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Un fuoco d’amore

1 Giugno 2020 - Città del Vaticano - Pentecoste. Per Benedetto XVI è “il battesimo della chiesa”. Per padre Davide Maria Turoldo è “il vento che non lascia dormire la polvere”. Per Francesco è la Chiesa “nata in uscita”, dal Cenacolo è “partita con il pane spezzato tra le mani, le piaghe di Gesù negli occhi, e lo Spirito d’amore nel cuore”. Pentecoste. Per l’ebraismo è la festa che ricorda la rivelazione, il dono di Dio al popolo ebraico della legge sul monte Sinai. Per il cristianesimo è la discesa dello Spirito santo sui discepoli. Il soffio dello Spirito è all’origine di tutte le cose, è all’origine della prima creazione, come leggiamo nella Genesi: “il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. Ma è anche all’origine della nuova creazione, dello Spirito santo che nel giorno di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, scende sui discepoli e Maria, il primo giorno della settimana ebraica, lo stesso della resurrezione. Celebra nella basilica vaticana all’altare della Cattedra, papa Francesco, davanti a un piccolo gruppo di fedeli. Poi Regina caeli, per la prima volta da quando ha avuto inizio il lockdown, parole che pronuncia, affacciandosi dalla finestra dello studio del Palazzo apostolico, guardando le persone che finalmente sono potute tornare in piazza San Pietro. Pentecoste, la “forza unificatrice dello Spirito”, dice nell’omelia in basilica, evidenziando le diverse provenienze e contesti sociali fra gli apostoli: “Gesù non li aveva cambiati, non li aveva uniformati facendone dei modellini in serie. Aveva lasciato le loro diversità e ora li unisce ungendoli di Spirito Santo”. Anche tra noi ci sono diversità e la tentazione è sempre quella di difendere le nostre scelte, le nostre idee: “guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo. Il mondo ci vede di destra e di sinistra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù. II mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia. Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico”. Poi, nelle parole che precedono la recita del Regina caeli, Francesco sintetizza il senso della Pentecoste: perdonando e radunando i discepoli “Gesù fa di essi la sua Chiesa: una comunità riconciliata e pronta alla missione”. Giovanni, nel suo Vangelo, ci dice che i discepoli avevano chiuso le porte per paura, e Gesù venne in mezzo a loro e li salutò: pace a voi. Parole che sono più di un saluto, esprimono perdono – lo avevano abbandonato – riconciliazione. Anche noi, afferma il Papa, “quando auguriamo pace agli altri, stiamo dando il perdono e chiedendo pure il perdono”. Gesù offre la sua pace, dice ancora, perdona sempre: “non si stanca mai di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono”. Parole che aveva già pronunciato nella sua omelia nella chiesa di Sant’Anna in Vaticano, il 17 marzo 2013. L’incontro con il Signore “capovolge l’esistenza degli apostoli e li trasforma in coraggiosi testimoni”. I suoi inviati: “‘io mando voi’: non è tempo di stare rinchiusi, né di rimpiangere i ‘bei tempi’ passati col Maestro. La gioia della risurrezione è grande, ma è una gioia espansiva”. Immagine cara al Papa, la Chiesa in uscita: “lo Spirito Santo è fuoco che brucia i peccati e crea uomini e donne nuovi; è fuoco d’amore con cui i discepoli potranno ‘incendiare’ il mondo, quell’amore di tenerezza che predilige i piccoli, i poveri, gli esclusi”. Il soffio dello Spirito ci chiede “il coraggio di uscire fuori dalle mura protettive dei nostri ‘cenacoli’, senza adagiarci nel quieto vivere o rinchiuderci in abitudini sterili”. Comunità riconciliata e pronta alla missione. Un pensiero, infine, anche per l’Amazzonia “tanti sono i contagiati e i defunti, anche tra i popoli indigeni, particolarmente vulnerabili”. Prega il Papa “per i più poveri e i più indifesi” di quella regione, ma anche per quelli di tutto il mondo: “faccio appello affinché non manchi a nessuno l’assistenza sanitaria. Curare le persone, non risparmiare per l’economia. Curare le persone, che sono più importanti dell’economia”.

Fabio Zavattaro

Papa Francesco: “è un momento delicato per il diritto d’asilo”

29 Maggio 2020 - Città del Vaticano - Un apprezzamento al Centro Astalli “per il coraggio con cui affrontate la ‘sfida’ delle migrazioni, soprattutto in questo delicato momento per il diritto d’asilo, poiché migliaia di persone fuggono dalla guerra, dalle persecuzioni e da gravi crisi umanitarie”. Lo ha rivolto Papa Francesco nella lettera indirizzata a padre Camillo Ripamonti, direttore del Centro Astalli. “Il vostro esempio – ha scritto il Papa nella lettera autografa, datata 23 maggio e riferita alla recente presentazione del Rapporto annuale 2020 del Centro Astalli – possa suscitare nella società un rinnovato impegno per una autentica cultura dell’accoglienza e della solidarietà”. Il Papa rivolge un pensiero “ai rifugiati che voi accogliete con amore fraterno: a tutti sono spiritualmente vicino con la preghiera e l’affetto e li esorto ad avere fiducia e speranza in un mondo di pace, di giustizia e di fraternità tra i popoli”.

Contro la pandemia: domani il Rosario del Papa con i santuari di tutto il mondo

29 Maggio 2020 - Città del Vaticano – “Assidui e concordi nella preghiera, insieme con Maria (cfr. At 1,14)". Su questo tema papa Francesco, unendosi ai Santuari del mondo che a causa dell'emergenza sanitaria hanno dovuto interrompere le loro normali attività e i loro pellegrinaggi, pregherà il Rosario in diretta e in mondovisione dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, domani, sabato 30 maggio alle ore 17:30, il Papa sarà dunque ancora una volta vicino all'umanità in preghiera, per chiedere alla Vergine aiuto e soccorso nella pandemia. La preghiera sarà trasmessa in diretta su Tv2000 (cn 28 – 157 Sky e 18 tvsat), su inBlu Radio e anche su avvenire.it. L'iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, vedrà il coinvolgimento di famiglie e di uomini e donne rappresentanti dei settori più coinvolti e particolarmente toccati dalla pandemia, ai quali saranno affidate le decine del Rosario. Dunque, medici e infermieri, pazienti guariti e pazienti che hanno subito lutti, un cappellano ospedaliero e una suora infermiera, una farmacista e una giornalista, e infine un volontario della Protezione civile con i suoi familiari e anche una famiglia che ha visto nascere un bambino proprio nei momenti più difficili, per esprimere la speranza che non deve mai venire meno. Ai piedi di Maria al termine del mese a Lei dedicato e certi che la Madre celeste non farà mancare il suo soccorso, comunica il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuona Evangelizzazione, Francesco porrà dunque gli affanni e i dolori dell'umanità. In collegamento ci saranno i Santuari più grandi dai cinque continenti tra cui Lourdes, Fatima, Lujan, Milagro, Guadalupe, San Giovanni Rotondo e Pompei. In una lettera, monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione si è rivolto direttamente ai rettori dei Santuari per invitarli a organizzare e promuovere questo speciale momento di preghiera compatibilmente con le attuali regole sanitarie vigenti e con il fuso orario del luogo.

Papa Francesco: sabato la preghiera del Rosario in colegamento con tutti i santuari del mondo

27 Maggio 2020 - Città del Vaticano - “Uniti nella preghiera per invocare nella pandemia l’aiuto e il soccorso della Vergine Maria e per affidare al Signore l’umanità intera”. Sabato 30 maggio, alle 17.30, Papa Francesco presiederà la recita del Rosario dalla Grotta di Lourdes, nei Giardini vaticani. La celebrazione mariana, trasmessa in diretta mondovisione, è promossa dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Si uniranno alla preghiera i santuari del mondo, con uno speciale coinvolgimento delle famiglie. Domenica, 31 maggio, alle 10, il pontefice celebrerà la messa nel giorno di Pentecoste, senza concorso di fedeli, presso la cappella del Santissimo Sacramento nella basilica vaticana. Alle 12, dalla finestra dello studio privato – rende noto la Sala Stampa della Santa Sede - riprenderà la recita della preghiera del Regina Caeli con i fedeli in piazza San Pietro. Le forze dell’ordine garantiranno l’accesso in sicurezza alla piazza e avranno cura che i fedeli presenti possano rispettare la necessaria distanza interpersonale.  

Io sono con voi

25 Maggio 2020 - Città del Vaticano - Siamo ancora nel clima della Pasqua, il Papa parla dalla biblioteca, mentre piazza san Pietro, lentamente, si popola di persone che seguono il Regina Caeli dai grandi schermi, in attesa di vedere Francesco affacciarsi dalla finestra del Palazzo apostolico. Le letture di questa domenica propongono verbi di azione: andare, partire, fare. Il sepolcro è vuoto, la pietra è accostata di lato, immagine di una porta lasciata aperta, invito a entrare per cogliere la novità di un evento che si fa storia. Abbiamo riflettuto, in questi giorni, sui due discepoli sfiduciati in cammino verso Emmaus; ci siamo trovati davanti l’immagine del buon pastore. Giorni nei quali i Vangeli ci hanno mostrato una continua presenza di Gesù accanto agli apostoli. Nel giorno dell’Ascensione questa vicinanza di Gesù assume un aspetto nuovo: “fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi” si legge negli Atti degli Apostoli. È un partire verso il Padre per restare: “uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Partire, andare. Nel Vangelo di Marco leggiamo che gli undici andarono in Galilea, “sul monte che Gesù aveva loro indicato”, e là Gesù dice loro di “andare”, di fare discepoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Sul monte avviene l’ultimo incontro del Signore con i suoi. Il monte, ricorda il vescovo di Roma, “ha una forte carica simbolica, evocativa; è su un monte che Gesù ha “proclamato le Beatitudini; sui monti si ritirava a pregare; là accoglieva le folle e guariva i malati. Ma questa volta, sul monte, non è più il Maestro che agisce e insegna, ma è il Risorto che chiede ai discepoli di agire e di annunciare, affidando a loro il mandato di continuare la sua opera”. Partire, andare, fare. È questa la Chiesa che Francesco indica dal primo giorno del suo pontificato, una Chiesa in movimento, non statica; una Chiesa ospedale da campo, comunità in uscita, protesa verso l’altro, capace di raggiungere le periferie dell’esistenza. Si apre l’anno dedicato alla Laudato si’, e il Papa consegna alla Chiesa una preghiera nella quale chiede al Signore di aprile “le nostre menti” e toccare “i nostri cuori, affinché possiamo essere parte del creato, tuo dono”. Chiede, ancora, di aiutarci a mostrare “solidarietà creativa” in questo difficile tempo della pandemia, e di essere accanto alle persone povere e vulnerabili: “fai in modo che riusciamo ad ascoltare e rispondere al grido della terra e al grido dei poveri”. Le sofferenze attuali diano vita a “un mondo più fraterno e sostenibile”. In questa domenica c’è anche un messaggio che Papa Francesco invia ai cattolici cinesi “perché siano forti nella fede e saldi nell’unione fraterna, gioiosi testimoni e promotori di carità e di speranza fraterna e buoni cittadini”. La festa dell’Ascensione è invito a annunciare, oggi come sempre, il messaggio di salvezza, e a non aver paura perché “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Questo “implica prima di tutto il dovere della testimonianza”, dice il Papa, perché senza testimonianza non si può annunciare. Oggi noi siamo i “discepoli” chiamati “per rendere ragione della nostra fede”. Compito “impegnativo, e pensando alle nostre debolezze, ci sentiamo inadeguati, come di certo si sentirono anche gli Apostoli stessi”. Ma ecco la promessa di Gesù: “io sono con voi…”. Il Signore continua cioè ad essere presente nella nostra storia, ci accompagna, ci guida, ci prende per mano, e ci rialza quando cadiamo, come più volte ha ripetuto il Papa. Presenza “costante e consolante” quella di Gesù tra di noi, afferma Francesco, che si fa presenza attraverso lo Spirito “che conduce la chiesa a camminare nella storia come compagna di strada di ogni uomo”, e che “opera la remissione dei peccati e santifica tutti coloro che, pentiti, si aprono con fiducia al suo dono”. Si tratta di un altro stile di presenza nel mondo, evidenzia il Papa, appunto “lo stile del Risorto, cioè una presenza che si rivela nella Parola, nei Sacramenti, nell’azione costante e interiore dello Spirito Santo”. Da qui derivano “la nostra forza, la nostra perseveranza e la nostra gioia”.

Fabio Zavattaro

Papa Francesco: “la Chiesa è opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni”

22 Maggio 2020 - Città del Vaticano -  “La fede è testimoniare la gioia che ci dona il Signore. Una gioia così, uno non se la può dare da solo. Gesù, prima di andar via, ha detto ai suoi che avrebbe mandato loro lo Spirito, il Consolatore. E così ha consegnato allo Spirito anche l’opera apostolica della Chiesa, per tutta la storia, fino al suo ritorno”. Lo ha scritto il Papa, nel messaggio rivolto alle Pontificie Opere Missionarie (Pom), diffuso ieri. Secondo papa Francesco, “il mistero dell’Ascensione, insieme all’effusione dello Spirito nella Pentecoste, imprime e trasmette per sempre alla missione della Chiesa il suo tratto genetico più intimo: quello di essere opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni. È questo il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza, dalla tentazione di prendere in ostaggio la carne di Cristo – asceso al Cielo – per i propri progetti clericali di potere”. “Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l’opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate come ‘discorsi di umana sapienza’, usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori”, il monito di papa Francesco.

Papa Francesco: Giovanni Paolo II, uomo di preghiera, vicinanza e giustizia

18 Maggio 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco ha celebrato questa mattina nella cappella della Basilica di San Pietro dove è custodita la toma di papa Giovanni Paolo II. Oggi il papa polacco, che papa Francesco ha camonizzato nel 1014. E’ stata l’ultima delle Messe del mattino celebrate in diretta streaming dal pontefice dal 9 marzo scorso in seguito alla sospensione delle celebrazioni con la partecipazione del popolo a causa della pandemia del Covid-19. Con la ripresa in Italia e in altri Paesi delle celebrazioni con i fedeli da domani cessala trasmissione in diretta della Messa delle 7.00 da Casa Santa Marta. Nell’omelia il pontefice ha detto che cento anni fa “il Signore ha visitato il suo popolo, ha inviato un uomo, lo ha preparato per fare il vescovo e guidare la Chiesa” ed ha indicato tre tracce del buon pastore che sono in San Giovanni Paolo II: “La preghiera, la vicinanza al popolo, e l’amore alla giustizia”. San Giovanni Paolo II – ha detto Papa Francesco - era “un uomo di Dio perché pregava e pregava tanto” nonostante il tanto lavoro che aveva per guidare la Chiesa. “Lui sapeva bene che il primo compito di un vescovo è pregare” e “lui lo sapeva, lui lo faceva.  Modello di vescovo che prega”. Poi un “uomo di vicinanza. Non era un uomo distaccato dal popolo, anzi – ha detto il pontefice - andava a trovare il popolo e girò il mondo intero, trovando il suo popolo, cercando il suo popolo, facendosi vicino. E la vicinanza è uno dei tratti di Dio con il suo popolo”. E san Giovanni Paolo II è stato “vicino ai grandi e ai piccoli, ai vicini e ai lontani, sempre vicino, si faceva vicino”. E poi l’amore alla giustizia di Giovanni Paolo II ma “la giustizia piena! Un uomo – ha detto -che voleva la giustizia, la giustizia sociale la giustizia dei popoli, la giustizia che caccia vie le guerre. Ma la giustizia piena! Per questo san Giovanni Paolo II era l’uomo della misericordia perché giustizia e misericordia vanno insieme, non si possono distinguere, sono insieme: giustizia è giustizia, misericordia è misericordia, ma l’una senza l’altra non si trova. E parlando dell’uomo della giustizia e della misericordia, pensiamo quanto ha fatto san Giovanni Paolo II perché la gente capisse la misericordia di Dio. Pensiamo come lui ha portato avanti la devozione a santa Faustina”, la cui memoria liturgica ora è estesa a tutta la Chiesa. Con il papa hanno concelebrato il card. Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano e arciprete della Basilica vaticana, il card. Konrad Krajewski, elemosiniere apostolico, mons. Piero Marini, per 18 anni maestro delle celebrazioni liturgiche durante il pontificato di Giovanni Paolo II, e l’arcivescovo mons. Jan Romeo Pawłowski, capo della terza Sezione della Segreteria di Stato che si occupa del personale diplomatico della Santa Sede. R.I.

Papa Francesco: solo in Dio Padre siamo fratelli

17 Maggio 2020 -

Città del Vaticano - Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nella sesta Domenica di Pasqua. Nell'introduzione ha rivolto il pensiero agli addetti alle pulizie: "Oggi la nostra preghiera è per tante persone che puliscono gli ospedali, le strade, che svuotano i bidoni della spazzatura, che vanno per le case a portare via la spazzatura: un lavoro che nessuno vede, ma è un lavoro che è necessario per sopravvivere. Che il Signore li benedica, li aiuti".

Nell’omelia, il Papa ha commentato il Vangelo odierno (Gv 14, 15-21) in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi». Nel congedarsi dai discepoli, Gesù – ha affermato Francesco – dà loro tranquillità e pace, con una promessa: “Non vi lascerò orfani”. “Li difende da quel dolore, da quel senso doloroso dell’orfanezza. Oggi nel mondo c’è un grande sentimento di orfanezza: tanti hanno tante cose, ma manca il Padre. E nella storia dell’umanità questo si ripete: quando manca il Padre, manca qualcosa e sempre c’è la voglia di incontrare, di ritrovare il Padre, anche nei miti antichi: pensiamo ai miti di Edipo, di Telemaco” e tanti altri che mostrano sempre questa ricerca del Padre che manca. “E oggi possiamo dire che viviamo in una società dove manca il Padre, un senso di orfanezza che tocca proprio l’appartenenza e la fraternità. Per questo Gesù promette: ‘Io pregherò il Padre e Egli vi darà un altro Paràclito’. ‘Io me ne vado - dice Gesù - ma arriverà un altro che vi insegnerà l’accesso al Padre. Vi ricorderà l’accesso al Padre’. Lo Spirito Santo non viene per ‘farsi i suoi clienti’; viene per segnalare l’accesso al Padre, per ricordare l’accesso al Padre, quello che Gesù ha aperto, quello che Gesù ha fatto vedere. Non esiste una spiritualità del Figlio solo, dello Spirito Santo solo: il centro è il Padre. Il Figlio è l’inviato dal Padre e torna dal Padre. Lo Spirito Santo è inviato dal Padre per ricordare e insegnare l’accesso al Padre”. “Soltanto con questa coscienza di figli che non sono orfani si può vivere in pace fra noi. Le guerre, sempre, sia le piccole guerre o le grandi guerre, hanno sempre una dimensione di orfanezza: manca il Padre che faccia la pace”. Per questo - spiega il Papa commentando la prima lettura odierna - Pietro invita la prima comunità cristiana a rispondere con dolcezza, rispetto e con una retta coscienza a quanti chiedono ragione della fede: “cioè la mitezza che dà lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo ci insegna questa mitezza, questa dolcezza dei figli del Padre. Lo Spirito Santo non ci insegna a insultare. E una delle conseguenze del senso di orfanezza è l’insulto, le guerre, perché se non c’è il Padre non ci sono i fratelli, si perde la fratellanza. Sono – questa dolcezza, rispetto, mitezza -, sono atteggiamenti di appartenenza, di appartenenza a una famiglia che è sicura di avere un Padre", che "è il centro di tutto, l’origine di tutto, l’unità di tutti, la salvezza di tutti, perché ha inviato suo Figlio a salvarci tutti”. E invia lo Spirito Santo a ricordarci l’accesso al Padre, “questa paternità, questo atteggiamento fraterno di mitezza, di dolcezza, di pace”. “Chiediamo allo Spirito Santo che ci ricordi sempre, sempre, questo accesso al Padre, che ci ricordi che noi abbiamo un Padre, e a questa civiltà che ha un grande senso di orfanezza, dia la grazia di ritrovare il Padre, il Padre che dà senso a tutta la vita e fa che gli uomini siano una famiglia”. (Vatican News)

Papa Francesco: Dio ci difenda dalla mondanità spirituale che corrompe la Chiesa

16 Maggio 2020 - Città del Vaticano - Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel sabato della quinta settimana di Pasqua. Nell'introduzione ha rivolto il pensiero a quanti svolgono il servizio della sepoltura dei morti: “Preghiamo oggi per le persone che si occupano di seppellire i defunti in questa pandemia. È una delle opere di misericordia seppellire i defunti e non è una cosa gradevole naturalmente. Preghiamo per loro che rischiano anche la vita e di prendere il contagio”. Nell’omelia, il Papa ha commentato il Vangelo odierno (Gv 15, 18-21) in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia». Gesù - ha detto Francesco - tante volte parla del mondo, parla dell’odio contro di Lui e i suoi discepoli e prega il Padre di non togliere i discepoli dal mondo ma di difenderli dallo spirito del mondo. Il Papa si domanda: “Qual è lo spirito del mondo? Cosa è questa mondanità, capace di odiare, di distruggere Gesù e i suoi discepoli, anzi di corromperli e di corrompere la Chiesa?”. “È una proposta di vita, la mondanità”, “è una cultura, è una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparire, del maquillage, una cultura ‘dell’oggi sì, domani no, domani sì e oggi no’. Ha dei valori superficiali. Una cultura che non conosce fedeltà, perché cambia secondo le circostanze, negozia tutto. Questa è la cultura mondana, la cultura delle mondanità”. E Gesù prega “perché il Padre ci difenda da questa cultura della mondanità. È una cultura dell’usa e getta”, secondo la convenienza. “È una cultura senza fedeltà” ed è “un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani”. “Gesù nella Parabola del seme che cade in terra dice che le preoccupazioni del mondo”, cioè la mondanità, soffocano la Parola di Dio, non la lasciano crescere. Francesco cita un libro del padre de Lubac dove parla della mondanità spirituale, dicendo “che è il peggiore dei mali che può accadere alla Chiesa; e non esagera” descrivendo “alcuni mali che sono terribili”. La mondanità spirituale “è un’ermeneutica di vita, è un modo di vivere; anche un modo di vivere il cristianesimo. E per sopravvivere davanti alla predicazione del Vangelo, odia, uccide”. Il Papa parla dei martiri, uccisi in odio alla fede, ma non sono la maggioranza. La maggioranza sono uccisi dalla mondanità che odia la fede. La mondanità - osserva Francesco – non è superficiale, ma ha “delle radici profonde” ed è “camaleontica, cambia”, a seconda delle circostanze, ma la sostanza è la stessa: una proposta di vita che entra dappertutto, anche nella Chiesa. La mondanità, l’ermeneutica mondana, il maquillage, tutto si trucca per essere così”. Francesco ricorda il discorso di Paolo nell’Areopago di Atene, quando attira l’attenzione quando parla del “dio ignoto” e incomincia a predicare il Vangelo: “Ma quando arrivò alla croce e alla risurrezione si scandalizzarono e se ne andarono via. La mondanità c’è una cosa che non tollera: lo scandalo della Croce. Non lo tollera. E l’unica medicina contro lo spirito della mondanità è Cristo morto e risorto per noi, scandalo e stoltezza”. L’Apostolo Giovanni dice che “la vittoria contro il mondo è la nostra fede”. L’unica vittoria è “la fede in Gesù Cristo, morto e risorto. E questo non significa essere fanatici”, smettere di dialogare con tutte le persone, ma sapere che la vittoria contro lo spirito mondano è la nostra fede, lo scandalo della Croce. “Chiediamo allo Spirito Santo” - è la preghiera conclusiva di Papa Francesco - in questi ultimi giorni del tempo pasquale, “la grazia di discernere cosa è mondanità e cosa è Vangelo e di non lasciarci ingannare, perché il mondo ci odia, il mondo ha odiato Gesù e Gesù ha pregato perché il Padre ci difendesse dallo spirito del mondo”. (Vatican News)

“Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”: il messaggio di Papa Francesco per la GMM2020

15 Maggio 2020 - Città del Vaticano – “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”. Questo il tema scelto da Papa Francesco per la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il prossimo 27 settembre. Pubblichiamo il testo integrale del Messaggio di papa Francesco diffuso questa mattina.   ________ All’inizio di questo anno, nel mio discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ho annoverato tra le sfide del mondo contemporaneo il dramma degli sfollati interni: «Le conflittualità e le emergenze umanitarie, aggravate dagli sconvolgimenti climatici, aumentano il numero di sfollati e si ripercuotono sulle persone che già vivono in stato di grave povertà. Molti dei Paesi colpiti da queste situazioni mancano di strutture adeguate che consentano di venire incontro ai bisogni di quanti sono stati sfollati» (9 gennaio 2020). La Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha pubblicato gli “Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Interni” (Città del Vaticano, 5 maggio 2020), un documento che si propone di ispirare e animare le azioni pastorali della Chiesa in questo particolare ambito. Per tali ragioni ho deciso di dedicare questo Messaggio al dramma degli sfollati interni, un dramma spesso invisibile, che la crisi mondiale causata dalla pandemia COVID-19 ha esasperato. Questa crisi, infatti, per la sua veemenza, gravità ed estensione geografica, ha ridimensionato tante altre emergenze umanitarie che affliggono milioni di persone, relegando iniziative e aiuti internazionali, essenziali e urgenti per salvare vite umane, in fondo alle agende politiche nazionali. Ma «non è questo il tempo della dimenticanza. La crisi che stiamo affrontando non ci faccia dimenticare tante altre emergenze che portano con sé i patimenti di molte persone» (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020). Alla luce dei tragici eventi che hanno segnato il 2020, estendo questo Messaggio, dedicato agli sfollati interni, a tutti coloro che si sono trovati a vivere e tuttora vivono esperienze di precarietà, di abbandono, di emarginazione e di rifiuto a causa del COVID-19. Vorrei partire dall’icona che ispirò Papa Pio XII nel redigere la Costituzione Apostolica Exsul Familia (1 agosto 1952). Nella fuga in Egitto il piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica condizione di sfollato e profugo «segnata da paura, incertezza, disagi (cfr Mt 2,13-15.19-23). Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie» (Angelus, 29 dicembre 2013). In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto, come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che ci interpella (cfr Mt 25,31-46). Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire. Le persone sfollate ci offrono questa opportunità di incontro con il Signore, «anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua» (Omelia, 15 febbraio 2019). Si tratta di una sfida pastorale alla quale siamo chiamati a rispondere con i quattro verbi che ho indicato nel Messaggio per questa stessa Giornata nel 2018: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ad essi vorrei ora aggiungere sei coppie di verbi che corrispondono ad azioni molto concrete, legate tra loro in una relazione di causa- effetto. Bisogna conoscere per comprendere. La conoscenza è un passo necessario verso la comprensione dell’altro. Lo insegna Gesù stesso nell’episodio dei discepoli di Emmaus: «Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,15-16). Quando si parla di migranti e di sfollati troppo spesso ci si ferma ai numeri. Ma non si tratta di numeri, si tratta di persone! Se le incontriamo arriveremo a conoscerle. E conoscendo le loro storie riusciremo a comprendere. Potremo comprendere, per esempio, che quella precarietà che abbiamo sperimentato con sofferenza a causa della pandemia è un elemento costante della vita degli sfollati. È necessario farsi prossimo per servire. Sembra scontato, ma spesso non lo è. «Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò a un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10,33-34). Le paure e i pregiudizi – tanti pregiudizi – ci fanno mantenere le distanze dagli altri e spesso ci impediscono di “farci prossimi” a loro e di servirli con amore. Avvicinarsi al prossimo spesso significa essere disposti a correre dei rischi, come ci hanno insegnato tanti dottori e infermieri negli ultimi mesi. Questo stare vicini per servire va oltre il puro senso del dovere; l’esempio più grande ce lo ha lasciato Gesù quando ha lavato i piedi dei suoi discepoli: si è spogliato, si è inginocchiato e si è sporcato le mani (cfr Gv 13,1-15). Per riconciliarsi bisogna ascoltare. Ce lo insegna Dio stesso, che, inviando il suo Figlio nel mondo, ha voluto ascoltare il gemito dell’umanità con orecchi umani: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, [...] perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17). L’amore, quello che riconcilia e salva, incomincia con l’ascoltare. Nel mondo di oggi si moltiplicano i messaggi, però si sta perdendo l’attitudine ad ascoltare. Ma è solo attraverso un ascolto umile e attento che possiamo arrivare a riconciliarci davvero. Durante il 2020, per settimane il silenzio ha regnato nelle nostre strade. Un silenzio drammatico e inquietante, che però ci ha offerto l’occasione di ascoltare il grido di chi è più vulnerabile, degli sfollati e del nostro pianeta gravemente malato. E, ascoltando, abbiamo l’opportunità di riconciliarci con il prossimo, con tanti scartati, con noi stessi e con Dio, che mai si stanca di offrirci la sua misericordia. Per crescere è necessario condividere. La prima comunità cristiana ha avuto nella condivisione uno dei suoi elementi fondanti: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (At 4,32). Dio non ha voluto che le risorse del nostro pianeta fossero a beneficio solo di alcuni. No, questo non l’ha voluto il Signore! Dobbiamo imparare a condividere per crescere insieme, senza lasciare fuori nessuno. La pandemia ci ha ricordato come siamo tutti sulla stessa barca. Ritrovarci ad avere preoccupazioni e timori comuni ci ha dimostrato ancora una volta che nessuno si salva da solo. Per crescere davvero dobbiamo crescere insieme, condividendo quello che abbiamo, come quel ragazzo che offrì a Gesù cinque pani d’orzo e due pesci... E bastarono per cinquemila persone (cfr Gv 6,1-15)! Bisogna coinvolgere per promuovere. Così infatti ha fatto Gesù con la donna samaritana (cfr Gv 4,1-30). Il Signore si avvicina, la ascolta, parla al suo cuore, per poi guidarla alla verità e trasformarla in annunciatrice della buona novella: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?» (v. 29). A volte, lo slancio di servire gli altri ci impedisce di vedere le loro ricchezze. Se vogliamo davvero promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto. La pandemia ci ha ricordato quanto sia essenziale la corresponsabilità e che solo con il contributo di tutti – anche di categorie spesso sottovalutate – è possibile affrontare la crisi. Dobbiamo «trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà» (Meditazione in Piazza San Pietro, 27 marzo 2020). È necessario collaborare per costruire. Questo è quanto l’Apostolo Paolo raccomanda alla comunità di Corinto: «Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire» (1 Cor 1,10). Costruire il Regno di Dio è un impegno comune a tutti i cristiani e per questo è necessario che impariamo a collaborare, senza lasciarci tentare da gelosie, discordie e divisioni. E nel contesto attuale va ribadito: «Non è questo il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone» (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020). Per preservare la casa comune e farla somigliare sempre più al progetto originale di Dio, dobbiamo impegnarci a garantire la cooperazione internazionale, la solidarietà globale e l’impegno locale, senza lasciare fuori nessuno. Vorrei concludere con una preghiera suggerita dall’esempio di San Giuseppe, in particolare a quando fu costretto a fuggire in Egitto per salvare il Bambino. Padre, Tu hai affidato a San Giuseppe ciò che avevi di più prezioso: il Bambino Gesù e sua madre, per proteggerli dai pericoli e dalle minacce dei malvagi. Concedi anche a noi di sperimentare la sua protezione e il suo aiuto. Lui, che ha provato la sofferenza di chi fugge a causa dell’odio dei potenti, fa’ che possa confortare e proteggere tutti quei fratelli e quelle sorelle che, spinti dalle guerre, dalla povertà e dalle necessità, lasciano la loro casa e la loro terra per mettersi in cammino come profughi verso luoghi più sicuri. Aiutali, per la sua intercessione, ad avere la forza di andare avanti, il conforto nella tristezza, il coraggio nella prova. Dona a chi li accoglie un po’ della tenerezza di questo padre giusto e saggio, che ha amato Gesù come un vero figlio e ha sorretto Maria lungo il cammino. Egli, che guadagnava il pane col lavoro delle sue mani, possa provvedere a coloro a cui la vita ha tolto tutto, e dare loro la dignità di un lavoro e la serenità di una casa. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio, che San Giuseppe salvò fuggendo in Egitto, e per intercessione della Vergine Maria, che egli amò da sposo fedele secondo la tua volontà. Amen.   Roma, San Giovanni in Laterano, 13 maggio 2020, Memoria della B.V. Maria di Fatima   FRANCESCO