Tag: Papa Francesco

Pace: domani incontro interreligioso “Nessuno si salva da solo”

19 Ottobre 2020 - Roma - Domani, martedì 20 ottobre Roma sarà la “capitale della pace” con l’incontro internazionale "Nessuno si salva da solo-Fraternità e Pace", il trentaquattresimo promosso dalla Comunità di Sant’Egidio nello “spirito di Assisi”, dopo la storica giornata voluta da Giovanni Paolo II nel 1986. L’evento, che si svolgerà a partire dalle 16, vedrà riunite le grandi religioni mondiali insieme ad autorevoli rappresentanti delle istituzioni. In un momento difficile della storia, a causa della pandemia ma anche per le guerre  vecchie e nuove in corso - come quella che dura da dieci anni in Siria o l’ultima nel Nagorno- Karabakh - dal cuore dell’Europa si offrirà al mondo un solenne momento di riflessione, di preghiera e di incontro: un messaggio di speranza per il futuro nel nome del bene più grande, che è quello della Pace. Dopo le preghiere delle diverse religioni in luoghi distinti (i cristiani nella basilica dell’Ara Coeli con la presenza di papa Francesco, di Bartolomeo I e delle diverse Chiese ortodosse e protestanti), alle 17.15 i leader religiosi si ritroveranno insieme nella piazza del Campidoglio per la cerimonia finale. Dopo l’arrivo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, prenderanno la parola il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi e, con un videomessaggio, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Saranno quindi ascoltati gli interventi dei leader e rappresentanti delle religioni: il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, il rabbino Capo di Francia, Haim Korsia, il segretario generale del Comitato Superiore della Fraternità Umana (Islam), Mohamed Abdelsalam Abdellatif, il buddista Shoten Minegishi e, a conclusione, Papa Francesco. Seguirà un minuto di silenzio in memoria delle vittime della pandemia e di tutte le guerre e la lettura dell’appello di pace 2020, che verrà consegnato da un gruppo di bambini agli ambasciatori e ai rappresentanti della politica nazionale (presenti tra gli altri anche i ministri dell’Interno e degli Esteri italiani, Luciana Lamorgese e Luigi Di Maio) e internazionale. Alla fine Papa Francesco, insieme a tutti i leader religiosi, accenderà il candelabro della pace.  

Peruviani in Italia: il saluto di papa Francesco alla comunità di Roma

19 Ottobre 2020 - Città del Vaticano - “Saluto e benedico con affetto la comunità peruviana di Roma, qui radunata con la venerata Immagine del Señor de los Milagros. Un applauso alla comunità peruviana!”. Così papa Francesco  ieri ha voluto salutare la comunità peruviana ricordando la festa del Señor de los Milagros venerato a Lima. Una festa religiosa molto sentita in perù e in tutte le comunità peruviane nel mondo. Il papa ha anche ricordato la la Giornata Missionaria Mondiale sul tema “Eccomi, manda me. Tessitori di fraternità”. “È bella questa parola ‘tessitori’: ogni cristiano – ha detto - è chiamato ad essere un tessitore di fraternità. Lo sono in modo speciale i missionari e le missionarie – sacerdoti, consacrati e laici – che seminano il Vangelo nel grande campo del mondo. Preghiamo per loro e diamo a loro il nostro sostegno concreto”. Il Pontefice ha quindi voluto “ringraziare Dio per la tanto attesa liberazione di Padre Pier Luigi Maccalli... – lo salutiamo con questo applauso! – che era stato rapito due anni fa in Niger. Ci rallegriamo anche perché con lui sono stati liberati altri tre ostaggi. Continuiamo a pregare per i missionari e i catechisti e anche per quanti sono perseguitati o vengono rapiti in varie parti del mondo”. E poi “una parola di incoraggiamento e sostegno ai pescatori fermati da più di un mese in Libia e ai loro familiari. Affidandosi a Maria Stella del Mare mantengano viva la speranza di poter riabbracciare presto i loro cari. Prego – ha poi detto - anche per i diversi colloqui in corso a livello internazionale, affinché siano rilevanti per il futuro della Libia. Fratelli e sorelle, è giunta l’ora di fermare ogni forma di ostilità, favorendo il dialogo che porti alla pace, alla stabilità e all’unità del Paese. Preghiamo insieme per i pescatori e per la Libia, in silenzio”.

Raffaele Iaria

A Cesare e a Dio

19 Ottobre 2020 - Città del Vaticano - Gesù è ormai entrato a Gerusalemme, sono gli ultimi giorni della sua esistenza terrena, e il cerchio attorno a lui va stringendosi. Matteo ci propone, nella pagina del suo Vangelo della domenica, letto ieri, la prima delle tre dispute in cui è trascinato dai suoi avversari. Squisitamente politica la domanda che gli viene posta: “è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare”. Ha di fronte una strana coalizione composta da discepoli dei farisei e da erodiani, popolazione a sud del mar Morto, sotto la Giudea: filogovernativi e collaborazionisti questi ultimi, contrari all’occupazione romana i primi. La domanda ha un unico obiettivo: tendere una trappola a Gesù, interrogandolo sulla legittimità del tributo da pagare a Cesare. Tre gli elementi di questa pagina evangelica, e cioè la moneta, il sottile inganno, e la risposta spiazzante. La moneta è il Census coniata appositamente da Roma per il tributo dovuto all’impero dal popolo della Giudea, esclusi anziani e bambini. Aveva il valore di una giornata di lavoro, e era uno dei segni più odiosi per far sentire il peso della schiavitù. La domanda è di difficile risposta, perché sulla moneta è raffigurata l’immagine di Cesare e il comandamento proibiva di fare immagini di qualsiasi persona. Anzi, per la popolazione il culto dell’imperatore, ritratto anche sulle monete, era un’ingiuria al Dio di Israele. Chiedendo se sia lecito o meno pagare il tributo a Cesare, una risposta positiva poteva costare l’accusa di idolatria; una negativa, l’accusa di essere un sobillatore politico. Gli interlocutori di Gesù sono convinti che non ci sia un’alternativa alla loro interrogazione: o un “sì” o un “no”. Erano sicuri di metterlo all’angolo e farlo cadere nel tranello. Ma Egli conosce la loro malizia – “ipocriti, perché volete mettermi alla prova” – e si svincola dal trabocchetto. Così, in primo luogo, chiede la moneta: lui non ha soldi in tasca, non così farisei e erodiani. Indiretta critica ai suoi interlocutori che tirano in campo problemi di coscienza nella misura in cui questi toccano i loro beni, i soldi. Gesù “si pone al di sopra della polemica” spiega papa Francesco all’Angelus, nel quale ricorda la giornata missionaria – “ogni cristiano è chiamato ad essere un tessitore di fraternità”, dice gioendo per la liberazione di padre Pier Luigi Maccalli – e chiede pace per la Libia e la liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo trattenuti da più di un mese. Gesù con la sua risposta – “rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” – da una parte, “riconosce che il tributo a Cesare va pagato – anche per tutti noi, le tasse vanno pagate –, perché l’immagine sulla moneta è la sua; ma soprattutto ricorda che ogni persona porta in sé un’altra immagine – la portiamo nel cuore, nell’anima – è l’immagine di Dio, e pertanto è a lui, e a lui solo, che ognuno è debitore della propria esistenza, della propria vita”, dice papa Francesco citando le parole di Benedetto XVI, il quale commentava: “da’ la tua ricchezza materiale a Cesare, ma serba per Dio l’innocenza unica della tua coscienza, dove Dio è contemplato. Cesare, infatti, ha richiesto la sua immagine su ogni moneta, ma Dio ha scelto l’uomo”. In questa sentenza di Gesù, afferma Francesco, “si trova non solo il criterio della distinzione tra sfera politica e sfera religiosa, ma emergono chiari orientamenti per la missione dei credenti di tutti i tempi, anche per noi oggi. Pagare le tasse è un dovere dei cittadini, come anche l’osservanza delle leggi giuste dello Stato. Al tempo stesso, è necessario affermare il primato di Dio nella vita umana e nella storia, rispettando il diritto di Dio su ciò che gli appartiene”. Distinzione che toglie alla politica ogni dimensione sacrale: la politica può essere vissuta come servizio a Dio ma non coincide con il Regno di Dio, e nessuno potere terreno può mettersi al posto di Dio. Ecco la missione della Chiesa e dei cristiani: “parlare di Dio e testimoniarlo agli uomini e alle donne del proprio tempo”. Per il Battesimo, ognuno “è chiamato ad essere presenza viva nella società, animandola con il Vangelo e con la linfa vitale dello Spirito Santo. Si tratta di impegnarsi con umiltà, e al tempo stesso con coraggio, portando il proprio contributo all’edificazione della civiltà dell’amore, dove regnano la giustizia e la fraternità”.

Fabio Zavattaro

Don Malgesini: oggi il Papa ha incontrato i genitori

14 Ottobre 2020 -

 

Città del Vaticano – Papa Francesco questa mattina ha incontrato i genitori di don Roberto Malgesini, il sacerdote ucciso a Como. Lo ha annunciato il pontefice stesso durante la catechesi incentrata sulla preghiera e sulla forza delle lacrime. “Prima di entrare in Aula, ho incontrato i genitori di quel sacerdote della diocesi di Como che è stato ucciso; proprio è stato ucciso nel suo servizio per aiutare”, ha detto il pontefice: “le lacrime di quei genitori sono le lacrime ‘loro’ e ognuno di loro sa quanto ha sofferto nel vedere questo figlio che ha dato la vita nel servizio dei poveri. Quando noi vogliamo consolare qualcuno, non troviamo le parole. Perché? Perché non possiamo arrivare al suo dolore, perché il ‘suo’ dolore è suo, le ‘sue’ lacrime sono sue. Lo stesso è di noi: le lacrime, il ‘mio’ dolore è mio, le lacrime sono ‘mie’ e con queste lacrime, con questo dolore mi rivolgo al Signore”. Mamma Ida e papà Bruno sono arrivati dalla loro Rogoledo, piccola frazione di Cosio Valtellino, per pregare con papa Francesco nel ricordo di don Roberto. Con il Papa hanno pianto. In silenzio. Insieme, racconta l’Osservatore Romano che apre l’edizione odierna con la foto dell’incontro: “E con un filo di voce gli hanno chiesto semplicemente una preghiera”. In dono il papa ha dato loro una corona del rosario “per continuare a vivere il loro dolore con il coraggio della fede”. Ad accompagnarli,. Riferisce il quotidiano della Santa Sede, gli altri tre figli: Enrico, Mario e Caterina che ha donato al Pontefice una fotografia con un’immaginetta con le loro famiglie. Ma anche i rappresentanti della diocesi etano presenti all’incontro con il vescovo, mons. Oscar Cantoni che parla di “dolore ma anche di consolazione perché - confida - siamo grati al Signore per la testimonianza che don Roberto sta continuando a dare anche ora, dopo aver servito con umiltà le persone emerginate”. Il presule era accompagnato da tre preti di Como, amici di don Malgesini. Durante l’incontro ha “ringraziato” il Papa per le sue parole di incoraggiamento e anche per aver chiesto al cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, di celebrare la messa di suffragio, nel duomo di Como, il 19 settembre. “La nostra gente è rimasta colpita dall’attenzione di Francesco racconta il vescovo — e dal particolare gesto di delicatezza del cardinale Krajewski che, subito dopo la celebrazione, è andato personalmente a casa dei genitori di don Roberto per abbracciarli, per pregare con loro e donare il rosario del Papa”.

Raffaele Iaria

Alla festa del Signore

12 Ottobre 2020 -       Per la terza domenica consecutiva il Vangelo ci propone una parabola sul rifiuto di Cristo da parte di coloro cui era stato rivolto l’invito; ha davanti a sé i capi dei sacerdoti e i farisei. Si trova nel tempio di Gerusalemme; sono gli ultimi giorni della sua vita terrena e si avvicina l’ora della passione. Ancora una volta si rivolge a coloro che lo stanno ascoltando, che stanno tramando contro di lui per toglierlo di mezzo, per metterlo a tacere una volta per tutte. Alla forza della violenza Gesù oppone la forza disarmante della parola; al linguaggio della menzogna e dell’inganno oppone quello della verità. Due immagini fanno da sfondo al brano di Matteo, al re che prepara il banchetto per le nozze del figlio, e manda i servi a invitare le persone. La prima immagine è proprio il re che nonostante i primi rifiuti degli invitati – “non volevano venire”, “non se ne curarono” – manda nuovamente i suoi servi, i quali vennero maltrattati, insultati e uccisi. Per due volte, di fronte ai “no”, il re non viene meno alla sua generosità e manda così, per la terza volta, i suoi servi a invitare quanti si trovano ai crocicchi delle strade, dove l’uomo vive e lavora quotidianamente. Spiega Francesco all’Angelus: così si comporta il Signore: “quando è rifiutato, invece di arrendersi, rilancia e invita a chiamare tutti quelli che si trovano ai crocicchi delle strade, senza escludere nessuno. Nessuno è escluso dalla casa di Dio”. Matteo, scrivendo di crocicchi, fa riferimento ai luoghi “fuori dall’abitato, dove la vita è precaria”. È lì che i servi del re trovano gente disposta a sedersi alla mensa. La sala del banchetto allora, ricorda il Papa, “si riempie di ‘esclusi’, quelli che sono ‘fuori’, di coloro che non erano mai sembrati degni di partecipare a una festa, a un banchetto nuziale”. Chiama tutti il re, buoni e cattivi; tutti sono invitati al banchetto. “Gesù andava a pranzo con i pubblicani, che erano i peccatori pubblici, erano i cattivi. Dio non ha paura della nostra anima ferita da tante cattiverie, perché ci ama, ci invita”. È l’immagine cara a Papa Francesco, la Chiesa in uscita, chiamata a raggiungere “i crocicchi odierni, cioè le periferie geografiche ed esistenziali dell’umanità, quei luoghi ai margini, quelle situazioni in cui si trovano accampati e vivono brandelli di umanità senza speranza. Si tratta di non adagiarsi sui comodi e abituali modi di evangelizzazione e di testimonianza della carità, ma di aprire le porte del nostro cuore e delle nostre comunità a tutti, perché il Vangelo non è riservato a pochi eletti. Anche quanti stanno ai margini, perfino coloro che sono respinti e disprezzati dalla società, sono considerati da Dio degni del suo amore”. Al re, al Signore, interessa solamente che la festa riesca e che ci sia numerosa partecipazione, che non resti nessun posto vuoto. Per questo apre il suo banchetto a “giusti e peccatori, buoni e cattivi, intelligenti e incolti”. C’è una seconda immagine nel brano di Matteo, e cioè l’invitato che non indossa l’abito nunziale. Il re entra nella sala e si accorge che uno di loro non ha l’abito giusto, ricevuto in dono al suo ingresso: una mantellina, dice Francesco all’Angelus. Rifiutato quel dono “si è autoescluso: così il re non può fare altro che gettarlo fuori. Quest’uomo ha accolto l’invito, ma poi ha deciso che esso non significava nulla per lui: era una persona autosufficiente, non aveva alcun desiderio di cambiare o di lasciare che il Signore lo cambiasse”. Quell’abito simboleggia la coerenza tra fede e opere, la misericordia che Dio dona, ricorda il Papa: “non basta accettare l’invito a seguire il Signore, occorre essere disponibili a un cammino di conversione, che cambia il cuore”. Tutti sono chiamati alla festa, nessun ostacolo per entrare, se non l’esplicito rifiuto da parte dei chiamati; nessuno sarà cacciato se non per l’aver disprezzato l’abito nuziale, il “dono gratuito del suo amore, la grazia”. È quanto hanno fatto i santi che hanno accolto l’abito e lo hanno conservato puro; è quanto ha fatto Carlo Acutis, ragazzo quindicenne, beatificato a Assisi. “Non si è adagiato in un comodo immobilismo”, ricorda il Papa. Ha colto “i bisogni del suo tempo”. La sua testimonianza indica ai giovani che “la vera felicità si trova mettendo Dio al primo posto, e servendolo nei fratelli, specialmente gli ultimi”.

Fabio Zavattaro

Papa Francesco telefona ad un missionario italiano in Brasile: “ha bruciato la sua vita coni poveri”

12 Ottobre 2020 - Città del Vaticano - “Ieri sera, sono riuscito a fare una telefonata a un anziano prete italiano, missionario dalla gioventù in Brasile, ma sempre lavorando con gli esclusi, con i poveri. E vive quella vecchiaia in pace: ha bruciato la sua vita con i poveri. Questa è la nostra Madre Chiesa, questo è il messaggero di Dio che va agli incroci dei cammini”. Papa Francesco sabato sera ha chiamato un missionario italiano in Brasile. Lo ha detto lui stesso ieri mattina all’Angelus. Si tratta di p. Julio Renato Lancellotti che opera in Brasile da oltre 30 anni, attualmente vicario episcopale per la Pastorale del popolo di strada dell’arcidiocesi diSan Paolo. A riferire il nome VaticanNews che ricostruisce anche come è avvenuto questo contatto. Il missionario ha scritto al pontefice a fine settembre una lettera dalla quale emerge lo spaccato di miseria quotidiana che da lungo tempo padre Julio condivide con la gente che sopravvive per le strade di San Paolo. Uno scenario duramente complicato dal Covid che, nel mix devastante con la povertà endemica che affligge questi diseredati, genera un’inimmaginabile e anche inedita quantità di violazioni della dignità umana, racconta VaticanNews evidenziando che p. Julio ne ha viste tanti eppure racconta al Papa la sua sorpresa nel constatare come una grave crisi sanitaria sia diventata in Brasile il proscenio di un numero ancora maggiore di attacchi al valore della vita. Il missionario racconta nella lettera la sua esperienza e chiede una benedizione che il missionario avrebbe desiderato ricevere di persona ma anche con l’ammissione che questo sarà irrealizzabile perché le condizioni fisiche per affrontare il viaggio a Roma non ci sono. Papa Francesco ha chiamato il missionario ale14,15 di sabato. In un’intervista al settimanale della diocesi di San Paolo p. Julio ha riferito di aver ricevuto una chiamata da un numero non identificato e, quando ha risposto, il papa ha detto solo  “Sono papa Francesco”. E ha poi chiesto al sacerdote se preferiva parlare in spagnolo o in italiano. “Il Papa ha detto che ci accompagna con affetto, conosce le difficoltà che stiamo vivendo, di non scoraggiarci e, come Gesù, di stare con i poveri”, ha detto ancora il missionario italiano che al momento della chiamata "era incredulo".

Raffaele Iaria

 

Ultimo aggiornamento ore 12,30 del 12 ottobre 2020

   

Papa Francesco: la fraternità umana e la cura del creato formano l’unica via verso lo sviluppo integrale e la pace

4 Ottobre 2020 - Città del Vaticano – “Ieri sono stato ad Assisi per firmare la nuova Enciclica ‘Fratelli tutti’ sulla fraternità e l’amicizia sociale. L’ho offerta a Dio sulla tomba di San Francesco, che me l’ha ispirata, come la precedente ‘Laudato sì’”. Lo ha detto questa mattina Papa Francesco dopo la preghiera dell’Angelus e poco prima che venisse diffusa la nuova enciclica “Fratelli tutti” che il Pontefice ha voluto firmare ieri sula tomba del Poverello d’Assisi alla vigilia della sua festa. “I segni dei tempi mostrano chiaramente – ha detto il Papa - che la fraternità umana e la cura del creato formano l’unica via verso lo sviluppo integrale e la pace, già indicata dai Santi Papi Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II”. Papa Francesco ha poi regalato a tutti i presenti all’Angelus la nuova Enciclica, nell’edizione straordinaria dell’Osservatore Romano che da oggi ritorna nella versione cartacea. A distribuire il giornale  migranti dall’America Latina, dal Bangladesh e giovani afgani arrivati da Lesbo con i corridori umanitari. “Che San Francesco – ha quindi pregato il papa - accompagni il cammino di fraternità nella Chiesa, tra i credenti di ogni religione e tra tutti i popoli”. Nel dopo Angelus anche un del centenario della Stella Maris nata il 4 ottobre 1920 in Scozia a “sostegno della gente del mare. In questo anniversario così importante – ha detto papa Francesco - incoraggio i cappellani e i volontari a testimoniare con gioia la presenza della Chiesa nei porti, tra i marittimi, i pescatori e le loro famiglie”. E poi la beatificazione, oggi a Bologna, di Don Olinto Marella, sacerdote “oriundo della diocesi di Chioggia, pastore secondo il cuore di Cristo, padre dei poveri e difensore dei deboli. Possa la sua straordinaria testimonianza essere modello per tanti sacerdoti, chiamati ad essere umili e coraggiosi servitori del popolo di Dio”. E l’invito ad un “applauso al nuovo Beato!”.

Raffaele Iaria

Papa Francesco: “Fratelli tutti”, un “cuore aperto al mondo intero” per accogliere chi ha bisogno

4 Ottobre 2020 - Città del Vaticano - La fraternità va promossa nei fatti e non solo a parole. Il papa nella sua Enciclica “Fratelli tutti”, firmata ieri ad Assisi e diffusa questa mattina al termine della preghiera dell’Angelus, evidenzia che una società fraterna è quella che promuove l’educazione al dialogo per sconfiggere “il virus dell’individualismo radicale” e permettere a tutti di dare il meglio di sé. E per una società fraterna occorre volere concretamente il bene dell’altro e la solidarietà che ha cura delle persone più fragili e che non guardi le ideologie lontano contro ogni povertà. Per il papa il diritto a vivere con dignità non può essere negato a nessuno e ribadisce che i diritti sono senza frontiere. “Nessuno – scrive papa Francesco - può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato, e tanto meno a causa dei privilegi che altri possiedono per esser nati in luoghi con maggiori opportunità. I confini e le frontiere degli Stati – aggiunge - non possono impedire che questo si realizzi. Così come è inaccettabile che una persona abbia meno diritti per il fatto di essere donna, è altrettanto inaccettabile che il luogo di nascita o di residenza già di per sé determini minori opportunità di vita degna e di sviluppo”. E al tema dei migranti il pontefice dedica un intero capitolo dell’Enciclica, la terza del suo Pontificato dopo la prima “Lumen fidei” del 29 giugno 2013, iniziata da papa Benedetto XVI e completata e firmata da papa Bergoglio e la “Laudato si” del 24 maggio 2015, sull’ecologia integrale. Per il papa i migranti con le loro “vite lacerate” e in fuga da guerre, persecuzioni, catastrofi ambientali vanno accolti, protetti, promossi ed integrati come ha ricordato anche recentemente nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si è celebrata domenica scorsa. “In alcuni Paesi di arrivo, i fenomeni migratori suscitano allarme e paure, spesso fomentate e sfruttate a fini politici. Si diffonde così una mentalità xenofoba, di chiusura e di ripiegamento su se stessi. I migranti vengono considerati non abbastanza degni di partecipare alla vita sociale come qualsiasi altro, e si dimentica che possiedono la stessa intrinseca dignità di qualunque persona. Pertanto, devono essere ‘protagonisti del proprio riscatto”, scrive dopo aver sottolineato che da “alcuni regimi politici populisti quanto da posizioni economiche liberali, si sostiene che occorre evitare ad ogni costo l’arrivo di persone migranti. Al tempo stesso si argomenta che conviene limitare l’aiuto ai Paesi poveri, così che tocchino il fondo e decidano di adottare misure di austerità. Non ci si rende conto che, dietro queste affermazioni astratte difficili da sostenere, ci sono tante vite lacerate”, dice papa Francesco. E “ non si dirà mai che non sono umani, però in pratica, con le decisioni e il modo di trattarli, si manifesta che li si considera di minor valore, meno importanti, meno umani. È inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevalere certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede: l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore o della religione, e la legge suprema dell’amore fraterno”. Il papa dice di comprendere che di fronte alle persone migranti “alcuni nutrano dubbi o provino timori. Lo capisco come un aspetto dell’istinto naturale di autodifesa. Ma è anche vero – sottolinea - che una persona e un popolo sono fecondi solo se sanno integrare creativamente dentro di sé l’apertura agli altri” ed invita ad “andare oltre queste reazioni primarie”, perché “il problema è quando [esse] condizionano il nostro modo di pensare e di agire al punto da renderci intolleranti, chiusi, forse anche – senza accorgercene – razzisti. E così la paura ci priva del desiderio e della capacità di incontrare l’altro”. Nell’enciclica, che il papa definisce “sociale” evidenzia che affermare che tutti siamo fratelli e sorelle come esseri umani “se non è solo un’astrazione ma prende carne e diventa concreta, ci pone una serie di sfide che ci smuovono, ci obbligano ad assumere nuove prospettive e a sviluppare nuove risposte”. E quando il prossimo è una persona migrante “si aggiungono sfide complesse”. Certo, spiega, “l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale. Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona. I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Infatti, ‘non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino attraverso queste quattro azioni, per costruire città e Paesi che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperti alle differenze e sappiano valorizzarle nel segno della fratellanza umana’”. E papa Francesco indica alcune “risposte indispensabili” come il semplificare la concessione di visti, aprire corridoi umanitari, assicurare alloggi, sicurezza e servizi essenziali, offrire possibilità di lavoro e formazione, favorire i ricongiungimenti familiari, tutelare i minori, garantire la libertà religiosa e promuovere l’inserimento sociale. E per quanti sono arrivati già da tempo e sono inseriti nel tessuto sociale, è importante – per il pontefice - applicare il concetto di “cittadinanza”, che “si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che – scrive - porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli”. E per fare questo serve un “lavoro comune” con una “legislazione globale per le migrazioni” con lo stabilire “progetti a medio e lungo termine che vadano oltre la risposta di emergenza. Essi dovrebbero da un lato aiutare effettivamente l’integrazione dei migranti nei Paesi di accoglienza e, nel contempo, favorire lo sviluppo dei Paesi di provenienza con politiche solidali, che però non sottomettano gli aiuti a strategie e pratiche ideologicamente estranee o contrarie alle culture dei popoli cui sono indirizzate”. Il papa ribadisce che l’altro diverso da noi è un dono ed un arricchimento per tutti perché le differenze rappresentano una possibilità di crescita: “l’arrivo di persone diverse, che provengono da un contesto vitale e culturale differente, si trasforma in un dono, perché ‘quelle dei migranti sono anche storie di incontro tra persone e tra culture: per le comunità e le società in cui arrivano sono una opportunità di arricchimento e di sviluppo umano integrale di tutti’”. Da qui la richiesta in particolare ai giovani di “non cadere nelle reti di coloro che vogliono metterli contro altri giovani che arrivano nei loro Paesi, descrivendoli come soggetti pericolosi e come se non avessero la stessa inalienabile dignità di ogni essere umano”. Quando si accoglie di cuore la persona diversa, “le si permette – si legge ancora nel documento magisteriale - di continuare ad essere sé stessa, mentre le si dà la possibilità di un nuovo sviluppo. Le varie culture, che hanno prodotto la loro ricchezza nel corso dei secoli, devono essere preservate perché il mondo non si impoverisca. E questo senza trascurare di stimolarle a lasciar emergere da sé stesse qualcosa di nuovo nell’incontro con altre realtà. Non va ignorato il rischio di finire vittime di una sclerosi culturale”. Perciò “abbiamo bisogno di comunicare, di scoprire le ricchezze di ognuno, di valorizzare ciò che ci unisce e di guardare alle differenze come possibilità di crescita nel rispetto di tutti. È necessario un dialogo paziente e fiducioso, in modo che le persone, le famiglie e le comunità possano trasmettere i valori della propria cultura e accogliere il bene proveniente dalle esperienze altrui”. Oggi abbiamo sempre più bisogno di far crescere la consapevolezza che oggi “o ci salviamo tutti o nessuno si salva. La povertà, il degrado, le sofferenze di una zona della terra sono un tacito terreno di coltura di problemi che alla fine toccheranno tutto il pianeta. Se ci preoccupa l’estinzione di alcune specie, dovrebbe assillarci il pensiero che dovunque ci sono persone e popoli che non sviluppano il loro potenziale e la loro bellezza a causa della povertà o di altri limiti strutturali. Perché questo finisce per impoverirci tutti”. Solo una cultura sociale e politica che “comprenda l’accoglienza gratuita potrà avere futuro”, è il pensiero del pontefice.

Raffaele Iaria

Oggi la giornata della Carità del Papa

4 Ottobre 2020 -

Roma - Si tiene oggi in tutte le chiese la tradizionale colletta per sostenere l’azione del Papa in favore dei più bisognosi e delle comunità ecclesiali in difficoltà, l’Obolo di San Pietro. Tutte le offerte raccolte saranno devolute a questo scopo. Alla fine del secolo VIII gli anglosassoni, dopo la loro conversione al cristianesimo, decisero di inviare ogni anno un contributo al Papa. Nacque il “Denarius Sancti Petri” (elemosina a san Pietro), che presto si diffuse in altri Paesi. Dopo molte vicissitudini fu Pio IX, con l’enciclica “Saepe venerabilis” del 1871, a istituirla come pratica.

La data dell’Obolo di San Pietro ricade sempre in prossimità della festa dei santi Pietro e Paolo; quest’anno, come è noto, a causa della pandemia è stata posticipata a oggi, festa di san Francesco d’Assisi. Sul sito dell’Obolo di San Pietro è possibile risalire ai progetti realizzati con la Carità del Papa.

Papa Francesco: “Fratelli tutti” per “reagire con un nuovo sogno di fraternità e amicizia”

3 Ottobre 2020 - Città del Vaticano - Papa Francesco ha oggi firmato ad Assisi la sua terza enciclica “Fratelli tutti”. Dopo i la firma un tweeet: “Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità  e di amicizia sociale che non si limiti alle parole. #FratelliTutti", scrive.

R.I.