Primo Piano

“Migranti: l’indifferenza, la paura, la fraternità”. Ad Agrigento, un forum sulle migrazioni

5 Maggio 2026 - Martedì 5 e mercoledì 6 maggio, Agrigento ospita l’undicesima edizione del Forum internazionale sulle migrazioni che quest’anno ha come titolo “Migranti: l’indifferenza, la paura, la fraternità”. La “due giorni” è promossa dall’Accademia di Studi mediterranei in collaborazione con l’Assessorato Beni culturali e Identità siciliana e il Parco archeologico e paesaggistico Valle dei Templi. Il convegno si è aperto alle ore 9,30 nella sala conferenze di Casa Sanfilippo con l’introduzione ai lavori da parte del presidente e del direttore dell’Accademia di Studi mediterranei, rispettivamente mons. Enrico Dal Covolo e Santino Lo Presti, e con i saluti delle autorità cittadine: il sindaco Francesco Miccichè, l’arcivescovo Alessandro Damiano, il prefetto Salvatore Caccamo, il dirigente Ufficio V – Ambito territoriale Alberto Petix, il presidente del Libero Consorzio comunale di Agrigento Giuseppe Pendolino; il direttore del Parco della Valle dei Templi Roberto Sciarratta. A seguire i lavori, moderati da Marco Roncalli, saggista e membro del Comitato scientifico dell’Accademia. Il regista Carmelo Puglisi ha presentato il suo short film Stay away from Kabul e ha dialogato con il pubblico. Khady Sene, direttrice della Caritas diocesana di Foggia-Bovino, ha offerto un contributo dal titolo “Il lungo viaggio dalla migrazione alla cittadinanza italiana”. Dopo di lei Simona Di Salvo, coordinatrice del progetto Sai Msna della Cooperativa “Delfino”, è intervenuta sul tema “L’esperienza dell’accoglienza”. Alla fine della mattinata, un momento dedicato al “viaggio” con la testimonianza di un’esperienza vissuta, grazie ai racconti di Dabre Hamza (Burkina Faso) e di Ibrahim Abdoul Madjiid (Benin). I lavori riprenderanno mercoledì 6 maggio, sempre alle 9,30 nella stessa sede, moderati da don Alessandro Andreini, docente di Religious Studies presso la Gonzaga University di Firenze e membro del Comitato scientifico dell’Accademia. Particolarmente atteso l’intervento di mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes (“Diritto d’asilo, diritto negato”). Dopo di lui Stefano Pasta, docente dell’Università Cattolica di Milano (“Hate speech e cittadinanza negata: quando il ‘noi’ è respinto”). Seguirà un altro momento di testimonianza insieme a Kone Ladji Mory (Costa D’Avorio). Si continuerà con Luca Alteri, sociologo, professore alla Sapienza Università di Roma (“Quando è la paura che fornisce legittimità al governo. Trump e la gestione dell’immigrazione”) e Santino Tornesi, direttore dell’Ufficio regionale per le migrazioni della Conferenza episcopale siciliana (“La Sicilia e le migrazioni. Elementi per una valutazione ragionevole e consapevole del fenomeno”). Infine, il dibattito che coinvolgerà studenti e docenti invitati già in questi giorni a prepararsi all’evento. (fonte: G.A/SIR)

Roma, “I nuovi italiani nelle diocesi del Lazio”: una ricerca di Iriad e Conferenza episcopale del Lazio

4 Maggio 2026 - Sono i giovani per i quali «l’esperienza migratoria è mediata» i protagonisti della ricerca “I nuovi italiani nelle diocesi del Lazio”, i cui risultati verranno presentati venerdì 8 maggio, in un incontro nella parrocchia del Santissimo Redentore a Val Melaina (via Monte Ruggero, 63): alle ore 19 ci sarà la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale vicario Baldo Reina; quindi la presentazione del lavoro, a cura di Fabrizio Battistelli e Federica Farruggia dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo – Iriad, che hanno condotto la ricerca. Sono previsti inoltre gli interventi di Massimiliano Maselli, assessore all'Inclusione sociale e Servizi alla persona della Regione Lazio; di Barbara Funari, assessore alle Politiche Sociali e alla Salute del Comune di Roma; del vescovo Stefano Sparapani, presidente della Commissione regionale per le migrazioni della Conferenza episcopale laziale; le conclusioni saranno affidate al cardinale Reina. La ricerca rappresenta la seconda fase di un lavoro partito già nel 2024, promosso dalla diocesi di Roma, nel quale ci si era concentrati sui giovani con background migratorio residenti nel territorio diocesano, con l’obiettivo di analizzare le loro opinioni, le esperienze di vita e i percorsi biografici, così da contribuire a interventi efficaci per favorire il processo di inclusione nella società ospitante. Questa prima fase aveva assunto «un carattere esplorativo e di tipo qualitativo, conoscitivo – sottolinea don Pietro Guerini, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma –, mentre adesso si è privilegiato un approccio quantitativo e la ricerca si è allargata a tutto il territorio regionale». L’analisi è stata dunque estesa dal Comune di Roma all’intero territorio regionale, seconda area italiana per presenza di cittadini stranieri dopo la Lombardia. «L’ampliamento territoriale – si legge nella ricerca – ha consentito di includere contesti socio-demografici più eterogenei e di superare una lettura esclusivamente metropolitana dei processi di integrazione: da un lato, una grande area urbana come Roma, caratterizzata da un’elevata complessità sociale, istituzionale e culturale; dall’altro, i Comuni di medie dimensioni corrispondenti ai quattro capoluoghi di provincia della regione – Latina, Frosinone, Viterbo e Rieti – contraddistinti da assetti socio-economici, opportunità di integrazione e configurazioni dei servizi differenti». L’indagine ha coinvolto 1.083 giovani residenti in questi territori, di età compresa tra i 12 e i 19 anni. Il campione è composto da 730 rispondenti italiani e 353 nuovi italiani, che hanno risposto a un questionario anonimo. (fonte: Diocesi di Roma)

Gli srilankesi d’Italia a Padova hanno ringraziato Sant’Antonio nel giorno della Festa di San Giuseppe Lavoratore

4 Maggio 2026 - Lo scorso 1° maggio si è svolto, come ogni anno, a Padova presso la basilica di Sant’Antonio il raduno nazionale degli srilankesi in Italia. Si tratta della 28esima edizione e ha visto la partecipazione di oltre 15.000 persone provenienti da tutto il Paese, cattolici e non, per omaggiare e ringraziare Sant’Antonio per le tante grazie ricevute. In Sri Lanka, infatti, la devozione a S. Antonio è molto sentita. La solenne Eucarestia di ringraziamento, che si è svolta in lingua cingalese e tamil, è stata presieduta da S. E. mons. Maxwell Silva, vescovo ausiliare di Colombo (Sri Lanka) e concelebrata da mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, da don Sanjeewa Mendis, coordinatore nazionale per la pastorale degli srilankesi in Italia e dagli oltre 25 cappellani srilankesi che operano in tutta Italia. Durante l’omelia il vescovo ha ricordato come nel 1955 Papa Pio XII volle istituire la festa di San Giuseppe Lavoratore il 1° maggio per dare un modello di lavoratore silenzioso e operoso, simbolo di dignità e fatica onesta. “San Giuseppe viene citato 2 massimo 3 volte nei vangeli, in lui vediamo un esempio di vita: lavora assiduamente, ama e protegge la famiglia […] e voi che siete venuti in Italia cercando lavoro per una vita migliore, vi chiedo di imitarlo, seguirlo e vi porterà a Gesù Cristo”, ha detto il vescovo. Momento culminante è stata la processione con le reliquie di S. Antonio dall’altare maggiore attraversando il sagrato con la benedizione dalla Loggia delle Benedizioni. Nel suo discorso di ringraziamento don Mendis ha ringraziato la Fondazione Migrantes nella persona di mons. Felicolo, padre Antonio Ramina, rettore del santuario, i frati del santuario e tutti i cappellani. La festa è proseguita poi con un momento di svago presso il Prato della Valle, punto di incontro e ritrovo dei fedeli dopo la S. Messa. (Riccardo Nelumdeniya) srilankesi PAdova 2026

Forum internazionale sulla revisione delle politiche migratorie. L’appello di Unicef per la tutela dei minori

4 Maggio 2026 - Si terrà presso la sede delle Nazioni Unite a New York dal 5 all'8 maggio 2026 il secondo Forum internazionale sulla revisione delle politiche migratorie (IMRF), preceduto da un'audizione informale con le parti interessate il 4 maggio 2026. Nel 2018, infatti, gli Stati membri dell'Onu hanno concordato di verificare i progressi compiuti a livello locale, nazionale, regionale e globale rispetto all’attuazione del cosiddetto Global compact per le migrazioni, il Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare nel contesto delle Nazioni Unite, mediante un processo condotto dagli Stati e con la partecipazione di tutte le parti interessate. Il secondo Forum quadriennale di revisione servirà anche a definire la direzione per i prossimi cinque anni. L'esito del Forum sarà una Dichiarazione sui progressi concordata a livello intergovernativo. Il mondo si trova, in particolare, di fronte a una svolta epocale per quanto riguarda l’impatto dei sistemi migratori sui minori. Tema al quale anche papa Leone XIV ha voluto dedicare un'attenzione speciale, già nel titolo della prossima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. A livello globale, infatti, le nuove leggi, le pratiche di applicazione e gli accordi bilaterali stanno cambiando rapidamente. Secondo Unicef - come spiegato in un comunicato del 2 maggio 2026 - "la posta in gioco è enorme", perché "si tratta di stabilire se i minori troveranno sistemi in grado di tutelare i loro diritti e il loro interesse superiore, oppure se correranno il rischio di subire danni, di essere separati dalle loro famiglie e di vedere ridotto il loro accesso alla protezione". L'organismo internazionale che tutela i diritti dei minori intende "ribadire un principio fondamentale: la tutela dei minori e la gestione della migrazione non sono obiettivi in contrasto tra loro" e per questo, in vista del Forum, esorta "gli Stati membri a garantire che le politiche migratorie rispettino tre priorità incentrate sui minori":
  1. Porre fine alla detenzione dei minori migranti e ricorrere a misure alternative per i minori e le loro famiglie.
  1. Le operazioni di contrasto all'immigrazione devono essere tenute lontane dai luoghi che devono rimanere spazi sicuri e protetti per i bambini.
  1. Dare priorità all’unità familiare e garantire percorsi rapidi e dotati di risorse adeguate per il ricongiungimento.
L’Unicef invita tutti gli Stati membri ad assumere impegni specifici per proteggere i bambini migranti e, integrando i diritti dei bambini nelle politiche migratorie e nei quadri di gestione delle frontiere, a dimostrare che la migrazione può essere gestita in modo da proteggere i bambini.  

Minori stranieri non accompagnati: nasce la Giornata nazionale della Tutela Volontaria

4 Maggio 2026 - Il 6 maggio si celebra per la prima volta in Italia la Giornata nazionale della Tutela Volontaria, dedicata ai cittadini e alle cittadine che affiancano i minori stranieri non accompagnati nel loro percorso di crescita e autonomia. La data non è casuale: il 6 maggio 2017 è entrata in vigore la Legge 47/2017 (nota come Legge Zampa), che ha introdotto nel nostro ordinamento la figura del tutore volontario, riconoscendo il ruolo attivo della società civile nella protezione dei minori arrivati soli in Italia. A nove anni da quella svolta normativa, la Giornata nasce su iniziativa di Tutori in Rete per riconoscere e rendere visibile un impegno diffuso ma ancora poco conosciuto, e per rilanciare una richiesta chiara: garantire un tutore volontario a ogni minore straniero non accompagnato.
Una figura chiave per i percorsi di autonomia
Il tutore volontario è un cittadino formato e nominato dal Tribunale per i minorenni per rappresentare legalmente il minore. Ma il suo ruolo va oltre la dimensione giuridica: accompagna il ragazzo o la ragazza nel rapporto con scuola, servizi e istituzioni, sostenendo concretamente il percorso di crescita, inclusione e autonomia.
Un impegno diffuso in tutta Italia
In occasione della Giornata, Tutori in Rete – la rete nazionale che riunisce 20 associazioni e gruppi informali di tutrici e tutori volontari attivi su tutto il territorio – racconta, attraverso volti, luoghi e parole provenienti da tutta Italia, l’impegno di tante persone. Dalle esperienze raccolte emerge con chiarezza l’impatto della tutela volontaria: la presenza di un tutore contribuisce a rendere più efficaci i percorsi educativi, facilita l’accesso ai diritti e sostiene il passaggio alla maggiore età, uno dei momenti più delicati per i minori soli. Oggi Tutori in Rete rappresenta una comunità diffusa che attraversa l’Italia, dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia, mettendo in connessione competenze, esperienze e storie di tutela. La Giornata del 6 maggio è anche l’occasione per dare visibilità a questa rete e alle persone che la rendono viva, valorizzando il contributo di centinaia di tutori e tutrici volontarie.
Un impegno che riguarda tutti
La Giornata nazionale della tutela volontaria vuole essere non solo un momento di riconoscimento, ma anche un invito: far conoscere questa esperienza di cittadinanza attiva e rafforzare un sistema in cui nessun minore debba affrontare da solo il proprio percorso. Perché dietro ogni tutela c’è una storia concreta fatta di fiducia, presenza e opportunità. E perché una società più giusta si costruisce anche così: non lasciando soli i più vulnerabili.
Chi è Tutori in Rete
Tutori in Rete è la Rete nazionale delle associazioni e dei gruppi informali di tutori volontari per minori stranieri non accompagnati (MSNA). Promuove la tutela volontaria come forma concreta di cittadinanza attiva, sostenendo le associazioni locali e i gruppi informali, e costruendo una voce collettiva nel dialogo con le istituzioni.

🔗 www.tutorinrete.org Instagram: @tutori_in_rete

Tutela volontaria minori

8xmille: domenica 3 maggio la Giornata nazionale di sensibilizzazione

2 Maggio 2026 - È una firma che si traduce in accoglienza, solidarietà e speranza: destinare l’8xmille alla Chiesa cattolica infatti “è più di quanto credi”. È il messaggio che sarà rilanciato domenica 3 maggio, nelle 25.500 parrocchie del Paese, in occasione della Giornata nazionale di sensibilizzazione per il sostegno economico alla Chiesa cattolica. Giunta alla 36ª edizione, la Giornata costituisce un’occasione importante per comprendere il valore di una firma che al contribuente non costa nulla, ma che permette di moltiplicare risorse e servizi che ritornano sul territorio a beneficio di tutti. Solo nel 2025, ad esempio, chi ha destinato l’8xmille alla Chiesa cattolica ha contribuito a rendere possibile lo stanziamento di 280 milioni di euro per interventi caritativi (di cui 150 destinati alle diocesi per la carità, 50 ad esigenze di rilievo nazionale e 80 ad interventi a favore dei Paesi più poveri), 384 milioni di euro per il sostentamento dei circa 31 mila sacerdoti che si spendono a favore delle comunità e che sono spesso i primi motori delle opere a sostegno dei più fragili, e oltre 350 milioni di euro per esigenze di culto e pastorale. Questa voce comprende anche gli interventi a tutela dei beni culturali ed ecclesiastici per continuare a tramandare arte e fede alle generazioni future oltreché rappresentare indirettamente un volano per l’indotto economico e turistico locale. “Firmare per la Chiesa cattolica – sottolinea Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica – significa far parte di un enorme circuito di solidarietà, capace di portare aiuto a migliaia di persone, sia in Italia che nei Paesi più poveri del mondo”. Secondo gli ultimi dati disponibili, nelle dichiarazioni 2024 sono oltre 11 milioni e 200 mila i cittadini che hanno destinato l’8xmille alla Chiesa cattolica, pari al 66,2% di quanti esprimono una scelta. Nonostante l’8xmille sia entrato in vigore nel 1990, però, sono ancora tanti, oltre 25 milioni, i contribuenti che non esprimono nessuna scelta, perché non sanno che lo possono fare o perché non sono tenuti a presentare la dichiarazione dei redditi oppure perché ritengono che la procedura sia troppo complessa. Per questo l’informazione gioca un ruolo determinante nel favorire la comprensione del rilievo dei fondi 8xmille. (fonte: chiesacattolica.it)

“Tutti in cucina”. A Chiavari, un corso per scoprire i piatti palestinesi

30 Aprile 2026 - "Tutti in cucina"! L'Ufficio Migrantes della diocesi di Chiavari, a conclusione di un ciclo di iniziative di cucina etnica iniziato lo scorso anno, ha organizzato per domenica 3 maggio - presso il Seminario, in via Assarotti 1/z - un corso di cucina etnica, con pranzo conclusivo, con alcune donne palestinesi che aiutano le mamme di bambini palestinesi, provenienti da Gaza, ricoverati all'ospedale Gaslini di Genova. In particolare, verrà preparato e cucinato il maqloube, piatto a base di riso, pollo, melanzane, cavolfiore e pomodori. Appuntamento alle ore 10. Cucina Palestina

Il lavoro e l’edificazione della pace

1 Maggio 2026 - Pubblichiamo il Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori (1° maggio) dal titolo: “Il lavoro e l’edificazione della pace”.  In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra. Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. È una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona. Già San Giovanni Paolo II aveva affermato il valore profetico dell’attività umana: «Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova”, i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall’uomo e dal mondo» (Laborem exercens 27). Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa “grammatica della società”, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli. Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare. Nel suo primo discorso ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede, papa Leone XIV ha ribadito: «[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari. […] Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale». Viviamo, inoltre, in una stagione storica dell’Europa e del mondo in cui molti si stanno di nuovo esercitando nel “mestiere della guerra”, coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche. Lo spirito dei tempi è cambiato: ci stiamo di nuovo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi ottant’anni di pace che l’Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in tutto il mondo. Dimentichiamo che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro. Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4). Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari (cf. Francesco, Messaggio per la LVIII Giornata mondiale della pace Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace, 8 dicembre 2024). Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale. Rileggendo la recente Nota pastorale dei Vescovi Educare ad una pace disarmata e disarmante, sentiamo l’esigenza di ribadire che è necessario rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, «irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani» (138). Inoltre, occorre vigliare affinché «la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi» (139). Va sostenuta anche la coscienza di chi lavora in questi ambiti e si chiede come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili. Il venerabile Vescovo Tonino Bello si rivolse agli operai costruttori di armi con queste parole: «Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita». Questo auspichiamo anche noi oggi: che ci sia una coraggiosa riconversione dal militare al civile, come incoraggiava lo stesso Giovanni Paolo II il 12 novembre 1983 parlando ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita». Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo «gli aratri in lance». Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno. (fonte: chiesacattolica.it)

Ad Aprilia (LT), il 1° maggio è anche una Festa dei Popoli

1 Maggio 2026 - La Festa dei Popoli, promossa dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Albano, torna anche quest’anno come appuntamento di comunione e fraternità tra i diversi gruppi etnici presenti sul territorio. L’appuntamento è per venerdì 1 maggio 2026 è ad Aprilia (LT), dalle ore 12:00 alle 17:00, presso la Parrocchia La Resurrezione, in Via Salvatore Di Giacomo 79. È un momento unico in cui comunità che già si incontrano periodicamente - latinoamericani, filippini, ucraini, indiani, capoverdiani, tra gli altri - si ritrovano insieme per celebrare l’unità nella diversità. La giornata è anzitutto condivisione di fede: preghiera e canti nelle lingue dei popoli diventano il segno vivo di una Chiesa che accoglie e valorizza ogni cultura. Ma è anche condivisione gastronomica e culturale: ogni gruppo porta i piatti tipici, i costumi e le tradizioni del proprio Paese, trasformando la festa in un viaggio tra i continenti fatto di sapori, musiche e colori. Soprattutto, la Festa dei Popoli è esperienza di fraternità. È l’occasione per conoscersi, abbattere barriere e riconoscersi fratelli e sorelle in Cristo, figli di un unico Padre. È l’opportunità per vivere insieme una giornata di festa, incontro e testimonianza: perché la diversità è ricchezza.   Festa dei Popoli

Il Museo dell’emigrazione italiana (Mei) celebra i suoi 4 anni con una serie di eventi. Il 12 maggio protagonista il RIM

30 Aprile 2026 - In occasione del suo quarto anniversario, il Mei - Museo nazionale dell’emigrazione italiana propone una serie di iniziative che, nel corso di oltre una settimana, accompagnano il pubblico in un percorso dedicato al racconto dell’Italia nel mondo, tra memoria, ricerca e valorizzazione delle eccellenze contemporanee. Le iniziative prendono il via venerdì 1° maggio. Tra gli eventi in programma, martedì 12 maggio alle ore 18, un approfondimento dedicato al Rapporto Italiani nel Mondo (RIM), il progetto editoriale e di ricerca della Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei, che da oltre vent’anni analizza i fenomeni migratori italiani attraverso dati ufficiali e contributi sociologici.  L’incontro avrà focus specifico sul tema della famiglia e della genitorialità in contesti di mobilità internazionale. Dopo l’introduzione del presidente del Mei, Paolo Masini, interverranno la sociologa Delfina Licata (Fondazione Migrantes), curatrice del Rapporto, con un contributo dedicato a “Oltre la fuga e la retorica, l’Italia dei talenti diversamente presenti”, e la giornalista internazionale Eleonora Voltolina, che affronterà il tema del costruire una famiglia all’estero. Il percorso si intreccerà inoltre con il racconto museale grazie all’intervento della curatrice del Mei Giorgia Barzetti, mentre le conclusioni saranno affidate a S.E. Mons. Gian Carlo Perego, Presidente della CEMI e della Fondazione Migrantes. “Un nuovo compleanno che festeggeremo non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo. Quattro anni rappresentano già un percorso importante, che si avvale di centinaia di importanti collaborazioni internazionali. Accanto alle tante opportunità che offriremo a Genova in questi giorni, per esempio, il pubblico in Sud America e in Bulgaria potrà visitare le nostre sale immersive installate in alcuni dei loro musei, per far conoscere le storie della nostra emigrazione anche all’estero.” sottolinea Paolo Masini.

ℹ️ Il programma completo.

Cosa è il Mei (Museo nazionale dell'emigrazione italiana)
Il Mei - Museo nazionale dell'emigrazione italiana – con sede a Genova, è nato dall’accordo tra il Ministero della Cultura, la Regione Liguria e il Comune di Genova con la volontà di raccontare molteplici aspetti del fenomeno migratorio italiano dall’Unità d’Italia ad oggi. Il riallestimento multimediale è visitabile all'interno della Commenda di San Giovanni di Pré, ristrutturata per l’occasione, e vive in stretta relazione con il Mu.MA - Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni e il Galata Museo del Mare. Da Genova milioni di italiani sono partiti diretti alle Americhe, all’Africa, all’Asia, all’Australia e all’Europa lasciando tutto per giocarsi un viaggio senza ritorno. Il MEI è nato per ricordare questi migranti, raccontare le storie e i motivi della partenza da punto di vista umano, storico, sociologico. Un museo innovativo e multimediale, dove i visitatori possono interagire con spazi e oggetti e vivere esperienze immersive grazie allo stato dell’arte della tecnologia. Vedere, ascoltare, imparare e mettersi alla prova, negli allestimenti scenografici di uno degli edifici medievali più̀ antichi della città. Il Museo è aperto dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.00.

L’allarme del Parlamento Ue sulla situazione dei diritti fondamentali in Europa

30 Aprile 2026 - Mercoledì 29 aprile 2026, il Parlamento europeo ha approvato un rapporto che traccia un bilancio “preoccupante” sullo stato dei diritti fondamentali nell’Unione per il periodo 2024-2025. Il documento è stato adottato con 328 voti favorevoli, 199 contrari e 98 astenuti. I deputati chiedono che i valori sanciti dall’articolo 2 del trattato Ue e dalla Carta dei diritti fondamentali siano rispettati in tutte le politiche dell’Ue e pienamente applicati dagli Stati membri. Questo perché essi ravvisano una pressione crescente portata al sistema dei valori dell'Unione dalla violazione dei diritti fondamentali, dai segnali di arretramento democratico, dalle interferenze politiche sul sistema giudiziario, dalla riduzione dello spazio concesso alla voce dei cittadini, dalle minacce alla libertà dei media e alla sicurezza dei giornalisti, nonché gli attacchi ai diritti delle donne e all’uguaglianza delle persone LGBTIQ+. In particolare, i deputati esprimono preoccupazione per il fatto che le interpretazioni nazionali divergenti della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue ne determinino un’applicazione disomogenea e inadeguata. Il Parlamento invita gli Stati membri ad allinearsi pienamente agli obblighi internazionali in materia di diritti umani e a garantire che l'attuazione del patto dell'Ue su migrazione e asilo - a questo tema sono espressamente dedicati i paragrafi da 46 a 52 del Rapporto - sia conforme agli obblighi in materia di diritti fondamentali e al principio di non respingimento. I deputati condannano le violazioni, tra cui i maltrattamenti nei confronti dei migranti e la violenza alle frontiere esterne dell'Unione, e chiedono operazioni coordinate di ricerca e soccorso, nonché un rapido sbarco. Sottolineano inoltre il divieto assoluto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti. La relatrice del Rapporto, Anna Strolenberg (Verdi/EFA, NL), ha dichiarato: «In tutta Europa, i diritti fondamentali di tutti i gruppi vulnerabili sono sotto pressione, mentre, allo stesso tempo, chi difende i diritti umani viene messo a tacere o addirittura criminalizzato. Chi si batte per gli altri dovrebbe essere protetto, non punito. I diritti fondamentali devono rimanere non negoziabili. Questa relazione non è astratta, riguarda vite reali e chiarisce ciò che deve essere fatto. La domanda è se la Commissione e gli Stati membri abbiano la volontà politica di farlo». (fonte: Parlamento europeo) [caption id="attachment_75488" align="aligncenter" width="1024"]Parlamento Europa (Foto: Parlamento europeo)[/caption]

Rifugiati e richiedenti asilo, il Centro Astalli ha presentato il Rapporto annuale 2026. Mons. Perego: i governi “chiudono gli occhi di fronte alla realtà”

29 Aprile 2026 - "Ogni persona merita di essere salvata". Le ultime parole della testimonianza introduttiva del rifugiato sudanese Mahamat Daoud, oggi mediatore culturale in Italia, hanno dato l'impronta alla presentazione del Rapporto annuale del Centro Astalli, la sede italiana del Jesuit Refugee Service (Jrs), tenutasi a Roma, presso l’Aula della Congregazione Generale della Curia Generalizia della Compagnia di Gesù a Roma. Il lavoro del Centro Astalli si colloca in un contesto internazionale segnato da instabilità geopolitica, indebolimento del multilateralismo e riduzione dei finanziamenti alla cooperazione umanitaria. In Europa e in Italia, a una diminuzione degli arrivi ha corrisposto un progressivo irrigidimento delle politiche migratorie, con il rischio concreto di limitare l’accesso alla protezione senza affrontare le cause profonde delle migrazioni forzate. [caption id="attachment_75458" align="aligncenter" width="1024"] Mahamat Daoud[/caption] I principali dati del Rapporto - che illustra le attività svolte nel 2025 a sostegno di richiedenti asilo, rifugiati e titolari di protezione internazionale in Italia - sono stati esposti e spiegati dal presidente del Centro Astalli, p. Camillo Ripamonti.  Anche in Italia, ha detto tra l'altro Ripamonti, "trasformiamo la fragilità in emergenza, la marginalità in questione di sicurezza, la persona migrante in problema da contenere". Il presidente del Centro Astalli ha quindi ribadito la necessità di rafforzare politiche pubbliche coerenti e strutturali, che garantiscano accesso ai diritti, al lavoro e alla casa: "Le sfide che abbiamo davanti possono diventare fattori di divisione oppure un’opportunità per costruire una società più coesa: la direzione dipende dalle scelte che siamo chiamati a compiere oggi". A seguire è intervenuto anche S.E. mons. Gian Carlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni (CEMi) e della Fondazione Migrantes, sollecitato dalle domande di Fiorenza Sarzanini, condirettrice del Corriere della Sera. Facendo riferimento ad alcune indicazioni del rapporto, mons. Perego ha affrontato il legame tra la distorsione della cooperazione allo sviluppo e la cattiva "gestione" del fenomeno migratorio, con dei riferimenti precisi alle incongruenze del cosiddetto "Piano Meloni" per l'Africa; si è soffermato sui muri all'effettiva inclusione posti dalla burocrazia, ricordando il paradosso emblematico che la migrazione in Italia negli ultimi anni è stata di fatto governata solo con quattro "decreti Sicurezza". Infine, ha rammentato la costanza del magistero recente della Chiesa, e in particolare di papa Francesco, a favore di una accoglienza fondata sulla "cultura dell'incontro". Perego Sarzanini Centro Astalli 2026 Tra i vari elementi di contesto in cui si inserisce la gestione del fenomeno migratorio in Italia, senz'altro il "tema casa", come emerge dal Rapporto, è diventato uno dei più urgenti e delicati: "Solo il 20% degli immigrati - ha sottolineato mons. Perego - ha una casa di proprietà contro l’80% degli italiani. Negli anni si è dimezzata la capacità degli immigrati di comprare casa (oggi solo il 5% delle transazioni riguardano i migranti) e l’affitto pesa talora fino al 60% sullo stipendio, soprattutto nelle grandi città. Questo genera sovraffollamento e insicurezza e una ‘ghettizzazione urbana’. La privatizzazione del mercato della casa ha strozzato l’offerta e ha creato un’escalation nei prezzi. Non si può programmare in tre anni l’arrivo di 500.000 persone e nei prossimi anni le stime dicono la necessità di almeno 200.000 lavoratori all’anno, senza un investimento sulla casa". In conclusione, il presidente della Fondazione Migrantes vede un approccio politico al governo della mobilità umana che "chiude gli occhi di fronte alla realtà".

A Padova il 28° raduno nazionale degli srilankesi in Italia

29 Aprile 2026 - Si svolgerà venerdì 1° maggio presso la basilica di Sant'Antonio da Padova il 28° raduno nazionale degli srilankesi in Italia. La solenne celebrazione eucaristica di ringraziamento inizierà alle ore 12 presso l'altare maggiore della basilica da S.E. mons. mons. Maxwell Silva, vescovo ausiliare di Colombo (Sri Lanka), e sarà concelebrata dal direttore generale della Fondazione Migrantes. mons. Pierpaolo Felicolo, assieme ai numerosi cappellani etnici srilankesi che operano in Italia. Un momento di preghiera, aggregazione e festa molto importante. Padova 2026 srilankesi

Centro Astalli, la presentazione del Rapporto annuale 2026 a Roma il 29 aprile. Con mons. Perego

27 Aprile 2026 - 21 Aprile 2026 - Mercoledì 29 aprile 2026 alle ore 11, presso l’Aula della Congregazione generale della Curia generalizia della Compagnia di Gesù (Borgo Santo Spirito, 4 – Roma), il Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, presenta il Rapporto annuale 2026, dedicato a un anno di attività in favore di richiedenti asilo e rifugiati in Italia.
Il programma
Interverranno:
  • S. E. mons. Gian Carlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes.
  • Fiorenza Sarzanini, condirettrice del Corriere della Sera.
La presentazione dei dati del Rapporto sarà a cura di p. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli. L’incontro sarà aperto da alcune testimonianze di rifugiati e rifugiate, che offriranno uno sguardo diretto sulle esperienze di accoglienza e integrazione.
Centro Astalli e rifugiati: attività e impegno
Il Rapporto annuale 2026 del Centro Astalli documenta le principali attività svolte nell’ultimo anno a sostegno di persone richiedenti asilo, rifugiati e titolari di protezione internazionale, attraverso servizi di accoglienza, assistenza legale, sanitaria e percorsi di integrazione. Ai partecipanti sarà distribuita una copia del Rapporto annuale 2026.

Per informazioni: astalli@jrs.net – 06 69925099

“Raccontare il futuro. I nostri primi 50 anni”. A Bologna il Convegno internazionale del Ccit

24 Aprile 2026 - Dalla sera del 24 fino al 26 aprile è in programma a Bologna il Convegno internazionale del Ccit (Comite Catholique International pour les Tsiganes) sul tema "Raccontare il futuro. I nostri primi 50 anni". Sarà presente ai lavori anche il direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpaolo Felicolo. Dopo l'accoglienza dei partecipanti, i lavori saranno introdotti sabato 25 aprile dalla presidente del Comitato, Cristina Simonelli. Domenica 26 aprile alle ore 11, presso l’Hotel Camplus, il presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, il card. Zuppi, presiede la Santa Messa per i partecipanti che chiuderà i lavori del convegno. Maggiori informazioni su https://www.ccitsiganes.org/. Ccit 2026

Messina, “I colori dell’Uni-D-iversità: quando le differenze diventano incontro”

24 Aprile 2026 - Lunedì 27 aprile, a partire dalle ore 17.30, i Chiostri dell’Arcivescovado di Messina (via Primo Settembre, 119) ospiteranno l’evento: “I colori dell’Uni-D-iversità: quando le differenze diventano incontro”. L'iniziativa, nata dalla sinergia tra l’Ufficio di Pastorale Universitaria e l’Ufficio Migrantes della Arcidiocesi di Messina - Lipari - S. Lucia del Mela, mira a valorizzare il protagonismo dei tanti giovani stranieri che hanno scelto l’Ateneo messinese per il proprio percorso formativo. L’obiettivo è trasformare la loro presenza accademica in una reale opportunità di crescita umana e sociale per l’intero territorio cittadino. Questi studenti rappresentano un patrimonio culturale e umano di alto profilo che interroga profondamente la comunità civile ed ecclesiale. "In un tempo segnato da divisioni, abbiamo scelto di scommettere sull’incontro," spiegano gli organizzatori. "Vogliamo passare dall’ascolto alla relazione, abbattendo i pregiudizi per costruire legami che vadano oltre le aule universitarie."
Il programma
L’incontro si articolerà in tre momenti cardine, pensati per favorire l'integrazione e la conoscenza reciproca:
  • accoglienza e saluti istituzionali: l’evento si aprirà con il benvenuto da parte dei rappresentanti degli organismi promotori. Un momento dedicato a onorare la presenza dei partecipanti e a ringraziare quanti hanno accolto l'invito, sottolineando il valore della condivisione e dell'incontro;
  • testimonianze e racconti: il cuore della serata vedrà protagonisti gli studenti internazionali, che presenteranno i propri Paesi d'origine condividendo sogni, sfide e i percorsi personali che li hanno condotti a Messina;
  • momento conviviale: la serata si concluderà con un tempo di fraternità e condivisione. Un’occasione per conoscersi "attorno a una tavola" e gettare le basi di nuove, autentiche amicizie.

ℹ️ Per informazioni, Ufficio Migrantes dell'Arcidiocesi: migrantes.me@alice.it

Messina Università Giovani

Alle Tre Fontane la festa della comunità dello Sri Lanka di Roma – Laurentina

24 Aprile 2026 - Si svolgerà sabato 25 aprile presso il santuario della Vergine della Rivelazione alle Tre Fontane (Roma) la festa della comunità dello Sri Lanka di Roma - Laurentina. La solenne celebrazione eucaristica, aperta a tutti gli interessati, sarà presieduta alle ore 12 dal Reverendo Abate Shamindra Jayawardena OSB Silv., abate generale della Congregazione Benedettina Silvestrina. Programma:
  • Ore 11.45 accoglienza dell'abate Shamindra Jayawardena OSB Silv.
  • Ore 12.00 S. Messa.
  • Ore 13.30 pranzo comunitario con buffet.

Pastorale etnica: a Roma nuovo incontro dei Coordinatori nazionali

23 Aprile 2026 - Nel corso della mattina del 23 aprile si sono riuniti a Roma, ospiti del coordinatore nazionale per i cattolici ungheresi, i coordinatori nazionali per la pastorale etnica in Italia. L'incontro si è tenuto presso Palazzo Falconieri, sede del Pontificio istituto ecclesiastico ungherese e dell'Accademia d'Ungheria. Dopo aver pregato insieme l'Ora media e dopo una breve presentazione di Palazzo Falconieri, l'incontro è stato animato da una riflessione teologica e spirituale guidata dal padre gesuita Mihály Szentmártoni, seguita da un momento di dialogo: "Il tema della riflessione è stato il 'timor di Dio' e ha attivato un bel confronto comune", racconta mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes. "C'è stato un bel clima, molto familiare, molto fraterno: c'è voglia di stare insieme. Si tratta di occasioni importanti nell'ordinarietà della nostra vita di servizio pastorale per ritrovarci in amicizia, per riflettere, per fermarci, per pregare. Si ripete così una formula efficace che negli scorsi mesi ha visto realizzarsi momenti simili, ospitati prima dai filippini, poi da lituani e infine dai polacchi".  

Guerra in Iran, voci dalla diaspora. Intervista a Minoo Mirshahvalad

23 Aprile 2026 - Siamo di fronte a una guerra dai contorni sfumati e priva di obiettivi credibili, figlia del contesto di crisi del sistema globale. «Mentre i missili colpiscono, il diritto internazionale viene armato. I civili in Iran e in tutta la regione subiscono le conseguenze più gravi», ha evidenziato Alain Berset, segretario generale del Consiglio d’Europa. Il mondo viene trasformato in una scacchiera, senza neppure il coraggio di «mostrare il volto della guerra e raccontarla con gli occhi delle vittime per non trasformarla in un videogame», come ha sottolineato papa Leone XIV. «Una guerra vera, con morte e sofferenza reali, trattata come un videogioco: è nauseante», ha confermato senza mezzi termini il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago. Obiettivi civili e culturali, risorse economiche e infrastrutture sociali: nulla sfugge ormai alla follia distruttiva della violenza e ai nuovi algoritmi della guerra ibrida. «Questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni», spiega Minoo Mirshahvalad, ricercatrice in Studi islamici presso l’Università di Copenaghen, esperta in tema di intersezioni fra religione, mobilità umana e genere nell’Europa contemporanea, con particolare attenzione alle minoranze musulmane e alle comunità sciite della diaspora. «Nei media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva della realtà». [caption id="attachment_75207" align="aligncenter" width="268"]Minoo Mirshahvalad Minoo Mirshahvalad[/caption]
Professoressa Mirshahvalad, come stanno reagendo alla guerra le comunità della diaspora iraniana in Europa e, in particolare, in Italia?
Come io riesco a capire, in base anche a quello che vedo nei media e nei social media in Europa, sembra che una parte della diaspora sia felice per questa guerra e che mostri tanto entusiasmo per il progetto coloniale che stanno portando avanti Israele e Stati Uniti. Questa parte della diaspora, ahimè, è stata molto sovraesposta dai media mainstream, anche in Europa, mostrandola come l’unica voce esistente della diaspora.
Come stanno raccontando la guerra i media italiani ed europei? Cosa manca, cosa eccede e cosa non viene capito?
Bisogna distinguere tra media mainstream e media alternativi. I media mainstream in Italia stanno vendendo questo progetto coloniale essenzialmente come la “liberazione delle donne iraniane”. Vengono dette cose surreali. Come quando si dice che ora non possono uscire di casa con il volto scoperto. Questa è un’assoluta falsità. Questa strumentalizzazione dei diritti delle donne purtroppo è molto forte e mi pare assolutamente patologica. Sui media alternativi la situazione è diversa: si cerca di dare un’immagine diversa del conflitto. Purtroppo, però, non raggiungono gli stessi numeri che hanno i media mainstream. Quello che non viene compreso è che questa guerra non è soltanto il frutto di fattori interni all’Iran, ma di un complesso di vari elementi, anche esterni. Per esempio, nei media mainstream non viene attribuita assolutamente nessuna responsabilità alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, per le violenze del gennaio 2026, il successivo massacro da parte dello Stato iraniano di tante persone che protestavano, e anche per la guerra. Nei media alternativi si cerca di dare un’immagine più complessa, con le sfumature dei vari livelli di grigio che ci sono in questa realtà. Ahimè nei media mainstream, invece, si tende a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e questa immagine polarizzante purtroppo è molto fuorviante e veramente riduttiva.
Il patrimonio culturale, storico e artistico è sempre più spesso considerato un obiettivo nei conflitti armati contemporanei, con una strategia militare finalizzata a colpire l’identità di un popolo, a cancellarne la memoria e, in ultima analisi, la sopravvivenza. È accaduto in Siria, Yemen, Nagorno-Karabakh, Ucraina, Libano e Striscia di Gaza. Ora sta accadendo in Iran. Che cosa tutti noi abbiamo già perduto?
L’Iran è pieno di siti archeologici, musei, beni culturali, e alcuni fanno parte anche del patrimonio Unesco. Tra quelli danneggiati o distrutti, stiamo parlando al momento di 56 musei in tutto l’Iran. A Teheran è stato colpito il Palazzo Golestan, un edificio del Settecento, patrimonio Unesco. Sempre a Teheran è stato distrutto il Grande Bazar ed è stato danneggiato il Palazzo del Parlamento. In altre città, il Castello di Falak-ol-Aflak, a Khorramabad, nella regione del Lorestan. Quando è stata presa di mira la regione di Esfahan, sono stati distrutti vari palazzi, fra cui il Chehel Sotun, Rakib Khane, la Sala Teimuri. Nella Piazza Naqsh-e Jahan sono andati in frantumi i vetri del Palazzo Ali Qapu, che è uno dei monumenti più emblematici della città di Esfahan e parte di uno dei complessi storici più importanti dell’Iran. E questi sono solo alcuni dei monumenti distrutti. Fra l’altro, Esfahan è una città gemellata con Firenze, ed è la più ricca tra le città iraniane dal punto di vista del patrimonio culturale e artistico.
Da decenni, giovani iraniani arrivano in Italia per motivi di studio, spesso lasciando un contesto percepito come oppressivo. Quale visione di “Occidente” emerge nei loro percorsi di vita?
Mi pare che ne venga fuori un’immagine utopica dell’Occidente come luogo dell’uguaglianza di genere, della democrazia, dei diritti per tutti, della libertà di culto, della libertà di espressione. Sono valori molto alti, che vengono “venerati” nei media e trasmessi ai giovani iraniani ancora prima di arrivare in Italia, una venerazione che continua anche nei primi anni dopo l’arrivo. La presa di queste immagini, di questi – possiamo dire – stereotipi su cosa sia l’Occidente è molto forte. Però, chi resta a lungo a vivere in Italia o in altri Paesi europei, riesce pian piano a rendersi conto che quell’immagine utopistica che gli è stata raccontata negli anni non corrisponde alla realtà.
Che ruolo hanno le comunità religiose nel promuovere una partecipazione autentica, che non sia solo assistenzialismo, ma valorizzazione di talenti e aspirazioni delle persone migranti?
Faccio parte di un gruppo di ricerche all’Università di Copenaghen che studia specificamente la diaspora iraniana. In base a quello che studiamo e in base alla letteratura esistente, quella iraniana non è una diaspora impegnata nelle attività religiose. È marcatamente laica. Anzi, non è soltanto irreligiosa, ma proprio antireligiosa. Nello specifico è molto islamofoba. Essa vede nell’islam le radici di tutti i problemi che ha. Questo fa sì che la religione non abbia alcun ruolo nel gestire o valorizzare talenti e aspirazioni delle persone migranti. Cioè, la rilevanza della religione in questo caso è un fattore assolutamente da escludere.
Quali prospettive intravede per la popolazione iraniana della diaspora?
Per gran parte della popolazione iraniana in diaspora, considerando i suoi ultimi sviluppi, a essere sincera, non vedo grandi prospettive. Si tratta prevalentemente di persone con scarsa formazione culturale, superficiali, che vedono il mondo in bianco e nero, diviso tra buoni e cattivi, ispirate da quello che viene dato loro in pasto intellettualmente nei media mainstream. Quindi, mi sembra che non si tratti di una comunità profonda o dotata di una visione critica. Personalmente, non sono ottimista per il futuro della diaspora iraniana.  (Simone Varisco | "Migranti Press" 3-4 2026)

Vescovi Ue: mons. Crociata (Comece), “saremo giudicati da come avremo operato di fronte alle inarrestabili ondate migratorie”

22 Aprile 2026 - “Mi permetto di dire che verrà un tempo in cui noi cristiani saremo giudicati su come avremo valutato e operato ciò che sta avvenendo con le ondate migratorie che si susseguono inarrestabili”. Nella sua relazione pronunciata in apertura all’Assemblea plenaria dei vescovi Ue a Cipro, mons. Mariano Crociata ha parlato anche delle migrazioni e dell’asilo, facendo riferimento in particolare alla recente posizione assunta dal Parlamento europeo sul tema dei rimpatri o del ricorso a paesi terzi. “Il nostro Segretariato – ha detto Crociata –  è impegnato a seguire in via prioritaria e con particolare attenzione la questione, come tutto il pacchetto delle politiche migratorie e di asilo e la loro applicazione nei nostri paesi, per il rilievo non solo umanitario o morale che hanno, ma anche per il loro significato epocale”. “È chiaro che ci vuole criterio e proporzione anche o soprattutto in queste cose, ma la linea e il principio sono le cose fondamentali. E qui il fatto di cui bisogna prendere atto è che c’è un mondo di miseria, fatto di miliardi di esseri umani, che non sopportano più di continuare a vivere in quella condizione mentre sanno che la nostra parte di umanità vive nel benessere. C’è una istanza di equità, di equilibrio che non può essere cancellata. Non vorrei esagerare, ma il paragone deve essere fatto con le epoche di riduzione in schiavitù e di deportazione di masse umane dai paesi africani e da altrove, nella perfetta ignoranza o perfino nella giustificazione dell’Occidente cristiano di allora. Ciò che ha portato un papa come san Giovanni Paolo II a chiedere pubblicamente perdono”. (M.C.B./Agenzia SIR)