Primo Piano

Vangelo Migrante:  Ascensione del Signore (Vangelo Mt 28, 16-20)

21 Maggio 2020 - Nella versione dell’evangelista Matteo non ci è raccontata la ‘scena’ dell’Ascensione ma il suo senso. Si parla di un passaggio dalla terra al cielo che riguarda Gesù. Tale passaggio indica che con l’Ascensione è stata aperta una via di collegamento proprio tra la terra e il cielo, una via che non potrà essere più chiusa. Non vi è più, dunque, una separazione insanabile tra il mondo dell’uomo e il mondo di Dio, perché questi due mondi sono divenuti tra loro comunicanti in virtù dell’Ascensione di Gesù al cielo. Anzi, è Gesù stesso la Via che rimette in collegamento i due mondi, la Porta attraverso la quale l’umanità può ritornare nel giardino di Dio. E c’è un mandato di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (28,19). Ciò che a noi è stato dato di comprendere e di vivere, non può essere tenuto solo per noi: il comando di Gesù è chiaro e ci esorta ad andare ovunque per dire a tutti la verità di questa via che ormai è ‘la Via’ che dalla terra conduce a Dio. Il giorno dell’Ascensione di Gesù è anche il giorno dell’invio dei discepoli per le strade del mondo; il giorno nel quale il Signore ritorna al Padre è il giorno nel quale i suoi discepoli sono mandati ad annunciare a tutti i popoli l’inizio di un mondo nuovo. Oggi, pertanto, la Chiesa contempla e cammina: contempla il suo Signore che ascende e cammina piena di gioia raccontando agli uomini la salvezza di Dio. Il tutto in Galilea, il luogo meticcio, abitato da uomini e donne di diverse culture e provenienze, non proprio ortodosso, secondo i canoni religiosi dettati a Gerusalemme. L’appuntamento lo ha dato Gesù la mattina della Resurrezione. Proprio là uno sparuto gruppo di discepoli inizia una Missione, che dura ancora oggi; ed è là che torna la nostra mente quando, stanchi e sfiduciati, possiamo riascoltare la Sua voce: “ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. p. Gaetano Saracino

Prestazioni o relazioni?

24 Maggio 2020 - Annecy - Oggi in Francia si celebra la settima domenica di Pasqua, in quanto l'Ascensione l'abbiamo celebrata giovedì scorso; In Italia invece si celebra oggi. Ma siamo sempre e comunque tutti uniti nella medesima preghiera di Gesù. Infatti, il brano del Vangelo ci riporta l'ultimo grande discorso di Gesù nel Vangelo di Giovanni che ha la forma di una preghiera di addio, nella quale si rivolge non più ai discepoli ma direttamente a Dio. È giunta “l'ora”, quella della croce e del passaggio al Padre. Il momento è quello “cruciale” nel senso più letterale del termine. Si decide il Suo destino. Nonostante Lui insista a parlare di Vita, la morte alza la voce e tutto intorno è cupo. È il momento delle separazioni e della solitudine più estrema: i suoi si allontanano, il Padre sembra sfuggente, le convinzioni si ritirano, le forze abbandonano, la paura opprimente, fino a sudare sangue. Sono così, d'altronde, i veri “momenti cruciali” della vita, come l'attuale, quelli in cui ci si trova di fronte a qualcosa, qualcuno che muore, di noi o fuori di noi. E ora, che c'è una decisione da prendere o da accettare, quando finisce un percorso o si apre una opportunità, quando si affronta una prova.... in queste e molte altre situazioni si provano gli stessi sentimenti di Gesù. La solitudine diventa padrona di casa e pare che l'unica risposta possibile debba porsi sul piano delle, direi, “prestazioni”: la scelta giusta, la risposta puntuale, la forza necessaria, la lucidità adeguata... I “momenti cruciali” sarebbero una questione esclusivamente di “prestazioni”. Invece Gesù ne fa una questione di “relazioni”, e nell'attimo decisivo “si racconta”, con la preghiera d'addio, come “uomo del legame” prima che della prestazione. Il Padre e i suoi: mentre l'istante drammatico rischia di farli sbiadire, Gesù grida forte la loro presenza. Non è un gesto eroico, piuttosto l'unica via possibile. Non è una dichiarazione di forza ma di sorprendente debolezza. Quei legami lo costituiscono e sono i soli a spaccare l'isolamento, che potremmo definire come il secondo nome della morte. Credo che qui ci sia una via tracciata con chiarezza per stare da cristiani nei nostri “momenti cruciali”. Le relazioni contengono un seme di salvezza; le prestazioni, invece, come certe certezze, spesso sono solo illusione. Molti di noi, forse, l’hanno vissuta l’esperienza del crollo delle certezze. Una crepa profonda si è aperta nelle nostre vite anche oggi, e ci ha fatto ripensare tutto, anche la nostra fede. Quella di prima, basata piuttosto sulle regole, scricchiolava, la nostra fede aveva bisogno di una rinascita come quella dei discepoli. Poi, piano piano, abbiamo visto, e ci rendiamo conto ora, che è proprio da quella crepa che la luce può penetrare. Le certezze di prima a volte crollano, per lasciare spazio ad una fede nuova, liberata, più autentica, più pronta forse ad accogliere l’invito di Gesù a farci costruttori di relazioni d’amore tra le persone, ad annunciare la Buona Novella, la Vita, là dove c’è solitudine, oppressione, umiliazione, sofferenza e morte. Con una speranza in cuore che ci viene da quella promessa di Gesù: «Io sono con voi tutti i giorni».

don Pasquale Avena

Mci Annecy

Migrantes Carpi: Messa per le famiglie del Luna Park con mons. Castellucci

22 Maggio 2020 -
Carpi - Sabato 23 maggio, alle ore 11, in Cattedrale a Carpi, mons.  Erio Castellucci, Amministratore apostolico, celebrerà la Santa Messa per le famiglie e gli operatori dello spettacolo viaggiante.
Sarà un momento di festa, frutto di un percorso che da anni vede impegnati insieme le famiglie delle giostre, la Diocesi e diversi operatori pastorali della Migrantes Diocesana Carpi. Quest’anno, in cui a causa del coronavirus il Luna Park - si legge in una nota - non può essere aperto in occasione della Festa del Patrono, a maggior ragione è "importante farsi prossimi e compagni di viaggio delle famiglie del Luna Park, tra le più provate dalle conseguenze economiche della pandemia", spiega una nota. Per questo motivo, in attesa di tornare, il prossimo anno, nuovamente sotto la volta dell’Autoscontro, sarà la  Cattedrale – dove sono appena riprese le Messe alla presenza del popolo dopo il lockdown – ad accogliere la celebrazione eucaristica.

Ungheresi in Italia: la vita della comunità in tempo di pandemia

22 Maggio 2020 - Roma - La pandemia all’inizio di marzo ha impedito i viaggi per andare a trovare le comunità ungheresi in Italia. Ho pensato: come faccio senza lavoro?”. Ma piano piano ho ritrovato nuovi metodi per continuare il mio servizio con e per loro. Ho cominciato a trasmettere la celebrazione della Santa Messa tramite nel facebook e poi utilizzando la diffusione delle celebrazioni su un canale youtube. Ho dovuto imparare molte cose tecniche…Durante la Settimana Santa ho tenuto una catechesi per la preparazione al Triduo pasquale e alla Pasqua. Avendo ricontri positivi anche dopo Pasqua ogni settimana invitavo a leggere  insieme le Sacre Scritture. É una cosa nuova che fino adesso non c’era. All’inizio di Maggio come comunità celebravamo l’anniversario della morte del Venerabile card. József Mindszenty. Quest’anno non abbiamo potuto commemorare la sua morte nella Sua Chiesa titolare di Santo Stefano Rotondo. Ho utilizzato i canali social per permettere a tutti di poter partecipare. Dal 2012 una volta l’anno ho convocato i responsabile laici delle comunità per un incontro annuale a settembre. Adesso in videoconferenza ci troviamo ogni settimana. Ora stiamo preparando le prime celebrazioni, contattando i parroci che ci ospitano, ed invitando i fedeli a partecipare  (Németh László - Coordinatore nazionale degli ungheresi in Italia)  

Sviluppo Umano Integrale al tempo del Coronavirus: un dossier di caritas Italiana

22 Maggio 2020 - Roma - Cinque anni fa, il 24 maggio del 2015, papa Francesco firmava la Laudato si’. Questa lettera enciclica, nella tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa, fissa un nuovo paradigma per lo sviluppo umano integrale, dove sono riconosciuti i diritti di ogni persona umana nel pianeta che è la nostra casa comune. La ricorrenza, che stiamo ricordando all'interno di una settimana di riflessione, cade quest'anno in piena emergenza da pandemia per la diffusione del COVID-19, fonte di terribili sofferenze, che hanno avuto una ripercussione in misura maggiore soprattutto sulle persone più fragili e vulnerabili. Questa enciclica si è dimostrata capace di grande vitalità, e ci suggerisce degli spunti fondamentali per leggere i ‘segni dei tempi’ e per aiutarci a trovare una dimensione di impegno diretto per il cambiamento. A questi due temi Caritas Italiana dedica il suo 55° Dossier con Dati e Testimonianze (DDT), dal titolo "Sviluppo umano integrale al tempo del Coronavirus. Ipotesi di futuro a partire dalla Laudato si’". La riflessione parte dall'esperienza vissuta da tutti noi e da una grande parte dell'umanità - alcune storie raccolte nel dossier ci parlano di quanto sta avvenendo in paesi come lo Sri Lanka, Filippine e Nepal; ma le sue implicazioni sono globali. Si tratta di una situazione imprevista, ma non imprevedibile. Da molti anni ormai gli scienziati avevano messo in guardia sulla possibilità di passaggio di agenti infettivi da varie specie animali all’uomo. È una situazione che può ripresentarsi anche in futuro, e la cui probabilità aumenta in ragione della pressione esercitata dal genere umano sull’ambiente. Nella risposta all’emergenza della pandemia, così come in tutta la lunga fase del lockdown e del riavvio delle attività, è critico il ruolo del settore pubblico. È importante riflettere sull’equilibrio tra il controllo della pandemia (spesso attraverso un irrigidimento delle tecniche di controllo), e necessari contrappesi, sia sul piano della trasparenza informativa che sul piano delle iniziative della società civile, che hanno svolto un ruolo di sussidiarietà nella fase più acuta dell’emergenza; ma che devono poter esprimere una lettura della situazione anche in termini più ampi. Molti aspetti della nostra vita sono stati toccati: è dal riconoscere cosa sta cambiando nella nostra vita con riferimento alle modalità di lavoro, all’uso della tecnologia, ai modelli di sviluppo economico, alla politica, la società, allo spazio globale. Scritta ben prima della pandemia, la Laudato si’ dice parole profetiche sul rischio delle crescenti diseguaglianze e conflittualità, sulla necessità di stabilire una nuova alleanza tra umanità e natura, sull’urgenza di riformare profondamente i principi alla base di una economia e una società che sembrano avere l’esclusione e lo scarto come conseguenza necessaria. “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, – ha sottolineato papa Francesco nel momento straordinario di preghiera del 27 marzo sul sagrato di San Pietro -  non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Il Dossier ha dunque - spiega la Caritas Italiana in una nota - l’obiettivo di segnalare alcune piste di riflessione su come la visione delineata dalla Dottrina Sociale, in particolare a partire dalla Laudato si’, ci può aiutare a riprendere il cammino invertendo la rotta e dando un contributo attivo e responsabile per costruire un futuro più giusto e rispettoso della dignità di tutti nel tempo del “dopo Covid-19”.

Aprirsi all’altro: una lezione continua…  

22 Maggio 2020 - Ancona - “A cosa serve il Vangelo, se perde il suo sapore?”. Ho imparato dalla vita, grande maestra in questo, che oltre l’emergenza c’è la quotidianità. Ed è lì che ci giochiamo la nostra credibilità. Se il COVID19 non ci ha fatto entrare nella stessa barca, se non abbiamo capito che solo insieme ci salveremo o periremo, allora forse non abbiamo ancora toccato il fondo… Nel tempo della lockdown ho potuto continuare ad insegnare italiano col metodo Penny Wirton a Katarina, giovane russa, laureata in lingue, emigrata da gennaio in provincia di Ancona. Le nostre lezioni quotidiane online ci hanno permesso di entrare nelle rispettive e differenti culture, di far crescere la nostra relazione. Quando potrà riaprire la scuola, anche lei verrà ad insegnare ai migranti. Promessa ammirevole di reciprocità. Da Domenica delle Palme, invece, ho potuto animare l’intima eucarestia domenicale: il parroco e altre tre persone, in tutto. Così, ho ritrovato Ubaldo, una persona senza fissa dimora, che conosco da almeno vent’ anni. Sempre su e giù per le strutture di accoglienza con lo zaino in spalla. L’ho trovato fisicamente migliorato, ma quando gli ho chiesto se stava pensando di fermarsi, di vivere in una casa, avere degli amici: “Io sono un uccello libero, - mi ha risposto deciso - quando tutto tornerà come prima, riprenderò il mio viaggio.” Riflettevo, così, tra me e me. Non ci è permesso sapere quale è il bene degli altri. Possiamo solo camminare insieme, per alcuni tratti di strada, senza voler capire o cambiare ad ogni costo le situazioni. Come sempre, il mistero ci accompagna… Una cosa, però, mi sembra certa: “Quello che è buono per me, lo è anche per ogni uomo della terra.” Su questo bisogna continuare a lavorare anche a livello culturale, per trasformare le mentalità. Mi colpiva recentemente l’affermazione dello psichiatra Andreoli : “Abbiamo delirato sull’Io. Dobbiamo ora delirare sul noi”.  Questo processo culturale si rivela urgente anche dentro la Chiesa. Penso a due famiglie di migranti che ho seguito per vari anni, partite di recente in Germania: una della Georgia, Asoev, l’altra del Camerun, Leumere Leumegni. Fin dall’inizio della pandemia ci chiamavano continuamente per informarsi della nostra salute e invitarci a restare in casa. Poi anche loro hanno dovuto fare i conti con questo, e ringrazio il cielo che oggi vivono in Germania. In queste relazioni, in questi collegamenti whatsapp si dimostra uno strumento formidabile. In tempo reale si hanno informazioni fresche da ogni parte del mondo e spesso i racconti degli amici sono diversi da quelli delle TV ufficiali. Questa interconnessione ci dimostra ogni giorno la bellezza e la ricchezza dei legami che abbiamo costruito. Sì, nel mondo dell’emigrazione. Di questo ho spesso ringraziato il Signore, in questo tempo di coronavirus.  

Annapia Saccomandi

Migrantes Ancona

Papa Francesco: “la Chiesa è opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni”

22 Maggio 2020 - Città del Vaticano -  “La fede è testimoniare la gioia che ci dona il Signore. Una gioia così, uno non se la può dare da solo. Gesù, prima di andar via, ha detto ai suoi che avrebbe mandato loro lo Spirito, il Consolatore. E così ha consegnato allo Spirito anche l’opera apostolica della Chiesa, per tutta la storia, fino al suo ritorno”. Lo ha scritto il Papa, nel messaggio rivolto alle Pontificie Opere Missionarie (Pom), diffuso ieri. Secondo papa Francesco, “il mistero dell’Ascensione, insieme all’effusione dello Spirito nella Pentecoste, imprime e trasmette per sempre alla missione della Chiesa il suo tratto genetico più intimo: quello di essere opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni. È questo il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza, dalla tentazione di prendere in ostaggio la carne di Cristo – asceso al Cielo – per i propri progetti clericali di potere”. “Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l’opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate come ‘discorsi di umana sapienza’, usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori”, il monito di papa Francesco.

Vescovi Calabria: regolarizzazione “segna un passo avanti”

22 Maggio 2020 - Catanzaro - La crisi dovuta alla pandemia, colpendo l’economia reale del Paese, ha fatto “riesplodere nodi cruciali e problematiche che si trascinano da anni”. Lo scrivono oggi, in una nota i vescovi calabresi evidenziando tra le problematiche quella della situazione dei braccianti agricoli, tra cui molti migranti, “sfruttati, calpestati nella loro dignità, vittime soprattutto del fenomeno del caporalato”. I vescovi calabresi intendono ancora una volta “alzare” la voce ed esprimere la “ferma condanna di tutte le situazioni di sfruttamento nella filiera agroalimentare e soprattutto del fenomeno del caporalato. Un male antico e sempre presente, magari sotto forme diverse nel tempo e – si legge nella nota -  spesso ignorato pur di non prendere la giusta posizione, la corretta scelta tra il bene e il male. Oltretutto il caporalato è nelle mani delle organizzazioni criminali, le quali utilizzano metodi mafiosi per il controllo del territorio. La nostra condanna del fenomeno è forte e netta”. In diverse circostanze i presuli hanno definito la mafia “l’antivangelo”, perché “nega la libertà e la verità che ci sono state consegnate dal mistero pasquale della risurrezione di Cristo Gesù. Un’autentica opera di conversione e di liberazione dei territori dalle mafie passa, quindi, pure dal superamento della piaga del caporalato, che rappresenta senza dubbio una delle vie di adorazione del male”, di cui ha parlato papa Francesco durante la sua visita a a Cassano all’Jonio nel 2014. Aver dato spazio ai migranti nel recente Decreto Rilancio, adottato dal Governo pochi giorni fa, per i vescovi della Calabria – “segna un passo avanti nella definizione della problematica, sotto il profilo della tutela della salute e della lotta all’illegalità. Limitazioni delle misure a determinate categorie, procedure non sempre semplificate e la breve durata dei permessi rendono evidenti la necessità di una svolta ancor più radicale, come testimonia del resto anche lo sciopero degli invisibili, indetto proprio per la giornata di oggi nei campi della Piana di Gioia Tauro”. “Resta – conclude la nota -  la fiduciosa speranza che il cammino intrapreso possa essere irreversibile, sostenuto in chiave locale dai segnali di attenzione lanciati anche dalla Regione, attraverso l’attivazione di progetti dedicati alla definizione dell’emergenza sanitaria e di quella abitativa”. Nella “consapevolezza inscalfibile che molto vi sia da fare per giungere ad una piena tutela dei diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori”, la Chiesa di Calabria ribadisce “la necessità dell’affermazione dei principi della dignità della persona umana e della sacralità del lavoro per liberare tanti uomini e donne dalla loro condizione di sostanziale schiavitù, condannando ogni forma di sfruttamento come attentato alla dignità dell’uomo, che, in quanto peccato sociale, grida vendetta al Cielo”.

R.Iaria

Tempo di coronavirus, tempo di miracoli…

21 Maggio 2020 - Porto Recanati – Porto Recanati. Anche in tempi di coronavirus, il tristo palazzone si stagliava alto e severo, quasi impassibile, imbottito di paraboliche e di stracci stesi. Accanto, il dolce profilo del mare Adriatico sembrava rassegnato di tale prossimità. Di tanta audacia. È il famoso Hotel House, definito dalla stampa locale “una vergogna nazionale”. Costruito fine anni ’60, sui bordi del mare come hotel estivo per turisti, i suoi sedici piani, con circa 500 appartamenti si sono riempiti ben presto di circa duemila immigrati di 40 nazionalità differenti.  Un ghetto verticale. Otto ascensori che non funzionano, l’acqua potabile portata già a suo tempo da un’autobotte, mucchi di immondezza in ogni dove. Un popolo acquartierato nel degrado. Unica nota di umanità, all’ottavo piano la presenza dell’ambulatorio del Dott. Francesco Paolo, che qui lavora come alla frontiera, e la vive come una vera missione. L’abbiamo visitato quasi per sostenere la sua presenza di resistente e la sua opera coraggiosa con il Direttore generale Migrantes, don Gianni de Robertis, giusto un anno fa. Malattie qui? le più varie, ma la peggiore la depressione delle donne. L’ambiente logora lo spirito. Fin tempo fa, anche un’associazione locale, la Tenda, era impegnata nell’animazione pomeridiana di un gruppo di bambini, in un paio di locali al pianoterra. Negli appartamenti, gli spazi già limitati, stanno ancora più stretti, in questi mesi di clausura generale. Impossibile per Fatima, ventenne, universitaria a Macerata, preparare gli esami, visto che l’unica stanza possibile è come “sequestrata” dal fratello maggiore. In questo difficile contesto, i giornali locali, settimane fa, uscivano a caratteri cubitali “Grandi pulizie all’Hotel House, mobilitate tutte le etnie”. Spiegando, in tempi di crisi sanitaria, che si era instaurato un “nuovo modo di vivere condiviso tra le etnie”. Qualcuno del posto la definisce perfino “una volta storica”, in una grande sinergia tra tutte le etnie presenti, con mascherine e, a volte, tute mimetiche. Vedere, così, senegalesi e pakistani lavorare insieme per prendersi cura del loro habitat è sembrato un vero miracolo. Veniva in mente quanto affermava anni fa una religiosa francese, suor Geneviève, di un enorme condominio degradato della banlieue parigina. Solo quando era riuscita – dopo mille tentativi e una montagna di pazienza – a convincere i giovani di quel condominio imbrattato e deprimente a dare essi stessi il colore e riqualificare le scale e i locali comuni, era successo qualcosa di strano. Come una rivoluzione indolore. Un nuovo clima di pulito, faceva respirare gli animi dei residenti un’aria di primavera. Sì, di umanità ritrovata. ( p. Renato Zilio - Delegato Migrantes Marche)

Natili Micheli (Cif): “pandemia ha spento i riflettori sul fenomeno migratorio che resta l’emergenza costante del nostro Paese”

21 Maggio 2020 -
Roma - “La pandemia ha spento i riflettori sul fenomeno migratorio che comunque non si ferma e resta l’emergenza costante del nostro Paese”. Così Renata Natili Micheli, presidente nazionale del Centro italiano femminile (Cif), secondo cui “occorre riaccendere l’attenzione su quello che accade ogni giorno sulle nostre coste”. “Il giovane, che ieri, gettandosi dalla nave Moby Zazà indossando un giubbotto di salvataggio, ha trovato la morte nel silenzio generale, non solo interpella la nostra coscienza civica, ma – sottolinea Natili Micheli – chiede ragione se la scelta politica operata di predisporre ‘navi quarantena’ rispetti le norme nazionali e internazionali sulle procedure finalizzate all’identificazione e alla eventuale richiesta di protezione”.