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Salire senza pesi superflui

21 Ottobre 2019 - Roma - In questa domenica in cui la Chiesa celebra la giornata missionaria, Papa Francesco mette in primo piano proprio il verbo salire. Salire il monte: è il luogo dove Dio da appuntamento all’umanità intera, dice il Papa nella basilica di san Pietro. “È il luogo dell’incontro con noi, come mostra la Bibbia dal Sinai al Carmelo fino a Gesù, che proclamò le Beatitudini sulla montagna, si trasfigurò sul monte Tabor, diede la vita sul Calvario e ascese al cielo dal Monte degli Ulivi”. Sul monte Moria Abramo conduce Isacco per il sacrificio, Dio si rivela come potenza. Sul monte Sinai, a Mosè Dio si rivela come legge. Un monastero, Santa Caterina, custodisce nel tempo la memoria di quella storia, il popolo di Israele in fuga verso la terra promessa, il deserto. E Dio che si rivela al suo popolo. Su una montagna, appunto. Sul monte Hira, dove Maometto riceve la scrittura, Dio si rivela come parola. Sul monte Calvario, Dio si rivela nella sua umanità. È il Dio della croce, dell’amore, del perdono. Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? Ci interpella questa domanda, anche in questo nostro tempo, afferma ancora Francesco; un tempo “segnato da una globalizzazione che dovrebbe essere solidale e rispettosa della particolarità dei popoli, e invece soffre ancora della omologazione e dei vecchi conflitti di potere che alimentano guerre e rovinano il pianeta”. In questo tempo “i credenti sono chiamati a portare ovunque, con nuovo slancio, la buona notizia che in Gesù la misericordia vince il peccato, la speranza vince la paura, la fraternità vince l’ostilità”. E torna il monte nelle parole del Papa: “ci ricorda che i fratelli e le sorelle non vanno selezionati, ma abbracciati, con lo sguardo e soprattutto con la vita. Il monte lega Dio e i fratelli in un unico abbraccio, quello della preghiera. Il monte ci porta in alto, lontano da tante cose materiali che passano; ci invita a riscoprire l’essenziale, ciò che rimane”. Per questo, sottolinea il vescovo di Roma nell’omelia per la giornata missionaria, bisogna salire, “bisogna lasciare una vita orizzontale, lottare contro la forza di gravità dell’egoismo, compiere un esodo dal proprio io”. Salire senza pesi superflui. L’annuncio, la missione, non è “belle parole” ma “vita buona: una vita di servizio, che sa rinunciare a tante cose materiali che rimpiccioliscono il cuore, rendono indifferenti e chiudono in sé stessi; una vita che si stacca dalle inutilità che ingolfano il cuore e trova tempo per Dio e per gli altri”. Salire il monte, raggiungere la meta: tutti. “Il Signore è ostinato nel ripetere questo tutti”, afferma Francesco, perché “ciascuno è un tesoro prezioso e il senso della vita è donare agli altri questo tesoro. Ecco la missione: salire sul monte a pregare per tutti, e scendere dal monte per farsi dono a tutti”, e condividere così “con gli altri la gioia del discepolato. Non conquistando, obbligando, facendo proseliti, ma testimoniando. La missione è “donare aria pura, di alta quota, a chi vive immerso nell’inquinamento del mondo; portare in terra quella pace che ci riempie di gioia ogni volta che incontriamo Gesù sul monte, nella preghiera; mostrare con la vita e persino a parole che Dio ama tutti e non si stanca mai di nessuno”. (Fabio Zavattaro)

Conferenza mondiale Marittimi: messaggio di Papa Francesco

21 Ottobre 2019 - Città del Vaticano - “Continuare, con rinnovato spirito ecumenico, il vostro servizio alla gente del mare”. È l’invito rivolto dal Papa ai membri dell’International Christian Maritime Association, nella ricorrenza del cinquantesimo anniversario della sua fondazione e all’apertura dei lavori dell’XI Conferenza mondiale, che si svolge a Kaohsiung (Taiwan) dal 21 al 25 ottobre 2019, sul tema “50 anni di lavoro insieme per i marittimi, i pescatori e le loro famiglie. “Continuare, con rinnovato spirito ecumenico, il vostro servizio alla gente del mare” e “individuare forme sempre più efficaci di assistenza ai marittimi, ai pescatori e alle loro famiglie”, tra le richieste del pontefice che definisce “ancora carica di attualità” la Lettera apostolica Stella maris del 1997, con la quale papa Giovanni Paolo II “delineava le linee fondamentali per la cura pastorale delle tante persone che lavorano sul mare e dei loro familiari, come pure di quanti viaggiano per mare”. “In quel documento – scrive Papa Francesco – il mio predecessore invitava ad adoperarsi ‘affinché la gente del mare abbia abbondantemente i mezzi necessari per condurre una vita santa’. Questo invito lo rinnovo anch’io a tutti voi che rappresentate diverse tradizioni cristiane: possiate aiutare la gente di mare a conoscere Gesù Cristo e a vivere secondo i suoi insegnamenti, nel rispetto e nell’accoglienza reciproca”.

Papa Francesco saluta la comunità peruviana e i partecipanti alla marcia “Restiamo umani”

21 Ottobre 2019 - Città del Vaticano - “Saluto e benedico con affetto la comunità peruviana di Roma, qui radunata con la venerata Immagine del Señor de los Milagros – ¡conserven siempre la fe y las tradiciones de su pueblo!”. Così Papa Francesco ha salutato, ieri, al termine dell’Angelus, i partecipanti alla processione dell’immagine del Senor de lo Milagros presenti in Piazza San Pietro. Durante i saluti anche un pensiero ed  un ringraziamento ai partecipanti alla marcia “Restiamo umani” a favore dell’accoglienza, promossa dall’attivista italo congolese John  Mpaliza, partita il 20 giugno da Trento e che si è conclusa ieri a Roma , in San Pietro. “Ringrazio i partecipanti alla marcia ‘Restiamo umani’, che negli ultimi mesi ha percorso città e territori dell’Italia per promuovere  un confronto costruttivo sui temi dell’inclusione e dell’accoglienza”, ha detto il Papa: “Grazie per questa bella iniziativa!”.

Papa Francesco: sapersi accusare davanti a Dio ci libera dall’ipocrisia

15 Ottobre 2019 - Città del Vaticano - E’ l’ipocrisia il tema intorno a cui ruota l’omelia di Papa Francesco oggi alla Messa mattutina a Casa Santa Marta, come riferisce VaticanNews. Lo suggerisce l’odierno brano del Vangelo in cui si racconta che Gesù, invitato a pranzo da un fariseo, viene criticato dal padrone di casa perché, prima di mettersi a tavola, non aveva fatto le abluzioni rituali. E il Papa commenta: “C’è un atteggiamento che il Signore non tollera: l’ipocrisia. E’ questo che succede oggi nel Vangelo. Invitano Gesù a pranzo, ma per giudicarlo, non per fare amicizia”. L’ipocrisia, prosegue, “è proprio apparire di un modo ed essere di un altro”. E’ pensare di nascosto diversamente da come appare. Gesù non sopporta l'ipocrisia. E spesso chiama i farisei ipocriti, sepolcri imbiancati. Non è un insulto quello di Gesù, è la verità. “Da fuori tu sei perfetto, anzi inamidato – dice ancora Papa Francesco – proprio con la correttezza, ma da dentro sei un’altra cosa”. E afferma che “l’atteggiamento ipocrita nasce dal grande bugiardo, il diavolo”. Lui è il “grande ipocrita” e gli ipocriti sono i suoi “eredi”: “l’ipocrisia è il linguaggio del diavolo, è il linguaggio del male che entra nel nostro cuore e viene seminato dal diavolo. Non si può convivere con gente ipocrita ma ce ne sono. A Gesù piace smascherare l’ipocrisia. Lui sa che sarà proprio questo atteggiamento ipocrita a portarlo alla morte, perché l’ipocrita non pensa se usa dei mezzi leciti o no, va avanti: la calunnia? ‘Facciamo la calunnia’; il falso testimone? “Cerchiamo un falso testimone”. Il Papa continua dicendo che qualcuno potrebbe obiettare “che da noi non esiste l’ipocrisia così”. Ma pensare questo è un errore: “Il linguaggio ipocrita, non dirò che sia normale, ma è comune, è di tutti i giorni. L’apparire di un modo e l’essere in un altro. Nella lotta per il potere, per esempio, le invidie, le gelosie ti fanno apparire un modo di essere e da dentro c’è il veleno per uccidere perché sempre l’ipocrisia uccide, sempre, prima o poi uccide”. E’ necessario guarire da questo atteggiamento. Ma qual è la medicina, si domanda papa Francesco. La risposta è dire “la verità, davanti a Dio. E’ accusare sé stessi: “Noi dobbiamo imparare ad accusarci: “Io ho fatto questo, io la penso così, cattivamente… Io ho invidia, io vorrei distruggere quello…”, quello che è dentro, nostro, e dircelo, davanti a Dio. Questo è un esercizio spirituale che non è comune, non è abituale, ma cerchiamo di farlo: accusare noi stessi, vederci nel peccato, nelle ipocrisie, nella malvagità che c’è nel nostro cuore. Perché il diavolo semina malvagità e dire al Signore: ‘Ma guarda Signore, come sono!’, e dirlo con umiltà”. Impariamo ad accusare noi stessi, ripete il Papa, aggiungendo “una cosa forse troppo forte ma è così: un cristiano che non sa accusare sé stesso non è un buon cristiano” e rischia di cadere nell’ipocrisia. E Francesco ricorda la preghiera di Pietro quando disse al Signore: allontanati da me perché sono un uomo peccatore. “Che noi impariamo ad accusarci – conclude - noi, noi stessi”.

Papa Francesco: all’Angelus appello per Siria ed Ecuador

14 Ottobre 2019 - Città del Vaticano – Un forte appello per la Siria e per l’Ecuador è stato lanciato ieri da Papa Francesco durante l’Angelus al termine della celebrazione eucaristica per la canonizzazione di cinque nuovi santi. "Il mio pensiero va ancora una volta al Medio Oriente" ed in particolare “all’amata e martoriata Siria da dove giungono nuovamente – ha detto il Papa - notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni del nord-est del Paese, costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle azioni militari: tra queste popolazioni vi sono anche molte famiglie cristiane”. A tutti gli “attori coinvolti” e anche alla “comunità internazionale” l’invito: “per favore, rinnovo l’appello ad impegnarsi con sincerità, con onestà e trasparenza sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci”. “Insieme a tutti i membri del Sinodo dei vescovi per la Regione Panamazzonica, specialmente a quelli provenienti dall'Ecuador, seguo con preoccupazione quanto sta accadendo nelle ultime settimane in quel Paese”, ha poi aggiunto parlando dell’Ecuador: “Lo affido alla preghiera comune e all'intercessione dei nuovi Santi, e mi unisco al dolore per i morti, i feriti e i dispersi. Incoraggio a cercare la pace sociale, con particolare attenzione alle popolazioni più vulnerabili, ai poveri e ai diritti umani”.  

Papa Francesco: ieri la canonizzazione di nuovi santi

14 Ottobre 2019 - Città del Vaticano - Cinque nuovi  santi per la Chiesa Cattolica. Lo ha proclamati ieri mattina Papa Francesco davanti a 50mila fedeli presenti in Piazza San Pietro. Si tratta del card. John Henry Newman (1801-1890), sacerdote anglicano che si convertì al cattolicesimo; Madre Giuseppina Vannini (1859 – 1911), fondatrice delle Figlie di San Camillo, la laica Margarita Bays (1815 – 1879), svizzera; Mariam Thresia Mankidjan (1876-1926), suora indiana e Irma Dulce (1914-1992). Nella sua omelia il Papa ha detto che come cristiani occorre saper essere “luci gentili” tra “le oscurità  del mondo” ma anche , e anche guarire da “vizi, paure, chiusure”. Il cristiano – ha detto Papa Francesco – “possiede una pace profonda, silenziosa, nascosta, che il mondo non vede. Il cristiano è gioioso, tranquillo, buono, amabile, cortese, ingenuo, modesto; non accampa pretese, il suo comportamento è talmente lontano dall’ostentazione e dalla ricercatezza che a prima vista si può facilmente prenderlo per una persona ordinaria”. (R.I.)

Sinodo Vescovi: Amazzonia terra di migrazioni

8 Ottobre 2019 - Città del Vaticano - Il Sinodo dei vescovi per la regione Pan-Amazzonica che si è aperto domenica con una celebrazione presieduta da Papa Francesco nella Basilica di San Pietro, sul tema “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale”, questa mattina ha toccato anche il tema delle migrazioni. Nel dibattito della seconda giornata, presieduto da Papa Francesco, alcuni interventi hanno evidenziato le Migrazioni sia quelle dei popoli indigeni verso le grandi città, sia quelle delle popolazioni che attraversano l’Amazzonia per raggiungere altri Paesi di destinazione. Da qui deriva l’importanza di una pastorale specifica della Chiesa: la regione amazzonica come zona di flussi migratori, infatti, è una realtà emergente - si è notato in Aula - un nuovo fronte missionario che va affrontato in senso inter-ecclesiale, trovando anche una maggiore collaborazione tra le Chiese locali ed altri organismi impegnati nel settore. Si è ricordato inoltre che dramma delle migrazioni colpisce anche la gioventù dell’Amazzonia, “costretta a lasciare i Paesi originari perché sempre più minacciata da disoccupazione, violenze, tratta degli esseri umani, narcotraffico, prostituzione e sfruttamento”. È necessario, allora, che la Chiesa riconosca, valorizzi, sostenga e rafforzi la partecipazione della gioventù dell’Amazzonia negli spazi ecclesiali, sociali e politici, poiché i giovani sono “profeti di speranza”.

Papa Francesco: attenzione a non scegliere l’ideologia al posto delle fede

8 Ottobre 2019 - Città del Vaticano - C'è un modo di essere cristiani "a patto che", cioè solo a determinate condizioni, che Papa Francesco stigmatizza nell'omelia alla Messa di questa mattina a Casa Santa Marta. Parlando di quei cristiani che giudicano tutto, ma partendo "dalla piccolezza del loro cuore", ricorda, riferisce Vatican News, il Signore si avvicina con misericordia a tutte le realtà umane perché Lui è venuto per salvare, non per condannare La prima lettura liturgica del giorno, tratta dal libro del profeta Giona, prosegue il racconto iniziato ieri, e che si concluderà domani, in cui si descrive il rapporto conflittuale tra Dio e Giona stesso. Il Papa richiama alla memoria il brano precedente in cui si legge la prima chiamata del Signore che vuole inviare il profeta a Ninive per richiamare quella città alla conversione. Ma Giona aveva disobbedito al comando e se ne era andato da un’altra parte, lontano dal Signore, perché quel compito per lui era troppo difficile. Si era poi imbarcato per Tarsis e durante la tempesta suscitata dal Signore era stato gettato in mare, perché colpevole di quella sciagura, ma poi era stato inghiottito da una balena e quindi, dopo tre giorni e tre notti, rigettato sulla spiaggia. “E Gesù, nota Francesco, prende questa figura di Giona nel ventre del pesce per tre giorni come immagine della propria Resurrezione”. Nella lettura di oggi la seconda chiamata: Dio parla di nuovo a Giona e questa volta Giona obbedisce, va a Ninive e quella gente crede alla sua parola e vuole convertirsi tanto che Dio ‘si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece’. “Il testardo Giona, perché questa è la storia di un testardo, il testardo Giona ha fatto bene il proprio lavoro – commenta Francesco – e poi se n’è andato”. Domani vedremo come la storia va a finire e cioè come Giona si arrabbia contro il Signore perché troppo misericordioso e perché compie il contrario di ciò che aveva minacciato di fare per bocca dello stesso profeta. Giona rimprovera il Signore: “Signore, non era forse questo che dicevo quando ero nel mio Paese? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis, perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato. Or dunque, Signore – prosegue il Papa - , toglimi la vita: io con te non voglio lavorare più, perché meglio è per me morire che vivere”. E’ meglio morire che continuare questo lavoro di profeta con te, che alla fine fai il contrario di quello che mi hai mandato a fare. E Giona se ne va fuori dalla città, si costruisce una capanna e da lì aspetta di vedere che cosa farà il Signore, Giona sperava che Dio distruggesse la città. Il Signore allora gli fa crescere vicino una pianta di ricino per fargli ombra. Ma presto fa in modo che quel ricino si secchi e muoia. Giona è nuovamente sdegnato nei confronti di Dio per quel ricino. Tu hai pietà per una pianta, gli dice il Signore, per la quale non hai fatto nessuna fatica e io non dovrei avere pietà di una grande città come Ninive? Quello tra il Signore e Giona è un dialogo serrato, tra due testardi, osserva il Papa. Giona, testardo con le sue convinzioni della fede e il Signore testardo nella sua misericordia: non ci lascia mai, bussa alla porta del cuore fino alla fine, è lì. Giona, testardo perché lui concepiva la fede con condizioni; Giona è il modello di quei cristiani “a patto che”, cristiani con condizioni. “Io sono cristiano ma a patto che le cose si facciano così” – “No, no, questi cambiamenti non sono cristiani” – “Questo è eresia” – “Questo non va” … Cristiani che condizionano Dio, che condizionano la fede e l’azione di Dio. I cristiani "a patto che" hanno paura di crescere.Francesco sottolinea che è questo “a patto che” che fa rinchiudere tanti cristiani “nelle proprie idee e finiscono nell’ideologia: è il brutto cammino dalla fede all’ideologia”. “E oggi ce ne sono tanti, così”, prosegue, e questi cristiani hanno paura: “di crescere, delle sfide della vita, delle sfide del Signore, delle sfide della Storia” attaccati alle “loro convinzioni, nelle loro prime convinzioni, nelle proprie ideologie”. Sono i cristiani che, afferma ancora, “preferiscono l’ideologia alla fede” e si allontanano dalla comunità, “hanno paura di mettersi nelle mani di Dio e preferiscono giudicare tutto, ma dalla piccolezza del proprio cuore”. E conclude: Le due figure della Chiesa, oggi: la Chiesa di quegli ideologi che si accovacciano nelle proprie ideologie, lì, e la Chiesa che fa vedere il Signore che si avvicina a tutte le realtà, che non ha schifo: le cose non fanno schifo al Signore, i nostri peccati non gli fanno schifo, Lui si avvicina come si avvicinava ad accarezzare i lebbrosi, i malati. Perché Lui è venuto per guarire, Lui è venuto per salvare, non per condannare.  

Papa Francesco: la carità “è il più grande antidoto contro le tendenze del nostro tempo, piene di lacerazioni e di contrapposizioni

4 Ottobre 2019 - Città del Vaticano - In un lungo messaggio inviato ai presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa riuniti a Santiago de Compostela, Papa Francesco sottolinea come la carità “è il più grande antidoto contro le tendenze del nostro tempo, piene di lacerazioni e di contrapposizioni. Il vostro sia dunque un impegno di carità”. “I populismi che vediamo dilagare di questi tempi – scrive papa Francesco –, si nutrono della continua ricerca di contrasti, che non aprono il cuore, anzi lo imprigionano dentro muri di risentimento soffocante. Invece, la carità apre e fa respirare. Essa non contrappone le persone, ma vede riflesse nel ‘bisogno degli ultimi’ le necessità di ciascuno di noi, poiché tutti siamo un po’ indigenti, tutti un po’ fragili, tutti bisognosi di cure”. La carità deve contraddistinguere la presenza della Chiesa in Europa.  

Papa Francesco apre il Mese missionario straordinario

2 Ottobre 2019 - Città del Vaticano – “Questo Mese missionario straordinario vuole essere una scossa per provocarci a diventare attivi nel bene. Non notai della fede e guardiani della grazia ma missionari”. Papa Francesco, ieri pomeriggio, ha aperto, con i Vespri, il Mese Missionario Straordinario, da lui voluto, sul tema “Battezzati ed inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”. Per il papa si diventa missionari “vivendo da testimoni: testimoniando con la vita di conoscere Gesù”. il Mese Missionario straordinario cade nel centenario della lettera “Maximum Illud” di Benedetto XV. Quel documento, cento anni fa, separò l’opera di evangelizzazione dall’opera di colonizzazione e pose le basi per la creazione di un clero e di una gerarchia autoctoni nelle terre di missione. “Per favore, non viviamo una fede ‘da sacrestia’”, ha detto il pontefice nell’omelia indicando tre testimoni, tre “servi” che hanno “portato molto frutto”: Santa Teresa di Gesù Bambino, “che fece della preghiera il combustibile dell’azione missionaria nel mondo”, San Francesco Saverio, “uno dei grandi missionari della Chiesa”, e la venerabile Pauline Jaricot, operaia che, “con le offerte che detraeva dal salario, fu agli inizi delle Pontificie Opere Missionarie”. Questo, osserva, “è anche il mese del Rosario”. Di qui una domanda e un monito: “Facciamo di ogni giorno un dono per superare la frattura tra Vangelo e vita? Per favore, non viviamo una fede ‘da sacrestia’”. La religiosa, il sacerdote e la laica appena richiamati “ci dicono che nessuno è escluso dalla missione della Chiesa”. In Italia i sacerdoti inviati dalle diocesi a fare una esperienza di missione ad gentes sono circa 400: negli anni 90 erano oltre 1.300. (R. Iaria)