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Mons. Russo : “Chiesa italiana preoccupata per nuove emigrazioni giovanili, sia priorità”

9 Novembre 2021 -
ROMA - “La Chiesa in Italia ha in questo momento una priorità che è allo stesso tempo una preoccupazione pastorale: le nuove emigrazioni giovanili. Gli italiani emigrano oggi massicciamente e i giovani sono i protagonisti principali. Cosa siamo chiamati a fare per i tanti fedeli di lingua italiana che arrivano all’estero oggi spinti dalla necessità di trovare una realizzazione personale e lavorativa? Non basta la sola assistenza morale e spirituale. La Chiesa deve essere compagna di vita per ciascuno di loro, la parrocchia una casa”. Lo ha sottolineato oggi a Roma mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, aprendo la presentazione della XVI edizione del Rapporto italiani nel mondo 2021 curato dalla Fondazione Migrantes. “C’è un’altra Italia che non va dimenticata, della quale dobbiamo sentirci responsabili tutti, la Chiesa in Italia ma non solo – ha proseguito -. Mi riferisco agli italiani che sono all’estero da più tempo, magari in età avanzata e di quelle generazioni nate e/o cresciute all’estero ma che continuano ad avere legami profondi con il nostro Paese. Parlo delle comunità di lingua italiana più strutturate, da tempo ormai insediate in territori fuori dei confini italiani, ma che sentono forte la necessità di rinvigorire i legami rinnovando sentimenti di amicizia e affetto reciproci” . Ha perciò invitato a “lavorare per una Chiesa sinodale, preparata all’incontro, ma anche al transito del migrante perché solo una parte resta nel primo luogo raggiunto con il percorso di mobilità, molti altri continuano nella loro ‘ricerca della felicità’”. La presentazione del Rapporto “Italiani nel mondo” è quindi “occasione di incontro, dialogo e confronto anche con le istituzioni”. “Per noi è un impegno a essere pienamente in dialogo con le istituzioni, nazionali, europee e internazionali, per il benessere comune precedentemente richiamato”, ha precisato, richiamando la necessità del “riconoscimento del primato della persona sulle strutture. Un riconoscimento che si deve tradurre in agire istituzionale, in linguaggio inclusivo e non divisivo, in capacità di comunicare dando alle parole il peso che meritano”. “La persona al centro del pensiero e del nostro agire sempre – ha sottolineato -. Nonostante la pandemia, le emergenze inaspettate e le nuove sofferenze, viene sempre valorizzata la persona, in questo specifico caso, italiane e italiani in mobilità”.

Mons. Russo al corso Migrantes: rimanere con lo sguardo sulla vita delle persone

7 Luglio 2021 - Roma - "Bisogna imparare a vedere, ad andare a fondo alle cose, a non morire di superficialità e rimanere con lo sguardo sulla vita delle persone". Lo ha detto ieri sera il segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Stefano Russo, celebrando la liturgia a conclusione della seconda giornata dei lavori del corso di formazione “Linee di pastorale migratoria“ promosso dalla Fondazione Migrantes e al quale partecipano circa 50 persone tra nuovi direttori diocesani Migrantes, nuovi cappellani etnici e sacerdoti che si preparano a svolgere il proprio ministero di accompagnamento con gli italiani che vivono all’estero. Per mons, Russo fin quando tutti noi, nei nostri servizi ecclesiali, "sapremo guardare e vedere le folle, i loro bisogni, le loro stanchezze, il loro fiato grosso, allora l'azione ecclesiale  avrà un senso, altrimenti tutto rischia di essere una specie di cerimonia fredda e lontana dalla vita di tutti".  Il presule ha voluto anche sottolineare che l’Eucaristia celebrata dentro convegni o all’interno di corsi di formazione dice “lo stile dei nostri incontri. Ci muoviamo, organizziamo assemblee dei corsi di formazione dando lo specifico taglio di credenti in Gesù. Lasciamo - ha quindi aggiunto - le nostre case le nostre cose, anche le nostre piccole comodità, per dare spazio nella nostra vita all’azione di Gesù. Non sia questo corso di formazione solo una specie di aggiornamento sulle cose da fare ma diventi per voi, per tutti  un luogo dove conoscere e servire Gesù in modo nuovo, più appassionato, alimentato anche dalle testimonianze e dalle tante cose che avete sentito fino a questo momento e che sentirete nei prossimi giorni. Tutti noi abbiamo imparato qualcosa non solo perché qualcuno ce le ha spiegate ma perché abbiamo visto e sperimentato che quelle stesse cose dette, ripetute, spiegate, potevano essere poi realmente fatte". Mons. Russo ha sottolineato anche l’importanza delle parole nuove, di parole “mai dett: riuscire a dare parole perché tutti possono capire. Portare l'annuncio del Vangelo con le parole del vostro gruppo etnico perché tutti possono accoglierlo". (Raffaele Iaria)

CEI, Mons. Russo: “Ripartiamo dall’ascolto”

24 Maggio 2021 - Roma - La stagione sinodale, la sfida educativa, la crisi prodotta dal Covid, il Pnrr. Mons. Stefano Russo, Segretario generale della CEI, in dialogo con i direttori dei media Cei: è il momento di mettere alla prova l’unità del Paese in una prospettiva di comunione: “Va reso ancora più chiaro che la Chiesa annuncia prendendosi cura delle persone. Parlare con parresia e ascoltare con umiltà sono le coordinate per evitare il rischio che il Sinodo si trasformi in ‘un bel Parlamento cattolico’”. E aggiunge: “Sono convinto che il laicato cattolico può dare un contributo straordinario anche in questa stagione particolare. Riferirsi sempre a un passato che non c’è più, rischia di farci perdere di vista la necessità di un protagonismo oggi”. Eccellenza, i vescovi italiani tornano a incontrarsi di persona in assemblea generale dopo la pausa forzata dovuta al Covid. Con quale spirito e con quali attese? È con gioia che ci ritroviamo dopo così tanto tempo. Portiamo con noi le sofferenze e le istanze delle comunità dopo un anno terribile segnato da una pandemia che, in questo momento, sembra allentare la sua morsa. Portiamo in Assemblea le attese di chi non ha smesso di sperare, di chi ha guardato alla Chiesa come a un sostegno e a una luce, di chi ci interpella sulle nuove sfide dell’evangelizzazione. Allo stesso tempo noi Vescovi arriviamo con un mandato preciso, conferitoci dal Papa: avviare un cammino sinodale. Un impegno che è responsabilità e che ci motiva ancora di più in questa occasione di confronto senza mediazioni digitali. L’assemblea ha come tema “Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita. Per avviare un cammino sinodale”. Partiamo dalla prima parte: quali sono le coordinate indispensabili dell’annuncio in un periodo come il nostro segnato dalla pandemia? Si tratta di tornare a tessere la trama delle relazioni personali. Il Vangelo che annunciamo non è semplicemente un contenuto, ma è una relazione che salva. È necessario rendere ancora più chiaro che la Chiesa annuncia prendendosi cura delle persone, proiettandosi al di fuori di sé soprattutto verso quelle che il Papa chiama le “periferie esistenziali”. La questione degli strumenti dell’annuncio viene dopo: in questo senso è importante anche saper utilizzare con sapienza i nuovi mezzi di comunicazione, di cui la pandemia ha messo in evidenza la particolare utilità. Vedo in questo un riferimento a quel processo di riforma cui il Papa, in diverse occasioni, ha invitato tutta la Chiesa: è un ritorno all’essenziale, ossia all’annuncio di Cristo e all’incontro con la sua Persona. La riforma, allora, non è solo richiesta per reagire alle difficoltà del tempo presente ma per essere sempre più fedeli al mandato del Signore. Queste coordinate andranno declinate nel cammino sinodale. Il Papa, nel recente discorso all’Azione Cattolica ha già offerto alcune indicazioni concrete. Come va tradotto, ad esempio, l’accento posto su un cammino che deve cominciare dal basso? Il Papa sottolinea una dinamica che fa parte dell’esperienza della Chiesa primitiva e che il Vaticano II ci ha riconsegnato quando ha parlato della Chiesa come popolo di Dio. Il “cammino dal basso” di cui parla Francesco si pone in questo solco e fa emergere la natura più vera della comunità cristiana. È necessario, cioè, partire dall’ascolto della comunità in tutte le sue componenti. Questa dinamica dà modo di recuperare il senso più vero della Chiesa come grande famiglia. Ne è conferma la Nota del Sinodo dei Vescovi per la XVI Assemblea Generale Ordinaria, sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. La prima fase di questa Assemblea ha come scopo la consultazione del popolo di Dio nelle Chiese particolari. Si avvia un processo “dal basso”. Il cammino, dunque, percorre un sentiero condiviso. Francesco ha anche detto che il cammino sinodale non deve diventare “un bel parlamento cattolico”. Come si può evitare questo rischio? Vale la pena ricordare le parole del Papa ai padri sinodali durante la I Congregazione generale della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi. Era il 6 ottobre 2014 e si celebrava il Sinodo Straordinario sulla Famiglia. Queste le parole di Francesco: “Bisogna dire tutto ciò che si sente con parresia. Dopo l’ultimo Concistoro (febbraio 2014), nel quale si è parlato della famiglia, un Cardinale mi ha scritto dicendo: peccato che alcuni Cardinali non hanno avuto il coraggio di dire alcune cose per rispetto del Papa, ritenendo forse che il Papa pensasse qualcosa di diverso. Questo non va bene, questo non è sinodalità, perché bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità”. Parlare con parresia e ascoltare con umiltà sono due coordinate per evitare il rischio del “parlamento cattolico”. La Chiesa in Italia ha alle spalle un lungo cammino che, se vogliamo limitarci agli ultimi 60 anni, prende spunto dal Concilio Vaticano II e si è via via sviluppato anche attraverso i Convegni nazionali decennali. In che rapporto stanno tra loro Sinodo e Convegni? Il primo sostituirà i secondi? La storia del cattolicesimo post-conciliare in Italia è segnata dai documenti del magistero del Papa e anche della CEI. I Convegni ecclesiali nazionali, che si sono tenuti con cadenza decennale, hanno costituito delle tappe altrettanto importanti per verificare il cammino sino ad allora condotto e per rilanciare un nuovo percorso. Adesso il cammino sinodale che si sta per inaugurare si concentrerà sull’ascolto delle Chiese locali. Non c’è fretta di elaborare un documento comune: verrà dato il giusto tempo per ascoltare, vedere e capire prima di sviluppare una sintesi che dia ragione del cammino condiviso. E come armonizzare il cammino sinodale della Chiesa in Italia con i Sinodi già in corso in diverse diocesi italiane? I Sinodi che alcune Chiese locali hanno avviato non si sovrappongono né contrastano con il cammino sinodale nazionale. Anzitutto perché il cammino sinodale parte sì dalla realtà diocesana, ma è proiettato verso una sintesi regionale e nazionale: ogni diocesi avrà bisogno di raccontare se stessa, nella consapevolezza di fornire un contributo essenziale a una comunità più grande. Inoltre, chi ha già sperimentato il processo sinodale potrà aiutare le Chiese sorelle, a partire dalla propria esperienza, fornendo suggerimenti sui processi che si sono rivelati più efficaci. Il Papa insiste sempre su una Chiesa non clericale e non autoreferenziale. E invoca un maggior protagonismo dei laici. Il cammino sinodale sarà anche l’inizio di una nuova stagione del laicato cattolico in Italia? La Chiesa non è fatta solo dai sacerdoti, dalle religiose o dai religiosi. Papa Francesco più volte ci ha messo in guardia dal clericalismo e in una bella immagine ha ribadito che: “Nessuno di noi è stato battezzato prete né vescovo: siamo stati tutti battezzati come laici e laiche. I laici sono protagonisti della Chiesa”. La Chiesa quindi è composta da tutto il popolo di Dio e, insieme – ciascuno secondo le sue specificità, i suoi talenti –, si partecipa alla vita della comunità e alla forza della Chiesa. I laici hanno attraversato stagioni diverse, connesse a tempi in evoluzione e alle difficoltà di quegli stessi tempi. Siamo chiamati a ravvivare la sinodalità che non può che nascere dall’ascolto di ogni componente della famiglia di Dio, per mettere vino nuovo in otri nuovi. Dopo la fine della Democrazia Cristiana, si ha la sensazione che il peso specifico della presenza cattolica in politica si sia progressivamente affievolito. Lei condivide questa impressione? E qual è il modo più idoneo oggi per contribuire al bene comune da parte della Chiesa nel suo complesso e dei laici in particolare? A volte ho l’impressione che questo continuo riferirsi a un passato che non c’è più rischi di farci perdere di vista la necessità di un impegno dei cristiani corrispondente alla stagione che stiamo vivendo. Ci sono valori che il cristianesimo porta con sé e che dobbiamo sempre più saper mettere in campo a servizio del bene comune. Anche se spesso si fa fatica a evidenziarli, ci sono davanti a noi tanti frutti buoni che sono espressione della dottrina sociale della Chiesa. Da questo punto di vista sono convinto che il laicato cattolico può portare un contributo straordinario anche in questa stagione particolare. È necessario riscoprire e saper testimoniare sempre più la bellezza di appartenere a un progetto di vita comune. In questo senso c’è anche un’incarnazione del percorso vissuto nei dieci anni appena trascorsi sul tema dell’educazione. “Educare alla vita buona del Vangelo” era il titolo degli Orientamenti pastorali dello scorso decennio. La pandemia ha fatto emergere, ancora di più, la valenza sociale dell’educazione. Ormai è chiaro – e la cronaca continua a ricordarlo – che la questione educativa non è passeggera. L’educazione coinvolge le famiglie e tutta la società. E su questo punto non ci possono essere ambiguità. Siamo tutti chiamati in causa. E lo siamo in misura maggiore ora: la crisi pandemica ha generato una serie di gravi conseguenze negli adolescenti e nei giovani. La loro età è fortemente bisognosa di relazioni: esse non sono solo desiderio d’incontro, ma sono anche luogo di messa alla prova per imparare ad abitare la vita e il mondo, per capire qualcosa di se stessi e degli altri, per scoprire, attraverso i legami, le questioni di senso più importanti. In particolare gli adolescenti, che vivono il delicato passaggio dall’infanzia alla giovinezza, hanno sofferto molto la didattica a distanza: si sono scavate solitudini fino a riconoscere, tardi, un malessere che li sta costringendo a una situazione nuova tanto per loro, quanto per i loro genitori e tutte le figure educative. L’esperienza dell’ultimo anno ci ri-consegna, in qualche modo, l’impegno educativo. Il Covid ha anche creato danni e situazioni di bisogno anche sotto il profilo economico. Che cosa chiedono i vescovi italiani al governo a nome della gente? Il Covid ha messo in discussione tutta la nostra società e ha minato fortemente la tenuta delle comunità. L’economia è determinante, certo, e ogni tipo di sostegno finanziario deve essere messo in campo, ma molto è necessario fare soprattutto per rinsaldare le fratture sociali che hanno visto contrapporsi le persone per fasce di età, gruppi sociali, aree di impiego e disimpiego. L’inverno demografico che ci assedia, ben ricordato dagli Stati generali della natalità, è la conseguenza della mancanza di speranza, della conflittualità, dell’incertezza. Il Pnrr, così come è stato presentato, è in grado di raggiungere gli obiettivi di un rilancio della crescita e dell’attenzione alle fasce più deboli della popolazione? Auspichiamo che il Piano possa dare spazio e opportunità di crescita ai giovani, ricostruire il tessuto sfilacciato di una società che ha perso la fiducia nel futuro, intervenire in aiuto di tutti coloro che sono rimasti ai margini, ridare fiato alle imprese e alle famiglie. È essenziale che non vi siano sprechi di risorse o distorsioni a vantaggio di pochi: questo è il momento di mettere alla prova l’unità di un Paese in una prospettiva di comunione e di crescita collettiva. In queste settimane la ripresa degli approdi ha riportato in primo piano il dibattito sull’immigrazione. Stante anche la situazione creata dal Covid, qual è la posizione dei vescovi italiani? Ogni volta in cui vediamo uomini, donne, bambini arrivare su imbarcazioni di fortuna chiediamoci cosa faremmo se ci trovassimo nella loro situazione. Non possiamo pensare di vivere in un mondo in cui ci sono persone che devono sottostare alla legge della sopraffazione e a cui vengono negati i diritti essenziali. Siamo tutti chiamati alla fraternità. La Commissaria europea Ylva Johansson ha correttamente ribadito la necessità di rafforzare il dialogo con i Paesi di origine e di transito dei migranti. Il mio auspicio è che da questi colloqui nasca una collaborazione che, prima di ogni cosa, abbia a cuore il destino dei migranti e la loro difficile condizione. Mi attendo anche una maggiore solidarietà dagli altri Paesi europei nell’implementazione del meccanismo di redistribuzione volontaria, necessario per aiutare i Paesi di primo approdo come l’Italia. Durante l’Assemblea si procederà, come di consueto, alla destinazione dell’8xmille tra le finalità previste dalla legge. Lo scorso anno ci sono stati stanziamenti cospicui per far fronte all’emergenza Covid. Ci sarà qualcosa di simile anche quest’anno? Ne parleremo in Assemblea, che delibererà nel merito. Nel 2020 – va ricordato – sono stati stanziati, dai fondi otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, 200 milioni di euro (recuperati dalla finalità di edilizia di culto a cui erano destinati) a beneficio delle Chiese locali e di diverse associazioni e organizzazioni, espressione del volontariato e della solidarietà in Italia. Inoltre sono stati stanziati 25 milioni di euro quali sostegno economico alle famiglie in difficoltà attraverso sussidi di studio per studenti iscritti all’anno scolastico 2020/2021 presso una scuola paritaria di I o II grado (cattolica e non cattolica); 9 milioni per i Paesi africani e altri Paesi poveri; 8,800 milioni a favore di strutture sanitarie. In un tempo di prova e difficoltà causate dalla pandemia, la Chiesa che è in Italia, dunque, anche attraverso un supporto economico, è stata vicina alle persone e continua a esserlo con numerose iniziative volte a dare speranza e aiuto concreto. (Vincenzo Morgante, Marco Tarquinio, Amerigo Vecchiarelli)   ​  

Migranti. Mons. Russo: storie, non numeri

8 Ottobre 2020 -

Roma - Questa mattina, Giovedì 8 ottobre, mons. Stefano Russo, Segretario generale della CEI, è intervenuto alla presentazione del  Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes dal titolo “Conoscere per comprendere”.

Ecco il testo del suo saluto.

Buongiorno a tutti! Senatore Di Piazza, carissimi amici di Caritas e Fondazione Migrantes, accogliamo con grande attenzione, che si rinnova di anno in anno – ormai siamo al 29° -, la pubblicazione del Rapporto Immigrazione, curato da due organismi della Chiesa italiana (Caritas e Fondazione Migrantes). Il volume di quest’anno concentra le riflessioni attorno al tema Conoscere per comprendere, una delle sei coppie di verbi proposte dal Santo Padre nel suo messaggio per la 106a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, celebrata pochi giorni fa. Si tratta di un impegno reso ancora più necessario dalla complessa congiuntura che stiamo vivendo, determinata dalla pandemia, che ha posto nuove difficoltà, aggravato tante problematiche già esistenti e ulteriormente indebolito le già precarie condizioni economiche e relazionali della società. In questo senso si stanno recependo le ultime modifiche normative che stanno portando una serie di previsioni in discontinuità con il recente passato. Queste sono una prima risposta alle situazioni di crisi registrate nel tempo. La pandemia ha precarizzato ancora di più la condizione di tanti migranti e di tanti italiani. Pertanto, oggi più che mai sono necessarie risposte immediate che mettano al centro l’umanità che ci unisce. Le incessanti statistiche che si sono susseguite negli ultimi mesi hanno reso evidente come nessuno possa essere considerato semplicemente un numero – lo abbiamo più volte ribadito – ma una persona con una dignità, dei legami affettivi, una storia e uno sguardo al futuro che talvolta rischia di rimanere inespresso o addirittura d’interrompersi precocemente. Questo è vero anche per le persone migranti, che alla propria storia personale aggiungono l’esperienza del viaggio e della permanenza in territori estranei, per cambiare la propria vita e spesso quelle dei propri cari. Il Rapporto Immigrazione ci aiuta a mettere a fuoco le coordinate fondamentali delle migrazioni, un fenomeno che attraversa pressoché il mondo intero e tutti gli ambiti del vivere sociale, e che papa Francesco, nell’enciclica firmata pochi giorni fa ad Assisi, Fratelli tutti, definisce «un elemento fondante del futuro del mondo» (n. 40). Una caratteristica di questa pubblicazione è l’interconnessione esistente fra i diversi contributi che la compongono, che restituisce la complessità degli attuali fenomeni migratori. «Il numero sempre crescente di interconnessioni e di comunicazioni che avviluppano il nostro pianeta – scrive il Santo Padre nell’enciclica Fratelli tutti, al n. 96 – rende più palpabile la consapevolezza dell’unità e della condivisione di un comune destino tra le Nazioni della terra. Nei dinamismi della storia, pur nella diversità delle etnie, delle società e delle culture, vediamo seminata così la vocazione a formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri». È un richiamo importante. Non sarebbe possibile, infatti, realizzare un’efficace accoglienza dei migranti – né, tantomeno, la loro protezione, promozione e integrazione – se si curassero solo gli aspetti economici o lavorativi, ignorando la dimensioni antropologiche, sociali e relazionali. Né, ancora, si darebbe una risposta adeguata – vale a dire integrale – ai bisogni di ogni persona se si ricercasse esclusivamente una soluzione ai problemi abitativi o alimentari, senza prestare un’eguale attenzione agli aspetti culturali e religiosi, che costituiscono dimensioni essenziali nella vita di ogni persona. Qualsiasi concezione di accoglienza che la concepisse soltanto come impegno materiale sarebbe una pericolosa riduzione. Anche per questo, la visione fornita dal Rapporto Immigrazione si spinge a considerare l’intimo legame fra i diversi ambiti che caratterizzano la vita di ogni persona, senza i quali essa non potrebbe esprimere appieno il proprio essere e la propria personalità. Solo così, fra l’altro, si può realizzare quell’autentica integrazione della persona migrante nel nuovo contesto sociale, la quale può dirsi compiuta quando, da ospiti, coloro che sono stati accolti diventano soggetti partecipi e attivi, offrendo un contributo personale alla crescita del tessuto sociale, del quale ormai sono divenuti parte. Tale obiettivo rappresenta un’autentica sfida e una scommessa per l’Europa, per il nostro Paese e per i singoli territori che lo compongono, chiamati a vedere in coloro che chiedono ospitalità non un peso, bensì una ricchezza dal punto di vista umano, lavorativo, culturale e, non ultimo, spirituale. Certo, «quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse», come scrive con realismo il Santo Padre in Fratelli tutti (n. 129). È evidente, però, come uno sguardo interessato a conoscere l’altro, a incontrarlo, pur con tutte le difficoltà e gli ostacoli che questo implica, dia vita a una prospettiva che si colloca a grande distanza dall’opinione, diffusa a più livelli, che vede nel migrante solo un’insidia, e nell’opera di coloro che lo soccorrono un pericolo. Si tratta di sentimenti contrari alla vita cristiana, che nella fede ci spinge invece ad avere il coraggio di riconoscere in chi è bisognoso del nostro aiuto un fratello, e, nel più piccolo di essi, il Cristo stesso. La fragilità non caratterizza solo gli “altri”, ma ognuno di noi: ognuno di noi può essere quel “piccolo”. Raggiungere una simile consapevolezza è segno di speranza, poiché contribuisce allo sviluppo di una cultura più matura e meno portata ad essere sviata dai preconcetti, più aperta a quanto di buono può esserci nell’altro e meno incline a difendersi pregiudizialmente, più consapevole della necessità e delle opportunità dell’incontro, più disposta a fare autocritica e a condividere. Il Signore guidi i nostri passi in questo cammino di pace e di convivenza, che ci vede tutti fratelli e sorelle. Un ringraziamento a Caritas e Fondazione Migrantes per la cura che, ogni anno, mettono in questa pubblicazione. Ripeto: non è una semplice raccolta dati, ma una narrazione di storie. Grazie!  

Mons. Stefano Russo - Segretario generale della CEI

Mons. Russo: su migranti “significativo che l’Europa si stia muovendo, è inizio di un percorso”

24 Settembre 2020 -
Roma - “È significativo che la Commissione europea si stia muovendo”. Così mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, durante la conferenza stampa a chiusura del Consiglio permanente dei vescovi italiani, svoltosi a Roma in questi giorni, ha risposto alle domande dei giornalisti in materia di immigrazione, e in particolare alla proposta del superamento del regolamento di Dublino. “È una cosa buona che il tema dell’accoglienza dei migranti venga affrontato non solo in via di principio, ma con cose concrete”, ha proseguito Russo: “È necessario che sia l’Europa intera a prendersi cura dei migranti. Il superamento di Dublino è interessante, può essere migliorato. La cosa importante è che è un percorso che continua e che ci sia la volontà di arrivare soluzioni condivise”. Secondo il segretario generale della Cei, inoltre, “è importante l’affermazione di principio per cui le persone che vanno per mare vanno comunque accolte. Quello dell’accoglienza responsabile è un tema da approfondire, così come i tempi giusti per valutare le diverse situazioni”. Riguardo alla proposta di togliere le sanzioni a quelle Ong che soccorrono le persone in mare, Russo ha commentato: “Anche le Ong svolgono un ruolo importante, se partecipano all’interno di un progetto e di un programma, così come tutti coloro che accolgono responsabilmente. Se alcune deviazioni ci sono state, e ci sono, sono legate a interessi e vanno attenzionate e risolte, se ci si prende cura in modo condiviso dell’accoglienza, e non solo da parte dei Paesi più prossimi”.

Mons. Russo: “con governo dialogo continuo”

7 Maggio 2020 - Roma - “Con la presidenza del Consiglio dei ministri c'è stato un dialogo continuo. Anche con il Comitato tecnico-scientifico è stato fatto un lavoro molto importante che ci ha permesso di arrivare a questo protocollo condiviso che contiene degli elementi che permettono di tornare a celebrare le messe”. Lo ha detto il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, commentando la firma di stamane a Palazzo Chigi del protocollo che permetterà la ripresa delle messe con il popolo dal 18 maggio. “È stato importante – ha aggiunto mons. Russo - aver definito adesso questo protocollo con un certo anticipo. Questo permette alle comunità di prepararsi e di verificare la propria situazione. E' stato importante anche aver dato come data d'inizio un giorno feriale in modo tale da permettere alle comunità di fare una verifica”. “L'attenzione alla salute delle persone – ha spiegato mons. Russo a InBlu Radio - non deve mai venire meno perché stiamo ancora vivendo un'emergenza planetaria che richiede a tutti l'attenzione all'altro. E siccome la Chiesa è esperta in questo con senso di responsabilità anche le comunità cristiane possono tornare a celebrare l'eucarestia. Penso sia un segno bello il fatto di essere arrivati a questo protocollo”. “In questo tempo – ha concluso mons. Russo a InBlu Radio - abbiamo visto una Chiesa che è scesa in campo sul fronte della prossimità in tante dimensioni: quello della carità, dell'attenzione all'altro e all'ultimo. Ma anche una prossimità che si è concretizzata in modo significativo attraverso le possibilità offerte dai media e dai social. In un tempo in cui siamo stati costretti all'isolamento lo scendere in campo della Chiesa ha messo in evidenza una valenza straordinaria che questi mezzi hanno di poter mettere in dialogo tantissime persone”.

Mons. Russo: le iniziative della Chiesa Italia

1 Aprile 2020 - Roma - “In questo momento vorrei rivolgere un pensiero grato a tutti i nostri media che, in forme diverse e secondo le specificità di ciascuno, stanno tessendo il filo delle comunità. Porto nel cuore quanto mi hanno scritto diversi settimanali diocesani in questi giorni: le nostre pagine sono diventate un necrologio continuo. Avverto la sofferenza che arriva dai territori, a tutti assicuro la vicinanza della Chiesa italiana. Grazie!”. A parlare è mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, nei giorni che precedono la Settimana Santa che quest’anno sarà vissuta da un intero Paese in quarantena: “Ricordo che la prossimità della Chiesa in Italia si esprime ugualmente attraverso segni concreti. In particolare, abbiamo promosso due sottoscrizioni di raccolta fondi: Sostegno alla sanità ed Emergenza coronavirus, con Caritas italiana”. Eccellenza, la Chiesa italiana si è mossa fin dai primi momenti per fronteggiare la pandemia anche sul piano dell’assistenza caritativa e solidale stanziando oltre 16 milioni di euro. Decine di diocesi in tutta Italia stanno mettendo a disposizione le loro strutture per la Protezione civile, i medici e le persone in quarantena… È una geografia della carità in continuo aggiornamento. Le diverse iniziative sul piano dell’assistenza caritativa e solidale sono tutte mosse dalla certezza che nel volto sofferente dei nostri fratelli è presente Cristo. È una certezza che viene dal Vangelo di Matteo: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…”. Parole che sono riferimento imprescindibile per le nostre azioni. Nella situazione attuale, in cui sono messe a nudo tutte le nostre certezze, riscopriamo il senso e il valore della prossimità, della cura, della relazione… In una parola: della carità, sempre silenziosa, ma operosa. La Chiesa, senza rumore e megafono, continua a sostenere in maniera corresponsabile medici, operatori sanitari e malati. È un ritorno dell’attenzione e generosità che tanti cittadini, ogni anno, rivolgono con la destinazione dell’otto per mille alla Chiesa cattolica. Il Sistema sanitario è in forte difficoltà e anche la sanità cattolica sta facendo la sua parte. La Cei sostiene le strutture sanitarie in vari modi. In risposta ad alcune delle tante situazioni di necessità in sanità, la Conferenza episcopale italiana – raccogliendo il suggerimento della Commissione episcopale per la carità e la salute – ha stanziato finora 6 milioni di euro, in due tranche da 3 milioni, provenienti dall’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. Il primo contributo, del 24 marzo, raggiunge la Piccola Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo di Torino, l’Azienda ospedaliera “Cardinale Giovanni Panico” di Tricase, l’Associazione Oasi Maria Santissima di Troina, nei pressi di Enna, e l’Istituto Ospedaliero Poliambulanza di Brescia. Il secondo, del 30 marzo, va a beneficio della Fondazione Policlinico Gemelli, dell’Ospedale Villa Salus di Mestre, dell’Ospedale Generale Regionale Miulli di Acquaviva delle Fonti in provincia di Bari. È stata inoltre aperta una raccolta fondi, che sarà puntualmente rendicontata e che potrà aiutare altre realtà. Con la sospensione delle attività scolastiche, anche le scuole paritarie attraversano una fase di crisi. Cosa si aspetta dalla politica? La Segreteria Generale della Cei ha rappresentato più volte al ministero dell’Istruzione la situazione drammatica vissuta dalle scuole paritarie. A nome di tante famiglie, di insegnanti che sono senza stipendio e di strutture che, stante così le cose, a settembre difficilmente potranno riaprire – con un danno oggettivo per il bene comune – si sono presentate alcune richieste essenziali, chiedendo a voce e per iscritto che l’appello venga raccolto. Ci aspettiamo che questo passo possa essere fatto. Sono tanti i sacerdoti che hanno perso la vita, molti di loro per adempiere a pieno i doveri del ministero. Cosa si sente di dire per tutti loro? Tutti i nostri sacerdoti sono sempre vicini alla gente, fedeli alla vocazione fino alla fine, vivono con le proprie pecore, come ripete spesso Papa Francesco. Lo sono così tanto che, proprio in questa circostanza, hanno condiviso anche la malattia e, purtroppo, in molti casi, la morte. Li ricordiamo prima di tutto per fare memoria della loro vita, delle loro opere, di quanto hanno lasciato nei cuori di chi li ha conosciuti. I media cattolici, e non solo, hanno onorato questi fratelli celebrando esistenze spese per il prossimo. Molti erano missionari, tornati in Italia dopo una vita tra i più poveri del mondo; altri erano preti diocesani, alcuni di questi a riposo – ma un sacerdote va mai veramente in pensione? – dopo aver visto crescere generazioni di fedeli, spesso in parrocchie piccole, dove ci si conosce tutti come una famiglia e dove in tanti li hanno pianti, unendoli ai lutti personali. Anche questo ci dice del prezioso mandato dell’essere comunità; un mandato che ci porta ad interpretare il nuovo che abbiamo davanti e ad assumere quindi anche nuove modalità di essere Chiesa. Ci aspetta una Settimana Santa “senza concorso di popolo”. Che Pasqua sarà? Sarà sicuramente una Pasqua diversa: la storia che stiamo vivendo ci pone dinanzi questa realtà, inedita per tutti. La Settimana Santa apre al cuore della nostra fede; per questo, anche se le ristrettezze del momento presente ci mettono a dura prova, non dimentichiamo che siamo in cammino verso la Resurrezione. Ed è proprio questo orizzonte ad aiutarci a vivere al meglio il tempo pasquale. Siamo a casa, ma non siamo soli! Invito tutti a riscoprire il senso pieno di ciò che, purtroppo, quest’anno non potremo vivere insieme, per fare festa tutti insieme quando sarà possibile. E quella festa, che sarà la Pasqua di tutti noi, sarà anche momento di conforto per quanti ci hanno lasciato e per i loro familiari. Ripeto: non siamo soli! Da Nord a Sud, si moltiplicano le messe in streaming, gli accompagnamenti spirituali a distanza e le persone si incontrano sui social per fare comunità. Tanti sacerdoti sperimentano modalità nuove per le celebrazioni e l’accompagnamento dei fedeli. Come valuta questa inattesa stagione ecclesiale? C’è un grande senso di appartenenza che sta sempre più emergendo. Le varie iniziative sono una risposta a un desiderio profondo di comunità. È alle domande della nostra gente bisogna, in qualche modo, rispondere. È ciò che ci ha mossi, come Segreteria Generale, nel progettare chiciseparera.chiesacattolica.it, un ambiente digitale che rilancia le buone prassi messe in atto dalle diocesi, offre contributi di riflessione – a partire da lettere, messaggi e video dei vescovi -, condivide notizie e materiale pastorale. Viviamo una stagione di grande creatività, che ci permette di guardare oltre l’emergenza. E in quell’oltre non possiamo non essere sostenuti dalla speranza, alimentata dalla fede e dalla carità. Quando tutto sarà finito, avremo modo di riflettere su quanto vissuto, non dimenticando che siamo in una situazione eccezionale. E che non possiamo fare a meno dell’incontro fraterno che da sempre ci caratterizza. (Riccardo Benotti - Sir)

Mons. Russo: “ritrovare fiducia, concordia, condivisione, unità d’intenti”

9 Marzo 2020 - Roma - “Il Signore parla a tutti noi, anche oggi; ci parla nell’afflizione del momento presente; ci invita a quel ‘senso di responsabilità’ che nasce dall’affidamento alla sua misericordia; ci sprona a ritrovare fiducia, concordia, condivisione, unità d’intenti”. Lo ha detto Mons. Stefano Russo, Segretario generale della CEI, nell’omelia della messa della Trasfigurazione nella Basilica dei Santi Quattro Coronati, a Roma, che ha celebrato ieri in diretta tv e senza fedeli presenti per l’emergenza Coronavirus. “Il nostro pensiero va a quanti sono colpiti dal Coronavirus e ai loro familiari; agli anziani, esposti più di altri alla solitudine; ai medici, agli infermieri e agli operatori sanitari, al loro prezioso ed edificante servizio – ha aggiunto il vescovo -; a quanti sono giustamente preoccupati per le pesanti conseguenze di questa crisi sul piano lavorativo ed economico; a chi ha responsabilità scientifiche e politiche di tutela della salute pubblica. E, ancora, alle famiglie e ai bambini che, nella loro fragilità, non devono subire le nostre paure”. Dal presule lo sguardo anche a “tutti ‘i disperati’ della terra costretti ad abbandonare la propria terra a causa dell’assurda violenza di cui spesso l’uomo è capace”. Quindi, l’invito affinché “il tessuto delle nostre comunità non sia sfilacciato dallo sconforto”. “La luce della Trasfigurazione è impegno e testimonianza operosa – ha concluso il vescovo -. Tutto viene vivificato da un’esistenza rinnovata”.  

Coronavirus: per Mons. Russo “serve senso di responsabilità”

6 Marzo 2020 - Roma - L’emergenza coronavirus deve essere affrontata da tutti con “senso di responsabilità”. Lo ha detto il Segretario generale della CEI, Mons. Stefano Russo, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000. “Esprimiamo la vicinanza – ha aggiunto Mons. Russo ai microfoni di Tv2000 - verso coloro che sono stati direttamente colpiti da questa emergenza. E ringraziamo anche tutti coloro che si stanno adoperando per farsi prossimi alle tante situazioni che questa emergenza richiede. Penso ai sacerdoti, ai laici impegnati nelle parrocchie ma anche medici, infermieri e operatori sanitari che si stanno spendendo in modo instancabile dando veramente un bel segno a tutti noi”. “Cercheremo anche noi – ha concluso Mons. Russo a Tv2000 - di fare la nostra parte affinché possiamo farci prossimi gli uni agli altri per affrontare questa situazione imprevista ma che ci richiede senso di responsabilità”.    

Mons. Russo: “chiese sono aperte”. Per le messe “valutare situazioni”

28 Febbraio 2020 - Roma - “Bisogna valutare situazione per situazione, non si può generalizzare”. Mons. Stefano Russo, Segretario generale della CEI, ha risposto così alle domande dei giornalisti sul disagio espresso da alcuni sacerdoti e vescovi del Nord Italia per il fatto di non poter celebrare la messa, a causa delle misure precauzionali imposte dall’emergenza Coronavirus. A margine della presentazione del volume “Dio non abita più qui? Dismissione dei luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici”, in corso alla Pontificia Università Gregoriana, Mons. Russo ha precisato che “le chiese sono aperte in Italia, tranne alcune situazioni particolari dove l’emergenza sanitaria sembrerebbe aver invaso di più il territorio. In quei luoghi, particolarmente quelli dove c’è il focolaio, ci si sta attivando per attenersi alle indicazioni, c’è collaborazione con le autorità”. “L’epidemia sembra risultare meno invasiva di quanto inizialmente si pensasse, speriamo che si arrivi al più presto ad aprire tutte le chiese per le messe, almeno quelle feriali”, l’auspicio del Segretario generale della CEI. “Tenere un rapporto attivo con le autorità pubbliche e utilizzare gli spazi che ci sono per favorire la partecipazione della popolazione alla preghiera”, l’indicazione della Chiesa italiana, valutando la situazione caso per caso e utilizzando, laddove è necessario, cautele come quella di “evitare le celebrazioni nei luoghi e nei momenti più affollati”.