Tag: Immigrati e rifugiati

“Nuovi italiani: la maggioranza da Albania, Marocco e Brasile

19 Maggio 2020 - Roma - L'immigrazione di cittadini non comunitari in Italia è sempre più orientata alla permanenza stabile: cresce infatti la quota di titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo sul totale dei regolarmente soggiornanti, che si attesta attorno al 62% del totale. A stabilirlo i nuovi Rapporti annuali sulle comunità migranti in Italia, curati dal ministero del Lavoro. Secondo quanto riportato dai dossier, che fa riferimento al 2018, a crescere in modo deciso è anche il volume delle rimesse dall'Italia verso il resto del mondo, che ha visto un incremento del 14 per cento rispetto all'anno precedente, attestandosi intorno ai 5,8 miliardi di euro. Il primo Paese di destinazione è il Bangladesh, che costituisce più di un decimo del totale degli invii di denaro all'estero. Sono invece in calo rispetto all'anno precedente le acquisizioni di cittadinanza, passate dalle circa 135 mila del 2017 alle 103.478 del 2018. I “nuovi italiani” del 2018 provengono principalmente da Albania, Marocco, Brasile e India. Di difficile interpretazione invece il dato relativo alla partecipazione al mondo del lavoro della componente femminile della popolazione, dove si registrano differenze macroscopiche tra le comunità: a fronte di un tasso di disoccupazione medio femminile per i cittadini non comunitari pari al 17 per cento l'indicatore tocca il valore più basso nelle comunità filippina e cinese, tra il 3 e il 4,5 per cento, mentre risulta elevatissimo per le donne tunisine e senegalesi, rispettivamente il 51 e il 40%. Secondo quanto emerso dai Rapporti, al primo gennaio 2019 i cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia sono 3.717.406, poco più di uno su cinque è costituito da minori. (DIRE)    

La doppia prigione dei profughi: lontani da casa e in “lockdown”

18 Maggio 2020 - Milano - Bombe a orologeria. Sanitarie, sociali, umane. Con l’emergenza coronavirus che rischia di travolgere equilibri già esili e compromessi, frutto di convivenze forzate, condizioni igieniche disastrose, impossibilità di muoversi. I campi sono ormai una doppia prigione, dove il distanziamento fisico è poco più che una chimera. L’ultimo “fronte” è il campo profughi dei Rohingya della regione di Cox’s Bazar, al confine con il Myanmar, in Bangladesh. Ma i campi disseminati in Siria, in Sud Sudan, in Kenya, in Grecia, rischiano tutti di essere travolti. E diventare luoghi di contagio e morte. Nel mondo ci sono quasi 71 milioni di rifugiati e sfollati, il doppio rispetto al 2000. L’allarme arriva dall’organizzazione International Rescue Committee: «La rapida diffusione dell’infezione sulla nave da crociera Diamond Princess, all’inizio della pandemia, ha mostrato come il virus prosperi in spazi ristretti. Basta considerare che milioni di sfollati vivano in condizioni ben peggiori per capire quanto è alto il rischio a cui sono esposti». Un dato su tutti conferma il rischio. La popolazione ammassata in un spazi ridottissimi. Il campo Cox’s Bazar: 40mila persone per due chilometri quadrati. Moria in Grecia: 203.800 persone per due chilometri quadrati. Al-Hol in Siria: 37.570 in due chilometri quadrati. In Bangladesh il Covid-19 è destinato a rendere ancora più tragiche le condizioni di vita della minoranza musulmana. Il campo è un’immensa baraccopoli con fogne a cielo aperto ed è uno dei 34 che ospitano in tutto oltre 750mila persone fuggite nell’agosto 2017 dal Myanmar. Due giorni fa il coordinatore sanitario Abu Toha Bhuiyan aveva annunciato la positività di almeno due profughi. L’Oms ha mandato subito «squadre rapide di ricercatori » per tracciare i contatti, testarli e metterli in quarantena. L’intera struttura è stato chiusa. «Nonostante i migliori sforzi delle agenzie internazionali e del governo del Bangladesh, la capacità di assistenza sanitaria nei campi profughi è limitata e in tutto il Paese è sopraffatta a causa del Covid. Ci sono solo circa 2mila ventilatori in tutto il Bangladesh su una popolazione di 160 milioni di persone. Nel campo profughi dei Rohingya al momento non ci sono letti di terapia intensiva», è l’allarme lanciato da Athena Rayburn di Save the Children. Preoc-cupa la situazione nel campo di Dadaab, in Kenya, tra i più grandi campi profughi al mondo: da fine aprile sono in vigore rigide misure di ingresso e uscita nella struttura. Per Philippa Crosland-Taylor, direttore di Care «in Kenya una epidemia sarebbe un disastro: 270mila persone vivono a Dadaab, ma il campo ha una capacità di quarantena al massimo per duemila persone e un unico centro sanitario dedicato a coronavirus con soli 110 posti letto». Non solo: a peggiorare un quadro già drammatico «si aggiungono piogge molto forti che tagliano l’unica strada che porta al campo, ritardando la consegna di aiuti umanitari su cui molti si affidano per sopravvivere ». Allarme anche in Sud Sudan. Due contagi si sono registrati in un campo nella capitale, Juba, e uno a Bentiu, nel nord del Paese. Gli esperti hanno avvertito del pericolo rappresentato da un’eventuale diffusione del virus nei campi sovraffollati che ospitano circa 200mila persone in tutto il Paese. Anni di guerra hanno lasciato il Sud Sudan con uno dei sistemi sanitari meno attrezzati del continente africano. La nazione conferma 194 casi di contagio. Esplosiva anche la situazione in Grecia. Le autorità sanitarie di Atene hanno fatto test a campione tra i migranti e rifugiati che sono arrivati sull’isola di Lesbo, la settimana scorsa, dalle coste della Turchia e hanno trovato i primi due casi di contagio. Le due persone si trovano nel campo provvisorio di Megala Therma, affittato dal ministero delle Migrazioni come centro per mettere in quarantena le persone che arrivano a Lesbo. Le autorità greche hanno prorogato fino al 21 maggio il “lockdown” imposto da marzo. Nella Siria flagellata da un conflitto interminabile, 68mila persone vivono nel campo di al-Hol, sopportando condizioni climatiche rigide, a rischio alluvioni, rendendole più sensibili alle malattie. Le condizioni di vita all’interno sono inumane. Ogni persona è costretta a vivere in un piccolo spazio di 27 metri quadrati. L’equivalente di un posto auto. (Luca Miele - Avvenire)      

Giordania: sarte rifugiate cristiane cuciono 40mila mascherine per sfollati siriani

15 Maggio 2020 - Roma - Quarantamila mascherine da destinare ai rifugiati dei campi sfollati in Giordania: a cucirle nei prossimi mesi saranno le ragazze dell’atelier “Rafedin – Made by Iraqi Girls”, di Amman in Giordania. Venti ragazze cristiane irachene, costrette a suo tempo a fuggire dallo Stato Islamico e dalla violenza scoppiata nel loro Paese, riparate in Giordania dove hanno ricominciato a vivere grazie a un progetto di moda e sartoria artigianale nato a marzo di 4 anni fa, da un’idea di don Mario Cornioli – “abuna Mario” – sacerdote del Patriarcato latino di Gerusalemme. L’idea, sostenuta all’inizio dai fondi dell’8×1000 della Cei e di Ats Terrasanta, ora si avvale anche del sostegno della Ambasciata francese e dell’Unicef attraverso l’associazione italiana “Habibi Valtiberina” (Hava) riconosciuta come Ong locale dal ministero giordano dello Sviluppo sociale. E il progetto denominato “Behind the mask” (dietro la maschera) nasce proprio dalla sinergia tra Hava e Unicef che, grazie a fondi destinati al sostegno dei giovani, vuole fornire ai rifugiati nei campi nel Regno Hashemita un dispositivo di protezione dal Covid che altrimenti non potrebbero permettersi. Saranno mascherine in doppio strato lavabili, realizzate con i classici tessuti di foggia mediorientale, presi in Palestina, Giordania e Egitto, nel tipico stile Rafedin. Dal 14 marzo, da quando il Governo giordano ha imposto le prime stringenti misure per far fronte alla diffusione del virus Covid-19, l’ong Hava ha deciso di avviare la produzione di maschere protettive con alcune delle ragazze dell’atelier Rafedin. “Un modo per promuovere uno spirito di resilienza, di consapevolezza crescente durante questo periodo di pandemia e di solidarietà”. Le mascherine, infatti, “sono un dispositivo impossibile da ottenere per i rifugiati visto che in Giordania una mascherina può arrivare a costare l’equivalente di oltre 3 euro, una cifra enorme per loro” affermano dall’ong Hava. “Più accessibili le mascherine monouso che possono arrivare a costare 25 piastre, circa 40 centesimi”. Felici le ragazze dell’atelier, protagoniste del progetto con Unicef. “Per noi – dicono Hala, 28 anni, e Marina, 21 anni – è un modo per aiutare gli altri così come lo siamo state noi quando siamo arrivate in Giordania”. Le fanno eco Virgin, 46 anni, e Rose, 20 anni: “È una gioia per me lavorare e realizzare mascherine per gli altri rifugiati. Se c’è anche qualcos’altro da fare oltre alle mascherine, vorrei farlo, perché anche noi siamo rifugiati e sappiamo cosa significa. Inoltre vogliamo ringraziare l’Unicef che ci ha dato la possibilità di aiutare altri fratelli e sorelle come noi”. (Daniele Rocchi – Sir)

Lavoratori stranieri: cosa fare per “emergere”

15 Maggio 2020 - Milano - Alla fine, il travagliato compromesso raggiunto in maggioranza è stato incluso nel decreto Rilancio. È dentro lo sterminato articolo 110 bis, intitolato «Emersione di rapporti di lavoro» e lungo ben 5 pagine e 22 commi. Interessa tre settori: il primo comprende «agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse»; il secondo l’«assistenza alla persona per se stessi o per componenti della propria famiglia, ancorché non conviventi, affetti da patologie o handicap che ne limitino l’autosufficienza »; il terzo è il «lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare». Dopo l’entrata in vigore, i canali per l’emersione previsti sono due. Nel primo caso, sta ai datori di lavoro (che siano italiani o stranieri) «presentare istanza per concludere un contratto di lavoro subordinato con cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale» oppure autodenunciarsi, dichiarando «la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare, tuttora in corso, con cittadini italiani o cittadini stranieri». Nella seconda opzione, saranno i cittadini stranieri «con permesso scaduto dal 31 ottobre 2019, non rinnovato o convertito in un altro titolo di soggiorno» a poter «richiedere un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi». Se entro quel periodo, il bracciante, la colf o la badante ottiene un contratto di lavoro subordinato, il documento è convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. In ogni caso, l’immigrato deve essere presente in Italia da prima dell’8 marzo 2020. Per regolarizzare i lavoratori, chi assume dovrà corrispondere 400 euro per ciascun lavoratore, oltre a un forfait a titolo retributivo, contributivo e fiscale (da determinarsi con un decreto del ministro del Lavoro). Invece, l’immigrato che chiede il permesso temporaneo dovrà corrispondere 160 euro (più altri 30 euro per trasmettere l’istanza). La finestra per le domande è compresa fra il 1° giugno e il 15 luglio: per i contratti di lavoro, in caso di italiani o europei vanno presentate all’Inps, in caso di stranieri allo sportello unico per l’immigrazione; per il permesso di soggiorno semestrale si dovrà andare in Questura. Lo scudo penale. È prevista la sospensione dei procedimenti penali e amministrativi a carico di datore di lavoro e lavoratore, a meno che non riguardino i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione o di minori, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Inammisibilità. Riguardo al permesso di soggiorno, non verranno ammesse le domande di conversione in motivi di lavoro, se chi assume è stato condannato negli ultimi 5 anni (anche non in via definitiva) per i reati elencati sopra. Inoltre, non verrà ammessa la domanda di stranieri che abbiano ricevuto un provvedimento di espulsione, segnalati per la non ammissione in territorio italiano, ritenuti una «minaccia per la sicurezza» o condannati (anche solo in primo grado) per diversi reati, fra cui traffico di stupefacenti o sfruttamento. (Vincenzo R. Spagnolo – avvenire.it)

Storie di immigrati e rifugiati in tempi di lockdown

14 Maggio 2020 - Roma - Quella che stiamo vivendo è un’epidemia passata alla lente di ingrandimento attraverso una comunicazione capillare grazie anche ai social, che non solo stanno unendo a ‘distanza’ le persone, ma sono interpreti e messaggeri di tante storie. Il sito internazionale ODI 60 years of impact (Overseas Development Institute) è il principale think tank globale indipendente del Regno Unito che si occupa già da qualche anno dello sviluppo internazionale e umanitario su scala globale, riportando storie, date e cifre. Al Covid-19 ha dedicato una sezione con avvenimenti che riguardano migranti e rifugiati dal titolo molto significativo “Lavoratori Chiave. Contributo dei migranti alla risposta COVID-19”. Infatti scorrendo le pagine si legge “I rifugiati e gli altri migranti fanno parte della forza lavoro globale dei lavoratori essenziali che rispondono alla pandemia di Covid-19: ogni giorno salvano vite e contribuiscono alle nostre economie e società. Con una grafica essenziale, ma molto esplicativa, un ramoscello stilizzato con alle estremità dei puntini rossi, che indicano le notizie o le storie riportate, cliccandoci sopra l’utente ha la possibilità di andare a leggere, attraverso altri 5 ramoscelli, le notizie sull’Europa, il Nord America, l’Asia-Oceania, l’America Latina e l’Africa. Per l’Europa sono 32 le storie suddivise tra: assistenza sanitaria – cibo e agricoltura – immigrazione – ospitalità. Se si clicca sul cerchietto ‘ospitalità’ ci sono due storie: una riguarda i migranti e rifugiati che nel Regno Unito consegnano pacchi alimentari per conto di una organizzazione benefica a persone senza rete di sostegno; l’altra racconta di un villaggio nei Paesi Bassi in cui alcuni richiedenti asilo disinfettano i carrelli della spesa nei supermercati. Cliccando sul cerchietto ‘cibo e agricoltura’ sono sei le storie che emergono, tra queste si legge che la Spagna ha autorizzato l’assunzione temporanea di migranti e disoccupati per sopperire alla mancanza di lavoratori agricoli. Per l’Italia si viene rimandati al link della pagina del theguardian.com, che ha dedicato un servizio alla cooperativa Barikama costituita nel 2011 da ragazzi immigrati africani. La cooperativa si trova a Martignano a poche decine di chilometri da Roma, oltre ai prodotti agricoli produce anche lo yogurt. Nel periodo di lockdown i ragazzi hanno raccontato di lavorare il doppio per non far mancare sulle tavole dei loro clienti la genuina produzione. Cheikh, uno dei soci, arrivato dal Senegal nel 2007, ex giocatore di football ed ex studente di biologia all’università, con orgoglio afferma “È una cosa meravigliosa che stiamo aiutando a nutrire la comunità in questi tempi terribili”.   Nicoletta Di Benedetto

Ismu: i tassi di infezione Covid 19 tra i migranti in Italia

14 Maggio 2020 - Milano - L'Istituto Superiore di Sanità ha reso noto che il 5,1% dei casi di Covid-19 con indicazione della nazionalità e notificati fino al 22 aprile 2020 riguarda cittadini stranieri, per un totale di 6.395. L'8 maggio poi il Ministero dell’Interno e l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) hanno reso pubbliche le principali 10 collettività per numero di casi di Covid-19 in Italia presenti all'interno dei tre sottogruppi individuati dall'Human Development Index (Indice di sviluppo umano) che classifica i paesi in base al reddito (alto, medio e basso). Tali dati mostrano che tra i paesi con più di cento casi di Covid-19 accertati con Hdi “alto” c'è soltanto la Romania, che occupa la prima posizione assoluta con 1.046 casi; tra i paesi con Hdi “medio” i casi accertati afferiscono in maggioranza a cittadini – nell'ordine – di Perù, Albania, Ecuador, Marocco, Ucraina, Egitto, Moldova e Filippine; tra i paesi con Hid “basso” il maggior numero di contagi riguarda India, Bangladesh, Nigeria e Pakistan. Passando ai tassi di contagio La Fondazione ISMU calcola che i collettivi con i valori più elevati sono quelli degli ecuadoriani e soprattutto dei peruviani, rispettivamente pari al 4,2 per mille e all’8,1 per mille delle proprie popolazioni, mentre tutti gli altri gruppi nazionali oscillano in un range molto più limitato e più basso compreso tra l’1,8 per mille dell’Egitto e lo 0,7 per mille del Marocco. L’Ismu segnala, invece, l’assenza fra i principali gruppi nazionali affetti da Covid-19 dei cinesi, che hanno un’incidenza di presenza in Lombardia superiore a quella media fra tutte le nazionalità straniere (23,1% contro 22,5%). Essi, con 299.823 residenti, rappresentano il quarto gruppo nazionale per presenze residenti in Italia, dietro solamente a Romania, Marocco e Albania, ma non risultano fra le principali nazionalità affette da Covid-19 e dunque hanno, al 22 aprile, un tasso sicuramente inferiore allo 0,3 per mille, più basso della metà di quello di qualsiasi altro gruppo nazionale in Italia. Ritornando alla classifica delle nazionalità con più casi di contagi, India, Bangladesh e Pakistan si collocano su livelli d’affezione da Covid-19 dell’1,1 per mille o dell’1,2 per mille, comunque non superiori alla media complessiva fra gli stranieri provenienti da ogni parte del mondo in Italia (pari all’1,2 per mille). Ma in generale le persone provenienti dal continente asiatico sono state fino al 22 aprile 2020 quelle meno colpite dal virus in Italia, quantomeno considerando i casi noti all’Iss.

Viminale: 4.237 i migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2020

14 Maggio 2020 - Roma – Sino 4.237 i migranti che nel 2020 sono sbarcate in Italia. Il dato è aggiornato dal Ministero degli Interni alle ore 14 di ieri. La maggioranza delle persone sbarcate sul territorio italiano è di nazionalità bengalese (830, 20%). Gli altri provengono da Costa d’Avorio (571, 13%), Sudan (390, 9%), Algeria (323, 8%), Marocco (309, 7%), Tunisia (270, 6%), Somalia (211, 5%), Guinea (206, 5%), Mali (162, 4%), Egitto (88, 2%) a cui si aggiungono 877 persone (21%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Fino ad oggi sono stati 750 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare.  

I dimenticati della pandemia

14 Maggio 2020 - Roma - Fino a tre mesi fa l’emergenza erano — impropriamente — considerati loro. Gli immigrati. Quando poi un’emergenza vera è piombata a sconvolgere le vite tranquille di molti di noi, loro non sono stati semplicemente retrocessi, ma scomparsi. Parliamo dei migranti, i trasparenti, i dimenticati, le vittime anonime della pandemia. «Mai l’immagine dello scarto così spesso evocata da Papa Francesco è risultata così appropriata a descrivere la condizione sociale di questi uomini e donne» esordisce così il vescovo Guerino Di Tora, che del fenomeno ha un osservatorio privilegiato in quanto presidente della Fondazione Migrantes. «La pandemia ci ha messo nella condizione di fare a meno dei loro servizi, e ce ne siamo sbarazzati, come appunto si fa con gli scarti». Monsignor Di Tora, che è membro del Consiglio permanente della Cei, è appena reduce da una serie di incontri con i suoi collaboratori sul territorio che gli hanno fornito un quadro tanto deprimente quanto allarmante. «Sì, ho appena terminato di incontrare on line i vari responsabili delle Migrantes diocesane, ma anche i nostri referenti all’estero perché come sapete noi ci occupiamo anche degli emigrati italiani all’estero. E oltre questi incontri di ricognizione siamo in contatto pressoché quotidiano con le strutture diocesane della Caritas e con i cappellani delle varie comunità nazionali. Soprattutto il collegamento con le Caritas è fondamentale, perché in fondo la nostra organizzazione è maggiormente dedicata all’orientamento pastorale e gode di poche risorse per il sostentamento, per cui il vero braccio operativo sono le Caritas diocesane, con le quali debbo dire stiamo lavorando sinergicamente molto bene». Un mondo quello della Caritas che Di Tora conosce molto bene, essendo succeduto a don Luigi Di Liegro alla guida della Caritas di Roma per diversi anni. «Il problema principale che registriamo è la perdita del lavoro di moltissimi migranti. Nel settore agricolo, ma soprattutto nel settore della collaborazione familiare e dell’assistenza agli anziani. Non è solo questione di restrizioni alla mobilità, che in teoria non si sono mai verificate per badanti e colf. Piuttosto per evitare ogni possibile rischio di contagio dall’esterno molte famiglie hanno deciso di fare a meno del loro aiuto. O anche peggio: molte collaboratrici familiari come è noto lavorano al nero: il timore di molti datori di lavoro è stato che se le colf fossero state fermate ai controlli e avessero dichiarato l’indirizzo dei posti di lavoro verso cui si dirigevano avrebbero determinato il rischio di una denuncia all’Inps: così sono state licenziate dalla sera alla mattina, senza alcun indennizzo». «Sì. È proprio così — gli fa eco Lucia Montebello che, in quanto responsabile dell’Emporio Caritas di Roma ha una nitida immagine della situazione —. Gli accessi all’emporio centrale della Caritas romana sono cresciuti del 150 per cento, e di questi almeno il 70 per cento è costituito da famiglie di immigrati. Ma soprattutto quello che ci sorprende è l’affacciarsi di nazionalità che raramente si rivolgevano a noi: per esempio molti filippini, che tradizionalmente si occupano appunto delle faccende domestiche, ed ora hanno perso il lavoro». «La cappellania degli Ucraini — continua Di Tora — sta facendo un gran lavoro per aiutare le tante badanti rimaste disoccupate, almeno a pagare gli affitti e le bollette». «Forse anche peggiore è la situazione nell’agricoltura, nella raccolta di pomodori e prodotti stagionali, perché alle diffuse situazioni di sfruttamento e caporalato ora si aggiunge la minaccia “o accetti quel poco che ti diamo o te ne vai”». Il ricatto funziona soprattutto nei confronti degli irregolari, i quali ovviamente non usufruiscono di nessuna forma di supporto tra quelle varate dal governo in questa fase emergenziale. Su questo l’opinione del vescovo Di Tora è lapidaria: «Una pronta regolarizzazione delle situazioni in sospeso è un fatto di civiltà. Peraltro è conveniente, perché regolarizzando si argina il rischio di una deriva malavitosa per le frange più deboli». Don Gianni De Robertis, che della Migrantes è il direttore e motore delle tante iniziative in cantiere, aggiunge al proposito: «Spesso ci scordiamo che le situazioni di irregolarità sono prodotte dalle normative e non dalla cattiva volontà dei migranti. E che è in forza delle irregolarità che si generano situazioni non solo di sfruttamento ma di vero e proprio stato di schiavitù. Intollerabile ai giorni nostri in Europa. Vi sono poi situazioni di estrema debolezza che sono oggettivamente difficili da far emergere a regolarità, penso per esempio a due ambiti su cui stiamo lavorando molto in questi giorni, quello dei nomadi e quello dei giostrai e dei circensi. I giostrai stanno ormai fermi da tre mesi, hanno il serio problema del mangiare quotidiano, e ai circensi si aggiunge anche il problema del mangiare per gli animali. È un problema che non riguarda solo i circensi e giostrai stranieri in Italia, ma anche i giostrai italiani all’estero, che hanno spesso difficoltà a rientrare. Nelle città deserte dei giorni passati le uniche figure che si scorgevano per strada erano quelle dei Rom che esploravano nei cassonetti dei rifiuti». «Finora abbiamo parlato solo dei migranti già residenti in Italia — riprende il vescovo Di Tora — ma non dobbiamo dimenticare il problema dei nuovi arrivi, anch’esso sottaciuto. Mentre qui si moriva di coronavirus, in Libia, indifferenti alla pandemia, i bombardamenti sono continuati nella totale indifferenza internazionale. C’è gente che continua a scappare dai teatri di guerra e non possiamo immaginare che per via della pandemia questa gente possa essere lasciata al suo destino richiudendo i porti». Dal centro alla periferia. Don Sergio Gamberoni è il responsabile della Migrantes nella città più martoriata d’Italia dal virus, Bergamo. «In questi 80 giorni si sono ribaltati tanti preconcetti sulla presenza dei migranti nei nostri territori. Il virus ci ha messi tutti sulla stessa barca. Con gare di solidarietà reciproca. Nell’immaginario collettivo ora gli extracomunitari sono anche i medici cubani e albanesi venuti generosamente ad aiutarci. Sono la comunità islamica che ha raccolto e donato 30 mila euro al nostro ospedale. E hanno suscitato reazioni e iniziative che qualche mese fa erano impensabili, e che hanno visto le nostre comunità produttive alla ricerca di un dialogo e di un sostegno. L’imperativo che ci ha guidati è stato “rimanere vicini, mantenere relazioni, indifferentemente dalla provenienza, cultura e credo. Figli di un solo Dio. Fratelli nella sventura”. I cappellani delle comunità nazionali si sono spesi oltre ogni limite, tanto che tre di essi hanno dovuto condividere la malattia. Abbiamo supportato anche con trasmissioni in streaming le preghiere degli altri riti cristiani. Abbiamo cercato di aiutare le parrocchie che hanno avuto defunti stranieri e sostenere le loro famiglie, anche musulmani. Quando è morto un imam di soli 41 anni abbiamo aiutato perché la popolazione islamica potesse seguire i funerali in una diretta seguita da 900 persone. Abbiamo dato spazio sul nostro sito a un diario quotidiano del Ramadan che consentisse alle comunità islamiche di mantenersi in contatto in un digiuno che non ha precedenti. Digiuno, peraltro, che quest’anno è iniziato sotto la stessa luna nella quale noi abbiamo celebrato la nostra Pasqua. Le diffidenze, le chiusure si sono sciolte come neve al sole. Molti bergamaschi hanno riconosciuto in quegli stranieri “quelli che ci hanno permesso di continuare a mangiare”. Quando un fruttivendolo musulmano ammalato di covid è ritornato per fortuna salvo dall’ospedale, i suoi vicini e clienti lo hanno accolto con affetto con una pergamena di “attestato di cittadinanza: se non te la dà lo stato, te la diamo noi”». E queste sono solo una piccola parte delle storie che don Sergio ha vissuto e può testimoniare di queste settimane a Bergamo. «È proprio vero che nel male alberga sempre un germe di bene. Io sono convinto che alla fine di questa terribile storia si volterà pagina nelle relazioni tra italiani e stranieri. Tutto sarà diverso». Un ottimismo quello di don Sergio da apprezzare ma che rimane in sospeso per quella parte del paese che presentava fasce di grave debolezza socio-economica già prima della pandemia, e che presumibilmente si aggraveranno nei prossimi mesi di sofferenza economica. «In quelle zone, soprattutto nel meridione, il pericolo di una guerra tra poveri è sempre dietro l’angolo» conclude don Gianni De Robertis. «Per questo una maggiore attenzione ai più poveri e ai migranti conviene a tutti». (Roberto Cetera – Osservatore Romano)

Mazara del Vallo: donne mazaresi e tunisine donano mascherine al comune

13 Maggio 2020 - Mazara del Vallo - Le donne del “Progetto Donna”, il laboratorio di cucito della “Fondazione San Vito Onlus” di Mazara del Vallo -, hanno preparato 50 mascherine di protezione in stoffa che sono state donate al Comune di Mazara del Vallo. Le donne mazaresi e tunisine hanno voluto mettere al servizio della solidarietà la propria competenza acquisita durante le attività laboratoriali del progetto. L’idea è nata proprio nel momento in cui era difficile trovare mascherine. Così le donne, nonostante costrette rimanere a casa, si sono organizzate per fare le mascherine in stoffa da donare poi al Comune.

Centro Astalli: “i diritti e la dignità delle persone non sono stagionali”

12 Maggio 2020 - Roma - “I diritti non sono stagionali, non c’è un tempo in cui sono maturi, non c’è un tempo di saldi dei diritti”. Lo afferma padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, a proposito del dibattito in corso sulla regolarizzazione di circa 600.000 migranti che lavorano senza diritti in Italia. “Un tema cruciale per la vita di tante persone – prosegue – rischia di diventare un insopportabile gioco di potere e di consensi”. “Come sempre – osserva al Sir – trattiamo la questione nella sua parzialità: come gestire l’attuale periodo di raccolta di frutta e verdura, per quanto tempo concedere il permesso di soggiorno, solo per il tempo strettamente necessario al bisogno di manodopera? Dimentichiamo che abbiamo a che fare con persone con la loro dignità, che non è stagionale”. Padre Ripamonti cita le parole di Papa Francesco al termine dell’udienza generale del 6 maggio: “È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori [i braccianti agricoli] e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e la dignità del lavoro”.