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Fondazione Migrantes: anche nella pandemia sempre vicini agli ultimi

20 Maggio 2020 - Roma - Da alcuni mesi pagine intere dei principali quotidiani e periodici sono dedicate alla pandemia che ha coinvolto il mondo intero. A farne le spese tanti cittadini ma anche, e soprattutto, i più deboli. Tra questi coloro che vivono in “mobilità”. La Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, anche in questo caso attraverso iniziative e con i suoi organi di informazione non ha lasciato da solo nessuno di queste persone. Il sito istituzionale www.migrantes.it ha dato notizie di incontri dei responsabili dei settori e ha riportato i principali documenti sul tema ai quali la Fondazione ha aderito mentre il periodico www.migrantesonline.it ogni giorno, dall’inizio della pandemia, ha riportato notizie, avvenimenti, interventi legati all’epidemia da Covid-19 per tutto il mondo della mobilità:immigrati in Italia, rifugiati, italiani residenti all’estero, circensi e lunaparkisti, rom e sinti.Molte le iniziative promosse dalla Migrantes per venire incontro a questo mondo: il periodico online ha dato tutte queste notizie che arrivavano dagli uffici diocesani e regionali Migrantes, dalle Missioni cattoliche italiane in Europa e dagli operatori impegnati sul territorio. Tante le questione affrontate che hanno interessato i migranti e rifugiati, perché è emerso fin da subito chequesta epidemia avrebbe colpito di più chi già viveva in situazioni di precarietà, provocando nuove povertà.Così sono stati riportati i tanti appelli fatti dai vescovi italiani, e non solo, affinché non venisse a mancare l’aiuto ai migranti e alle loro famiglie, a chi non rientrava nei percorsi di accoglienza, alle vittime della tratta e dello sfruttamento. Sono stati riportati i tanti appelli di papa Francesco affinché non fossero dimenticati gli ‘ultimi’, gli invisibili. Per giungere alle recenti notizie dell’intervento del Governo sulla questione di regolarizzare i tanti lavoratori stranieri in Italia che lavoravano senza contratto. Una forza lavoro che in questi mesi di loockdown ha fatto riflettere sulla sua importanza soprattutto per le produzioni agricole, etc.Il sito Migrantesonline ha dato voce alle tante comunità di stranieri presenti sul territorio italiano che si sono attivate con gesti di solidarietà per essere grati al Paese che li ha accolti.Come la comunità bengalese di Firenze che ha raccolto 5mila euro donandoli alla Fondazione Santa Maria Nuova Onlus per l’acquisto di strumenti e dispositivi per la protezione da Covid-19 per l’azienda Usl Toscana-Centro o l’iniziativa di un giovane rifugiato che ha deciso di produrre mascherine per la cittadinanza. E ancora di tante comunità ma anche di stranieri, come Amrita, originaria di Calcutta, che lavora in un ospedale italiano che ogni giorno incontra pazienti indiani, pachistani e bengalesi e li aiuta, nel suo lavoro di mediatrice culurale, a comunicare con i medici e il personale sanitario (sul numero del mensile della Fondazione Migrantes, “MigrantiPress” una intervista pubblicata su un quotidiano indiano). E poi la storia di suor Angel Bipendu, originaria del Congo a fianco dei malati di Covid19 dopo l’esperienza con i migranti. Ma anche le iniziative promosse a favore delle comunità di rom e sinti che vivono ai bordi delle nostre città.Rispettando le regole per evitare la diffusione del virus tanti i volontari e sacerdoti sono rimasti vicini a queste comunitàe sono tante le associazioni che hanno continuato ad assisterli operare in loro favore. E l’intervista al vescovo ausiliare di Roma, mons. Gianpiero Palmieri che ha coordinato un “Progetto per la fornitura straordinaria di generi di prima necessità per le famiglie dei campi e degli insediamenti rom” che ha coinvolto circa 500 famiglie che in questo periodo di pandemia stanno vivendo grossi difficoltà in collaborazione con gli uffici Migrantes e Caritas della diocesi, alcune parrocchie ed associazioni di volontariato. La pandemia che stiamo vivendo non ha solo conseguenze sanitarie ma anche economiche per tante realtà fragili che spesso vengono dimenticate e che “non potranno lavorare per diversi mesi ancora”, ha denunciato la Fondazione Migrantes citandoil mondo delle giostre e dei circhi, che stanno vivendo una grave condizione dal punto di vista economico.Un mondo che “fa fatica a chiedere visto che sono sempre andati avanti con il proprio lavoro”, ha detto il direttore generale della Migrantes, don Gianni De Robertis. La sospensione delle attività pubbliche a carattere culturale e ricreativo ha significato l’impossibilità per queste categorie di soddisfare i bisogni più elementari delle proprie famiglie. Alcuni complessi dello spettacolo viaggiante si sono ritrovati distanti dalle loro città con l’inizio della pandemia e quindi soggetti alle misure restrittive attivate. Ma anche gli italiani residenti nel mondo sono preoccupati della situazione che stanno vivendo nei Paesi che li ospitano, ma con uno sguardo rivolto all’Italia dove abitano i familiari più cari. Per loro giocano un ruolo fondamentale le Missioni cattoliche italiane, con i missionari, come ha raccontato www.migrantesonline.it, che, per tenere unita la comunità, si sono attivati per mantenere i contatti telefonici e per organizzare iniziative sui social network o su siti appositi. Tanti anche i servizi nel numero di maggio della rivista “MigrantiPress”. (Sir)

Migrantes: in distribuzione il numero di MigrantiPress

19 Maggio 2020 - Roma - “E finalmente… riusciremo a riveder le stelle”: questo il titolo di copertina della rivista mensile della Fondazione Migrantes, “MigrantiPress” in distribuzione in questi giorni. Il numero, infatti, si apre con un editoriale su come sarà il dopo questo tempo di pandemia, come saremo noi dopo questa esperienza che ci ha costretti a chiuderci nelle nostre case, a tenerci lontani dagli affetti, dagli amici, dalle nostre attività, e da quel mondo di cui ci sentivamo padroni e protagonisti assoluti, come si legge nell’editoriale. La pandemia da Covid-19 ha contagiato tutti, e nel suo espandersi non ha fatto alcuna differenza anche per alcune persone, come i migranti. “Chiedersi come sarà il dopo, è una domanda più che opportuna, che ha bisogno, però, di risposte sensate e non di circostanza”, si legge nell’editoriale della rivista che si occupa, nel “l’ Altro editoriale”, del tema della “Gente del Viaggio” in questo tempo di pandemia. Nel numero anche una intervista al vescovo ausiliare di Roma e delegato Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, mons. Gianpiero Palmieri, e a suor Angel Bipendu, originaria del Congo che, dopo essersi occupata di rifugiati in Italia oggi lotta accanto ai malati di Covid 19 nel Nord Italia. Non mancano storie di solidarietà come quella di alcune comunità immigrate in Italia a favore dei malati di covid 19, di un rifugiato, Bakary, che produce mascherine per la cittadinanza in Toscana o della Missione Cattolica Italiana di Lucerna che ha inviato un fondo per un progetto promosso dalla diocesi di Bergamo, una delle più colpite dal virus con migliaia di morti. E ancora la storia di Amrita, mediatrice culturale di origine indiana, che sta aiutando connazionali ed altri asiatici in Italiana in questo tempo difficile. E poi la Laurea alla Memoria di Christin Kamdem Tadjudje, studente internazionale in Italia… Un numero ricco da leggere…  

I dimenticati della pandemia

14 Maggio 2020 - Roma - Fino a tre mesi fa l’emergenza erano — impropriamente — considerati loro. Gli immigrati. Quando poi un’emergenza vera è piombata a sconvolgere le vite tranquille di molti di noi, loro non sono stati semplicemente retrocessi, ma scomparsi. Parliamo dei migranti, i trasparenti, i dimenticati, le vittime anonime della pandemia. «Mai l’immagine dello scarto così spesso evocata da Papa Francesco è risultata così appropriata a descrivere la condizione sociale di questi uomini e donne» esordisce così il vescovo Guerino Di Tora, che del fenomeno ha un osservatorio privilegiato in quanto presidente della Fondazione Migrantes. «La pandemia ci ha messo nella condizione di fare a meno dei loro servizi, e ce ne siamo sbarazzati, come appunto si fa con gli scarti». Monsignor Di Tora, che è membro del Consiglio permanente della Cei, è appena reduce da una serie di incontri con i suoi collaboratori sul territorio che gli hanno fornito un quadro tanto deprimente quanto allarmante. «Sì, ho appena terminato di incontrare on line i vari responsabili delle Migrantes diocesane, ma anche i nostri referenti all’estero perché come sapete noi ci occupiamo anche degli emigrati italiani all’estero. E oltre questi incontri di ricognizione siamo in contatto pressoché quotidiano con le strutture diocesane della Caritas e con i cappellani delle varie comunità nazionali. Soprattutto il collegamento con le Caritas è fondamentale, perché in fondo la nostra organizzazione è maggiormente dedicata all’orientamento pastorale e gode di poche risorse per il sostentamento, per cui il vero braccio operativo sono le Caritas diocesane, con le quali debbo dire stiamo lavorando sinergicamente molto bene». Un mondo quello della Caritas che Di Tora conosce molto bene, essendo succeduto a don Luigi Di Liegro alla guida della Caritas di Roma per diversi anni. «Il problema principale che registriamo è la perdita del lavoro di moltissimi migranti. Nel settore agricolo, ma soprattutto nel settore della collaborazione familiare e dell’assistenza agli anziani. Non è solo questione di restrizioni alla mobilità, che in teoria non si sono mai verificate per badanti e colf. Piuttosto per evitare ogni possibile rischio di contagio dall’esterno molte famiglie hanno deciso di fare a meno del loro aiuto. O anche peggio: molte collaboratrici familiari come è noto lavorano al nero: il timore di molti datori di lavoro è stato che se le colf fossero state fermate ai controlli e avessero dichiarato l’indirizzo dei posti di lavoro verso cui si dirigevano avrebbero determinato il rischio di una denuncia all’Inps: così sono state licenziate dalla sera alla mattina, senza alcun indennizzo». «Sì. È proprio così — gli fa eco Lucia Montebello che, in quanto responsabile dell’Emporio Caritas di Roma ha una nitida immagine della situazione —. Gli accessi all’emporio centrale della Caritas romana sono cresciuti del 150 per cento, e di questi almeno il 70 per cento è costituito da famiglie di immigrati. Ma soprattutto quello che ci sorprende è l’affacciarsi di nazionalità che raramente si rivolgevano a noi: per esempio molti filippini, che tradizionalmente si occupano appunto delle faccende domestiche, ed ora hanno perso il lavoro». «La cappellania degli Ucraini — continua Di Tora — sta facendo un gran lavoro per aiutare le tante badanti rimaste disoccupate, almeno a pagare gli affitti e le bollette». «Forse anche peggiore è la situazione nell’agricoltura, nella raccolta di pomodori e prodotti stagionali, perché alle diffuse situazioni di sfruttamento e caporalato ora si aggiunge la minaccia “o accetti quel poco che ti diamo o te ne vai”». Il ricatto funziona soprattutto nei confronti degli irregolari, i quali ovviamente non usufruiscono di nessuna forma di supporto tra quelle varate dal governo in questa fase emergenziale. Su questo l’opinione del vescovo Di Tora è lapidaria: «Una pronta regolarizzazione delle situazioni in sospeso è un fatto di civiltà. Peraltro è conveniente, perché regolarizzando si argina il rischio di una deriva malavitosa per le frange più deboli». Don Gianni De Robertis, che della Migrantes è il direttore e motore delle tante iniziative in cantiere, aggiunge al proposito: «Spesso ci scordiamo che le situazioni di irregolarità sono prodotte dalle normative e non dalla cattiva volontà dei migranti. E che è in forza delle irregolarità che si generano situazioni non solo di sfruttamento ma di vero e proprio stato di schiavitù. Intollerabile ai giorni nostri in Europa. Vi sono poi situazioni di estrema debolezza che sono oggettivamente difficili da far emergere a regolarità, penso per esempio a due ambiti su cui stiamo lavorando molto in questi giorni, quello dei nomadi e quello dei giostrai e dei circensi. I giostrai stanno ormai fermi da tre mesi, hanno il serio problema del mangiare quotidiano, e ai circensi si aggiunge anche il problema del mangiare per gli animali. È un problema che non riguarda solo i circensi e giostrai stranieri in Italia, ma anche i giostrai italiani all’estero, che hanno spesso difficoltà a rientrare. Nelle città deserte dei giorni passati le uniche figure che si scorgevano per strada erano quelle dei Rom che esploravano nei cassonetti dei rifiuti». «Finora abbiamo parlato solo dei migranti già residenti in Italia — riprende il vescovo Di Tora — ma non dobbiamo dimenticare il problema dei nuovi arrivi, anch’esso sottaciuto. Mentre qui si moriva di coronavirus, in Libia, indifferenti alla pandemia, i bombardamenti sono continuati nella totale indifferenza internazionale. C’è gente che continua a scappare dai teatri di guerra e non possiamo immaginare che per via della pandemia questa gente possa essere lasciata al suo destino richiudendo i porti». Dal centro alla periferia. Don Sergio Gamberoni è il responsabile della Migrantes nella città più martoriata d’Italia dal virus, Bergamo. «In questi 80 giorni si sono ribaltati tanti preconcetti sulla presenza dei migranti nei nostri territori. Il virus ci ha messi tutti sulla stessa barca. Con gare di solidarietà reciproca. Nell’immaginario collettivo ora gli extracomunitari sono anche i medici cubani e albanesi venuti generosamente ad aiutarci. Sono la comunità islamica che ha raccolto e donato 30 mila euro al nostro ospedale. E hanno suscitato reazioni e iniziative che qualche mese fa erano impensabili, e che hanno visto le nostre comunità produttive alla ricerca di un dialogo e di un sostegno. L’imperativo che ci ha guidati è stato “rimanere vicini, mantenere relazioni, indifferentemente dalla provenienza, cultura e credo. Figli di un solo Dio. Fratelli nella sventura”. I cappellani delle comunità nazionali si sono spesi oltre ogni limite, tanto che tre di essi hanno dovuto condividere la malattia. Abbiamo supportato anche con trasmissioni in streaming le preghiere degli altri riti cristiani. Abbiamo cercato di aiutare le parrocchie che hanno avuto defunti stranieri e sostenere le loro famiglie, anche musulmani. Quando è morto un imam di soli 41 anni abbiamo aiutato perché la popolazione islamica potesse seguire i funerali in una diretta seguita da 900 persone. Abbiamo dato spazio sul nostro sito a un diario quotidiano del Ramadan che consentisse alle comunità islamiche di mantenersi in contatto in un digiuno che non ha precedenti. Digiuno, peraltro, che quest’anno è iniziato sotto la stessa luna nella quale noi abbiamo celebrato la nostra Pasqua. Le diffidenze, le chiusure si sono sciolte come neve al sole. Molti bergamaschi hanno riconosciuto in quegli stranieri “quelli che ci hanno permesso di continuare a mangiare”. Quando un fruttivendolo musulmano ammalato di covid è ritornato per fortuna salvo dall’ospedale, i suoi vicini e clienti lo hanno accolto con affetto con una pergamena di “attestato di cittadinanza: se non te la dà lo stato, te la diamo noi”». E queste sono solo una piccola parte delle storie che don Sergio ha vissuto e può testimoniare di queste settimane a Bergamo. «È proprio vero che nel male alberga sempre un germe di bene. Io sono convinto che alla fine di questa terribile storia si volterà pagina nelle relazioni tra italiani e stranieri. Tutto sarà diverso». Un ottimismo quello di don Sergio da apprezzare ma che rimane in sospeso per quella parte del paese che presentava fasce di grave debolezza socio-economica già prima della pandemia, e che presumibilmente si aggraveranno nei prossimi mesi di sofferenza economica. «In quelle zone, soprattutto nel meridione, il pericolo di una guerra tra poveri è sempre dietro l’angolo» conclude don Gianni De Robertis. «Per questo una maggiore attenzione ai più poveri e ai migranti conviene a tutti». (Roberto Cetera – Osservatore Romano)

Don De Robertis: non lasciare indietro nessuno

16 Aprile 2020 - Roma - Il vero problema è non lasciare nessuno indietro. Anche a seguito dei decreti sicurezza abbiamo circa 600mila cittadini stranieri non regolarmente soggiornanti destinati allo sfruttamento, al lavoro nero e alla precarietà. Regolarizzare significa fare giustizia anche verso le aziende oneste che soffrono la concorrenza iniqua di chi impiega il lavoro nero. Si tratta di un provvedimento urgente e utile per tutti, tranne che per le mafie sfruttatrici”. E’ quanto dice oggi il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis in una dichiarazione su “Avvenire” parlando della proposta di regolarizzazione di immigrati irregolari. Se per i lavoratori dei campi si sono mosse organizzazioni di categoria come Coldiretti, per la quale senza gli stagionali dai Paesi comunitari impossibilitati a venire in Italia a causa del coronavirus, si rischia nelle prossime settimane di mettere a rischio il 25% dei raccolti, il responsabile dell’organismo della Cei ricorda le care givers nelle case degli italiani. “Penso – dice - al lavoro domestico, nel quale si stima ci siano circa 200mila non comunitari senza permesso colf, badanti e baby sitter. Molte di loro non stanno lavorando, non hanno soldi per l’affitto e rischiano di finire per strada. Non possiamo mantenere esseri umani nell’invisibilità, come dice il Papa siamo tutti sulla stessa barca”.               Occorre regolariz

Migrantes: non dimenticare le famiglie dei circensi e lunaparkisti

7 Aprile 2020 - Roma - La pandemia che stiamo vivendo non ha solo conseguenze sanitarie ma anche economiche per tante realtà fragili che spesso vengono dimenticate e che “non potranno lavorare per diversi mesi ancora”. La denuncia arriva dalla Fondazione Migrantes che cita in particolare il mondo delle giostre e dei circhi che stanno vivendo una grave condizione dal punto di vista economico. Un mondo che “fa fatica a chiedere visto che sono sempre andati avanti con il proprio lavoro”, dice il direttore generale della Migrantes, don Gianni De Robertis. La sospensione delle attività pubbliche a carattere culturale e ricreativo ha significato l’impossibilità per queste categorie di soddisfare i bisogni più elementari delle proprie famiglie. Queste persone sono oggi prive di ogni reddito, e tuttavia continuano a sostenere spese rilevanti. Persone che hanno anche difficoltà a chiedere il contributo “buoni spesa” ai comuni di residenza considerato che questi sono distanti dal luogo dove ora sono fermi i circhi e i lunapark. La Fondazione Migrantes, che da anni segue pastoralmente lo Spettacolo Viaggiante, e la Caritas Italiana si sono fatti prossimi a queste persone rispondendo a diverse richieste di sostegno. La Fondazione Migrantes chiede che le istituzioni “non si dimentichino di queste persone garantendo loro la possibilità di sopravvivere e di continuare a sperare e a conservare il proprio lavoro”. Il Circo e il lunapark costituiscono una parte importante della cultura e tradizione italiana che non possono finire con questa pandemia”, conclude il sacerdote.

Migrantes: 3000 mascherine per i più fragili grazie alla sartoria sociale “La Teranga”

2 Aprile 2020

Roma  - "La comunità andriese ci ha sempre sostenuti, ci ha sempre aiutati, ed è il momento che noi migranti, operatori e volontari della Casa Accoglienza “S. Maria Goretti” e dell’Ufficio Migrantes della Diocesi di Andria, facciamo qualcosa per il bene di tutti". Questo mi hanno condiviso, in primis, i giovani migranti e gli altri ospiti, quelli che la società, a volte, li considera esuberi.

Un messaggio forte di solidarietà che parte, in questi giorni concitati e preoccupanti per l’epidemia del coronavirus, dalla sartoria sociale “La Téranga”: progetto sostenuto dall’8xmille della Chiesa Cattolica per il tramite della Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana.

Sono state momentaneamente messe da parte tovaglie, teli, asciugamani, runner… e si è deciso che da qui in avanti, finché si potrà, si cuciranno solo mascherine, di cotone, lavabili ogni giorno con sanificanti e igienizzanti.

Le mascherine cucite dalla sartoria sociale “La Teranga” oltre ad essere state distribuite agli ospiti che usufruiscono dei vari servizi che la Casa Accoglienza, (servizi assicurati ora più che mai, dato il momento storico di forte preoccupazione e apprensione), vengono ripartite anche ai cittadini andriesi che fanno fatica a trovare sul territorio le mascherine e a cui «noi stiamo rispondendo prontamente per senso di responsabilità e dovere».

Inoltre le mascherine della sartoria sociale "La Teranga" sono state donate ai medici e volontari di una Associazione della Città di Andria che quotidianamente si recano nelle case dei malati, in particolare dei pazienti oncologici.

La sartoria sociale “La Teranga”, gestita dalla Comunità “Migrantesliberi e che fa riferimento alla Casa di Accoglienza e Ufficio Migrantes, ha poi pensato bene di cucire mascherine che su richiesta del Direttore Generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis,  saranno destinate ai senza fissa dimora sparsi sul territorio nazionale.

Altre mascherine sono state inviate alla Fondazione Migrantes che ha provveduto a distribuirle in zone ad alto rischio contagio, dove vivono persone tra cui bambini senza fissa dimora, in alloggi di fortuna.

La solidarietà in questi giorni di emergenza ed urgenza dettata dal covid-19 non si ferma e talvolta si raddoppia. Con questo gesto che arriva da coloro che, in primis, hanno sperimentato la bellezza del dono, possiamo rendere un servizio, seppur minimo, ad altri che stanno combattendo altre battaglie per la vita.

In tutta questa tristezza e apprensione c'è un motivo di bellezza e gioia: i volontari non hanno abbandonato continuano l'opera meravigliosa del servizio. La casa di accoglienza è diventata luogo di liturgia, chiesa viva che, nonostante il fermo delle celebrazioni con la presenza del popolo di Dio, continua a celebrare.

Nei luoghi della carità si celebra la grande liturgia: le mani alzate per offrire il pane quotidiano, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, il pane spezzato sulla tavola della mensa e condiviso, il corpo di Cristo dato per il nostro nutrimento, l’acqua che bagna corpo e piedi, l’unzione che rinfranca e ridona vita, la voce dei volontari, sacramento dell’accoglienza e dell’amore di Cristo che si china per lavarci i piedi.

La liturgia, l'Eucarestia i sacramenti non possono essere rinchiusi in luogo perché la liturgia è mistero di passione morte resurrezione è vita e oggi, in questo tempo di preoccupazione e tristezza, è celebrata e vissuta nei tanti ospedali sparsi sul nostro territorio come anche in tutti quei luoghi di carità e solidarietà.

Il Corpo di Cristo, custodito nei tabernacoli delle nostre cattedrali e delle nostre chiese, oggi più che mai è presente in tanti uomini e donne: tabernacoli viventi, presenza viva di un Dio amante della vita che è in mezzo a noi e con noi e continua a fasciare le nostre ferite con olio di consolazione e vino di speranza.

Geremia Acri - Direttore Migrantes Andria

Migrantes e Ass. Ercolini a fianco dei Rom

31 Marzo 2020 - Roma - L'associazione Ercolini di don Orione, fondata nel 2004 dall’attuale vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giovanni D'Ercole, sostiene diversi nuclei Rom in questa emergenza del coronavirus. Purtroppo i diretti interessati – dice Salvatore Paddeu dell’Associazione - sono bloccati nelle loro abitazioni e non possono svolgere i modesti lavori che li consentivano di sostenere le spese quotidiane. Ad esempio Zineta non può recarsi a pulire la Chiesa di Prima Porta come da tempo si era accordata col parroco. In grave difficoltà anche ìDilan, che vive con la sua famiglia in un borgo vicino Latina che “non può svolgere i suoi lavori, agricolo la mattina e aiuto chef nelle ore serali”. “A parte il minimo sostegno economico, siamo – aggiunge Paddeu - per loro un punto di riferimento. Ci chiamano spesso per esser aggiornati sulla triste realtà e inoltre cerchiamo di essere per loro di conforto”. “Migrantes – conclude - continua a sostenere le nostre attività a conferma dell'importante ruolo di coordinamento strategico in un momento molto delicato che trova tutti noi inermi e speranzosi nella Divina Provvidenza”.

De Robertis (Migrantes):  “non dimenticare le fasce più vulnerabili, chi vive alla giornata”

31 Marzo 2020 -
Roma - Un  appello “a non dimenticare le fasce di persone più vulnerabili: gli immigrati che continuano a lavorare nei campi. Se non ci fossero loro non avremmo cibo per noi. I migranti che sono rinchiusi nei centri; le famiglie rom, i circensi e lunaparkisti”. Con l’auspicio che i Comuni, coinvolti negli ultimi provvedimenti governativi per le persone più in difficoltà, “facciano arrivare gli aiuti a tutti, soprattutto a coloro che sono nell’impossibilità di avere altre fonti di reddito e vivono alla giornata”. A parlare al Sir è don Gianni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes. A livello nazionale e diocesano arrivano molte richieste, soprattutto dalle famiglie di circensi, giostrai e rom, “che hanno difficoltà addirittura a reperire cibo – racconta don De Robertis -. Devono far fronte al necessario per le famiglie e dare da mangiare agli animali. Alcuni immigrati non possono pagare gli affitti di casa. È una situazione pesante”. A Torino, inoltre, l’amministrazione ha chiesto alla Fondazione Migrantes un elenco dei cimiteri non cattolici. “Questo vuol dire che ci sono morti per il coronavirus anche tra gli stranieri”, dice. “Tra il personale paramedico tanti sono stranieri”, ricorda don De Robertis, e “molti stanno dando un grande contributo accanto ai nostri anziani”. “In questi giorni – afferma – ci stiamo rendendo conto che l’Italia potrà farcela solo se lavoriamo tutti insieme per il benessere del Paese, indipendentemente dalla provenienza. Stiamo riscoprendo che non esiste un ‘noi’ e un ‘loro’. Spero che questa consapevolezza non venga meno al termine dell’emergenza”. Finora le misure per prevenire il contagio nei campi rom sono state “molto labili”, osserva il direttore della Migrantes: “In alcuni comuni si sono limitati a dire: andate alle Caritas. Ma nei campi si vive in spazi ristretti, in promiscuità, non c’è acqua”. “Noi speriamo che l’ultimo provvedimento del premier Conte possa arrivare un po’ a tutti – dichiara  -. Però bisognerebbe andare a vedere cosa sta accadendo nei vari comuni”. Tra le amministrazioni virtuose don De Robertis cita Bari, che ha mandato un camion con generi di prima necessità al campo rom. Una situazione ad alto rischio – ricorda – è quella nei grandi centri di accoglienza o di rimpatrio –  dove sono accolti o rinchiusi gli immigrati: “Lì sono in condizioni assolutamente non idonee a contenere il contagio. Ci sono camerate, pochi bagni. Questo può diventare un pericolo per tutti”.

Ritorna in Italia il Circo Zavatta grazie a Migrantes e Enc

28 Marzo 2020 - Roma - Attraccherà nel porto di Brindisi  questa mattina la nave che sta riportando in Italia dalla Grecia il Circo Zavatta al completo. Lo riferisce a www.migrantesonline.it don Mirko Dalla Torre della Commissione Migrantes per lo Spettacolo Viaggiante. Le famiglie del circo, per un totale di circa trenta persone fra cui diversi bambini, hanno potuto imbarcarsi nella notte grazie all’impegno congiunto dell’ambasciata italiana ad Atene, dell’Ente Nazionale Circhi e della Fondazione Migrantes, che ha messo in campo ogni sua risorsa per trovare uno sbocco ad una situazione apparentemente priva di vie d’uscita. Il Circo Zavatta, durante la sua ultima tournée in Grecia, era stato confinato in un campeggio a seguito delle misure straordinarie prese dal governo ellenico per far fronte all’epidemia di Coronavirus. Le famiglie del circo erano impossibilitate a procurarsi le cose più urgenti, con la prospettiva di rimanere a lungo in questo stato di penoso isolamento, oppure di dover rientrare in Italia senza le loro attrezzature che – ricordiamo – sono strumenti di lavoro, con i quali i circensi si guadagnano il necessario per sé e i loro figli. La famiglia Zavatta si è allora rivolta all’Ente Nazionale Circhi, ma ha anche interessato la Fondazione Migrantes, che è a fianco delle famiglie dello Spettacolo Viaggiante in tutte le circostanze della loro vita, racconta don Dalla Torre: "potendo contare anche sulla disponibilità del personale consolare italiano e di alcuni altri esponenti delle istituzioni, si è giunti, dopo qualche giorno di colloqui e trattative con le autorità di Atene, a individuare una soluzione percorribile e accettabile per tutti". Il circo con tutte le attrezzature è stato trasferito in un porto vicino e, verso la mezzanotte di ieri, venerdì 27 marzo, si è finalmente imbarcato per rientrare in Patria. La Fondazione Migrantes ringrazia di cuore tutti coloro che hanno contribuito alla soluzione di questo difficile caso, ed auspica che questo metodo di lavoro congiunto e concorde diventi un modello per affrontare in futuro altre situazioni di questo tipo. (Raffaele Iaria)

Emergenza sanitaria e mobilità umana: le preoccupazioni e le iniziative della Fondazione Migrantes

26 Marzo 2020 - Roma  - Quotidianamente, sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, l’argomento principale è quello della pandemia che coinvolge ormai tutti. Covid-19 o Coronavirus è ormai la parola chiave nei motori di ricerca. E anche noi non possiamo trascurare il tema. Lo stiamo facendo tutti i giorni con uno sguardo particolare al mondo della mobilità umana. Siamo particolarmente preoccupati per gli immigrati in Italia, costretti a lavorare in questi giorni con il rischio del contagio e angosciati di perdere quel lavoro, spesso precario. La Chiesa italiana, attraverso la Fondazione Migrantes e i cappellani etnici, è in costante collegamento con loro e per loro si stanno promuovendo, grazie ai mezzi di comunicazione, tanti momenti di preghiera. Pure i rifugiati ospiti delle strutture di accoglienza sono a rischio contagio. Il mondo rom e sinti che vive in agglomerati di fortuna è sempre a rischio. Sono numerosi i volontari impegnati ad ascoltare i loro bisogni. Ci sono poi i nostri connazionali all’estero, preoccupati della situazione che stanno vivendo nei paesi che li ospitano, ma con uno sguardo rivolto all’Italia dove abitano i familiari più cari. Per loro giocano un ruolo fondamentale le Missioni Cattoliche Italiane, con i missionari che, per tenere unita la comunità, si sono attivati per mantenere i contatti telefonici e per organizzare iniziative sui social network o su siti appositi. È particolarmente grave la condizione del mondo dello spettacolo viaggiante: per circensi e lunaparchisti, la sospensione delle attività pubbliche a carattere culturale e ricreativo ha significato l’impossibilità di lavorare e di soddisfare così i bisogni più elementari delle proprie famiglie. Queste persone sono oggi prive di ogni reddito, e tuttavia continuano a sostenere spese rilevanti. La Fondazione Migrantes, che da anni segue pastoralmente lo Spettacolo Viaggiante, e la Caritas Italiana, su richiesta spesso degli uffici Migrantes diocesani, si sono fatti prossimi a queste persone rispondendo a diverse richieste di sostegno. Due, ad esempio, sono i circhi italiani aiutati mentre erano bloccati in Grecia e Romania dalla Migrantes nazionale. L’impegno principale dei direttori regionali e diocesani, dei missionari per gli italiani all’estero, è quello di rispondere ai principali bisogni oltre che di favorire un’informazione capillare tra le varie comunità sui rischi che si corrono non rispettando le regole. Non manca, poi, la cura per coloro che bussano alle nostre porte in questi giorni, nonostante il pericolo. Gli uffici della Fondazione Migrantes sono attualmente chiusi, ma la linea telefonica è funzionante: c’è sempre qualcuno pronto ad accompagnare quanti hanno bisogno e a stare vicino a chi è più in difficoltà perché in mobilità. Il sito istituzionale www.migrantes.it pubblicherà le comunicazioni ufficiali, mentre il sito informativo www.migrantesonline.it è in continuo aggiornamento con notizie sulle comunità cattoliche italiane all’estero, sulle comunità straniere in Italia, sui rifugiati, sul mondo dello spettacolo viaggiante, sugli studenti internazionali. Trovano anche spazio le notizie provenienti dalla Cei e dal Vaticano, a partire dalla messa mattutina celebrata dal pontefice da Casa Santa Marta. Da più parti si dice che questa pandemia cambierà i nostri atteggiamenti in positivo. Ce lo auguriamo tutti: la solidarietà che si sta registrando forse è un primo passo, partendo dal quale, questo l’auspicio, si possa lavorare per non lasciare soli i nostri fratelli e sorelle in mobilità.  (Raffaele Iaria)