Tag: Mobilità umana e migrazioni

Mons. Nosiglia: “far superare barriere di estraneità e di indifferenza”

7 Giugno 2019 - Torino -  “Una comunità che non vive nella ricerca continua dell’unità, nella cura e nell’attenzione verso tutti e in particolare verso i suoi membri più sofferenti e bisognosi, non può illudersi di celebrare degnamente l’Eucaristia e riconoscere il corpo del Signore”. Lo ha detto l’arcivescovo di Torino, Mons. Cesare Nosiglia, nell’omelia della messa del Corpus Domini, che ha celebrato ieri in cattedrale, ricordando il miracolo eucaristico che si verificò in città, il 6 giugno 1453. L’ostia trafugata rimase sospesa in aria per lungo tempo e venne portata dal vescovo nel duomo. “L’Eucaristia è, come ci ricorda Papa Francesco, la fonte prima e la spinta costante che conduce la Chiesa fuori di se stessa, sulle vie della missione”, ha affermato il presule. Nelle sue parole il timore che ne sia stato fatto “un rito talmente chiuso in se stesso da stemperarne la carica di amore e di cambiamento che offre”. Soffermandosi sulle capacità dell’Eucaristia, Mons. Nosiglia ha spiegato che “inquieta le coscienze e allarga il cuore facendo superare barriere di estraneità e di indifferenza o di rifiuto che sono tutt’ora presenti nella società e anche nelle nostre comunità, verso fratelli e sorelle in condizioni di difficoltà morale o materiale”. Quindi, la convinzione dell’arcivescovo è che “se la nostra Chiesa privilegerà gli ultimi e se con coraggio profetico non si sottrarrà alle nuove sfide di tante miserie morali e materiali proprie del nostro tempo, la fede non verrà meno, l’Eucaristia che celebriamo si tradurrà in pane spezzato nell’amore, il Vangelo sarà sempre più credibile via di cambiamento anche sociale”. Infine, il presule ha indicato l’Eucaristia come “l’atto missionario più fecondo che la Chiesa immette nella storia dell’umanità”. “Le nostre comunità superino l’autoreferenzialità e si immergano con coraggio nel fiume della missione”. (Sir)  

Vescovi Lazio : “nelle nostre comunità non abbia alcun diritto la cultura dello scarto e del rifiuto”

7 Giugno 2019 - Roma - “Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un "prima" o di un "dopo" sulla base dell'appartenenza nazionale. E’ quanto scrivono i vescovi del Lazio in una lettera che sarà letta domenica in occasione della solennità di Pentecoste per offrire alcune riflessioni sul tema migratorio. “Purtroppo – scrivono i presuli - nei mesi trascorsi le tensioni sociali all'interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà: giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi.  Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c'è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. È proprio a costoro che va l'attenzione del cuore dei credenti e – vogliate crederlo – dell'opzione di fondo delle nostre preoccupazioni pastorali”. Da “certe affermazioni che appaiono essere ‘di moda’ – proseguono - potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro ‘noi’: l'altro è un dono. È questa la bellezza del Vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza”. Da qui l’invito  a proseguire “il nostro cammino di comunità credenti, sia con la preghiera che con atteggiamenti di servizio nella testimonianza di una virtù che ha sempre caratterizzato il nostro Paese: l'accoglienza verso l'altro, soprattutto quando si trovi nel bisogno. Proviamo a vivere così la sfida dell'integrazione che l'ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una ‘paura che fa impazzire’ come ha detto Papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere”. Le diocesi laziali quotidianamente danno “il proprio contributo per alleviare le situazioni dei poveri che bussano alla nostra porta, accogliendo il loro disagio. Tanto è stato fatto e tanto ancora desideriamo fare, affinché l'accoglienza sia davvero la risposta ad una situazione complessa e non una soluzione di comodo (o peggio interessata). Desideriamo che tutte le nostre comunità – con spirito di discernimento – possano promuovere una cultura dell'accoglienza e dell'integrazione, respingendo accenti e toni che negano i diritti fondamentali dell'uomo, riconosciuti dagli accordi internazionali e – soprattutto – originati dalla Parola evangelica.  Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell'accoglienza dei migranti, così come sappiamo di alcune istituzioni che pensavamo si occupassero di accoglienza, e che invece non hanno dato la testimonianza che ci si poteva aspettare. Desideriamo, tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell'aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale”. I vescovi laziali concludono  con un appello affinché “nelle nostre comunità non abbia alcun diritto la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura ‘nuova’ fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà”. (Raffaele Iaria)  

Palermo: incontro sull’accoglienza tra Mons. Bedford – Strohm e Mons. Lorefice

5 Giugno 2019 - Palermo - “Per me la visita di Mons. Heinrich Bedford - Strohm è motivo di grande comunione oltre che di opportunità di incontro e di reciprocità. E soprattutto perché la presenza a Palermo del Presidente della Chiesa Evangelica di Germania è dettata da qualcosa che ci sta veramente a cuore”. Ad affermarlo l’arcivescovo di Palermo, Mons. Corrado Lorefice, che ha ricevuto in episcopio il Presidente della Chiesa Evangelica Tedesca, in Sicilia per una serie di incontri con realtà ecclesiali, laiche e del volontariato legati ai temi dell’accoglienza, dei diritti dei migranti e delle politiche europee in materia di migrazione. “Siamo a Palermo al cuore del Mediterraneo – ha proseguito Mons. Lorefice – ed è da qui che deve ripartire per tutta l'Europa l'opportunità per riconfermare i principi più veri della nostra Europa: la persona al centro”. Nel corso dell’incontro i due presuli si sono confrontati sull’impegno di tutte le Chiese a favore dei migranti e dei rifugiati. “Oggi viviamo questo dramma di chi fugge dalla guerra e dalla fame – ha detto ancora l’arcivescovo di Palermo – attraversa il Mediterraneo che non può che rimanere un luogo di incontro. Il mare Mediterraneo deve continuare a permettere alle persone di realizzare la loro piena dignità. Per questo condivido con il vescovo Enrico, i motivi che ci fanno pensare ad una Europa che ci fanno esprimere il segno più vero dell’accoglienza. Mi piace sottolineare come concretamente abbiamo insieme sostenuto anche questa drammatica situazione che si viene a verificare nel nostro mare. A causa forse dell'indurimento del cuore e direi anche della mente, si rischia di fare morire uomini, donne e bambini nel nostro mare e sono ben contento che invece c’è qualcuno che riesce oggi a mettersi in gioco, a fare si che quanti attraversano questo nostro mare possano avere un luogo di approdo. Da questo punto di vista mi piacerebbe ripensare anche la posizione di Palermo al cuore del Mediterraneo perché possa essere per tutta l’Europa anche il porto a cui tutti possano fare riferimento. Questo valore simbolico di questa città che ha conosciuto la contaminazione feconda di culture, questa città possa essere anche oggi per l’Europa un punto di partenza perché possiamo continuare a scegliere la persona e metterla al centro. A maggior ragione se nel volto di questi nostri fratelli che vengono dall'Africa e dal Medio oriente noi troviamo i segni di una oppressione che è causata dalla durezza del cuore di altri uomini. E quindi saluto con grande commozione questa presenza perché nel nome della comunione di Chiese possiamo ritrovare situazioni e realtà umane che ci possano permettere di testimoniare un Vangelo che segna ancora la coscienza di questa nostra Europa perché se per ogni uomo, e deve essere chiaro che l'altro uomo è soggetto di diritto che deve essere riconosciuto nella sua dignità, a maggior ragione lo è per quanti hanno conosciuto il Cristo perché ciò che avete fatto a questi nostri fratelli l’avete fatto a me”. In una nota congiunta con il sindaco della città Leoluca Orlando il vescovo Heinrich afferma: “I flussi migratori sono un fenomeno storico che ha origine nel diritto umano inalienabile alla mobilità, in cerca di migliori condizioni di vita, in fuga da guerre, povertà e devastazioni climatiche. In vista del prevedibile aumento dei flussi durante l’estate, è necessario per l’Unione Europea riaffermare i propri valori fondamentali e per i singoli Stati individuare soluzioni che evitino nuove morti nel Mediterraneo, favoriscano la creazione di canali umanitari e supportino la ricerca dei naufraghi e il salvataggio di vite umane. Manca un meccanismo di redistribuzione europea per l’accoglienza dei migranti salvati”. Heinrich Bedford-Strohm ha partecipato anche all’avvio della preghiera interreligiosa alla Missione di Speranza e Carità, per Paul Yaw Aning, l’idraulico ghanese della missione, raggiunto da un decreto di espulsione perché il suo permesso di soggiorno era scaduto.  

Ancora accoglienza (e sbarchi)

4 Giugno 2019 - Roma - Il loro viaggio della speranza è finito. Genova, Taranto, Cagliari, Cosenza, Lampedusa. Località che nelle ultime ore hanno accolto i migranti che scappano dalle coste libiche o da quelle della Turchia. Lo sbarco del pattugliatore Cigala Fulgiosi, che aveva recuperato in mare a 90 miglia da Tripoli cento profughi, tra cui 23 bambini e 17 donne, si è concluso nel migliore dei modi grazie alla disponibilità all’accoglienza della Conferenza episcopale italiana e di sei Paesi dell’Ue. È stato infatti formalizzato ieri pomeriggio il protocollo d’intesa tra il Viminale e la Cei con cui si procede, attraverso la rete di Caritas italiana, a dare la migliore accoglienza a buona parte delle persone sbarcate domenica sulla banchina di Calata Bettolo, ora accolte in strutture del Lazio. Undici minori non accompagnati e le sei donne incinte sono invece rimaste a Genova per le cure necessarie, mentre gli altri presto varcheranno il confine italiano per essere redistribuiti nei sei Paesi che finora hanno accolto l’appello dell’Italia alla solidarietà. Il Portogallo, ad esempio, è pronto ad ospitare dieci dei migranti sbarcati, l’Irlanda e la Romania cinque ciascuno; altri migranti verranno accolti anche da Francia, Germania e Lussemburgo con cui sono ancora in corso trattative. Ma ieri, complice il ritorno del mare calmo, sulle nostre coste ci sono stati altri quattro sbarchi in cui sono arrivate circa 140 persone. Il trend degli arrivi nel 2019 in realtà indica un netto calo (dell’87%) rispetto allo stesso periodo del 2018: 1.764 contro 13.775. Ma la bella stagione spinge i disperati a mettersi in mare su gommoni e barchini di fortuna per raggiungere l’Italia. In Sardegna, nel Sulcis, su due diverse imbarcazioni sono infatti arrivati ieri 21 algerini. Il primo approdo, a Porto Pino nel territorio di Sant’Anna Arresi, con 16 persone che i carabinieri hanno fermato mentre si stavano allontanando dalla spiaggia. Dopo le visite mediche e le operazioni di identificazione sono stati trasferiti nel centro d’accoglienza dell’isola. Così come anche gli altri cinque algerini soccorsi in mattinata, a bordo di un’imbarcazione di fortuna, da una motovedetta dei carabinieri nell’area di Sant’Antioco. È scattata invece la corsa alla solidarietà di cittadini e volontari per accogliere i 73 uomini di nazionalità pachistana, tra cui 19 minori, che sono approdati la sera di domenica sulla spiaggia di Torre Colimena, località marittima di Avetrana, nel Tarantino. Non appena saputo dello sbarco, il Comune ha aperto lo stadio come luogo di primo ricovero, mentre cittadini e associazioni hanno offerto cibo, acqua, indumenti e scarpe. I migranti hanno raccontato ai soccorritori che il loro viaggio è cominciato a Bodrum, in Turchia, nove giorni prima a bordo di un natante a vela di 14 metri, condotto da due scafisti di 38 e 48 anni, che le forze dell’ordine sono riuscite ad arrestare non lontano dalla zona dell’approdo. Un viaggio della disperazione, quello dei 73 pachistani, ammassati in una stiva che poteva contenere al massimo dieci persone per cui hanno pagato 5.600 euro a testa. Per tutti loro adesso si sono aperte le porte dei centri di prima accoglienza della regione. Di più difficile quantificazione, invece, lo sbarco avvenuto ieri sulla spiaggia di Calopezzati, Comune calabrese della fascia ionica cosentina. Non c’è infatti un dato ufficiale sul numero delle persone che si trovavano a bordo della barca a vela quando si è arenata nello specchio d’acqua antistante la spiaggia del centro costiero. Finora sono state rintracciate 41 persone tra cui donne e bambini, tutti iraniani e iracheni, che dal porto di Corigliano-Rossano dove hanno avuto le prime cure sono stati trasferiti nel centro d’accoglienza. Ma dalle prime informazioni raccolte ci sarebbero ancora alcune persone che avrebbero fatto perdere le proprie tracce, tuttora ricercate dalle forze dell’ordine. E ieri sera, ancora, un altro sbarco di 19 persone a Lampedusa. (Alessia Guerrieri – Avvenire)

L’immigrazione raccontata a scuola che smonta la propaganda della paura

3 Giugno 2019 - Roma - Pregiudizi, paure, luoghi comuni. Poi l'incontro, tra i banchi e la lavagna, con chi ha raccontato spesso in prima persona cosa è davvero il fenomeno dell'immigrazione. E la visione di centinaia di cittadini di domani è cambiata dal giorno alla notte. Sono gli oltre 700 ragazzi di 17 istituti romani, tra i 13 e i 18 anni, che hanno partecipato alla giornata conclusiva della quarta edizione del progetto educativo “Oltre i confini”, promosso e organizzato dalla cooperativa Sophia. Ad ospitare l'evento l'Auditorium della Tecnica messo a disposizione da Confindustria. Diversi i ragazzi che hanno raccontato i propri cambiamenti personali nella percezione del fenomeno dell’immigrazione, grazie al percorso formativo. “Dell'immigrazione ho sempre avuto una visione distorta e lacunosa - ha raccontato una studentessa al quarto anni di liceo - perché se ne parla solo alla radio e in televisione, dove da una parte si inveisce contro lo straniero parlando di disoccupazione e terrorismo, dall'altra si mettono in vetrina i cadaveri sulla spiaggia. Nessuno mi ha mai raccontato di uomini onesti e istruiti che cercano di integrarsi nella nostra società e ora posso guardare tutto da un altro punto di vista”. “Questo percorso mi ha cambiato - ha detto un ragazzo di terza media - e forse ha contribuito a farmi vedere l'immigrazione in modo diverso, in senso positivo per chi accoglie oltre che per chi arriva. Stanno tutti scappando da qualcosa, che sia la guerra o la politica o la povertà, e noi come paese dovremmo accoglierli e cercare di fargli avere una vita normale come quella di tutti noi”. “Notiamo una partecipazione sempre più attiva dei ragazzi che, attraverso l’incontro, riescono a superare le pericolose associazioni tra immigrazione e minaccia, immigrazione e invasione, immigrazione ed emergenza”, osserva Marco Ruopoli della Cooperativa Sophia. Confini è un percorso formativo arrivato ormai al quarto anno che ha lo scopo di favorire, in un pubblico di ragazzi, la riflessione sul tema dell’immigrazione. La cooperativa Sophia ha presentato, attraverso lezioni frontali e momenti di condivisione, uno spaccato aggiornato sul quadro internazionale, europeo e italiano del fenomeno migratorio. Inoltre ha facilitato nelle classi il dialogo tra gli studenti e i migranti. Il progetto è finanziato da Fondazione Migrantes.

Migranti: tre sbarchi in poche ore a Lampedusa

30 Maggio 2019 - Lampedusa - Settanta migranti sono sbarcati a Lampedusa tra ieri e oggi, in 3 differenti momenti. L'ultimo riguarda un gruppetto di 7 persone, approdato con una piccola imbarcazione direttamente in porto. Poco prima erano arrivati i 20 tratti in salvo da una motovedetta della Guardia di finanza. Quarantatré, in serata, erano invece giunti direttamente sulla terraferma a Cala Galera. Fra loro tre donne incinte e cinque bambini.

Gommone alla deriva: la Marina salva 100 persone

30 Maggio 2019 - Milano - Si è conclusa, a fine mattinata, l'operazione di salvataggio dei migranti alla deriva su un gommone in avaria in acque internazionali al largo della Libia. Dopo gli allarmi lanciati ieri dall'ong Sea Watch e stamani da Alarm Phone (che parlava di una bambina di 5 anni morta), è intervenuta l'unita della Marina militare italiana che i migranti vedevano da lontano. Il pattugliatore d'altura della Marina militare Cigala Fulgosi, scrive Avvenire.it, ha raggiunto il gommone in avaria, a circa 90 miglia a sud di Lampedusa. L'unità, fa sapere la Marina, «constatate le condizioni del natante con 100 persone a bordo, di cui solo una decina provvisti di salvagente individuale, motore spento, precarie condizioni di galleggiamento e considerate le condizioni meteorologiche in peggioramento, è intervenuta in soccorso delle persone che erano in imminente pericolo di vita».Al termine del soccorso sono state recuperate le 100 persone, di cui 17 donne e 23 minori, per i quali è attualmente in atto la verifica delle condizioni di salute. Non risulta alcuna persona deceduta a bordo.

Famiglie Accoglienti: “Pronte a ospitare i profughi”

30 Maggio 2019 - Torino - Non hanno ancora avuto risposta, ma l’offerta resta valida e con essa il messaggio che compare nelle prime righe: “L’Italia non è un Paese impaurito, rancoroso, ostile verso gli stranieri e i ‘diversi’». Sono 27 famiglie, di cui 17 torinesi, che hanno scritto al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte per esprime la disponibilità concreta, “realizzabile subito”, ad accogliere il gruppo di migranti provenienti dalla Libia, sbarcati lo scorso 10 maggio a Lampedusa dopo essere stati soccorsi dalla “Mare Jonio”, l’imbarcazione della ong Mediterranea Saving Humans. In concomitanza con lo sbarco, la neocostituita Associazione Famiglie accoglienti Aps di Bologna aveva scritto una prima missiva a Conte affermando la disponibilità all’accoglienza dei profughi e contemporaneamente aveva diramato un appello coinvolgendo anche il Gruppo famiglie accoglienti di Torino con i quali da mesi è in contatto avendo ispirato la sua nascita. In pochi giorni si è definita la disponibilità concreta di spazi, case, famiglie oltre che nel bolognese anche nel torinese e in Veneto e 27 famiglie il 22 maggio hanno scritto una seconda lettera aggiungendovi i propri nominativi a testimonianza di una accoglienza reale fatta di persone pronte ad aprire le porte delle proprie abitazioni per dare un tetto, amicizia e supporto a quel gruppo di trenta naufraghi, tra cui due donne incinte, una bambina di un anno e altri quattro minori non accompagnati. Una disponibilità aggiunta ad un richiamo che è ciò che caratterizza lo spirito dell’Associazione e del Gruppo torinese: la manifestazione della propria volontà di non appartenere ad un paese nemico degli stranieri e che possa essere identificato come tale: “Non è il Paese dei respingimenti in mare”, hanno scritto, “dell’indifferenza verso le sofferenze e le morti di donne e bambini, della chiusura di fronte a culture e religioni diverse. La paura e la fretta sono sempre cattive consigliere: ci spingono a rinchiuderci in fortini, ad alzare muri e a ignorare i diritti umani”. “L’Italia, Paese di emigranti fi n dal 1861, sa quanto sia doloroso lasciare la propria terra e quanto sia importante trovare accoglienza e speranza in paesi lontani. Noi vogliamo creare nuove relazioni con chi fugge dalla propria patria, offrire non soltanto ospitalità ma speranza, come prescritto dal troppo spesso dimenticato articolo 10 della Costituzione: ‘Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica’. Per questo torniamo sulla nostra offerta di due settimane fa di accogliere, per tutto il tempo necessario, il gruppo di migranti sbarcati dalla Mare Jonio”. Una offerta che potrebbe essere accolta “nel quadro delle procedure di accoglienza vigenti e con la collaborazione delle istituzioni ma senza alcun onere per lo Stato” e non improvvisata dal momento che molte delle famiglie disponibili, tra cui quelle torinesi, hanno già aperto in passato le proprie abitazioni a migranti in difficoltà e sono quindi già consapevoli delle fatiche, “ma soprattutto della fattibilità dell’accoglienza e dell’arricchimento che rappresenta”. (Federica Bello – La Voce e il Tempo – Torino)

Papa in Romania e i greco-cattolici rumeni in Italia

29 Maggio 2019 - Parigi - Sono una trentina le comunità greco-cattoliche romene disperse sul territorio italiano: tra parrocchie personali, missioni con cura delle anime, comunità informali ed una chiesa rettoria, quella del Santissimo Salvatore alle Coppelle nei pressi di Piazza Navona a Roma, chiesa che dal 1914 fu affidata da Pio X ai greco-cattolici romeni. Con il rito bizantino ed in piena comunione col Papa di Roma, tutte queste comunità testimoniano “la divina unità nella varietà della fede cattolica”. I greco-cattolici romeni vivono in Italia ciò che il Decreto conciliare Unitatis Redintegratio, n. 17 dichiara solennemente: “Questo sacro Concilio, ringraziando Dio che molti orientali figli della Chiesa cattolica, i quali custodiscono questo patrimonio e desiderano viverlo con maggior purezza e pienezza, vivano già in piena comunione con i fratelli che seguono la tradizione occidentale, dichiara che tutto questo patrimonio spirituale e liturgico, disciplinare e teologico, nelle diverse sue tradizioni appartiene alla piena cattolicità e apostolicità della Chiesa”. Dopo la svolta del 1989, dalla Romania è emigrato circa il 15% della popolazione, specie giovani. L’Italia è il Paese dove vive il maggior numero di romeni: più di un milione. Questo “segno dei tempi” interpella per quanto riguarda i problemi sociali legati a questo fenomeno. Pertanto l’attività caritativa e solidale all’interno delle nostre comunità è una risposta immediata a queste sfide. In Italia ed in tutta la diaspora europea, i romeni greco-cattolici si preparano per la visita del Papa che si fermerà per tre giorni nel loro paese di origine dal 31 maggio al 2 giugno 2019. Tutti sperano che la sua presenza sia una spinta verso l’unità, per trovare una strada e far camminare insieme tutti i cristiani. Infatti, nella sua visita nella terra romena, come indicato nel motto - “Camminiamo insieme”, Papa Francesco inviterà all’unità di tutti, nella diversità di espressioni della fede. Negli anni scorsi, alcune testimonianze di eccezione sul martirio della Chiesa Greco-Cattolica Romena sono state presentate in diverse diocesi italiane: Padova, Bologna, Firenze, Milano, Vittorio Veneto, ecc. Trattasi del libro “Catene e terrore. Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania” di Ioan Ploscaru (EDB 2013) a cura di Marco Dalla Torre (Traduzione dal romeno: Maria Ghergu e Giuseppe Munarini. Note all’edizione italiana di Giuseppe Munarini). L’autore è un vescovo di seconda generazione, ordinato in clandestinità quando la scure della persecuzione si era già abbattuta in Romania. Nel 2016, sempre presso le EDB fu pubblicato il libro “La nostra fede è la nostra vita. Memorie”.(A cura di Marco Dalla Torre. Traduzione in lingua italiana di Giuseppe Munarini, Cristian Florin Sabău e Ioan Mărginean- Cociș. Note all’edizione italiana di Giuseppe Munarini EDB. Edizioni Dehoniane Bologna, 2016. Aggiungerei due agili volumetti: Gelu Hossu, Cardinalul Iuliu Hossu. Spirit al Adevărului, Viața Creștină, Cluj-Napoca 2019 e la traduzione italiana del professor Laszlo Alexandru, apparsa nella stessa città e nello stesso anno). Il volume che racchiude i tre quaderni di memorie dei giorni e degli anni di terrore vissuti nei “lager” comunisti dal Cardinale romeno Iuliu Hossu. Mentre nel 2017, presso le Edizioni Feeria Comunità di San Leolino, Ponzano in Chianti, fu pubblicato il volume, “Le sbarre, le mie croci. Poesie dal gulag romeno (1951-1964)” scritte dallo stesso Ioan Ploscaru nei suoi anni di carcere (Traduzione a cura di Celina Duca e Valerio Vigorelli, rivista da Lorenzo Gobbi. Postfazione di Alexandru Mesian, vescovo di Lugoj, a cura di Marco dalla Torre e Lorenzo Gobbi, Edizione Feeria. Comunità di San Leolino, Panzano in Chianti 2017). Tuttavia, un “filo rosso” lo possiamo intravedere nella storia recente di questa Chiesa benedetta dal sangue prezioso dei suoi martiri: nella sua Lettera apostolica Veritatem facientes del 1952 quando la persecuzione si era ormai scatenata ferocemente, il Pontefice Pio XII alzava la sua voce per lamentare la soppressione sua e di tutte le sue istituzioni, nel desiderio di baciare le catene di coloro che giacevano e piangevano nelle carceri comuniste, ricordando che, nell’essere perseguitata, la Chiesa romena rinnovava la grandezza della Chiesa primitiva. Nel concistoro del 1969, Paolo VI creò cardinale in pectore il Vescovo Iuliu Hossu imprigionato in Romania, ma la sua nomina venne resa pubblica solo nel 1973 dopo la sua morte. Il 6 gennaio 1982 Giovanni Paolo II celebra a Roma la consacrazione episcopale del Mons. Traian Crișan, greco-cattolico romeno, nominato Segretario della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi, parlando della sua Chiesa di Romania “la Chiesa orientale tanto vicina e cara al nostro cuore”. A Bucarest, sempre Giovanni Paolo II affermava, l’8 maggio 1999: “sulle tombe dei pochi martiri noti e dei molti, le cui spoglie mortali non hanno neppure l'onore di una cristiana sepoltura, ho pregato per tutti voi, ed ho invocato i vostri martiri e i confessori della fede, perché intercedano per voi presso il Padre che sta nei cieli”. Benedetto XVI ha elevato la Chiesa metropolitana sui iuris Greco-Cattolica Romena al grado di Chiesa Arcivescovile Maggiore. Allo stesso tempo, ha promosso Mons. Lucian Mureşan alla dignità di Arcivescovo Maggiore di Făgăraş e Alba Iulia dei Romeni, creandolo quindi cardinale nel Concistoro del 18 febbraio 2012, del Titolo di Sant’Atanasio. Il 19 marzo scorso, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione dei decreti riguardanti il martirio di sette vescovi della Chiesa greco-cattolica di Romania, sotto il regime comunista, mentre domenica 2 giugno 2019 presidierà la Messa per la loro beatificazione, in rito bizantino, e pronuncerà l’omelia e la formula di beatificazione, sul Campo della Libertà a Blaj. Si tratta dei servi di Dio Vasile Aftenie (1899-1950), vescovo ausiliare dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Făgăraș; Valeriu Traian Frenţiu (1875-1952), vescovo di Oradea; Ioan Suciu (1907-1953), amministratore apostolico dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Făgăraș; Tit Liviu Chinezu (1904-1955) vescovo ausiliare dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Făgăraș; Ioan Bălan (1880-1959), vescovo di Lugoj; Alexandru Rusu (1884-1963), vescovo di Maramureș e di Iuliu Hossu (1885-1970), vescovo di Cluj Gherla. Per le nostre comunità in Italia ed in tutta la diaspora, le testimonianze dei martiri di fronte all’implacabile persecuzione comunista è motivo di grande speranza per la costruzione di un futuro migliore per il nostro popolo. Come lo affermava una Nota della Sala Stampa della Santa Sede nel 2005 nel dare annuncio dell’elevazione della Chiesa Romena al grado di Chiesa Arcivescovile Maggiore: “L’aspetto più specifico della testimonianza di quella Chiesa è la radicalità del suo rifiuto di ogni compromesso con il potere ateo, per rivendicare il destino più vero dell’uomo e il posto che Dio deve avere nella sua vita. È una Chiesa che, con rinnovata vitalità, ha ripreso il suo posto nella Chiesa universale”. (p. Cristian Crisan, Visitatore Apostolico per i fedeli greco-cattolici romeni in Europa Occidentale)

Roma: l’asilo interculturale “Munting tahanan” otterrà due mesi di proroga

28 Maggio 2019 - Roma - L’asilo interculturale “Munting tahanan” (“Piccola casa” in tagalog, la lingua delle Filippine) che rischiava di chiudere entro il 31 maggio per la scadenza della convenzione con il Comune di Roma, ha ottenuto la proroga del contratto fino al 31 luglio 2019. Questo permetterà a 40 bimbi da 0 a 3 anni di diverse nazionalità e alle loro famiglie di concludere l’anno scolastico. Dopo una prima richiesta a gennaio rimasta senza risposta, riferisce il Sir, la settimana scorsa era stata inviata una nuova lettera all’assessora alla persona, scuola e comunità solidale di Roma Capitale, Laura Baldassarre, per chiedere una proroga del contratto, in modo da completare almeno il percorso educativo iniziato a settembre. “Ci è arrivata una comunicazione telefonica dall’assessorato e siamo felicissime – afferma al Sir la direttrice del centro Angelica Da Rocha – . Non potevamo assolutamente lasciare per strada questi bambini e queste famiglie. Oggi ci incontreremo con altri asili nido della capitale che si trovano nella stessa situazione per capire come muoverci per il futuro. Intanto questa è per noi una boccata d’aria e un sospiro di sollievo”.