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Rallegriamoci, Gesù è con noi: la domenica del Papa

15 Marzo 2021 - Città del Vaticano - Rallegrati. È l’imperativo che ci accoglie, è l’antifona di ingresso, nella celebrazione di questa quarta domenica di Quaresima, domenica laetare che si è celebrata ieri. Ci viene chiesto di gioire perché siamo prossimi al tempo di Pasqua, e sappiamo che il tempo non è fermo al venerdì della passione, ma è segnato dalla domenica di resurrezione. Rallegriamoci, dunque, di fronte all’amore di Dio che ha inviato il figlio unigenito “perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Siamo oltre la metà del tempo di Quaresima e dalla liturgia ci viene l’invito alla speranza. Nel libro delle Cronache si narra l’ira del Signore, che punisce il peccato di Israele con la distruzione di Gerusalemme, e con l’esilio; ma anche la grande misericordia, il dono della salvezza a opera di Ciro re di Persia. Nella lettera agli Efesini, san Paolo scrive di “Dio ricco di misericordia”, il quale proprio “per il grande amore con il quale ci ha amato” ci ha salvati, ci ha risuscitati. E Giovanni, nel Vangelo, ricorda che Dio ha mandato il figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Interrompendo per un momento l’austerità del tempo di Quaresima, la liturgia ci invita alla letizia, alla gioia, e alla speranza. E questo vale per tutti, soprattutto per quei popoli che sono vittime di guerre e violenze. Così papa Francesco ricorda che «dieci anni fa iniziava il sanguinoso conflitto in Siria, che ha causato una delle più gravi catastrofi umanitarie del nostro tempo»: morti, feriti, milioni di profughi, migliaia di scomparsi; distruzioni e violenze di ogni genere e «immani sofferenze per tutta la popolazione, in particolare per i più vulnerabili, come i bambini, le donne e le persone anziane». Come già nel suo ultimo viaggio in Iraq, il Papa rinnova l’appello alla pace e l’invito a un nuovo impegno della comunità internazionale affinché siano «deposte le armi, e si possa ricucire il tessuto sociale e avviare la ricostruzione e la ripresa economica». Rallegrati. Vale per i poveri, le persone sole e abbandonate: la vittoria del bene sul male deve risuonare ovunque, e ridare speranza anche là dove violenza e aggressività rischiano di stravolgere la vita delle persone. Nel dialogo con Nicodemo, un fariseo, che va a trovarlo di notte, Gesù mette in crisi le aspettative di chi, come Nicodemo, attendeva un Messia, «uomo forte che avrebbe giudicato il mondo con potenza». Invece, Gesù si presenta sotto l’aspetto «del figlio dell’uomo esaltato sulla croce; del figlio di Dio mandato nel mondo per la salvezza»; e sotto l’aspetto della «luce che distingue chi segue la verità da chi segue la menzogna». Nicodemo pensa di poter portare dalla sua parte Gesù, ma lo va a trovare di notte, per non essere visto; crede, ma non ha il coraggio di andare fino in fondo, di accettare ciò che comporta una scelta radicale. È un uomo in ricerca, ma è ancora nell’oscurità, nella notte. Nicodemo, in fondo, è come tutti noi. Anche a lui, come a tutti noi, Gesù dice “rallegrati”. Veniamo ai tre aspetti indicati dal Papa. Giovanni vede nella passione e morte, lui testimone sotto la croce, un innalzamento, cioè un modo per far vedere la gloria del Signore, in un momento in cui sembra che sia il male e la morte ad avere la vittoria sul bene e sulla vita. La missione di Gesù, afferma papa Francesco all’Angelus, «è missione di salvezza per tutti»; è il secondo aspetto. Infine, la luce che distingue la verità dalla menzogna. La venuta di Gesù, dice papa Francesco, provoca una scelta: «chi sceglie le tenebre va incontro a un giudizio di condanna, chi sceglie la luce avrà un giudizio di salvezza. Il giudizio sempre è la conseguenza della scelta libera di ciascuno: chi pratica il male cerca le tenebre, il male sempre si nasconde, si copre. Chi fa la verità, cioè pratica il bene, viene alla luce, illumina le strade della vita. Chi cammina nella luce, chi si avvicina alla luce, non può fare altro che buone opere”. Questo è l’impegno cui siamo chiamati in Quaresima: “accogliere la luce nella nostra coscienza, per aprire i nostri cuori all’amore infinito di Dio, alla sua misericordia piena di tenerezza e di bontà, al suo perdono». Senza dimenticare, ci dice il Papa, che «Dio perdona sempre se noi con umiltà chiediamo il perdono. Basta soltanto chiedere il perdono, e lui perdona”. Il perdono di Dio «rigenera e dà vita». (Fabio Zavattaro - Sir)    

Quaresima: la missione di un eremo

4 Marzo 2021 - Loreto - Fonte Avellana nelle Marche: un monastero immerso nel verde, pietre antiche intagliate a mano, una comunità silenziosa di monaci, uno spirito fondatore, quello di Pier Damiani. Ma la sua ispirazione, lui la trovava in un eremo lontano: a Gamogna, nell’Appennino tosco-emiliano. L’antico eremo è appollaiato su un crinale, a mille metri di altezza, circondato, anzi protetto, come un tesoro da cime di montagne tutt’intorno. Quasi un nido d’aquila. Emerge dai boschi soffici, estesi, di castagni rigogliosi. Il silenzio è perfetto, verdissimo. Il silenzio, infatti, prende il colore del luogo che lo accoglie e lo sposa. Prima di arrivare, una scritta vi invita: Entrate nel silenzio. Eremo di Gamogna. Fare silenzio è sempre un dolce invito. Non si può imporlo urlando, per non entrare in contraddizione. È un invito calmo, seducente perché è entrare in un regno: quello dell’ascolto. E il primo a mettersi in ascolto sarà proprio colui che invita gli altri a farlo. Un cammino che si fa sempre in tre fasi: la prima, quando si entra. Poi, quando lo si abita e si resta nella pace. Infine, quando si esce. Per prendere dimora nel silenzio, è vero, c’è sempre una soglia da varcare. E il cammino è verso la tua interiorità. Nella chiesetta dell’eremo la preghiera procede solenne, regolare, melodiosa, accompagnata fuori, spesso, dal cadere precipitoso dell’acqua e da folate di vento tormentate. Splendida immagine simbolica della vita di san Pier Damiani: monaco, abate a Fonte Avellana, fondatore di quest’eremo nel 1053. Poi, cardinale, diplomatico inviato dal Papa a Milano, a Ravenna, a Faenza, per dirimere controversie o conflitti. In tempi difficili, una forza tranquilla di riforma. Parola e scritti fecondi e profondi, radicati nella preghiera e nella sete di deserto di qui. In tempi duri e tempestosi. A qualche passo dall’eremo, un cartello in legno, vicino al bosco, in bella calligrafia, recita: San Pier Damiani, dimmi una parola. Curioso modo di interpellare un santo che nacque mille anni fa. «Ma mille anni sono come il giorno di ieri che è passato...», riecheggia qui un salmo (89,4), cantato con leggerezza invidiabile. Più avanti, un altro cartello, quasi in risposta: Beata colei che ha creduto (Lc 1,45). Per continuare è necessario inerpicarsi per un sentiero ripidissimo. Sì, la fede è un cammino in salita, con il fiato corto, dove resistenza e fiducia sono ingredienti indispensabili. Lo comprendi qui, salendo. Alla sommità, una splendida statua di Madonna sorridente col Bambino, seduta quasi sul vuoto del dirupo: altro aspetto che parla ancora della nostra fede di credenti. Costruire sul vuoto o, meglio, sul poco. Quale immagine più vera dell’opera di Dio? Trovarsi, così, in pieno deserto, seppure fra verdissimi Appennini dove solitudine, pioggia, vento e sole erodono ogni aspetto fugace nel corso dei tempi. Dove camminare per sentieri solitari è incontrare l’essenza delle cose. Dei tuoi sentimenti. Ma, in fondo, quest’eremo lo senti stranamente ancora abitato e avverti la presenza invisibile di una infinita processione: una moltitudine di santi eremiti, di pellegrini e di penitenti. Si snoda lungo secoli interminabili di digiuno, di ascesi e di preghiera. Corteo immenso, che coltivava quell’amore al creato, che ritrovi ancora qui, nelle pietre lavorate al cesello. Un amore ancora più grande per il Creatore, che impregna le pareti annerite della chiesa. E una passione per la semplicità, la bellezza, l’interiorità. A loro tutto serviva per affinarsi lentamente e in lunghissimi anni prepararsi all’incontro con Dio. Trasformando questo monastero solitario in una lampada di spiritualità. O una città luminosa, posta sul monte. Un cimitero piccolo e discreto accanto all’eremo, circondato da un alto muro sbrecciato, si stende in fondo a un dolce avvallamento. Visto dall’alto, ti sembra di intuire la pietà di queste cime tutt’intorno, quasi per cullare con cura quello che resta di uomini, costruiti dal silenzio e da una lunga preghiera. Soli e abbandonati all’Assoluto. In fondo, era il loro più profondo desiderio. Riposare, un bel giorno, in pace. Respirare, finalmente, l’amore di Dio. Raggiungere il mistero dell’essere umano e del suo Creatore. Ed è sempre vero ciò che si dice: «Quello che desideri più profondamente, un giorno, avverrà...» Ripenso, allora, alle prime parole del Libro di vita, aperto su un tavolo, in quest’eremo, quassù. «Accogli con tutto te stesso l’amore che Dio ti dona per primo. Rimani sempre ancorato a questa certezza, la sola a dare senso, forza e gioia alla tua vita. Non si allontanerà mai da te il suo amore, non verrà mai meno la sua alleanza di pace con te. Egli ha impresso il tuo nome sulle palme delle sue mani». Parole che mi incamminano sulle orme di san Pier Damiani, che ricordava ai suoi monaci: «Se tutta la tua vita sarà un’accoglienza libera e gioiosa del suo amore, una ricerca laboriosa e paziente del suo volto, solo con il Solo, sarai come un figlio davanti a Lui». A sera, in silenzio, questo complesso monastico mi lascia intravedere una misteriosa bellezza. Mi domando da dove provenga questo fascino segreto, se non dall’ordine morale, spirituale dei monaci. Ma l’ordine delle cose non è tanto una risposta a un comando, quanto una risposta concreta a un amore. Lo vedi, quando si ripone un oggetto, si chiude una porta. La delicatezza esprime un mettere in pratica una fratellanza e una complicità nascosta con ogni creatura. Essa fa parte di un creato, di un ordine, opera di Dio. Lo vedi dalla cura ai dettagli, alle cose, che si riflette nell’opera delle loro mani. Un amore coltivato per Dio che qui si incarna e passa dall’animo al volto, dallo spirito al corpo. Il cuore di un monaco si rivela così. Il silenzio, poi, nella notte è sovrano. Accarezzato da una luna piena, protegge tutte le cime attorno e le vallate, che discendono con un chiarore delicato e generoso. Enormi pieghe boscose, soffici, scendono digradando verso il basso, con dense ombre nere, lunghissime. Quassù, sulla vetta, arriva qualche fruscio, ogni tanto, uno stridio isolato, un lamento di uccello notturno... E non fa che rendere, di notte, il silenzio ancora più grande. Lo sottolinea, quasi. Poi, assistere alla nascita del sole. Oggi, una vera battaglia. Nuvole grandi, nere, distese su tutto il cielo, un vento pauroso e tremendo. Tutto fremeva sulla montagna. Quasi con forza, la luce si faceva avanti ed era un vero dramma, scritto sulle pagine immense del cielo verso levante. Il sole si mostrò, infine, più forte, con sprazzi di luci laceranti e sguainati come spade accecanti. Là dove imperavano le tenebre, la luce, finalmente! «Dove è abbondante la colpa, sovrabbonda la grazia» (Rm 5,20). Consolante verità dello sguardo di Dio per ogni vita, pur miserabile o perduta che sia. Quest’alba tormentata, però, mi ricorda una certezza. Nascere, in fondo, è sempre una conquista. Anche quando si tratta di idee nuove, di intuizioni o di progetti che sorgono in te. «Sono nato, per nascere…» scriveva Pablo Neruda. La libertà di esistere non ti è mai regalata: è un vero combattimento. E se condotto con la forza tranquilla e misteriosa di Dio, sarà vittorioso. Sì, ancora un insegnamento di vita dall’eremo, quassù. In fondo, tutto questo, nel nostro deserto di oggi, la pandemia, per un eremo sperduto tra i monti, resterà la sua lezione più grande. Il cuore della sua missione. (Renato Zilio – Migrantes Marche)    

Saliamo sul monte

1 Marzo 2021 - Città del Vaticano - La seconda domenica di Quaresima, che si è celebrata ieri, ci propone due monti di Dio: il Moira e il Tabor, tradizionalmente indicato come il monte della trasfigurazione di Gesù. Antico e Nuovo Testamento che narrano una storia fatta di ascolto, obbedienza. Nel primo, la tradizione vuole che sia il luogo del Tempio di Gerusalemme, troviamo il padre Abramo che, per fedeltà al Signore, compie un viaggio di tre giorni per raggiungere il luogo dove offrire in olocausto il figlio Isacco, il figlio unigenito, amato. L’amore paterno, la cui fede è messa alla prova; e l’amore del figlio che si fida ciecamente del padre e obbedisce. L’altro monte, il Tabor, è il luogo dove il Padre mostra il figlio “l’amato”, colui che sarà l’agnello da sacrificare, il Salvatore. È un parallelo che non può sfuggirci: Abramo è il padre dell’Antico testamento che obbedisce a Dio; Gesù si mostra a Pietro, Giovanni e Giacomo nella sua gloria, Mosè e Elia che conversano con lui. Avvolti dalla nube, i discepoli ascoltano le parole del Padre: “questi è il figlio mio, l’amato”. In tutte le religioni i monti sono i luoghi del dialogo privilegiato con Dio. Sul monte Moira Dio si rivela a Abramo come potenza; sul Sinai, Dio si rivela a Mosè come legge. Sul monte Hira Maometto riceve la scrittura, Dio si rivela come parola. Sul Calvario Dio si rivela, nel figlio, nella sua umanità: è il Dio della croce, dell’amore, del perdono. La Quaresima è, dunque, un ritrovare la specificità del cristiano, una originalità rispetto alle cose del mondo, che richiama il silenzio del deserto, il luogo della prova e dell’ascolto della parola. È anche il tempo della preghiera, perché “pregare non è mai evadere dalle fatiche della vita; la luce della fede non serve per una bella emozione spirituale”, né ad evadere dalla realtà, perché la missione del cristiano è “essere piccole lampade di Vangelo”. Parole che Papa Francesco pronuncia prima della recita dell’Angelus, in una piazza san Pietro dove sono presenti un migliaio di persone. Preghiera, ma anche un digiuno molto particolare, è il “consiglio” di Francesco, “che non vi darà fame: digiunare dai pettegolezzi e dalle maldicenze. È un modo speciale. In questa Quaresima non sparlerò degli altri, non farò chiacchiere... E questo possiamo farlo tutti, tutti. È un bel digiuno”. Domenica nella quale Marco narra la trasfigurazione di Gesù davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni. Un evento che avviene dopo le parole del Signore con l’annuncio di quanto sarebbe accaduto a Gerusalemme nella Pasqua. “Possiamo immaginare – dice Francesco – cosa dev’essere successo allora nel cuore dei suoi amici più intimi: l’immagine di un Messia forte e trionfante viene messa in crisi, i loro sogni vengono infranti, e li assale l’angoscia al pensiero che il Maestro in cui avevano creduto sarebbe stato ucciso come il peggiore dei malfattori”. Sul monte Gesù si trasfigura, le sue vesti diventano “splendenti, bianchissime”, leggiamo in Marco, “anticipano la sua immagine da risorto – afferma il Papa – offrono a quegli uomini impauriti la luce della speranza per attraversare le tenebre: la morte non sarà la fine di tutto, perché si aprirà alla gloria della risurrezione”. Quella luce è “invito a ricordarci, specialmente quando attraversiamo una prova difficile, che il Signore è Risorto e non permette al buio di avere l’ultima parola. A volte capita di attraversare momenti di oscurità nella vita personale, familiare o sociale, e di temere che non ci sia una via d’uscita. Ci sentiamo spauriti di fronte ai grandi enigmi come la malattia, il dolore innocente o il mistero della morte. Nello stesso cammino di fede, spesso inciampiamo incontrando lo scandalo della croce e le esigenze del Vangelo, che ci chiede di spendere la vita nel servizio e di perderla nell’amore, invece di conservarla per noi stessi e difenderla”. C’è bisogno di una luce che “illumini in profondità il mistero della vita e ci aiuti ad andare oltre i nostri schemi e i criteri di questo mondo”. Anche noi siamo chiamati a salire sul monte, dice il Papa, perché “è bello per noi essere qui”, ma non deve diventare “una pigrizia spirituale. Non possiamo restare sul monte e godere da soli la beatitudine di questo incontro”. Gesù ci chiede di scendere a valle, tra i nostri fratelli e nella vita quotidiana. “Salire sul monte non è dimenticare la realtà”. (Fabio Zavattaro - Sir)  

Combattere contro il male

22 Febbraio 2021 - Città del Vaticano - Prima domenica di Quaresima. Quaranta giorni, il tempo dell’attesa, della purificazione. Cifra simbolica: quaranta sono i giorni, e le notti, che Noè trascorre nell’arca durante il diluvio; quaranta i giorni che Mosè passa sul monte Sinai, per accogliere la legge e in questo tempo digiuna. Quaranta gli anni che il popolo di Israele impiega per raggiungere dall’Egitto la terra promessa: «un lungo periodo di formazione per diventare popolo di Dio» diceva Papa Benedetto XVI nella Quaresima del 2012. Il profeta Elia impiega quaranta giorni per raggiungere il monte Oreb dove incontra Dio. Quaranta sono i giorni che Gesù trascorre nel deserto, il luogo del silenzio, e delle tentazioni. Il luogo dove Dio «parla al cuore dell’uomo», dove «sgorga la risposta della preghiera, cioè il deserto della solitudine, il cuore staccato da altre cose e solo in quella solitudine si apre alla Parola di Dio» afferma papa Francesco all’Angelus di ieri. Mercoledì le ceneri sul nostro capo, inizio della Quaresima, atto che ci ricorda come tutta la nostra esistenza è simile alla cenere, polvere che consuma sicurezze, orgoglio. Polvere come la sabbia del deserto. È nel deserto che Gesù «rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano», come leggiamo in Marco. Il deserto rappresenta la nostra vita, in un certo senso, con le sue difficoltà e le sue debolezze, con la nostra volontà di ascoltare e la nostra incapacità di resistere alle tentazioni. Il deserto è il luogo del silenzio, della povertà; il luogo dove l’uomo è solo, privato di tutto e bisognoso di tutto.  «Ma è anche il luogo della prova e della tentazione – dice Francesco – dove il tentatore, approfittando della fragilità e dei bisogni umani, insinua la sua voce menzognera, alternativa a quella di Dio, una voce alternativa che ti fa vedere un’altra strada, un’altra strada di inganno. Il tentatore seduce». È nel deserto che inizia il “duello” tra Gesù e il maligno che si concluderà con la Passione e la croce, dice il Papa: «tutto il ministero di Cristo è una lotta contro il Maligno nelle sue molteplici manifestazioni: guarigioni dalle malattie, esorcismi sugli indemoniati, perdono dei peccati. È una lotta». Luogo di morte il deserto, non c’è acqua, non si può coltivare nulla, non c’è vita, e forse viene meno anche la speranza. Eppure, è il luogo dove proprio l’essere privati di tutto porta ad affidarsi totalmente al Signore, diventando così il luogo del dialogo con Dio, come ci ricorda la liturgia. Ricorda il Papa: «nelle tentazioni Gesù mai dialoga con il diavolo. Nella sua vita Gesù mai ha fatto un dialogo con il diavolo. O lo scaccia via dagli indemoniati o lo condanna o fa vedere la sua malizia ma mai un dialogo». Anche nel deserto non c’è dialogo tra Gesù e il diavolo: questi fa tre proposte e Gesù «non risponde con le sue parole. Risponde con la Parola di Dio, con tre passi della Scrittura». Mai dialogare con il tentatore, ribadisce Francesco, altrimenti saremo sconfitti: «non c’è dialogo possibile» con il tentatore. Così la morte sul Calvario non è la vittoria del diavolo, ma «l’ultimo deserto da attraversare per sconfiggere definitivamente Satana e liberare tutti noi dal suo potere. E così Gesù ha vinto nel deserto della morte per vincere nella Risurrezione», afferma il Papa che dice: «il nemico è lì accovacciato». Il deserto non è solo territorio presente in alcuni luoghi del mondo, è anche nella nostra vita quotidiana. Non luogo fisico, dunque, «ma dimensione esistenziale in cui fare silenzio, metterci in ascolto della parola di Dio, perché si compia in noi la vera conversione». Ci sono giornate in cui non siamo capaci di avvicinare l’altro, di tendere la mano a chi chiede il nostro aiuto. Ma è proprio in questo deserto che facciamo la prova dell’ascolto della parola di Dio, quando ci troviamo a rispondere alla domanda di fondo: che cosa conta davvero nella mia vita? «Gesù nel deserto ci ricorda che la vita del cristiano, sulle orme del Signore, è un combattimento contro lo spirito del male». Gesù ha vinto il male. «Dobbiamo essere consapevoli della presenza di questo nemico astuto», afferma il Papa, e dobbiamo «prepararci a difenderci da lui e a combatterlo”. La Pasqua «è la vittoria definitiva di Gesù contro il Maligno, contro il peccato e contro la morte». (Fabio Zavattaro - Sir)    

Piaghe del presente e orizzonti di Resurrezione

17 Febbraio 2021 - Roma - La Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) pubblica oggi, sul proprio sito e sul sito dell’Ufficio per le comunicazioni sociali, il Sussidio pastorale per la Quaresima, dal titolo “Piaghe del presente e orizzonti di Resurrezione”. Il testo segue un racconto tra le “stazioni della croce” nell’oggi. È un viaggio tra le piaghe per rintracciare le orme luminose: malattia, morte, lutto, solitudine, emarginazione, povertà, assenza di lavoro… Il tutto scelto tra titoli attuali, di recente diffusione, disponibili sulle principali piattaforme in streaming come pure in home video. Obiettivo del testo, è raccontare gli affanni della quotidianità – i nostri affanni – segnati da debolezze, discese e risalite, per ricordare che Cristo è con noi, è vicino alla nostra umanità sofferente, piegata e piagata. La sua presenza è invito a guardare oltre la croce, oltre il sepolcro. L’occhio diventa, allora, specchio della conversione interiore e appello a non fermarsi nella ricerca della luce che dà pace. Buon cammino di Quaresima! (Vincenzo Corrado)

Le Ceneri ci liberano dalle scorie

17 Febbraio 2021 - Ceneri. Di questi tempi, così difficili, di ceneri ne abbiamo viste tante e subite ancora di più. Sono andate in cenere le relazioni normali dell’ossatura del nostro quotidiano. Sono andati in cenere i programmi custoditi dentro di sé: di lavoro, di crescita, di conoscenza. Abbiamo visto scorrere davanti ai nostri occhi attoniti bare su bare per andare ad incenerirsi. Ancora una volta ceneri. I giovani si vedono privati del consueto ritmo scolastico e perfino la scuola diventa un luogo agognato. Ceneri sul loro presente e sul loro futuro. E oggi dovremmo ricevere, come di tradizione per dei credenti, ancora delle Ceneri? Siamo sicuri che il Covid-19 non abbia intaccato, quanto meno per paura, la nostra psiche? Eppure, proprio sì. Oggi le Ceneri possono e devono scendere sul nostro capo e, soprattutto, scendere dentro di noi. Potremmo asserire che di penitenza con il lockdown ne abbiamo avuta abbastanza. Non sarebbe, in fin dei conti, neppure sbagliato… Le Ceneri però che danno inizio al percorso quaresimale, posseggono un’altra valenza, molto precisa e, in fin dei conti, autenticamente gioiosa. Quel cumuletto di ceneri che il sacerdote benedice non sono solo un richiamo ad un inizio, ci donano già la prospettiva del traguardo che ci viene, gratuitamente, donato. Infatti sono il sedimento dell’ulivo che, nella Domenica delle Palme abbiamo agitato festosamente, inneggiando al Cristo Signore che entrava in Gerusalemme: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore, Osanna al Figlio di David! L’ulivo è segno di pace, la colomba lo portò nel becco a Noè e noi sappiamo che l’Altissimo giurò a se stesso che mai più il diluvio, cioè la catastrofe universale, avrebbe colpito l’umanità. L’ulivo è segno della fecondità della terra ma anche del popolo di Israele che rimane fedele all’alleanza, rimane saldo e produce frutto. Certo l’oliva deve lasciarsi spremere, torchiare per produrre quell’olio che per noi è vita, è balsamo di ogni ferita. Perché allora proprio bruciare quei rami? Non è semplicemente per conservarli, la fantasia umana è capace di escogitare mille e un modo di conservazione. Bruciare non significa annientare, come non si annienta un corpo nella cremazione. Non significa distruggere e perciò colpire con la dissoluzione. Bruciare e incenerire significa passare al fuoco che purifica, che libera dalle scorie. Infatti quando quella cenere scende sul nostro capo l’invito è gioioso, sotteso quel canto dell’ingresso del Signore nella Santa Città di Gerusalemme: “Convertiti e credi al Vangelo”. Rivolgiti a Lui, passando di cenere in cenere, con tutta l’umanità ma non lasciandoti deprimere o annichilire ma volgendo il cuore e lo sguardo oltre, portando dentro Colui che, alla fine del cammino quaresimale, riconosceremo come il Signore Risorto. Allora nulla sarà vano e non saremo ridotti a nulla: le nostre relazioni, per quanto limitate, acquisteranno forza ed energia, i nostri giovani ritroveranno la molla interiore per sfidare ogni difficoltà, i nostri anziani sapranno sorridere e ammonire: guarda più in là, guarda oltre. Non è un paradosso per eliminare i problemi, fingere di non volerli vedere e prenderli in considerazione. È segno grande di vita, non quello della Fenice che nella mitologia rinasce riproponendosi in piena vitalità. Il segno è quello Re vittorioso che, proprio nel segno cinerino, ci fa intravvedere la vita, la gioia della Pasqua, il Volto di Colui che è Risorto e cammina con noi. Basta riconoscerne l’invito: “Convertiti e credi nel Vangelo”. (Cristiana Dobner – Sir)  

Oggi inizia il Tempo di Quaresima

17 Febbraio 2021 - Roma – Inizia oggi, 17 febbraio, Mercoledì delle Ceneri, il periodo della Quaresima. È il «tempo forte» che prepara alla Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano. Anche la Quaresima 2021 sarà segnata dalla pandemia e dalle misure anti-Covid che scandiscono la vita ecclesiale in Italia. La Quaresima si conclude il Giovedì Santo con la Messa in Coena Domini (in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e in cui si svolge il rito della lavanda dei piedi) che apre il Triduo Pasquale. Quest’anno la Pasqua viene celebrata il 4 aprile quando nelle parrocchie del Paese diventerà obbligatorio l’uso del nuovo Messale Romano in italiano tradotto dalla CEI.  In questo itinerario di quaranta giorni che conduce al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero di Salvezza, «rinnoviamo la nostra fede, attingiamo l’“acqua viva” della speranza e riceviamo a cuore aperto l’amore di Dio che ci trasforma in fratelli e sorelle in Cristo», ricorda papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2021. Oggi, Mercoledì delle Ceneri, è giorno di digiuno e astinenza dalle carni (così come lo è il Venerdì Santo, mentre nei Venerdì di Quaresima si è invitati all’astensione dalle carni). La cenere imposta sul capo è un «austero simbolo» che ricorda la nostra condizione di creature ed esorta alla penitenza. La pandemia modifica il rito delle Ceneri per adeguarlo alle misure anti-Covid e farne un atto “sicuro”. Secondo le indicazioni della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, il sacerdote imporrà le ceneri sul capo dei fedeli ma senza pronunciare le formule previste nel Messale Romano: «Convertitevi e credete al Vangelo» oppure «Ricordati, uomo, che polvere tu sei e in polvere ritornerai». Le parole verranno dette una volta per tutti dall’altare dopo che il celebrante avrà benedetto le ceneri. Poi, una volta igienizzate le mani e indossata la mascherina, farà cadere le ceneri sulla testa di «quanti si avvicineranno a lui o, se opportuno, egli stesso si avvicinerà a quanti stanno in piedi al loro posto». A differenza del rito romano, in quello ambrosiano non c’è il rito del Mercoledì delle Ceneri dal momento che la Quaresima inizia domenica 21 febbraio quando che vengono imposte le ceneri durante le Messe festive della giornata. Una delle particolarità del rito ambrosiano, durante la Quaresima, è quella dei cosiddetti venerdì «aliturgici», parola tecnica che significa “senza liturgia eucaristica”. Il digiuno, l’elemosina e la preghiera sono i segni, o meglio le pratiche, della Quaresima. Papa Francesco, nel suo Messaggio, le definisce «le condizioni e l’espressione della nostra conversione». E aggiunge: «La via della povertà e della privazione (il digiuno), lo sguardo e i gesti d’amore per l’uomo ferito (l’elemosina) e il dialogo filiale con il Padre (la preghiera) ci permettono di incarnare una fede sincera, una speranza viva e una carità operosa». Come nelle settimane che precedono il Natale, in Quaresima i paramenti liturgici del sacerdote mutano e diventano viola, colore che sollecita a un sincero cammino di conversione. Durante le celebrazioni, inoltre, non troviamo più i fiori ad ornare l’altare, non recitiamo il “Gloria” e non cantiamo l’“Alleluia”. La pandemia ha modificato l’agenda di papa Francesco per la Quaresima 2021. Nel Mercoledì delle Ceneri del Pontefice non ci sarà la Messa nella Basilica di Santa Sabina sull’Aventino a Roma con la tradizionale processione penitenziale, ma la celebrazione è in programma alle 9.30 nella Basilica Vaticana, presso l’Altare della Cattedra, con una «partecipazione molto limitata di fedeli nel rispetto delle misure di protezione previste», ha fatto sapere la Sala Stampa della Santa Sede, Cambiano anche le modalità degli Esercizi spirituali per la Curia Romana. Non si terranno fuori delle mura vaticane. Come ha comunicato dalla Sala Stampa vaticana, per «il permanere dell’attuale emergenza sanitaria, quest’anno non sarà possibile vivere comunitariamente gli Esercizi spirituali della Curia Romana presso la Casa Divin Maestro» ad Ariccia. Per questo motivo, il Papa ha «invitato i cardinali residenti a Roma, i capi dicastero e i superiori della Curia Romana a provvedervi in modo personale, ritirandosi in preghiera, dal pomeriggio di domenica 21 a venerdì 26 febbraio». Nella stessa settimana saranno sospesi tutti gli impegni del Pontefice compresa l’udienza generale di mercoledì 24 febbraio. Invece la Prefettura della Casa Pontificia informa che si terranno le Prediche per la Quaresima alla presenza di Francesco e saranno svolte dal predicatore della Casa Pontificia, il cardinale Raniero Cantalamessa, sul tema «Voi chi dite che io sia?» (Matteo 16,15). ​    

Papa Francesco: la carità è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza

12 Febbraio 2021 - Città del Vaticano -  La carità, vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno, è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza. Lo sottolinea Papa Francesco nel messaggio per la Quaresima diffuso oggi e presentato in una conferenza stampa. Per il Papa la carità «si rallegra nel veder crescere l’altro. Ecco perché soffre quando l’altro si trova nell’angoscia: solo, malato, senzatetto, disprezzato, nel bisogno... La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione». La carità – ha scritto ancora il pontefice - è «dono che dà senso alla nostra vita e grazie al quale consideriamo chi versa nella privazione quale membro della nostra stessa famiglia, amico, fratello. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità. Così avvenne per la farina e l’olio della vedova di Sarepta, che offre la focaccia al profeta Elia (cfr 1 Re 17,7-16); e per i pani che Gesù benedice, spezza e dà ai discepoli da distribuire alla folla (cfr Mc 6,30-44). Così avviene per la nostra elemosina, piccola o grande che sia, offerta con gioia e semplicità». Vivere una Quaresima di carità vuol dire, quindi, «prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid-19. Nel contesto di grande incertezza sul domani» offriamo «con la nostra carità una parola di fiducia, e facciamo sentire all’altro che Dio lo ama come un figlio». Ogni tappa della vita è «un tempo per credere, sperare e amare. Questo appello a vivere la Quaresima come percorso di conversione, preghiera e condivisione dei nostri beni, ci aiuti a rivisitare, nella nostra memoria comunitaria e personale, la fede che viene da Cristo vivo, la speranza animata dal soffio dello Spirito e l’amore la cui fonte inesauribile è il cuore misericordioso del Padre», conclude il pontefice. (Raffaele Iaria)  

Quaresima e Coronavirus: veri pastori del loro gregge

21 Marzo 2020 - Sul sito del Sir è possibile trovare una intervista a un mio carissimo amico, parroco della provincia di Bergamo, che peraltro sto sentendo telefonicamente quasi ogni giorno, visto che si trova nel fulcro della zona rossa. Sebbene sia stato contento di trovare i suoi pensieri espressi con la profondità che sempre lo contraddistingue da uomo poetico e contemplativo qual è, quanto racconta mi ha straziato il cuore: “Mi è capitato qualche giorno fa di andare a dare l’estrema unzione a una persona che poi è morta soffocata durante il rito: una scena straziante. Due settimane fa, prima dell’ultimo decreto ministeriale, andavo a trovare le persone anziane che mi guardavano terrorizzate e mi dicevano di non andare da loro perché temevano di potermi contagiare. In diocesi sono morti tanti sacerdoti, altri sono ricoverati, alcuni in terapia intensiva. Anche se andiamo con la mascherina, quando entriamo in una casa per dare l’estrema unzione a un malato di polmonite, non ufficialmente Covid-19, è una protezione irrisoria: nella stanza del moribondo non si cambia l’aria da giorni per non fargli prendere freddo e ci sono tanti parenti. Ma andiamo ugualmente per non far mancare il conforto della fede”. Lo ammetto, sono preoccupato per lui. Lo so che, in quanto parroco romano, peraltro di un quartiere in cui molti sembrano infischiarsene allegramente delle restrizioni della quarantena, avrei di che preoccuparmi pure qui – ma sono comunque in ansia per lui, e per tutti i suoi confratelli di quelle parti, che non sono semplicemente in trincea, come lo siamo un po’ tutti noi preti di parrocchia: no, loro sono proprio sotto il fuoco nemico. Sono preoccupato, ma anche tanto fiero. Sì, amico mio, sono fiero di te. So di che pasta sei; so che la paura della morte, il motore ultimo di ogni peccato, tu l’ha già pugnalata al cuore con la tua fede e la tua dedizione. Spero non ti succeda nulla, ma so anche che, se dovesse succederti, sarebbe come vorresti tu, e come d’altronde vorrei io per me: sul campo di battaglia. Sono tanto fiero di come stiamo reagendo noi preti, anche quando veniamo bersagliati da accuse di viltà, mentre siamo sempre in campo, chi attaccato per ore al telefono, chi esaurendosi in una serie ininterrotta di streaming per non fare sentire abbandonata la gente privata della liturgia; sono fiero dei cappellani ospedalieri e carcerari che mischiano il loro respiro a quello già infetto dei malati e dei morenti; sono fiero dei parroci che non abbandonano la nave, per quanto scalcagnata, della loro parrocchia, e ridotti a poco più che eremiti comunque ci restano, e pregano per i parrocchiani che in chiesa per ora non ci possono entrare. Quanti preti sto sentendo in questi giorni, da tutta Italia! E quanti esempi bellissimi! Ieri parlavo dell’eroismo e della santità di cassiere, impiegati e autisti. Permettetemi di spendere allora una parola anche per l’eroismo e la santità di tanti preti, che non vanno sui giornali… se non, forse, nella forma di foto di necrologi, come a qualcuno è già capitato. Sono fiero di essere vostro confratello, fratelli miei sacerdoti. Sono fiero di essere un prete, come voi. Alessandro Di Medio      

Quaresima e Coronavirus: diventare eroi, e poi magari santi

20 Marzo 2020 - Ieri, per la prima volta dall’inizio della quarantena, sono andato a fare la spesa. Sono uscito bardato di tutto punto con mascherina e guanti, e mi sono avventurato in un supermercato nei pressi della mia parrocchia – e lì, la scoperta (prevedibile) della fila purgatoriale delle persone in attesa di poter entrare. Ti saluto alle distanze di sicurezza. La mia crescente indignazione per l’evidente stoltezza di molti che si ostinano a fare finta che tutto sia come prima, è stata presto rimpiazzata dall’interesse per una cosa che ha dopo un po’ attirato la mia attenzione. Difatti ogni tot uscivano dal supermercato membri del personale: il pizzicagnolo, poi due cassiere, poi uno che forse era il direttore (l’ho immaginato dal piglio altero e vigilante), ecc. Uscivano qualche minuto, si dirigevano non so dove, e poi rientravano. Quello che mi ha colpito era l’incedere dignitoso, pregno di comprensione di se stessi e della propria funzione, unito all’aria disfatta, stanca, e forse anche un poco preoccupata per la propria sorte, per l’essere inchiodati per lavoro in mezzo ai miasmi e alle esalazioni di una folla potenzialmente infetta. Ebbene, in quelle cassiere dai fianchi larghi con le felpe sformate, in quel pizzicagnolo rubizzo, nell’altero e scattante direttore, io ho visto degli eroi del quotidiano. Non oso immaginare cosa proverei vedendo, in questi giorni, addirittura un medico o un infermiere! Eppure anche lì, nella banalità estrema di quel viottolo di cemento tra palazzi e gente stropicciata, c’erano eroi: gente che stava esponendo se stessa a un rischio, pur di permettere a me e agli altri di comprare roba da mangiare. Gente che si mette in pericolo per degli estranei, per compiere il proprio dovere. Scusa, se non eroismo questo, cosa lo è? E poi la mia mente è volata… e ho pensato come sarebbe, se questi piccoli eroi feriali si decidessero ad aggiungere l’amore al senso del dovere, e ho capito che i nostri supermercati, le nostre banche, i nostri autobus, le nostre edicole si costellerebbero di santi – e chi mi dice che questo non stia già avvenendo? Santità tirata fuori dalla crisi. Santi dappertutto. Che cosa stupenda! Da quel corso di pensieri sono giunto a ricordare un discorso bellissimo di san Josemaria Escrivà, che a un certo punto dice: “Dio vi chiama per servirlo ‘nei’ compiti e ‘attraverso’ i compiti civili, materiali, temporali della vita umana: in un laboratorio, nella sala operatoria di un ospedale, in caserma, dalla cattedra di un’università, in fabbrica, in officina, sui campi, nel focolare domestico e in tutto lo sconfinato panorama del lavoro, Dio ci aspetta ogni giorno. Sappiatelo bene: c’è ‘un qualcosa’ di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire”. Questo è il tempo in cui ognuno di noi, se lo vuole, semplicemente stando al suo posto, può diventare un eroe del quotidiano – persino un santo. Sì, anche tu che stai leggendo, magari semplicemente accettando di stare chiuso dentro casa tua quando vorresti uscire in queste seducenti giornate di acerba primavera. In fondo per diventare santi basta amare. (Alessandro Di Medio – Sir)