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Papa Francesco: appello per la “martoriata e amata Siria

12 Febbraio 2020 - Città del Vaticano - “Vorrei che tutti pregassimo per l’amata e martoriata Siria”. E’ ‘appello rivolto questa mattina da Papa Francesco al termine dell’Udienza Generale nell’Aula paolo VI in Vaticano. “Tante famiglie, tanti bambini devono fuggire dalla guerra. La Siria sanguina da anni. Preghiamo per la Siria”, ha detto il pontefice che ha anche rivolto un appello per la Cina chiedendo una preghiera “per i nostri fratelli cinesi, che soffrono per questa malattia così crudele”, riferendosi al coronavirus che continua a mietere vittime: “Che trovino la strada della guarigione il più presto possibile”, ha detto il Papa. (R.I.)  

Papa Francesco: preghiamo affinché il grido dei fratelli migranti, caduti nelle mani dei trafficanti senza scrupoli e vittime della tratta, sia ascoltato e considerato”

7 Febbraio 2020 - Città del Vaticano - “Preghiamo affinché il grido dei fratelli migranti, caduti nelle mani dei trafficanti senza scrupoli e vittime della tratta, sia ascoltato e considerato”.  Nel mese di febbraio, Papa Francesco rivolge un appello ad ascoltare il grido disperato di tante persone che soffrono per il dramma della tratta. E lo ha nel video per l’intenzione di preghiera per  questo mese evidenziando che tra i vari motivi, ciò avviene “a causa della corruzione di coloro che sono disposti a tutto per arricchirsi”. “Il denaro dei loro affari, sono affari sporchi, subdoli”, aggiunge il Papa. Il “Video del Papa” è un’iniziativa globale della Rete mondiale di preghiera del Papa per diffondere le intenzioni mensili del Pontefice sulle sfide dell’umanità e della missione della Chiesa.

Il Papa a Santa Marta: anche nella Chiesa non c’è umiltà senza umiliazione

7 Febbraio 2020 - Città del Vaticano - Non aver “paura delle umiliazioni”, chiediamo al Signore di inviarcene “qualcuna” per “renderci umili”, così da “imitare meglio” Gesù. Questa la raccomandazione di Papa Francesco alla Messa del mattino a Casa Santa Marta, come riferisce Vatican News. Riflettendo sull’odierno Vangelo di Marco, il pontefice spiega come Giovanni Battista sia stato inviato da Dio per “indicare la strada”, “il cammino” di Gesù. L’“ultimo dei profeti”, ricorda infatti il Papa, ha avuto la grazia di poter dire: “Questo è il Messia”. “Il lavoro di Giovanni Battista non è stato tanto di predicare che Gesù veniva e preparare il popolo, ma di dare testimonianza di Gesù Cristo e darla con la propria vita. E dare testimonianza della strada scelta da Dio per la nostra salvezza: la strada dell’umiliazione. Paolo la esprime così chiaramente nella sua Lettera ai Filippesi: ‘Gesù annientò se stesso fino alla morte, morte di croce’. E questa morte di croce, questa strada di annientamento, di umiliazione, è anche la nostra strada, la strada che Dio mostra ai cristiani per andare avanti”. Sia Giovanni sia Gesù - evidenzia il Papa - hanno avuto la “tentazione della vanità, della superbia”: Gesù “nel deserto con il diavolo, dopo il digiuno”; Giovanni di fronte ai dottori della legge che gli domandavano se fosse il Messia: avrebbe potuto rispondere di essere “il suo ministro”, eppure “umiliò se stesso”. Ambedue, prosegue papa Francesco, “hanno avuto l’autorità davanti al popolo”, la loro predicazione era “autorevole”. Ed entrambi hanno conosciuto “momenti di abbassamento”, una sorta di “depressione umana e spirituale” la definisce il Pontefice: Gesù nell’Orto degli ulivi e Giovanni in carcere, tentato dal “tarlo del dubbio” se Gesù fosse davvero il Messia. Ambedue, evidenzia ancora, “finiscono nel modo più umiliante”: Gesù con la morte in croce, “la morte dei criminali più bassi, terribile fisicamente e anche moralmente”, “nudo davanti al popolo” e “a sua madre”. Giovanni Battista “decapitato nel carcere da una guardia” per ordine di un re “indebolito dai vizi”, “corrotto dal capriccio di una ballerina e dall’odio di un’adultera”, con riferimento a Erodìade e sua figlia: “Il profeta, il grande profeta, l’uomo più grande nato da donna - così lo qualifica Gesù -  e il Figlio di Dio hanno scelto la strada dell’umiliazione. È la strada che ci fanno vedere e che noi cristiani dobbiamo seguire. Infatti, nelle Beatitudini si sottolinea che il cammino è quello dell’umiltà”. Non si può essere “umili senza umiliazioni”, mette in luce il Papa. Il suo invito ai cristiani è dunque quello di trarre insegnamento dal “messaggio” odierno della Parola di Dio: “Quando cerchiamo di farci vedere, nella Chiesa, nella comunità, per avere una carica o un’altra cosa, quella è la strada del mondo, è una strada mondana, non è la strada di Gesù. E anche ai pastori può accadere questa tentazione di arrampicamento: ‘Questa è un’ingiustizia, questa è un’umiliazione, non posso tollerarla’. Ma se un pastore non segue questa strada, non è discepolo di Gesù: è un arrampicatore con la veste talare. Non c’è umiltà senza umiliazione”.  

Papa Francesco: Dio piange per noi quando ci allontaniamo da Lui

4 Febbraio 2020 - Città del Vaticano - “Figlio mio, Assalonne! Fossi morto io invece di te!” E’ il grido angosciato di Davide, in lacrime, alla notizia della morte del figlio. La Prima Lettura della liturgia odierna, tratta dal Secondo Libro di Samuèle, descrive la fine della lunga battaglia condotta da Assalonne contro il proprio padre, il re Davide, per sostituirlo sul trono. Papa Francesco, nella messa mattutina a Casa Santa Marte – riferisce Vatican News -  riassume il racconto biblico, afferma che Davide soffriva per quella guerra che il figlio, Assalonne, gli aveva scatenato contro convincendo il popolo a lottare al suo fianco, tanto che Davide aveva dovuto fuggire da Gerusalemme per salvare la propria vita. “Scalzo, la testa coperta, insultato da alcuni –afferma Francesco - , altri gli buttavano pietre, perché tutta la gente era con questo figlio che aveva ingannato la gente, aveva sedotto il cuore della gente con promesse”. Il brano odierno descrive Davide in attesa di novità dal fronte e l’arrivo, infine, di un messaggero che lo avverte: Assalonne è morto in battaglia. Alla notizia Davide è scosso da un tremito, piange e dice: “Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te!”. Chi sta con lui si meraviglia di questa reazione: “Ma perché piangi? Lui era contro di te, ti aveva rinnegato, aveva rinnegato la tua paternità, ti ha insultato, ti ha perseguitato, piuttosto fa' festa, festeggia perché hai vinto!’. Ma Davide dice soltanto: ‘Figlio mio, figlio mio, figlio mio’, e piangeva. Questo pianto di Davide è un fatto storico ma è anche una profezia. Ci fa vedere il cuore di Dio, cosa fa il Signore con noi quando ci allontaniamo da Lui, cosa fa il Signore quando noi distruggiamo noi stessi con il peccato, disorientati, perduti. Il Signore è padre e mai rinnega questa paternità: ‘Figlio mio, figlio mio’”. Papa Francesco prosegue dicendo che noi incontriamo quel pianto di Dio quando andiamo a confessare i nostri peccati, perché non è come “andare alla tintoria” a togliere una macchia, ma “è andare dal padre che piange per me, perché è padre”. La frase di Davide: “Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio” è profetica, afferma ancora papa Francesco, e in Dio “si fa realtà”: “E’ tanto grande l’amore di padre che Dio ha per noi che è morto al nostro posto. Si è fatto uomo ed è morto per noi. Quando guardiamo il crocifisso, pensiamo a questo ‘Fossi morto io invece di te’. E sentiamo la voce del padre che nel figlio ci dice: ‘Figlio mio, figlio mio’. Dio non rinnega i figli, Dio non negozia la sua paternità”. L’amore di Dio arriva fino al limite estremo. Quello che è in croce, afferma ancora Papa Francesco, è Dio, il Figlio del Padre, inviato per dare la vita per noi: “Ci farà bene nei momenti brutti della nostra vita - tutti noi ne abbiamo - momenti del peccato, momenti di allontanamento da Dio, sentire questa voce nel cuore: ‘Figlio mio, figlia mia, cosa stai facendo? Non suicidarti, per favore. Io sono morto per te’”. Gesù, ricorda il Papa, pianse guardando Gerusalemme. Gesù piange “perché noi non lasciamo che Lui ci ami”. Quindi conclude con un invito: “Nel momento della tentazione, nel momento del peccato, nel momento in cui noi ci allontaniamo da Dio, cerchiamo di sentire questa voce: ‘Figlio mio, figlia mia, perché?’ ”.  

Epidemia in Cina: il Vaticano invia 600mila mascherine

3 Febbraio 2020 - Città del Vaticano - Il Vaticano ha spedito in Cina circa 600-700mila mascherine per aiutare a prevenire la diffusione del contagio da coronavirus. Lo ha riferito oggi il vicedirettore del Pontificio Collegio Urbano, Vincenzo Han Duo, al Global Times, tabloide del Quotidiano del Popolo. A prendere l'iniziativa, insieme alla Farmacia vaticana e alla comunità  cinese in Italia, l'elemosiniere del Papa, il card. Konrad Krajewski. Domenica 26 gennaio Papa Francesco, durante l'Angelus, aveva parlato dell’epidemia dicendosi “vicino” e “pregare per le persone malate a causa del virus che si è diffuso in Cina". "Il Signore accolga i defunti nella sua pace, conforti le famiglie e sostenga il grande impegno della comunità cinese, già messo in atto per combattere l'epidemia".

Papa Francesco: la mondanità, un lento scivolare nel peccato

31 Gennaio 2020 - Città del Vaticano - Una vita normale, tranquilla, un cuore che non si muove nemmeno dinanzi ai peccati più gravi, una mondanità che ruba la capacità di vedere il male che si compie. Papa Francesco, nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, rilegge, riferisce Vatican News,  il passo tratto dal secondo libro di Samuèle, incentrato sulla figura del re Davide, il “santo re Davide”, che scivolando nella vita comoda dimentica di essere stato eletto da Dio. Davide come tanti uomini di oggi, gente che sembra buona, “che va a Messa tutte le domeniche, che si dice cristiana” ma che ha perso “la coscienza del peccato”: uno dei mali, diceva Pio XII, del nostro tempo. Un tempo nel quale tutto si può fare, “un’atmosfera spirituale” dalla quale ravvedersi magari grazie al rimprovero di qualcuno o per “uno schiaffo” della vita. Papa Francesco si sofferma sui peccati di Davide: il censimento del popolo e la vicenda di Urìa che fa uccidere, dopo aver messo incinta la moglie Betsabea. Lui sceglie l’assassinio perché il suo piano per rimettere a posto le cose, dopo l’adulterio, fallisce miseramente. “Davide – afferma il Papa – continuò la sua vita normale. Tranquillo. Il cuore non si mosse”: “Ma come il grande Davide, che è santo, che aveva fatto tante cose buone, che era tanto unito a Dio, è stato capace di fare quello? Questo non si fa da un giorno all’altro. Il grande Davide, lentamente è scivolato, lentamente. Ci sono dei peccati del momento: il peccato di ira, un insulto, che io non posso controllare. Ma ci sono dei peccati nei quali si scivola lentamente, con lo spirito della mondanità. E’ lo spirito del mondo che ti porta a fare queste cose come se fossero normali. Un assassinio …” Lentamente è un avverbio che il Papa ripete spesso nella sua omelia. Spiega il modo in cui piano piano il peccato si impossessa dell’uomo approfittando della sua comodità. “Noi siamo tutti peccatori – prosegue papa Francesco - ma delle volte facciamo peccati del momento. Io mi arrabbio, insulto. Poi mi pento”. A volte invece “ci lasciamo scivolare verso uno stato di vita dove… sembra normale”. Normale, ad esempio, è “non pagare la domestica come si deve pagare”, o retribuire la metà del dovuto chi lavora in campagna: “Ma è gente buona, sembra, che fa questo, che va a Messa tutte le domeniche, che si dice cristiana. Ma come mai tu fai questo? E altri peccati? Dico soltanto questo… Eh, perché sei scivolato in uno stato dove hai perso la coscienza del peccato. E questo è uno dei mali del nostro tempo. Pio XII lo aveva detto: perdere la coscienza del peccato. “Ma, si può fare tutto…”, e alla fine si passa una vita per risolvere un problema”. Non sono cose antiche, spiega il Papa, ricordando una recente vicenda accaduta in Argentina con alcuni giovani giocatori di rugby che hanno ucciso un compagno a botte, dopo una notte di movida. Ragazzi, afferma, diventati “un branco di lupi”. Un fatto che apre interrogativi sull’educazione dei giovani, sulla società. C’è bisogno “tante volte di uno schiaffo dalla vita” per fermarsi, per stoppare quel lento scivolare nel peccato. C'è bisogno di una persona come il profeta Nathan, inviato da Dio a Davide, per fargli vedere il suo errore: “Pensiamo un po’: qual è l’atmosfera spirituale della mia vita? Sono attento, ho bisogno sempre di qualcuno che mi dica la verità, o no, credo di no? Ascolto il rimprovero di qualche amico, del confessore, del marito, della moglie, dei figli che mi aiuta un po’? Guardando questa storia di Davide – del Santo re Davide – chiediamoci: se un Santo è stato capace di cadere così, stiamo attenti, fratelli e sorelle, anche a noi può accadere. Anche, domandiamoci: io in quale atmosfera vivo? Che il Signore ci dia la grazia di inviarci sempre un profeta – può essere il vicino, il figlio, la mamma, il papà – che ci schiaffeggi un po’ quando stiamo scivolando in questa atmosfera dove sembra che tutto sia lecito”.    

Papa Francesco: no a cristiani senza gioia, prigionieri delle formalità

28 Gennaio 2020 - Città del Vaticano - E’ il sentimento di gioia dell’essere cristiani che Papa Francesco pone al centro della sua omelia alla Messa a Casa Santa Marta di questa mattina, come riferisce Vatican News. Lo spunto gli viene offerto dalla prima Lettura di oggi, tratta dal secondo libro di Samuèle, dove si racconta di Davide e di tutto il popolo d’Israele in festa per il ritorno dell’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme. L’Arca era stata rapita, ricorda il Papa, e il suo ritorno “è una gioia grande per il popolo”. Il popolo sente che Dio gli è vicino e fa festa. E il re Davide è con lui, si mette alla testa della processione, fa un sacrificio immolando un giovenco e un ariete grasso. Con il popolo poi grida, canta e balla “con tutte le forze”: “Era una festa: la gioia del popolo di Dio perché Dio era con loro. E Davide? Balla. Balla davanti al popolo, esprime la sua gioia senza vergogna; è la gioia spirituale dell’incontro con il Signore: Dio è tornato da noi, e questo ci dà tanta gioia. Davide non pensa che è il re e che il re deve essere distaccato dalla gente, la ‘sua maestà’, con la distanza … Davide ama il Signore, è felice per questo evento di portare l’arca del Signore. Esprime questa felicità, questa gioia, ballando e anche cantava sicuramente come tutto il popolo”. Papa Francesco fa notare poi che succede anche a noi di sentire la gioia “quando siamo con il Signore” e, magari in parrocchia o nei paesi, la gente fa festa. Cita poi un altro episodio della storia di Israele, quando venne ritrovato il libro della legge al tempo di Neemia e  anche allora “il popolo piangeva di gioia”, continuando anche a casa a festeggiare. Il testo del profeta Samuele continua descrivendo il rientro di Davide nella sua casa dove trova una delle mogli, Mical, la figlia di Saul. Lei lo accoglie con disprezzo. Vedendo il re ballare si era vergognata di lui e lo rimprovera dicendogli : “Ma ti sei vergognato ballando come un volgare, come uno del popolo?”.  E Papa Francesco osserva: “È il disprezzo della religiosità genuina, della spontaneità della gioia con il Signore. E Davide le spiega: ‘Ma guarda, era motivo di gioia questo. La gioia nel Signore, perché abbiamo portato l’Arca a casa!’. Ma lei lo disprezza. E dice la Bibbia che questa signora – si chiamava Mical – non ha avuto figli per questo. Il Signore l’ha punita. Quando manca la gioia in un cristiano, quel cristiano non è fecondo; quando manca la gioia nel nostro cuore, non c’è fecondità”. Papa Francesco fa notare poi che la festa non si esprime solo spiritualmente, ma diventa condivisione. Davide, quel giorno, dopo la benedizione, aveva distribuito “una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne arrostita e una schiacciata di uva passa”, perché ognuno festeggiasse nella propria casa. “La Parola di Dio non si vergogna della festa”, afferma il Papa  e poi prosegue: “E’ vero, a volte il pericolo della gioia è andare oltre e credere che questo sia tutto. No: questa è l’aria di festa”. Ricorda poi che San Paolo VI nella sua Esortazione Apostolica “Evangelii Nuntiandi”, parla di questo aspetto e esorta alla gioia. Papa Francesco conclude raccogliendo il suo pensiero: “La Chiesa non andrà avanti, il Vangelo non andrà avanti con evangelizzatori noiosi, amareggiati. No. Soltanto andrà avanti con evangelizzatori gioiosi, pieni di vita. La gioia nel ricevere la Parola di Dio, la gioia di essere cristiani, la gioia di andare avanti, la capacità di fare festa senza vergognarsi e non essere come questa signora, Mical, cristiani formali, cristiani prigionieri delle formalità”.  

“Mediterraneo, frontiera di pace: il programma dell’incontro

22 Gennaio 2020 - Bari - Papa Francesco sarà a Bari domenica 23 febbraio in occasione dell’incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo, frontiera di pace”, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, al quale parteciperanno i vescovi cattolici di 20 Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Il Papa partirà in elicottero dall’eliporto del Vaticano alle 7 per atterrare alle 8.15 a piazzale Cristoforo Colombo, a Bari, dove sarà accolto dall’arcivescovo di Bari-Bitonto, Mons. Francesco Cacucci, da Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia, da Antonella Bellomo, Prefetto di Bari e da Antonio Decaro, Sindaco di Bari. Alle 8.30, nella Basilica di San Nicola, incontrerà i Vescovi del Mediterraneo e pronuncerà il suo discorso. L’incontro sarà aperto dall’introduzione del Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI, e vedrà gli interventi del Card. Vinko Puljić, arcivescovo di Vrhbosna e Presidente della Conferenza Episcopale di Bosnia ed Erzegovina, di Mons. Pierbattista Pizzaballa, Amministratore Apostolico «sede vacante» del Patriarcato Latino di Gerusalemme, e il ringraziamento di Mons. Paul Desfarges, arcivescovo di Alger (Algeria) e Presidente della Conferenza Episcopale Regionale del Nord Africa. Al termine, Papa Francesco scenderà nella Cripta per venerare le reliquie di San Nicola e saluterà la comunità dei Padri Domenicani. Uscendo dalla Basilica, sul sagrato, rivolgerà un saluto ai fedeli presenti. Alle 10.45 presiederà la concelebrazione eucaristica in Corso Vittorio Emanuele II e reciterà la preghiera dell’Angelus. Alle 12.30 ripartirà in elicottero alla volta del Vaticano, dove atterrerà alle 13.45. “Ringraziamo il Santo Padre per il dono della Sua presenza all’Incontro di Bari. La Sua parola e il Suo Magistero sono un punto di riferimento per quanti desiderano e anelano la pace nel Mediterraneo”, dichiara il card. Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. “Come Vescovi promotori dell’evento - aggiunge - facciamo nostro e rilanciamo l’appello del Papa alla Comunità internazionale per un più assiduo ed efficace impegno nell’area mediterranea e nel Medio Oriente”. È un tema, questo, al centro dell’incontro di riflessione e spiritualità che si aprirà mercoledì 19 febbraio, nel Castello Svevo alle 16, con l’intervento del card. Bassetti, al quale seguirà alle 17 la presentazione dell’evento da parte del vescovo Mons. Antonino Raspanti, Presidente del Comitato scientifico-organizzatore. La giornata si chiuderà alle 18.15 con un momento di preghiera. Giovedì 20 febbraio, dopo la Celebrazione Eucaristica nella Cripta della Basilica di San Nicola, nel Castello Svevo sarà illustrato il primo tema che darà il via al lavoro dei Tavoli di conversazione. La discussione in assemblea nel pomeriggio e i Vespri chiuderanno la giornata. Il secondo tema sarà presentato e approfondito venerdì 21 febbraio con le stesse modalità del giorno precedente. Alle 19, è in programma l’incontro con la comunità locale in 25 realtà dell’arcidiocesi. La giornata di sabato 22 febbraio inizierà, alle 8, con la Celebrazione Eucaristica nella Cattedrale di Bari e proseguirà al Castello Svevo con l’assemblea dei Vescovi. Alle 12 è prevista una conferenza stampa, mentre alle 15.30 si svolgerà al Teatro Petruzzelli un incontro culturale. Alle 19, infine, ci si ritroverà in Cattedrale per un momento di preghiera.

Papa Francesco ricorda i popoli che festeggiano il capodanno lunare

22 Gennaio 2020 - Città del Vaticano – Sabato, 25 gennaio, si festeggia, in tutto l’Estremo Oriente e in varie altre parti del mondo, il capodanno lunare. Lo ha ricordato questa mattina Papa Francesco al termine dell’Udienza generale inviando loro un “saluto cordiale” e “augurando in particolare alle famiglie di essere luoghi di educazione alle virtù dell’accoglienza, della saggezza, del rispetto per ogni persona e dell’armonia con il creato”. Il Papa ha anche invitato tutti a pregare per la pace, per il dialogo e per la solidarietà tra le nazioni: “doni quanto mai necessari al mondo di oggi”.

Papa Francesco: essere liberi attraverso l’obbedienza a Dio

20 Gennaio 2020 - Città del Vaticano - Essere docili alla Parola di Dio, che “è sempre novità”. Questa l’esortazione del Papa, come riferisce Vatican News  nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. Riflettendo sulla Prima Lettura, papa Francesco si sofferma sul rifiuto “da parte di Dio” di Saul come re, “profezia” affidata a Samuele. Il “peccato di Saul”, spiega il Pontefice, fu la “mancanza di docilità” alla Parola di Dio, pensando che la propria “interpretazione” della stessa fosse “più giusta”. È questa, chiarisce il Papa, la “sostanza del peccato contro la docilità”: il Signore gli aveva detto di non prendere niente dal popolo che era stato vinto, ma così non avvenne: “Quando Samuele va a rimproverarlo da parte del Signore, lui dice, spiega: ‘Ma, guarda, c’erano buoi, c’erano tanti animali grassi, buoni e con questi io ho fatto un sacrificio al Signore’. Lui non ha messo in tasca niente, gli altri sì. Anzi con questo atteggiamento di interpretare la Parola di Dio come a lui sembrava giusto ha permesso che gli altri mettessero in tasca qualcosa del bottino. I passi della corruzione: si incomincia con una piccola disobbedienza, una mancanza di docilità, e si va avanti, avanti, avanti”. Dopo aver “sterminato” gli Amaleciti, ricorda papa Francesco, il popolo prese dal bottino “bestiame minuto e grosso, primizie di ciò che è votato allo sterminio, per sacrificare al Signore”. È Samuele a ricordare come agli olocausti e ai sacrifici il Signore preferisca “l’obbedienza alla voce” di Dio, chiarendo la “gerarchia dei valori”: è più importante avere un “cuore docile” e “obbedire” piuttosto che - evidenzia il Pontefice - “fare dei sacrifici, dei digiuni, delle penitenze”. Il “peccato della mancanza di docilità”, prosegue, sta proprio in “quel preferire” ciò “che io penso e non quello che mi comanda il Signore e che forse non capisco”: quando ci si ribella alla “volontà del Signore”, non si è docili, “è come - spiega - se fosse un peccato di divinazione”. Come se, pur dicendo di credere in Dio, si andasse “dall’indovina a farsi leggere le mani ‘per sicurezza’”. Il non obbedire al Signore, la mancanza di docilità - rimarca il Papa - è come una “divinazione”: “Quando tu ti ostini davanti alla volontà del Signore sei un idolatra, perché preferisci quello che pensi tu, quell’idolo, alla volontà del Signore. E a Saul questa disobbedienza è costata il regno: ‘Poiché hai rigettato la Parola del Signore, il Signore ti ha rigettato come re’. Questo ci deve far pensare un po’ sulla nostra docilità. Tante volte noi preferiamo le nostre interpretazioni del Vangelo o della Parola del Signore al Vangelo e alla Parola del Signore. Per esempio, quando cadiamo nelle casistiche, nelle casistiche morali... Questa non è la volontà del Signore. La volontà del Signore è chiara, la fa vedere con i comandamenti nella Bibbia e te la fa vedere con lo Spirito Santo dentro il tuo cuore. Ma quando io sono ostinato e trasformo la Parola del Signore in ideologia sono un idolatra, non sono docile. La docilità, l’obbedienza”. Riallacciandosi all’odierno Vangelo di Marco, papa Francesco ricorda come i discepoli fossero criticati “perché non digiunavano”. È il Signore a spiegare come nessuno vada a cucire un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché si rischierebbe di peggiorare lo strappo. E come nessuno versi vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccherebbero gli otri, perdendo tutto: quindi “vino nuovo in otri nuovi”: “La novità della Parola del Signore - perché la Parola del Signore sempre è novità, ci porta avanti sempre - vince sempre, è meglio di tutto. Vince l’idolatria, vince la superbia e vince questo atteggiamento di essere troppo sicuri di sé stessi, non per la Parola del Signore ma per le ideologie che io ho costruito attorno alla Parola del Signore. C’è una frase di Gesù molto buona che spiega tutto questo e che viene da Dio, tratta dall’Antico Testamento: ‘Misericordia voglio e non sacrifici’”. Essere un “buon cristiano” significa allora essere “docile” alla Parola del Signore, ascoltare ciò che il Signore dice “sulla giustizia”, “sulla carità”, “sul perdono”, “sulla misericordia” e non essere “incoerenti nella vita”, usando “una ideologia per potere andare avanti”. È vero, aggiunge, che la Parola del Signore “a volte ci mette ‘nei guai”, ma “anche il diavolo fa lo stesso”, “ingannevolmente”. Essere cristiano è dunque “essere liberi”, attraverso la “fiducia” in Dio.