvenire)

Unhcr: 79,5 milioni di persone in fuga nel 2019

18 Giugno 2020 - Roma - Alla fine del 2019  risultavano essere in fuga 79,5 milioni di persone nel mondo, “una cifra senza precedenti”. Il dato è stato diffuso dall’ l’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) nel suo rapporto annuale Global Trends, diffuso a pochi giorni dalla Giornata mondiale del rifugiato del 20 giugno. Come dimostra il rapporto, gli esodi forzati oggi riguardano più dell’1 per cento della popolazione mondiale – 1 persona su 97 – mentre continua a diminuire inesorabilmente il numero di coloro che riescono a fare ritorno a casa. Per i rifugiati è infatti “divenuto sempre più difficoltoso porre fine in tempi rapidi alla propria condizione”. Negli anni Novanta, una media di 1,5 milioni di rifugiati riusciva a fare ritorno a casa ogni anno. Negli ultimi dieci anni la media è crollata a circa 385.000, cifra che testimonia come oggi l’aumento del numero di persone costrette alla fuga ecceda largamente quello delle persone che possono usufruire di una soluzione durevole. Dei 79,5 milioni di persone che risultavano essere in fuga alla fine dell’anno scorso, 45,7 milioni erano sfollati all’interno dei propri Paesi. La cifra restante era composta da persone fuggite oltre confine, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi. L’incremento annuale, rispetto ai 70,8 milioni di persone in fuga registrati alla fine del 2018, rappresenta il risultato di due fattori principali: le nuove preoccupanti crisi verificatesi nel 2019, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Sahel, in Yemen e in Siria (13,2 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni, più di un sesto del totale mondiale); e una migliore mappatura della situazione dei venezuelani che si trovano fuori dal proprio Paese, molti non legalmente registrati come rifugiati o richiedenti asilo, ma per i quali sono necessarie forme di protezione. L’Unchr rivolge quindi un appello ai Paesi di tutto il mondo “affinché si impegnino ulteriormente per dare protezione a milioni di rifugiati e altre persone in fuga da conflitti, persecuzioni o violenze che compromettono gravemente l’ordine pubblico”. Due terzi dei 79,5 milioni di persone in fuga nel mondo provengono da cinque Paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar. Il numero  è quasi raddoppiato dal 2010, quando erano 41 milioni. I minori in fuga sono stimati intorno ai 30-34 milioni, decine di migliaia dei quali non accompagnati. Il 4% sono di età pari o superiore ai 60 anni, si legge ancora nei dati dell’Unhcr ricordando che almeno 100 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case negli ultimi dieci anni, in cerca di sicurezza all’interno o al di fuori dei propri Paesi. Si tratta di un numero di persone maggiore di quello dell’intera popolazione dell’Egitto, il 14° Paese più popoloso al mondo. L’80% delle persone in fuga nel mondo si trova in Paesi o territori afflitti da insicurezza alimentare e malnutrizione grave, molti dei quali soggetti al rischio di cambiamenti climatici e catastrofi naturali. Oltre i tre quarti dei rifugiati di tutto il mondo (77 %) provengono da scenari di crisi a lungo termine (ad esempio in Afghanistan, ormai entrata nel quinto decennio). Oltre otto rifugiati su 10 (85 %) vivono in Paesi in via di sviluppo, generalmente in un Paese confinante con quello da cui sono fuggiti. Il rapporto Global Trends considera tutte le principali popolazioni di sfollati e rifugiati, compresi i 5,6 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa).  

Salesiani e UNHCR uniti per i rifugiati e migranti del Venezuela

10 Marzo 2020 - Lima – L’America Latina è diventata quasi interamente un luogo per i rifugiati. Secondo gli ultimi dati dell’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) “i Venezuelani continuano a fuggire dalla violenza, dall'insicurezza e dalle minacce, così come dalla mancanza di cibo, medicine e servizi essenziali… È il più grande esodo della storia recente nella regione”. Chiunque abbia conosciuto il Venezuela di qualche anno fa, e che lo abbia visitato negli ultimi anni, sicuramente non lo riconosce, scrive l’agenzia dei salesiani Ans spiegando che il Venezuela è stato per decenni il Paese più ricco dell’America Latina. Grazie alle sue enormi ricchezze naturali e, in particolare, alle sue esportazioni di petrolio, è stato in testa all’America Latina, tra i grandi Paesi. Tuttavia, il crollo politico, economico e sociale degli ultimi anni ha fatto sprofondare il Paese nelle classifiche regionali e, secondo i dati e le stime del Fondo Monetario Internazionale, è già uno dei Paesi più poveri dell’America Latina in termini di PIL pro capite. Secondo i dati dell’UNHCR, i venezuelani migranti e rifugiati in altri Paesi sono più di 4,5 milioni. La Colombia è il primo Paese per numero di venezuelani accolti, circa 1,3 milioni. Il Perù è il secondo con circa 768.148. Di fronte a questa situazione, i Salesiani di Magdalena del Mar, Lima, hanno aperto una casa per i giovani che arrivano in Perù, dove viene offerto loro vitto e alloggio. In considerazione del gran numero di Venezuelani, il Ministero degli Affari Esteri ha chiesto ai salesiani – spiega l’agenzia - di firmare un accordo e di utilizzare le sale dell’istituto salesiano nel quartiere di Breña, a Lima, per l’allestimento di uffici temporanei di assistenza ai migranti. Si prevede di ricevere una media di 1.000 persone al giorno. Don José Valdivia, Economo Ispettoriale del Perù e responsabile della Casa per i Giovani Venezuelani, ha spiegato che l’accordo di cooperazione è stato fatto attraverso l’UNHCR, un alleato strategico dei salesiani e del Ministero degli Affari Esteri, e ha anche aggiunto che l'80% dei richiedenti asilo in Perù sono Venezuelani. A sostegno di quest’operazione si sono uniti i giovani che appartengono alla Casa Don Bosco per i giovani migranti e rifugiati venezuelani che vivono nel quartiere di Magdalena del Mar, sempre a Lima. Per quattro giorni i giovani venezuelani hanno lavorato, con il supporto di alcuni rappresentanti dell’UNHCR, per allestire nell’opera di Breña gli spazi destinati a diventare gli uffici di assistenza a migranti e rifugiati. L’accordo riflette l’impegno dell’Ispettoria salesiana nella difficile situazione in cui versano migliaia di giovani migranti venezuelani.  

Rifugiati: nel 2019 reinsediati 63.696 persone su 1,4 Mln

5 Febbraio 2020 - Roma - Degli 1,4 milioni di rifugiati che si stima necessitino di essere reinsediati con urgenza a livello mondiale, solo 63.696 sono stati reinsediati l'anno scorso tramite l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Come fa sapere l'Alto commissariato in una nota, è stato così soddisfatto solo il 4,5 per cento delle esigenze di reinsediamento a livello mondiale nel 2019, per questi si fa appello ai governi affinchè mettano a disposizione ulteriori posti. Come si legge ancora nel comunicato, sebbene lo scorso anno il numero di rifugiati reinsediati sia cresciuto moderatamente del 14 per cento rispetto all'anno precedente - nel corso del quale le persone reinsediate erano state 55.680 - continua a esservi un divario enorme tra le esigenze di reinsediamento e i posti messi a disposizione dai governi in tutto il mondo. Il numero più elevato di partenze facilitate dall'Unhcr nell'ambito del programma di reinsediamento l'anno scorso ha avuto per destinazione gli Stati Uniti, seguiti da Canada, Regno Unito, Svezia e Germania. Dei più di 63mila rifugiati reinsediati l'anno scorso, la maggior parte era originaria di Siria, Repubblica Democratica del Congo, e Myanmar. Nonostante l'obiettivo di 60mila partenze verso 29 Stati differenti fissato dalla Strategia per il reinsediamento sia stato raggiunto, sulla base delle previsioni attuali l'Unhcr esprime preoccupazione in merito al fatto che, quest'anno, sarà reinsediato un numero inferiore di rifugiati.

Unchr: al via a Ginevra il primo Forum globale sui rifugiati per nuovi approcci e soluzioni

17 Dicembre 2019 -  Ginevra – E’ iniziato ieri a Ginevra il primo Forum globale sui rifugiati un evento mondiale di tre giorni per trasformare il modo in cui la comunità internazionale risponde alle situazioni che vedono coinvolti i rifugiati. Il Forum riunisce, tra gli altri, rifugiati, capi di Stato e di governo, leader delle Nazioni Unite, istituzioni internazionali, organizzazioni per lo sviluppo, leader dell’imprenditoria e rappresentanti della società civile, presso il Palazzo delle Nazioni, sede degli Uffici delle Nazioni Unite a Ginevra. Il Forum, presentato da Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, e Svizzera, è convocato congiuntamente da Costa Rica, Etiopia, Germania, Pakistan e Turchia. Tra gli obiettivi “sviluppare nuovi approcci e assumere impegni a lungo termine a favore dei rifugiati e delle comunità che li accolgono”. Sono oltre 70 milioni le persone in fuga da guerre, conflitti e persecuzioni in tutto il mondo. Di queste, oltre 25 milioni sono rifugiati, quindi non possono fare ritorno nei propri Paesi. “Veniamo da un decennio segnato da esodi che ha visto aumentare drammaticamente il numero di rifugiati”, ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi: “Questa settimana, in occasione del primo Forum globale sui rifugiati, dobbiamo orientare gli sforzi per il prossimo decennio per sostenere i rifugiati e i Paesi e le comunità che li accolgono. Il Forum è un’opportunità per testimoniare il nostro impegno collettivo per implementare il Global compact sui rifugiati e sostenere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile”. Tra le dichiarazioni di impegni che saranno presentate al Forum sono inclusi temi che riguardano l’assistenza finanziaria, tecnica e materiale; le modifiche alle normative e alle politiche per consentire una maggiore inclusione dei rifugiati nelle società; reinsediamenti e ritorni in condizioni sicure e dignitose. Presenti al Forum anche 100 imprese e fondazioni pronte a sottoscrivere impegni negli ambiti occupazionale, finanziario e di altre forme di assistenza.

Unhcr: in Italia 732 apolidi e 15mila invisibili senza scuola né medico

13 Novembre 2019 - Roma - In Italia sono 732 gli apolidi riconosciuti ma la stima delle presenze reali, proprio per la difficoltà di individuarli, oscilla tra le 3.000 e le 15 mila persone, provenienti per lo più dalla ex Jugoslavia e arrivate nel nostro Paese quando erano molto giovani oppure nate qui. Ma soprattutto ci vuole tantissimo tempo per ottenere questo status in Italia: è il caso di Dari, 28 anni, che l’ha avuto dopo ben 13 anni di attesa. È quanto emerge dal nuovo report dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur). Si tratta di una condizione, denuncia l’Acnur, che viola i diritti umani e riguarda almeno 3,9 milioni di apolidi noti nel mondo, ma si stima che il numero reale sia molto più elevato, attorno ai 10 milioni, anche perché le statistiche sull’apolidia sono disponibili solo per un terzo degli Stati a livello globale. Sono persone che non hanno accesso ai diritti fondamentali: non possono andare a scuola, essere visitati da un medico, avere un lavoro, aprire un conto in banca, comprare una casa e nemmeno sposarsi. Questo perché l’apolide non viene considerato cittadino da nessuno Stato e, di conseguenza, non viene riconosciuto il diritto fondamentale alla nazionalità, né assicurato il godimento dei diritti ad essa correlati contribuendo così a rendere invisibili individui e intere comunità e a emarginarli dal resto della società. “Le persone apolidi non chiedono altro che gli stessi diritti di cui godono tutti i cittadini” commenta Roland Schilling, Rappresentante Regionale Unhcr per il Sud Europa che raccomanda all’Italia che le procedure di riconoscimento dello status di apolidia “siano più accessibili, efficaci e rapide” e che le persone apolidi possano essere riconosciute cittadini italiani alla nascita visto che “di fatto la legge italiana già prevede questo diritto” ma nella prassi ciò non accade.