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Ecologia del cuore

19 Luglio 2021 - Città del Vaticano - Li aveva inviati in coppia, due a due, per le città, i villaggi della Galilea; aveva detto loro di non prendere nulla con sé, né pane, né bisaccia, né denaro. Li aveva inviati dicendo di consolare, guarire, aiutare chiunque avesse bisogno. Nella pagina di Marco leggiamo che i dodici sono tornati e hanno voglia di parlare, di raccontare la loro soddisfazione per le cose fatte. Certo non mancava loro la stanchezza, la stessa che accompagna ogni missionario che dimentica se stesso per servire la Parola e essere accanto a donne e uomini che incontra lungo la strada. Gesù li invita a “venire in disparte”, a seguirlo perché possano riposare un po’. Scrive Paolo agli abitanti di Efeso, la seconda lettura, Cristo “è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne”. Sempre nel testo paolino leggiamo che Gesù ha “abolito la legge fatta di prescrizioni e di decreti” per creare un “solo uomo nuovo facendo la pace”. È il “no” a una legge strumento di discriminazione, a servizio del rifiuto, del respingimento dell’altro; una legge che separa il pagano dal popolo eletto. Ecco la novità del messaggio di Cristo, per cui vedendo “una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno un pastore”; non divide il suo messaggio, non allontana, abbatte i muri di divisione, elimina inimicizie e discordie. Vista la folla, il riposo salta, ma resta l’invito, anzi l’insegnamento prezioso al riposo, dice papa Francesco all’Angelus. “Gioisce nel vedere i suoi discepoli felici per i prodigi della predicazione”, ma “si preoccupa della loro stanchezza fisica e interiore” perché “li vuole mettere in guardia da un pericolo, che è sempre in agguato, anche per noi: il pericolo di lasciarsi prendere dalla frenesia del fare, cadere nella trappola dell’attivismo, dove la cosa più importante sono i risultati che otteniamo e il sentirci protagonisti assoluti”. Accade anche nella Chiesa: “siamo indaffarati, corriamo”, e “alla fine rischiamo di trascurare Gesù”. Non basta “staccare la spina”, ci vuole “riposo fisico e anche riposo del cuore”. Fermarsi, “stare in silenzio, pregare”; non passare “dalle corse del lavoro alle corse delle ferie”. Gesù, non si sottrae “ai bisogni della folla”; no all’efficientismo, ci dice il Papa: “fermiamo la corsa frenetica che detta le nostre agende. Impariamo a sostare, a spegnere il telefonino, a contemplare la natura, a rigenerarci nel dialogo con Dio”. Domenica prossima troveremo Gesù che, per sfamare questa folla, moltiplica i cinque pani e i due pesci. Oggi però Gesù vede questa moltitudine e si preoccupa di essere loro accanto: “ebbe compassione”. Per il Papa, “lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza”. Gesù “si dedica alla gente e riprende a insegnare”. Solo il cuore “che non si fa rapire dalla fretta è capace di commuoversi, cioè di non lasciarsi prendere da sé stesso e dalle cose da fare, e di accorgersi degli altri, delle loro ferite, dei loro bisogni. La compassione nasce dalla contemplazione”. Dobbiamo imparare a riposare davvero, a scegliere il silenzio, la preghiera, dice il Papa; no, dunque, all’atteggiamento “rapace di chi vuole possedere e consumare tutto; se restiamo in contatto con il Signore e non anestetizziamo la parte più profonda di noi – afferma ancora il vescovo di Roma – le cose da fare non avranno il potere di toglierci il fiato e di divorarci. Abbiamo bisogno di una ‘ecologia del cuore’, che si compone di riposo, contemplazione e compassione”. All’inizio del testo di Marco c’è un verbo, vedere, che ci aiuta a focalizzare meglio l’azione narrata nel Vangelo. Gesù aveva visto i suoi stanchi fisicamente, e con loro aveva attraversato il mare di Galilea per farli riposare, sostando in un luogo deserto, tranquillo; come dire, li invita a prendere le distanze da ciò che hanno fatto, o meglio a far calare nei loro cuori le azioni compiute, ad uscire dall’impegno del fare, dall’agitazione di compiere delle azioni, allontanandosi dalle folle; si potrebbe dire allontanandosi dal clamore, dal rischio di sentirsi importanti. Ma erano stati visti dalle persone, che li avevano preceduti al punto di approdo. Di nuovo il verbo vedere, perché Gesù nota quella folla, sceso dalla barca, ha compassione, “e si mise a insegnare loro molte cose”. (Fabio Zavattaro – SIR)

Papa Francesco: la vicinanza alle popolazioni di Belgio, Germania e Olanda

19 Luglio 2021 - Città del Vaticano – Vicinanza alle popolazioni del Belgio, Olanda e Germania che in questi giorni hanno subito danni e morti a causa di forti temporali e inondazioni. E’ arrivata ieri mattina, al temine dell’Angelus, da papa Francesco. “Esprimo la mia vicinanza alle popolazioni di Germania, Belgio e Olanda colpite da catastrofiche alluvioni. Il Signore accolga i defunti e conforti i familiari”, ha detto il Papa: “sostenga l’impegno di tutti per soccorrere chi ha subito gravi danni”. Il pensiero di Papa Francesco ha ricordato le notizie, giunte in questa settimana, di “episodi di violenza che hanno aggravato la situazione di tanti nostri fratelli del Sudafrica, già colpiti da difficoltà economiche e sanitarie a causa della pandemia. Unitamente ai Vescovi del Paese” il papa ha rivolto un “accorato appello a tutti i responsabili coinvolti, perché lavorino per la pace e collaborino con le Autorità per fornire assistenza ai bisognosi. Che non sia dimenticato il desiderio che ha guidato il popolo del Sudafrica per rinascere nella concordia tra tutti i suoi figli!”. Papa Francesco si è detto “vicino al caro popolo cubano in questi momenti difficili, in particolare alle famiglie che maggiormente ne soffrono. Prego il Signore che lo aiuti a costruire in pace, dialogo e solidarietà una società sempre più giusta e fraterna. Esorto tutti i cubani ad affidarsi alla materna protezione della Vergine Maria della Carità del Cobre. Ella li accompagnerà in questo cammino”.

Papa Francesco: Bruni, è in buone condizione “vigile e in respiro spontaneo”

5 Luglio 2021 - Città del Vaticano - "Sua Santità Papa Francesco è in buone condizioni generali, vigile e in respiro spontaneo". Lo afferma questa mattina il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni spiegando che l’intervento chirurgico per la stenosi diverticolare effettuato nella serata di ieri  ha "comportato una emicolectomia sinistra ed ha avuto una durata di circa 3 ore". Si prevede una degenza di circa 7 giorni "salvo complicazioni", conclude Bruni.

La preghiera e gli auguri della CEI a Papa Francesco

5 Luglio 2021 - Roma - "Vicinanza" della Chiesa in Italia, delle comunità e dei fedeli a papa Francesco "con l’augurio di una buona convalescenza e pronta guarigione" arriba dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana il card. Bassetti dopo l'intervento chirurgico subito dsa Pontefice ieri sera al Policlinico Gemelli. "Nell’apprendere la notizia del Suo ricovero al Policlinico Gemelli per un intervento chirurgico - scrive il card. bassetti in un messaggio -  abbiamo pregato per Lei affidando al Padre la Sua salute. Ci siamo lasciati guidare dalle parole del Salmo che abbiamo proclamato nella liturgia domenicale: 'I nostri occhi sono rivolti al Signore'. Affidiamo al Signore i medici e tutto il personale sanitario che, con passione e amore, si stanno prendendo cura di Lei e di tutti i pazienti e gli ammalati". "Anche in questa occasione - conclude il porporato - ci ha insegnato come affrontare la sofferenza. Lo sguardo rivolto agli impegni dei prossimi mesi (il viaggio in Ungheria e in Slovacchia a settembre) e il sorriso abituale dalla finestra del Palazzo Apostolico, con cui ci dà appuntamento ogni domenica, sono una grande testimonianza. Non bisogna mai cedere allo sconforto anche nelle ore della fatica più dura. Grazie, Padre Santo! La attendiamo domenica prossima, dalla finestra del Palazzo Apostolico, per pregare insieme l’Angelus e ascoltare la Sua parola".

Papa Francesco ha “reagito bene” all’intervento chirurgico al Gemelli

5 Luglio 2021 - Roma - Si è concluso ieri, in tarda serata,  l'intervento chirurgico al quale è stato sottoposto Papa Francesco al Policlinico Gemelli di Roma. In una dichirazione ai giornalisti il  direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni ha dettoi che il papa , ricoverato nel pomeriggio di ieri  al Policlinico romano, è "stato sottoposto in serata all'operazione chirurgica programmata per stenosi diverticolare del sigma". Il Pontefice, ha spiegato Bruni, "ha reagito bene all'intervento condotto in anestesia generale ed eseguito dal professor Sergio Alfieri, con l'assistenza del professor Luigi Sofo, del dottor Antonio Tortorelli e della dottoressa Roberta Menghi". L'anestesia "è stata condotta dal professor Massimo Antonelli, dalla professoressa Liliana Sollazzi e dai dottori Roberto De Cicco e Maurizio Soave. Erano altresì presenti in sala operatoria il professor Giovanni Battista Doglietto e il professor Roberto Bernabei". Papa Francesco si è sottoposto ad "un intervento chirurgico programmato" per una stenosi diverticolare sintomatica del colon, aveva detto bruni nel primo pomeriggio. Papa Francesco a mezzogiorno hava presieduto la preghiuera mariana dell'Angelus in Piazza San Pietro e non avava fatto accenno al suo ricovero ospedaliero. Aveva annunciato "a Dio piacendo"un suo viaggio, dal 12 al 15 settembre prossimo, in Slovacchia per una visita pastorale. Un viaggio che inizierà domenica 12 a Budapest con la celebrazione della Messa conclusiva del Congresso Eucaristico Internazionale. "Ringrazio di cuore quanti stanno preparando questo viaggio e prego per loro. Preghiamo tutti per questo viaggio e per le persone che stanno lavorando per organizzarlo", ha detto il Papa. (R.Iaria)

Lo “scandalo” dell’Incarnazione

5 Luglio 2021 - Città del Vaticano - “Venne nella sua patria”. Con queste parole Marco, nel suo Vangelo, scrive il ritorno a Nazareth di Gesù. Partito dalla sua città natale, aver percorso le strade della Galilea, e di quella che chiamiamo la terra santa, compiuto miracoli e parlato alle folle, ecco che in questa domenica il cerchio si chiude: il luogo familiare della sua nascita e crescita lo accoglie, ma per lui è un po’ una delusione, tanto da fargli dire: “un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Che cosa è accaduto? Dopo la donna guarita perché ha toccato il lembo del mantello, dopo aver ridato vita alla figlia del capo della sinagoga, essendo sabato, Gesù va nella sinagoga che lo ha visto fanciullo, là dove, come ogni giovane ebreo, ha compiuto il bar mitzvah, per diventare a pieno titolo membro della comunità, e si mette a insegnare. “Molti, ascoltando, rimanevano stupiti”, leggiamo in Marco. E scatta la curiosità, anche l’invidia in chi lo ascolta, come dire i suoi concittadini, gli amici di alcuni anni prima: “da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?” Già, come è mai possibile che quel ragazzo, figlio del falegname e della giovane Maria, che hanno visto crescere, che tutti conoscevano, e con tutti aveva magari giocato e parlato, è capace di dire tutte quelle cose? Lo “conoscono” ma non lo “riconoscono”, dice papa Francesco all’Angelus; possiamo conoscere molte cose di una persona, “farci un’idea, affidarci a quello che ne dicono gli altri, magari ogni tanto incontrarla nel quartiere, ma tutto questo non basta. Si tratta di un conoscere direi ordinario, superficiale, che non riconosce l’unicità di quella persona”. Un rischio che corriamo tutti: “pensiamo di sapere tanto di una persona, e il peggio è che la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi. Allo stesso modo, i compaesani di Gesù lo conoscono da trent’anni e pensano di sapere tutto!” C’è una sorta di rimozione: troppo impegnative quelle parole ascoltate, troppo innovativo quell’insegnamento echeggiato all’interno della sinagoga. E poi, lo conoscono, sanno tutto della sua vita, della sua storia, è vissuto nel loro stesso ambiente, e, dunque, perché ascoltarlo? Meglio pensare alle cose di tutti i giorni. Gli abitanti di Nazareth si sono fermati “all’esteriorità e rifiutano la novità di Gesù” dice Francesco. Una lezione anche per noi: “quando facciamo prevalere la comodità dell’abitudine e la dittatura dei pregiudizi, è difficile aprirsi alla novità e lasciarsi stupire. Noi controlliamo, con l’abitudine, con i pregiudizi”, e nella vita delle persone “cerchiamo solo conferme alle nostre idee e ai nostri schemi, per non dover mai fare la fatica di cambiare”. Questo succede anche alla nostra fede: “senza apertura alla novità e soprattutto apertura alle sorprese di Dio, senza stupore, la fede diventa una litania stanca che lentamente si spegne e diventa un’abitudine, un’abitudine sociale”. Lo stupore è quell’incontro che ti fa riconoscere il Signore, “è come il certificato di garanzia che quell’incontro è vero, non è abitudinario”, dice ancora il vescovo di Roma. Il motivo di questa non conoscenza, per Francesco, è l’incapacità di accettare “lo scandalo dell’Incarnazione”; per gli abitanti di Nazareth “è scandaloso che l’immensità di Dio si riveli nella piccolezza della nostra carne, che il Figlio di Dio sia il figlio del falegname, che la divinità si nasconda nell’umanità, che Dio abiti nel volto, nelle parole, nei gesti di un semplice uomo”. Lo scandalo è la concretezza, la “quotidianità” dell’incarnazione di Dio. È uomo concreto, compagno di strada, uno di noi, Gesù di Nazareth. “È più comodo un dio astratto, e distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio ‘dagli effetti speciali’, che fa solo cose eccezionali e dà sempre grandi emozioni”. Invece, afferma il Papa, “Dio si è incarnato: Dio è umile, Dio è tenero, Dio è nascosto, si fa vicino a noi abitando la normalità della nostra vita quotidiana. E allora, succede a noi come ai compaesani di Gesù, rischiamo che, quando passa, non lo riconosciamo”. (Fabio Zavattaro- Sir)

Rifugiati: una nuova donazione di papa Francesco per il campo di Lipa

1 Luglio 2021 - Roma - Con una donazione personale, Papa Francesco ha deciso di sostenere la realizzazione di 2 sale polifunzionali e sale da pranzo per famiglie e minori accolti nel campo permanente di Lipa, attualmente in costruzione. Oggi, 1° luglio, alla presenza del nunzio apostolico in Bosnia Erzegovina, mons. Luigi Pezzuto, la cerimonia della posa della prima pietra. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa cattolica Kta, alla realizzazione e alla gestione dei nuovi ambienti contribuiranno anche la Caritas diocesana di Banja Luka, quella Ambrosiana e l’ong delle Acli, Ipsia. Attraverso la nunziatura a Sarajevo il Papa ha voluto esprimere “la sua vicinanza e cura per le condizioni dei campi nella zona di Lipa, luogo abbastanza isolato e ancora privo di alcuni servizi infrastrutturali di base, soprattutto per i minori e le famiglie”, ha spiegato il nunzio. “La donazione del Santo Padre – ha aggiunto – rappresenta un importante contributo per rendere il nuovo campo permanente di Lipa un luogo più umano e ospitale. Questo sostegno rappresenta la seconda donazione di Papa Francesco a favore dei migranti che si spostano lungo la Bosnia Erzegovina e segue la prima donazione dello scorso ottobre che ha permesso la creazione di due ‘Angoli sociali’ nei campi profughi di Usivak e Sedra”.

Papa Francesco: “non essere ammiratori ma imitatori di Gesù”

30 Giugno 2021 - Città del Vaticano -  “Questo interessa al Signore: stare al centro dei nostri pensieri, diventare il punto di riferimento dei nostri affetti; essere, in poche parole, l’amore della nostra vita. Non le opinioni che noi abbiamo su di Lui: non interessa, a Lui. Gli interessa il nostro amore, se Lui è nel nostro cuore”. Lo ha detto il Papa prima della recita dell’Angelus nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo: “I Santi che festeggiamo oggi hanno fatto questo passaggio e sono diventati testimoni. Il passaggio dall’opinione ad avere Gesù nel cuore: testimoni. Non sono stati ammiratori, ma imitatori di Gesù. Non sono stati spettatori, ma protagonisti del Vangelo. Non hanno creduto a parole, ma coi fatti. Pietro non ha parlato di missione, ha vissuto la missione, è stato pescatore di uomini; Paolo non ha scritto libri colti, ma lettere vissute, mentre viaggiava e testimoniava. Entrambi hanno speso la vita per il Signore e per i fratelli. E ci provocano”. “Gesù vuole che noi ci mettiamo in gioco”, ha aggiunto il Papa: “Quante volte, ad esempio, diciamo che vorremmo una Chiesa più fedele al Vangelo, più vicina alla gente, più profetica e missionaria, ma poi, nel concreto, non facciamo nulla! È triste vedere che tanti parlano, commentano e dibattono, ma pochi testimoniano. I testimoni non si perdono in parole, ma portano frutto. I testimoni non si lamentano degli altri e del mondo, ma cominciano da sé stessi”. “Il Signore può fare grandi cose per mezzo di noi quando non badiamo a difendere la nostra immagine, ma siamo trasparenti con Lui e con gli altri”, ha concluso.

La donna e la bambina

28 Giugno 2021 - Una donna anziana e una bambina. Il Vangelo di Marco si sofferma, in questa domenica, su queste due figure che, in qualche modo, escono dall’anonimato della folla che circonda Gesù. Lo avevamo lasciato sulla barca mentre attraversava il lago di Tiberiade per raggiungere la riva opposta e scendere in terra di Galilea. Anche qui trova folla che si accalca attorno a lui; folla anonima, persone semplici, mendicanti, gente malata, toccata dalla sofferenza e dal dolore. Un po’ come le folle che quotidianamente troviamo lungo le nostre strade, nelle nostre città, e che, magari, facciamo di tutto per evitarle. In questa folla anonima molti lo toccano, lo sfiorano; tutti gesti anonimi, meno uno, quello di una persona che ha una grande fede e una richiesta da fare, ma non trova il coraggio di farla. Ecco che sfiora il lembo polveroso del mantello di Gesù: è convinta che il solo contatto con la stoffa del mantello potrà guarirla da quelle perdite di sangue che l’affliggono da tanto tempo. Quel tocco non è casuale, nasconde una volontà precisa, una richiesta di aiuto. Gesù – “essendosi reso conto della forza che era uscita da lui” – coglie quella richiesta e si ferma. Marco nel suo Vangelo scrive: “egli guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo”. Per i discepoli era strano che, stretto da tanta folla, potesse rendersi conto di quella mano che aveva sfiorato il mantello. Gesù, invece, sa che si tratta di una mano di donna, che così voleva comunicare la sua richiesta di aiuto. Trenta anni fa il gesto di quella donna diventa icona simbolo della seconda lettera pastorale dell’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini: “ma, a differenza di altre volte in cui la comunicazione è diretta (Gesù parla, comanda, tocca), qui è sufficiente un lembo del mantello, sfrangiato e impolverato, per stabilire la possibilità di un incontro”. La lettera è una riflessione sulla comunicazione, e, partendo dalle parole di Marco, mette in evidenza, nella scelta di sfiorare la tunica, il tema della fiducia nel Signore, della forza della fede. Nella pagina di Marco non c’è solo la donna emorroissa che tocca il lembo del mantello. C’è la sorte di una bambina malata, anzi morta quando Gesù arriva al suo capezzale, figlia del capo della sinagoga, Giairo. Una donna anziana e una bambina, due persone fragili, deboli. La malattia più grave per Francesco è la “mancanza di amore, non riuscire a amare. E la guarigione che più conta è quella degli affetti”, dice all’Angelus. Gesù, afferma, “si imbatte nelle nostre due situazioni più drammatiche, la morte e la malattia”. In questo tempo segnato dalla pandemia il vescovo di Roma si sofferma proprio sulla malattia, e sottolinea che in questa “donna senza nome” possiamo vederci tutti: “era una donna emarginata, non poteva avere relazioni stabili, non poteva avere uno sposo, non poteva avere una famiglia” perché “impura. Viveva sola, con il cuore ferito”. Storia esemplare: aveva fatto molte cure, “spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio”. Anche noi, sottolinea Francesco, “quante volte ci buttiamo in rimedi sbagliati per saziare la nostra mancanza di amore? Pensiamo che a renderci felici siano il successo e i soldi, ma l’amore non si compra, è gratuito. Ci rifugiamo nel virtuale, ma l’amore è concreto. Non ci accettiamo così come siamo e ci nascondiamo dietro i trucchi dell’esteriorità, ma l’amore non è apparenza. Cerchiamo soluzioni da maghi da santoni, per poi trovarci senza soldi e senza pace, come quella donna”. Lei sceglie Gesù “e si butta tra la folla per toccare il mantello”, quella donna “cerca il contatto diretto”; in questo tempo sospeso, “abbiamo capito quanto siano importanti il contatto, le relazioni”. Così “il Signore attende che lo incontriamo, che gli apriamo il cuore, che, come la donna, tocchiamo il suo mantello per guarire”. Gesù “non guarda all’insieme, come noi, ma guarda alla persona. Non si arresta di fronte alle ferite e agli errori del passato, ma va oltre i peccati e i pregiudizi”. Egli “guarda per guarirle”. E chiede a tutti noi di vedere tante persone “si sentono ferite e sole e hanno bisogno di sentirsi amate”. Chiede “uno sguardo che non si fermi all’esteriorità, ma vada al cuore”; chiede, ancora, uno sguardo “non giudicante, ma accogliente”. Perché “solo l’amore risana la vita”. (Fabio Zavattaro - Sir)

Papa Francesco: ascoltiamo la dolorosa lezione di vita dei rifugiati

28 Giugno 2021 - Città del Vaticano - “Non possiamo convivere tranquillamente con le guerre in corso come fossero fatali. Sarebbe un ottundimento della coscienza!”. Purtroppo questo avviene, specie nei Paesi non toccati dai conflitti, ma solo da qualche conseguenza come l’arrivo dei profughi. LO scrive papa Francesco nel volume, in uscita oggi in un testo inedito nel volume dal titolo “Pace in terra” (che evoca la storica enciclica di Giovanni XXIII), con sottotitolo “La fraternità è possibile”. Si tratta – scrive Vatican News - di un libro della collana ecumenica della Libreria Editrice Vaticana “Scambio dei doni”, che vuole evidenziare i legami tra i cristiani delle varie confessioni. Per il papa i profughi sono i “testimoni della guerra, dolenti ‘ambasciatori’ dell’inascoltata domanda di pace” che “ci fanno toccare con mano quanto la guerra sia disumana". “Ascoltiamo – è l’appello - la loro dolorosa lezione di vita! Accogliere i rifugiati è anche un modo di limitare le sofferenze della guerra e di lavorare per la pace”. Nel volume il papa – anticipa il sito vaticano – parla di milioni di esseri umani che aspirano alla pace ma che sono ancora “minacciati dalla guerra, costretti a lasciare le loro case, colpiti dalla violenza”. “La dimenticanza dei dolori delle guerre – scrive - rende indifesi verso la logica dell’odio: facilita lo sviluppo del bellicismo. L’oblio soffoca la genuina aspirazione alla pace e porta a ripetere gli errori del passato”.