Tag: Migrantes Torino

Migrantes Torino: una giornata per parlare di prossimità

16 Settembre 2021 - Torino - Si intitola “Il volontariato oggi: ridurre le distanze” l’incontro che si svolgerà sabato 9 ottobre presso il Centro Congressi del Santo Volto a Torino.  Una giornata riservata ad operatori e volontari Migrantes e dell’Associazione Camminare Insieme, organizzata nell’ambito del progetto ProXimo, realizzato con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e in collaborazione con Regione Piemonte. che servirà a riflettere e a rifocalizzarci. “In questo tempo così difficile e complesso, infatti, le nostre due organizzazioni non si sono mai fermate. L’emergenza sanitaria si è svelata sempre di più nella sua natura di emergenza sociale, che continua a colpire soprattutto chi vive in situazioni di difficoltà o di fragilità, creando nuove situazioni di povertà”, spiegano alla Migrantes di Torino: “con molto impegno e creatività siamo riusciti a sviluppare nuove modalità di relazione per rimanere prossimi nonostante il distanziamento fisico. Oggi riteniamo importante per tutti noi condividere le esperienze e riflettere sulle nostre prassi ripartendo dalle nostre mission. Con questo intento abbiamo costruito per tutti i volontari e gli operatori delle nostre realtà questa giornata, prima tappa di un percorso formativo che ha lo scopo di sviluppare idee concrete e piste per il futuro”.  

Migrantes Torino: il primo appuntamento delle NarrAzioni di ordinaria accoglienza

15 Settembre 2021 - Torino - Si intitola Per una comunità Accogliente e si terrà oggi nella sala conferenze della Migrantes di Torino: un incontro per guardare insieme alla capacità delle comunità civili ed ecclesiali di essere accoglienti e inclusivi interrogando attori e testimoni di accoglienza. Durante la mattinata le testimonianze di alcuni rappresentanti della rete delle parrocchie accoglienti, del progetto della Città di Torino Rifugio Diffuso – Accoglienza in famiglia, delle Famiglie Accoglienti e di Casa Aylan. Reagiranno alle sollecitazioni: Elena Piastra, sindaca del Comune di Settimo Torinese, Marzia Sica, Responsabile Obiettivo Persone di Compagnia di San Paolo e Roberta del Bosco, Area Welfare e Territorio FONDAZIONE CRT. Modererà la mattinata Sergio Durando, Direttore della Migrantes torinese.  

Migrantes Torino: al via il Festival dell’accoglienza

2 Settembre 2021 - Migrantes Torino: al via il festival per raccontare l’accoglienza   Torino - Due mesi e quaranta appuntamenti per centrare l’attenzione sull’accoglienza: è l’obiettivo del festival «E mi avete accolto» organizzato dall’Ufficio Pastorale Migranti (Migrantes) della diocesi di Torino. Un ricco calendario di incontri, proiezioni di film, laboratori, conferenze e momenti di spiritualità che si terranno a Torino tra settembre e ottobre. «Sarà un festival per guardare al fenomeno della mobilità umana dalla prospettiva di un’accoglienza possibile: ostacolata, complessa, che richiede coraggio, ma possibile», commenta Marco Lauffa, educatore dell’Ufficio Pastorale Migranti presentando l’iniziativa che prenderà il via in questo mese: «vogliamo dare spazio a storie positive, ad esperienze di integrazione, esperienze in cui la città ha saputo dimostrarsi realmente capace di accogliere. Queste storie esistono. Non fanno rumore, sono forse come piccole isole in un mare di ingiustizie, discriminazioni, corto- circuiti burocratici, ostacoli d’ogni genere, ma esistono». Per raccontare l’accoglienza e promuoverla, l’Ufficio Pastorale Migranti ha riunito in un solo calendario appuntamenti che abbracciano e raccolgono la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 26 settembre, la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza del 3 ottobre e la Giornata Missionaria Mondiale del 24 ottobre. La rosa degli appuntamenti si susseguirà secondo varie linee, come ripercorre Walter Vergnano, volontario dell’Upm tra gli organizzatori del Festival: «I momenti di fede saranno occasione per conoscere le cappellanie etniche, per pregare per le vittime delle migrazioni, vivere la missione dell’accoglienza e la profezia di una fratellanza universale grazie alla collaborazione della Facoltà Teologica e dell'Ufficio Missionario diocesano. Presentazioni di libri potranno disvelare gli inganni, raccontare la bellezza, nutrire la speranza, orientare il cammino». Le «NarrAzioni di ordinaria accoglienza» metteranno invece al centro esperienze positive di integrazione, mentre il cinema all’aperto proietterà storie di inclusione accessibili a tutti. «‘E mi avete accolto’ sarà l’occasione per soffermarsi sul termine stesso dell’accoglienza», evidenzia Sergio Durando, direttore Migrantes: «rifletteremo su una parola che rischia di diventare lei stessa il paravento di dinamiche relazionali e sociali che si allontanano dal suo vero significato». Il primo appuntamento del festival sarà domenica 5 settembre con la prima puntata della serie «Cappellanie a porte aperte» con cui le comunità etniche della città si racconteranno nella celebrazione domenicale. Ad aprire sarà la comunità rumena nella chiesa Madonna del Carmine in via del Carmine 3 alle 11. A seguire il successivo appuntamento, il 7 settembre, sarà la proiezione di «Qualcosa di meraviglioso», film di Pierre-Francois Martin-Laval presso il giardino dell’Upm in via Cottolengo  22 alle 20.30: la storia di un piccolo talento degli scacchi costretto a fuggire dal Bangladesh a Parigi. Il 10 settembre invece si potrà partecipare alla lettura del messaggio del Papa per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2021 accompagnata dalla kora, strumento a corde della tradizione africana: l’appuntamento è alle 18 nei locali dell’Upm in via Cottolengo 22. Il programma dettagliato del festival è disponibile sul sito www.migrantitorino.it, per tutti gli appuntamenti è necessaria la prenotazione. Per informazioni: mail prenotazioni@upmtorino.it. (Simone Garbero - VT)    

Caritas-Migrantes Piemonte: pronti ad accogliere i profughi afghani

27 Agosto 2021 -
Torino - È comune e diffusa in questi giorni la preoccupazione per la situazione venuta a crearsi in Afghanistan proprio quando pensavamo che gli ultimi venti anni avessero fatto maturare semi stabili di cambiamento. Prima che gli assetti geopolitici sono le condizioni di vita delle persone che destano apprensione e che stanno mettendo in moto una vera mobilitazione in tante parti del mondo, Italia compresa. L’arrivo dei voli militari che realizzano un’operazione definita tecnicamente di “evacuazione” e la conseguente necessità di trovare una prima ed immediata sistemazione per le circa 2500 persone interessate ha portato a cercare – e talora trovare – disponibilità anche da parte di comunità e gruppi ecclesiali. Grazie all’azione di coordinamento del Ministero e delle Prefetture i posti di accoglienza sono stati tutti trovati utilizzando le reti del Sistema Accoglienza Integrazione (SIA) e dei Centri Accoglienza Straordinaria (CAS) già attive sul territorio e di cui fanno parte anche alcune realtà del mondo ecclesiale, piemontese compreso. Non c’è, dunque, una urgenza per trovare subito nuove sedi. Abbiamo il tempo per costruire e coordinare il meglio possibile le disponibilità che le comunità cristiane possono mettere in gioco. Il tempo consente anche di poter coordinare le iniziative a livello di ogni diocesi, soprattutto interloquendo con Migrantes e Caritas delle singole Chiese. In effetti i termini del discorso potrebbero aggravarsi nei prossimi mesi quando arriveranno alle nostre frontiere nuovi gruppi di profughi o richiedenti asilo anche provenienti dall’Afghanistan. Il ponte aereo termina con la fine della presenza americana a Kabul. Da quel momento è pensabile che una parte della popolazione cercherà di uscire dal paese verso punti di raccolta in Iran, Pakistan, Turchia. Qualcuno prenderà la strada della rotta balcanica dove sono stati bloccati altri uomini nei mesi scorsi anche per lungo tempo. Se sarà possibile mettere in atto i cosiddetti corridoi umanitari questi partiranno da uno dei paesi di prima accoglienza e non dall’Afghanistan direttamente. Le persone interessate a questa fase saranno certamente più povere, meno tutelate, più esposte al traffico di esseri umani. E, arrivando in Italia, entreranno nella procedura usuale di richiesta di accoglienza, senza avere canali preferenziali. Per dare risposte di accoglienza di qualità allora sarà presumibilmente necessario aumentare il numero di posti disponibili e la capacità di farsi carico delle persone per dare loro pieno inserimento e prospettive di futuro. Serviranno case, ma anche e soprattutto relazioni, sostegno, accompagnamento, inserimento lavorativo, sostegno alla mobilità verso l’Europa. E questo non solo per chi proviene dal paese asiatico oggi sotto i riflettori. Stanno arrivando sulle coste del sud numeri importanti di persone in fuga da altre aree di crisi, e continuano anche i respingimenti alle frontiere a nord del nostro paese con la conseguente permanenza nelle nostre valli alpine di gruppi di persone sempre più numerosi. È bene che le comunità territoriali, cristiane soprattutto, inizino fin da subito a muoversi e progettare su questa prospettiva di medio termine, senza concentrarsi ed agire esclusivamente sui primi arrivi degli scorsi giorni. I contatti continui con le Prefetture consentiranno di monitorare i bisogni, ma dovremo essere capaci di farci trovare pronti, senza improvvisazioni e senza fughe individualistiche. Occorre rafforzare la rete sia per non prestare il fianco ad una deleteria supplenza, sia per dare efficacia ad una azione complessa e delicata perché inerente alla vita delle persone. Serve dare del tempo individuale e comunitario alla preghiera e all’approfondimento dei vari elementi del fenomeno, senza lasciarci tentare dalle facili semplificazioni o dall’immediata emozione. Caritas e Migrantes si stanno proponendo per chiedere in ogni sede opportuna l’attivazione di forme temporanee di protezione per gli afghani già presenti in Italia che rischiano di essere rimandati a casa: in Europa sono a rischio di rientro in 280 mila, di cui 60 mila donne. Viene anche chiesta l’interruzione dei respingimenti in frontiera sulla rotta balcanica per evitare un altro inverno come quello disumano vissuto nel 2020. Un ultimo consiglio, che è anche una richiesta: non intraprendiamo progetti né preventiviamo attività – ivi comprese le raccolte di generi primari – senza prima esserci coordinati con la rete Caritas e Migrantes. Insieme saremo più efficaci e meglio parole di Vangelo. (Pierluigi Dovis, Delegato regionale Caritas Piemonte - Sergio Durando, Responsabile regionale Migrantes Piemonte)

Afghanistan: Afghanistan: appello all’accoglienza dell’arcivescovo di Torino

23 Agosto 2021 - Torino – “Ieri, nelle celebrazioni comunitarie dell’Eucaristia abbiamo pregato per chiedere a Dio il dono della pace e la volontà ferma di cercare, nel dialogo, quanto unisce più che quello che divide. Siamo coinvolti anche noi, come Chiese di Torino e di Susa, nell'impegno ad aiutare quelle persone e quelle famiglie che, per diversi motivi, stanno lasciando il loro Paese. Una parte di queste persone è attesa in Italia e un gruppo è già stato temporaneamente accolto in Piemonte. Occorre, adesso, provare a dare stabilità e qualità all’accoglienza”. Lo dice oggi l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia che rivolge un appello “proprio perché so di poter contare sulla risposta pronta e generosa di comunità e famiglie. Per noi credenti non si tratta solamente di collaborare a una ‘azione umanitaria’, ma di mettere in pratica quel richiamo all'accoglienza e al servizio del prossimo che ci vengono direttamente dall'adesione al Vangelo di Gesù Cristo”. Mons. Nosiglia chiede “un ulteriore sforzo per mettere a disposizione di questi fratelli qualche opportunità di accoglienza abitativa e di primo accompagnamento ai bisogni personali. Comunità parrocchiali – singolarmente o congiuntamente nell’ambito delle Unità Pastorali - comunità e fraternità religiose, gruppi di famiglie o gruppi di impegno religioso valutino come sia loro possibile accogliere una o più persone tra questi nuovi ospiti, in locali comunitari o privati; attraverso il sostegno delle Caritas Parrocchiali e dei gruppi di volontariato provino ad ipotizzare una strategia operativa locale per ben gestire questo segno di prossimità e per animare adeguatamente tutta la comunità e il territorio” La disponibilità va comunicata all’Ufficio Migrantes che potrà, così, indirizzare e coordinare in base alle necessità che verranno segnalate. “La nostra disponibilità – aggiunge l’arcivescovo di Torino - non è supplenza, ma si integra nel percorso che Prefetture ed Enti Locali stanno costruendo e con essi le azioni saranno coordinate e definite”. (R.I.)

Migrantes Torino: riconoscimento al direttore Durando

28 Giugno 2021 -
Torino - Nei giorni scorsi il direttore della Migrantes di Torino e del Piemonte, Sergio Durando, è stato insignito dalla Città di Torino del riconoscimento del ruolo di ambasciatore nel mondo delle eccellenze del territorio torinese "per l'intensa attività di assistenza agli adolescenti e ai giovani italiani e stranieri delle periferie urbane, con particolare attenzione alle problematiche legate ai migranti e rifugiati".
"Adolescenti e giovani non sono i destinatari dell'educazione ma i protagonisti: vanno sostenuti perché saranno la Torino di domani. [...] Torino è una città che attrae molti giovani dall'estero: chi viene per cercare un lavoro, chi scappa e cerca rifugio, chi viene per studiare. Gli studenti internazionali arrivano da oltre 120 paesi, si formano in questa città: dopo la laurea molti si fermeranno, altri partiranno per altri Paesi, altri torneranno nel luogo da cui sono partiti. Occasioni importanti per creare ponti con la città di Torino, collaborazioni e reti", si legge nella motivazione.

Migrantes Torino: in morte di un giovane senza speranza

28 Maggio 2021 - Torino – Si muore durante il viaggio. Si muore cercando di oltrepassare le frontiere. Si muore nelle acque del mare. Si muore assiderati di notte sulle montagne nel passaggio tra l’Italia e la Francia. Le frontiere, che per alcuni significano protezione, per altri sono il simbolo del passaggio alla morte. Si muore «lentamente» nell’indifferenza generale, si muore anche quando finalmente si è «arrivati» e il viaggio sembra finito, ma non si «arriva» mai. Muoiono le persone che diventano invisibili, muoiono le persone che continuano a subire violenze fisiche e strutturali. Muore chi non ha un «posto», chi non ha diritti. A Torino Musa Balde, 23 anni, originario della Guinea Conakry, era in attesa di un rimpatrio che avrebbe messo fine ad un sogno, ad un progetto, ad un investimento. Musa ha interrotto l’attesa impiccandosi con le lenzuola della camera dove si trovava in isolamento per motivi sanitari. Fine! Il suo gesto ci dice che ha considerato il suicidio l’unico modo per uscire da un Centro che gli negava la libertà e il futuro. Ha voluto mettere fine a una sofferenza divenuta per lui «insopportabile». La morte di Musa apre uno tra i tanti interrogativi scomodi per il nostro Paese e per il nostro ordinamento giuridico, su come l’immigrazione viene gestita, sui costi «economici» e «umani» di certe «strutture di morte». Ancora una volta perde la vita un giovane in cerca di un futuro dignitoso, la cui speranza si è frantumata con il diniego del riconoscimento dei documenti.  In questi casi subentra la povertà e la vulnerabilità di chi diventa «irregolare» e si ritrova per strada. Lo sguardo di pregiudizi, diffidenza, indifferenza lo si percepisce addosso, su un corpo privato di dignità. Per Muse la strada ha significato subire la violenza pesante di tre uomini a Ventimiglia. Ha vissuto sul suo corpo la rabbia di bastonate, calci, colpi e ha visto con i suoi occhi un mondo al contrario, dove la vittima viene rinchiusa in un Cpr (Centro di permanenza e rimpatrio) e i carnefici lasciati liberi.  Forse il vissuto di Muse gli ha tolto la naturale capacità di reazione e di resilienza di questi giovani ragazzi. Forse faceva parte di quella nuova categoria di soggetto «fragile», «vulnerabile» con un marcato malessere psicologico. Chissà?! La Procura di Torino ha avviato accertamenti sul caso. È arrivata l’accusa del Garante nazionale dei Diritti delle persone private della libertà personale, Mauro de Palma, sul fatto che nel Cpr di corso Brunelleschi, a Torino, non sia stato seguito in modo adeguato. La vita, così come la morte, richiede rispetto. L’Arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, in più occasioni ci ha ricordato come questi gesti obbligano tutti a riflettere sulle ferite interiori che segnano il percorso di molti immigrati. Lunedì 31 maggio ai Santi Martiri si terrà una preghiera per Musa, presieduta dall’arcivescovo, per esprimere dolore e «compassione», affidare la sua anima a Dio che certamente è per la vita e saprà «restituire» senso e dignità a questo figlio. Per tutti noi, credenti o non, appartenenti a diverse confessioni, innamorati dei Testi Sacri, della Costituzione e convinti che i diritti umani siano inalienabili e non negoziabili, si aprono laceranti interrogativi e sfide a cui non possiamo più sottrarci. Viviamo in un’Europa che alza i muri, che criminalizza lo straniero per il fatto di essere straniero, che provoca una violenza sempre più manifesta. Viviamo in un Paese che «produce» irregolari (sono oltre 600 mila) e che alimenta una cultura dello scarto sempre più cinica, un mondo indifferente a chi vorrebbe urlare la sua disperazione, ma non ha voce. Come Musa, quanti disperati vivono accanto a noi? Come riuscire allora ad essere più umani, a farci prossimi ai nostri fratelli, superando stereotipi e paure? È possibile invertire la rotta con piccoli gesti quotidiani. A partire dal saluto offerto nell’incontro casuale con l’altro, un sorriso, uno sguardo dolce e comprensivo e qualche parola scambiata con chi sta in strada, per fargli ricordare che esiste e che è un essere degno.  Porgere la mano in segno di aiuto e offrire le proprie conoscenze per indirizzare la persona che è in cerca di aiuto. Dall’altra, chi ne ha la possibilità, dovrà continuare a fare informazione, sensibilizzare, contrastare la violenza con la denuncia, opponendosi alle strutture di morte e chiedendo alla politica «scelte» coraggiose perché ogni uomo sia portatore di una dignità inviolabile. Perché la cultura «del ribasso» non diventi un alibi per nessuno e perché finalmente la presenza dei nostri fratelli e sorelle stranieri diventi motivo di investimento del nostro Paese e non voci di spesa a perdere. «Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26). (Sergio Durando – Direttore Migrantes Torino)

Al via collaborazione UEFA-UNHCR per sostenere i rifugiati

28 Maggio 2021 - Siamo certi che, chiudendo gli occhi, molti rivedranno le emozionanti immagini della partita immaginaria di calcio (senza il pallone!) del film Timbuktu (capolavoro di A. Sissako del 2014), poiché esse hanno saputo trasmetterci la passione per questo incredibile gioco di quei ragazzi del Ciad, amore per uno sport che nemmeno le imposizioni e le minacce degli jihadisti di Boko Haram riescono a porre fine:  forse il più bel manifesto della universalità di questo gioco. Questa considerazione pensiamo che sia una di quelle che hanno hanno fatto sì che la UEFA, Unione Europea delle Federazioni Calcistiche, e l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, abbiano sottoscritto un Protocollo di Cooperazione per sostenere l’accesso dei rifugiati allo sport e favorire l’inclusione sociale. Il Protocollo impegna le due organizzazioni a sviluppare iniziative a lungo termine per sostenere i rifugiati, e tutti coloro che sono stati costretti a fuggire dalle proprie case, sfruttando il potere di trasformazione del calcio per promuovere i loro diritti e sostenere la loro integrazione nelle comunità che li ospitano. La partnership incoraggerà anche una stretta collaborazione sul campo tra le federazioni affiliate alla UEFA e gli uffici dell’UNHCR in tutta Europa. “In qualsiasi parte del mondo io viaggi per l’UNHCR, nei campi per rifugiati, negli insediamenti, nei paesi e nelle città, vedo che il calcio ha la capacità di unire le persone intorno a una passione comune. Attraverso la nostra partnership con l’UEFA speriamo di utilizzare il potere del calcio per far incontrare le persone che sono state costrette a fuggire e le comunità che li accolgono,” ha detto l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Filippo Grandi. “Lo sport rappresenta un’opportunità di inclusione per i bambini e per i giovani rifugiati – ha anche il potere di aiutarli a ricostruire le loro vite e ispirare a valori positivi,” ha aggiunto. Per il presidente della UEFA Aleksander Čeferin, il Protocollo di Cooperazione “è un modo efficace per rafforzare ulteriormente il calcio come potente strumento per favorire l’inclusione sociale sostenibile dei rifugiati e promuovere la coesione sociale. La partnership con l’UNHCR si basa sul già ampio lavoro della UEFA in questo settore, anche attraverso le iniziative e i programmi della Fondazione UEFA per i Bambini. La cosa più importante è che le nostre attività congiunte avranno un impatto reale sulla vita quotidiana dei rifugiati e di tutte le altre persone costrette alla fuga”. “La partnership istituzionale con l’UNHCR sottolinea l’impegno della UEFA in linea con il nuovo pilastro sulla Responsabilità della Strategia UEFA e le sue politiche specifiche di Supporto ai Rifugiati e di Inclusione, che riflettono la nostra volontà di assicurare il sostegno del calcio europeo su temi cosi importanti per la società civile”, ha aggiunto Il direttore dell’area Calcio e Responsabilità Sociale della UEFA, Michele Uva. L’accordo è stato firmato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, e dal Direttore dell’area Calcio e Responsabilità Sociale della UEFA, Michele Uva, presso la sede dell’UNHCR a Ginevra. (www.migrantitorino.it)  

Fratellanza e migrazione nelle parole di Papa Francesco

6 Maggio 2021 - Torino - “Verso un ‘noi’ sempre più grande” è il titolo scelto da Papa Francesco per il suo messaggio che annuncia la prossima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, la 107esima, che si terrà domenica 26 settembre 2021. Il richiamo evidente è all’enciclica “Fratelli tutti”, perché alla fine non ci siano più ‘gli altri’, ma solo un ‘noi’ universale, tutti temi emersi anche nel recente viaggio iracheno. La migrazione è un tema ricorrente nelle parole del pontefice. Solo qualche settimana fa, di ritorno dal viaggio in Iraq, il papa aveva dichiarato ai giornalisti presenti sul suo aereo: “La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare. Questa gente non ha nessuno dei due, perché non possono non migrare, ma non sanno come farlo. E non possono migrare perché il mondo ancora non ha preso coscienza che la migrazione è un diritto umano.” Il Papa sa benissimo anche che “la migrazione” viene vissuta “come un’invasione.” Per questo aveva voluto ricevere il papà di Alan Kurdi, “bambino, che è un simbolo, un simbolo che va oltre un bambino morto nella migrazione, un simbolo di civiltà che muoiono, che non possono sopravvivere, un simbolo di umanità”. E poi aveva aggiunto: “servono urgenti misure perché la gente abbia lavoro nei propri Paesi e non debba migrare, e poi misure per custodire il diritto di migrazione. È vero che ogni Paese deve studiare bene la capacità di ricevere perché non è soltanto la capacità di ricevere e lasciarli sulla spiaggia. È riceverli, accompagnarli, farli progredire e integrarli. L’integrazione dei migranti è la chiave”. Non essere più “altri”, essere tutti “noi”. Anche gli atti del papa sono simboli, sono atti che mirano a rendere concreto il messaggio della fratellanza universale. Prendiamo ad esempio il recente viaggio in Iraq, il primo compiuto da un pontefice in una regione del mondo dove i cristiani, che un tempo erano una cospicua minoranza, sono stati in gran numero costretti alla fuga e alla migrazione. Non per caso, il romanziere e poeta iracheno Younis Tawfik, originario di Mosul ma da tanti anni in Italia, ha dichiarato all’Avvenire, lo scorso 9 marzo: “Il tempo cancella inesorabilmente ciò che passa, ma gli uomini giusti non possono venire cancellati. Francesco rimarrà per sempre nella memoria degli iracheni come un uomo giusto”. A circa due mesi dallo storico viaggio in Iraq di papa Francesco riecheggiano nel cuore di molti iracheni, di giovani, adulti, famiglie musulmane, cristiane, yazide, mandee, caldee le parole di un “uomo giusto” che ha scelto di lasciare la propria terra e di andare a far visita a un popolo martoriato da anni di violenza, di minacce, di torture, di morte. “Finalmente qualcuno s’interessa a noi” e papa Francesco ha scelto di raggiungere questi fratelli come pellegrino penitente, portatore di pace, assolutamente disarmato, inerme, uomo giusto che con gesti semplici ma profetici ed eloquenti e con parole umane e profonde, è stato un balsamo di vita per questa gente, ma balsamo anche per tutti coloro che hanno colto la profondità del messaggio. Il viaggio in Iraq è stato per Francesco una scelta, quasi una vocazione, ad andare proprio in quella terra, meta già ambita e desiderata dal defunto Papa S. Giovanni Paolo II che al tempo di Saddam Hussein avrebbe voluto recarsi in pellegrinaggio nella terra di Abramo: un ulteriore passo all’insegna della fratellanza. Due anni prima, infatti, ci fu l’incontro storico di Papa Francesco con il Grande Imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb in cui si firmò il documento sulla Fratellanza umana “una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli” (Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019). In questo documento entrambe le autorità religiose, insieme alle rispettive comunità, dichiaravano di “adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”. Si è trattato quindi di un secondo passo per dare seguito a “un’inquietudine della fratellanza”, come ha espresso Papa Francesco durante la conferenza stampa ai giornalisti nel suo viaggio di ritorno. E uno dei momenti più significativi, ma non unico di questo viaggio,  è stato l’incontro con l’ayatollah Sayyid Ali al-Husayni al-Sistani, persona influente e molto rispettata nel mondo sciita, avvenuto proprio a Najaf, la città santa degli sciiti, luogo sacro dove vi è la tomba di ‘Ali, il loro primo Imam e di molti loro fedeli. Un incontro a porte chiuse ma di grande intensità dove due uomini di fede si sono ritrovati l’uno accanto all’altro riconoscendosi credenti, si sono ascoltati nel pieno rispetto della vita e nell’accoglienza della fede dell’altro, eloquente infatti è stato il gesto dell’ayatollah di accogliere nella sua casa, in piedi, l’ospite di grande riguardo. Papa Francesco, secondo il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, ha ringraziato l’ayatollah al-Sistani per l’impegno assunto “in difesa dei più deboli e perseguitati affermando la sacralità della vita e l’importanza dell’unità del popolo iracheno”. Ha assicurato vicinanza e preghiera e chiesto “al Dio Creatore di tutti, pace e fraternità non solo per gli iracheni ma per il Medio Oriente e il mondo intero”. Nel successivo incontro interreligioso avvenuto nella piana di Ur, luogo benedetto, che riporta alle origini delle tre fedi monoteiste, dove visse Abramo, figura significativa per ebrei, cristiani e musulmani, Papa Francesco ha esortato questi uomini di fede ma anche l’intera umanità, ad avere sempre due sguardi: uno rivolto al cielo e uno alla terra ricordando   che la vera “fratellanza” nasce nella misura in cui facciamo spazio in noi alla dimensione trascendente, ci fidiamo dell’Altro, ci abbandoniamo all’Oltre di Dio che ci fa riscoprire la ricchezza del fratello che ci vive accanto. Perché quanto più alziamo lo sguardo al Cielo tanto più siamo in grado di elevarci dalle “bassezze della terra”, riusciamo ad uscire dalla “schiavitù dell’io” che ci costringe ad occuparci soltanto del nostro piccolo mondo, aprendo gli occhi su un mondo ben più ampio e umano. Questa “linfa vitale” chiamata “fratellanza” è per tutti, e ha spinto “delle stelle nel cielo” a brillare nel buio della notte più oscura della storia irachena: giovani volontari musulmani di Mosul che hanno saputo costruire amicizie fraterne sulle macerie dell’odio risistemando e restaurando insieme a giovani cristiani, le moschee e le chiese distrutte. E’ necessario quindi educarci a quella vera fraternità, educarci a “guardare le stelle” facendo insieme qualcosa di buono e di concreto. Forte e coinvolgente è stata la parola del pontefice rivolta non solo agli uomini di fede, ma anche a tutti coloro che pensano di poter essere costruttori di pace in questo tempo così problematico com’è quello che stiamo vivendo: “sta a noi, umanità di oggi, convertire gli strumenti di odio, in strumenti di pace…; sta a noi mettere a tacere le accuse reciproche per dare voce al grido degli oppressi e degli scartati sul pianeta: troppi sono privi di pane, di medicine, istruzione, diritti e dignità…sta a noi ricordare al mondo che la vita umana vale per quello che è e non per quello che ha, e che le vite di nascituri, anziani, migranti, uomini e donne di ogni colore e nazionalità sono sacre sempre e contano come quelle di tutti”! Attraverso queste parole forti Papa Francesco ci richiama a una verità non così scontata per noi oggi: la migrazione di tanti fratelli e sorelle che lasciano la “loro terra” in cerca il più delle volte di un “benessere” reale, non solo economico, può aiutarci a scoprire il valore profondo del “migrare” dal nostro piccolo mondo a quello del “fratello” che ci è prossimo. Infatti il cammino della “fratellanza”, come ha ricordato Papa Francesco, è sempre un “cammino in uscita” che comporta un “lasciare” la propria “terra”, le proprie sicurezze, legami e attaccamenti, il proprio gruppo, per “peregrinare alla scoperta del volto dell’altro”. Infine, un ultimo messaggio che può scuotere anche le nostre coscienze è quello del Papa che di fronte alle rovine di una città distrutta come quella di Mosul, ha colto l’occasione per richiamare una verità che tocca l’umanità: per ricostruire un paese ferito, distrutto da anni di guerre, violenze, morte non basta fare memoria o ricostruire semplicemente gli edifici, ma è necessario un vero e proprio “disarmo interiore” che solo può portare intere famiglie, gruppi appartenenti a confessioni religiose diverse a riconciliarsi, a riscoprire la propria gente non più come “nemica”, rivale da combattere, ma come amica, fraterna. Questo cammino potrebbe diventare anche il cammino di ogni uomo e donna di buona volontà che scelga di intraprendere il lento e doloroso processo di liberazione da egoismi, da stereotipi, da sensi di onnipotenza e superiorità, passando dalla logica dell’ “io” alla logica del “noi”, da quella della competizione e della rivalità a quella della riconoscenza dell’altro, della comunione e compassione. Questo sarà possibile nella misura in cui saremo in grado di avviare nei vari ambiti della vita, piccoli processi capaci di coinvolgere ogni persona con i suoi valori, le sue ricchezze, e potenzialità  costruendo una società più degna di essere vissuta, più umana. (Migrantes Torino - www.migrantitorino.it)

Valle di Susa: le traversie dei migranti ai confini con la Francia

27 Aprile 2021 - Torino - Nell’ultimo anno l’epidemia di Covid ha stravolto la mobilità in tutto il mondo, ma non per tutti. Ci sono migliaia e migliaia di persone che, anche in questi mesi di chiusure, lockdown e confinamento, hanno continuato senza sosta a spostarsi, spinti dalle guerre, dal bisogno, dalla ricerca di un posto migliore. Chi migra non può fare a meno di viaggiare, nonostante gli ostacoli, le fatiche, i pericoli che trova lungo la strada e, almeno per quel che riguarda i passaggi in valle di Susa, nessuno si è ammalato di Covid. Abbiamo visto le peripezie che la rotta balcanica comporta, ma, una volta giunti in Italia, le fatiche non sono finite. Per quasi tutti coloro che arrivano dalle frontiere orientali, l’Italia è solo un luogo di passaggio, per andare più a ovest e più a nord. Uno dei punti di transito più frequentati è l’alta valle di Susa, con i valichi del Monginevro e del Frejus. Passare di lì però è tutt’altro che scontato. La PAF, la polizia di frontiera francese, spesso blocca le persone intenzionate a passare, le ferma ai confini, impedisce le richieste d’asilo, le respinge verso l’Italia. Qui un mezzo della Croce Rossa, allertato dalla polizia italiana, li prende in consegna e porta gli sfortunati nel rifugio di Oulx, qualche chilometro più a valle. Da dove nei giorni successivi ritenteranno la sorte. Invece che sulla via principale, provano ad attraversare la frontiera passando per i sentieri o per le piste da sci, affondando nella neve, faticando a ogni passo e allungando di molto la strada e il tempo di percorrenza. Il freddo è ancora intenso e nel corso dell’inverno in qualche occasione è intervenuto il soccorso alpino ad aiutare gruppi in difficoltà. Chi alla fine riesce ad arrivare in Francia, ha come prima tappa Briançon, dove un rifugio analogo a quello di Oulx fornisce un primo aiuto. Ma restiamo in Italia. Dalla scorsa estate e fino al 21 marzo scorso a Oulx i migranti potevano contare anche sulla casa cantoniera occupata da gruppi dei cosiddetti antagonisti. Dopo lo sgombero ordinato dalla prefettura, il flusso si è addensato tutto intorno al rifugio della comunità Massi, vicino alla stazione ferroviaria. Le presenze ammontano ad alcune decine al giorno, fino a mille in un mese. Si parla di presenze e non di persone, perché ci sono i ritorni di coloro che sono stati respinti alla frontiera, come la bambina afgana di cui hanno parlato i giornali prima di Pasqua, che è stata ricoverata al Regina Margherita, colpita da una grave crisi da stress post-traumatico. Il comportamento dalla polizia francese che ha tirato fuori le armi l’ha fatta ripiombare nel terrore che aveva vissuto con la polizia croata e prima ancora nel suo paese. Numerosi episodi riguardanti adulti e minori sono ben raccontati nel sito Vie di fuga. (www.viedifuga.org). Oggi i migranti che transitano per la valle sono soprattutto famiglie, che arrivano dall’Afghanistan dall’Iran o dalla Siria, che hanno percorso la rotta balcanica, sono in cammino da mesi se non da anni; ci sono bambini, vecchi, donne incinte o che hanno partorito da poco, persone che anno subito violenze, e torture. Sono anche, per la maggior parte, persone istruite, che conoscono bene almeno un’altra lingua, in genere l’inglese, che a casa loro avevano una professione o un’attività e che hanno dovuto abbandonare tutto per salvarsi la vita. In questo viaggio senza fine hanno riversato tutte le risorse della famiglia, si sono indebitati. È del tutto incomprensibile che non gli venga concesso il diritto d’asilo, che è uno dei diritti umani fondamentali, e nemmeno il diritto a un viaggio “normale”, come quello che può fare chiunque sia in possesso di un passaporto “forte”. I cosiddetti canali umanitari aperti tra i paesi in guerra e quelli che dovrebbero accogliere i profughi sono drammaticamente sottili e inadeguati al numero di persone nel bisogno. Succede poi che anche chi pensava di fare un “viaggio normale”, ad esempio con un Flixbus o con il treno, spesso viene fermato al traforo del Frejus o alla stazione di Bardonecchia, perché ha un documento scaduto o inadeguato, o perché gli manca il tampone anti-Covid molecolare. Si tratta in genere di persone singole, per lo più giovani provenienti dal nord Africa o dai paesi dell’Africa occidentale, che sono in Italia da tempo, sono passati attraverso i sistemi di accoglienza, hanno frequentato corsi di lingua e di formazione, hanno lavorato, spesso in nero, per datori di lavoro italiani, magari hanno perso il lavoro causa Covid e non riescono a ottenere ristori o cassa integrazione, oppure gli è scaduto il permesso di soggiorno o qualche altro documento e hanno deciso di tentare la fortuna in un altro paese. Franca De Ferrari è una volontaria che dà il suo aiuto al Rifugio di Oulx. “Con lo sgombero della casa cantoniera, una delle prime cose che abbiamo cercato di organizzare è stato di tenere aperto il rifugio della Comunità Massi per tutto il giorno e non solo dalle 4 del pomeriggio alle 10 del mattino. Vedere vecchi e bambini tremare di freddo senza nemmeno a disposizione un servizio igienico, dato che i bar sono chiusi per la zona rossa, non era sopportabile. Fortunatamente, il numero di chi si offre volontario per aiutare nella gestione del rifugio è cresciuto”. C’è anche chi, come Piero Gorza di Medu (Medici per i diritti umani), ha ospitato in casa un’intera famiglia, per toglierli dalla strada e dal freddo. “I migranti in arrivo dalla rotta balcanica”, dice Piero Gorza, “sono sempre più fragili, con problematiche mediche non indifferenti, bisognosi di cure, ci sono donne che hanno partorito nei boschi, bambini piccoli, anziani con principi di congelamento; alcuni presentano fratture o ferite mal guarite. I bisogni sono cambiati e occorre farvi fronte. Soprattutto se pensiamo che il tappo della rotta balcanica prima o poi salterà e il numero di chi passerà da queste parti sarà molto più elevato”. Il rifugio Massi nasce nel 2017, quando in valle di Susa il passaggio dei migranti inizia a costituire un’emergenza: sono soprattutto ragazzi dell’Africa occidentale, che cercano di arrivare in Francia. I respingimenti della polizia francese li obbliga a tentare altre vie, più in alto, ben sopra i duemila metri, con tutte le difficoltà che l’alta montagna comporta, specie per chi non la conosce. Il rifugio raccoglie i “respinti”, li rifocilla e dà loro un posto per dormire, sapendo che il giorno dopo cercheranno nuovamente di attraversare la frontiera. A volerlo fortemente, trovare i finanziamenti da una fondazione privata, è don Luigi Chiampo, parroco molto attivo nella valle. “Oggi i bisogni sono un po’ cambiati”, conferma Luca Guadagnetto, della Comunità e braccio destro di don Chiampo, “abbiamo a che fare con famiglie, con persone più fragili e con numeri più alti, soprattutto da quando la casa cantoniera non è più agibile. Così abbiamo aumentato i posti disponibili nel rifugio, a 55, fino a sessanta in caso di necessità, abbiamo assunto un altro operatore grazie a dei fondi messi a disposizione dalla Prefettura, per restare aperti tutto il giorno. Non vogliamo lasciare nessuno per la strada. Certo senza l’aiuto dei volontari questo non sarebbe possibile, ma un operatore in più è una garanzia di continuità. Stiamo cercando altre strutture di appoggio nella valle, come il convento delle suore missionarie francescane a Susa, soprattutto per chi ha bisogno di maggiori cure. Adesso ci abbiamo mandato due famiglie numerose provenienti dall’Afghanistan. E stiamo pensando a usare una struttura della Protezione civile della media valle, in caso di necessità”. È il risultato di un incontro tenutosi nella diocesi di Susa, alla presenza dell’arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia, del responsabile della Migrantes per il Piemonte e la Val di Susa Sergio Durando, del direttore della Caritas di Susa Alessandro Brunatti, del vicario della Diocesi di Susa Mons. Daniele Giglioli, di don Luigi Chiampo in veste di rappresentante della Fondazione Talità Kum Budrola onlus e della Migrantes diocesana, dei sindaci dei comuni interessati, di un rappresentante della Prefettura e di realtà del volontariato della valle. In progetto anche un punto d’accoglienza al Traforo del Frejus per coloro che vengono fatti scendere dai bus; e uno analogo a Clavière. Perché è chiaro che, con l’avvicinarsi della bella stagione, il numero di persone di passaggio sulla rotta alpina è destinato a salire. Rimane una domanda, forse ingenua: se prima o poi i migranti in Francia riescono a passare, anche a costo di lunghe e faticose camminate, a che pro i continui respingimenti, che richiedono pattuglie, personale, mezzi? Non varrebbe la pena e sarebbe meno costoso per tutti, migranti e poliziotti di frontiera, organizzare flussi regolari, ammettendo le richieste di asilo e favorendo la mobilità? Domande che non valgono soltanto per la frontiera italo-francese, dove a respingere è la polizia francese, ma anche per quella italo-slovena dove a respingere è la polizia italiana… (Migrantes Torino - ww.migrantitorino.it).