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È risorto!

6 Aprile 2021 - Città del Vaticano - Una settimana nella quale abbiamo accompagnato Gesù mentre entrava a Gerusalemme accolto dalla folla osannante. Lo abbiamo accompagnato in quella ultima cena nella sala del Cenacolo, quando ci ha donato, si è donato come pane spezzato e sangue versato. Nell’orto degli Ulivi eravamo con lui mentre uno dei dodici lo tradiva, mentre lui chiedeva amicizia ai suoi. Poi la croce estremo atto di amore per tutti gli uomini, ma “collocazione provvisoria” come ricordava don Tonino Bello che aveva visto questa scritta posta accanto al crocifisso in un locale della sacrestia del duomo a Molfetta: non c’è formula migliore per “definire la croce, la mia, la tua, non solo quella di Cristo”. La provvisorietà della croce, diceva, è data da un passo preciso del Vangelo: “da mezzogiorno alle tre si fece buio su tutta la terra. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario, c’è il divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore – affermava don Tonino Bello – ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio”. La domenica di Pasqua inizia con il buio, quando Maria di Magdala si reca al sepolcro. Buio fuori e, forse, buio dentro il cuore della donna. La pietra rotolata la fa correre da Pietro e da Giovanni per dire che “hanno portato via il Signore dal sepolcro. Per gli ebrei i simboli della Pasqua sono l’agnello e il pane azzimo. Cristo è morto sulla croce proprio nell’ora in cui era consuetudine immolare gli agnelli nel Tempio di Gerusalemme, memoria della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Cristo diventa così “l’agnello di Dio immolato sulla croce per togliere i peccati del mondo”. Il pane azzimo è il tema della purificazione: secondo una antica usanza ebraica, a Pasqua si doveva eliminare ogni più piccolo avanzo di pane lievitato, ricordo della fuga dall’Egitto quando, lasciando quella terra, gli ebrei avevano portato con se solo focacce non lievitate. Azzimi, simbolo di purificazione: “eliminare ciò che è vecchio per fare spazio al nuovo”. Ecco la novità cristiana, il nuovo “passaggio”: l’annuncio della risurrezione, è l’evento che illumina il mondo, le sue zone buie. È “il primo annuncio di Pasqua che vorrei consegnarvi – dice papa Francesco nella veglia della notte – è possibile ricominciare sempre, perché c'è una vita nuova che Dio è capace di far ripartire in noi al di là di tutti i nostri fallimenti”. La Pasqua “non mostra un miraggio, non rivela una formula magica, non indica una via di fuga di fronte alla difficile situazione che stiamo attraversando”. Dall’altare della Cattedra, nella basilica vaticana, il Papa pronuncia il messaggio Urbi et Orbi, cioè alla città e al mondo, e dice: “Cristo risorto è speranza per quanti soffrono ancora a causa della pandemia, per i malati e per chi ha perso una persona cara”. E ancora: “Il Signore dia loro conforto e sostenga le fatiche di medici e infermieri. Tutti, soprattutto le persone più fragili, hanno bisogno di assistenza e hanno diritto di avere accesso alle cure necessarie. Ciò è ancora più evidente in questo tempo in cui tutti siamo chiamati a combattere la pandemia e i vaccini costituiscono uno strumento essenziale per questa lotta”. Nello spirito di un “internazionalismo dei vaccini”, Francesco chiede alla comunità internazionale “un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri”. Guarda a quanti sono in difficoltà: Cristo risorto, dice, “è conforto per quanti hanno perso il lavoro o attraversano gravi difficoltà economiche e sono privi di adeguate tutele sociali”. Chiede che il Signore “ispiri l’agire delle autorità pubbliche perché a tutti, specialmente alle famiglie più bisognose, siano offerti gli aiuti necessari a un adeguato sostentamento. La pandemia ha purtroppo aumentato drammaticamente il numero dei poveri e la disperazione di migliaia di persone”. Ha parole, il Papa, per le tante situazioni difficili che il mondo vive, e ricorda la tragedia dei migranti in fuga da guerre e miserie: nei loro volti, dice, “riconosciamo il volto sfigurato e sofferente del Signore che sale il Calvario”. (Fabio Zavattaro - Sir)  

La grazia dello stupore

29 Marzo 2021 - Città del Vaticano - Domenica delle Palme per la seconda volta senza processione in piazza san Pietro, senza folla, mani che agitano palme e ulivi. Ancora la pandemia che segna la festa, celebrazione dell’ingresso festoso di Gesù a Gerusalemme. «L’anno scorso eravamo più scioccati, quest’anno siamo più provati. E la crisi economica è diventata pesante» dice Papa Francesco all’Angelus. «In questa situazione storica e sociale, Dio cosa fa? Prende la croce. Gesù prende la croce, cioè si fa carico del male che tale realtà comporta, male fisico, psicologico e soprattutto male spirituale, perché il maligno approfitta delle crisi per seminare sfiducia, disperazione e zizzania». Male, come la violenza che si consuma in Myanmar con le sue numerose vittime; come l’attentato avvenuto nella mattina davanti la cattedrale di Makassar in Indonesia. Gesù sale sulla croce, dice il Papa, «per scendere nella nostra sofferenza», per avvicinarsi a noi «e non lasciarci soli nel dolore e nella morte». Celebra nella basilica vaticana papa Francesco, pochi fedeli nel rispetto delle norme anti Covid. Liturgia nella quale facciamo memoria di un ingresso nella città santa diverso dal solito; l’ultima tappa sono due località nei pressi del monte degli ulivi citati da Marco nel suo Vangelo: Betfage e Betania. Per entrare a Gerusalemme chiede ai suoi discepoli di trovare una cavalcatura semplice, umile, come quella di un asino. La gente attende per Pasqua «il liberatore potente, ma Gesù viene per compiere la Pasqua con il suo sacrificio», la gente «aspetta di celebrare la vittoria sui romani con la spada, ma Gesù viene a celebrare la vittoria di Dio con la croce». Entra nella città santa con l’intenzione di rivelare chiaramente la sua missione; sa che sono le sue ultime ore di vita terrena, sa che gli amici, i discepoli non esiteranno Giuda a tradirlo, e Pietro a rinnegarlo per tre volte. L’ingresso trionfante, per alcuni versi, metafora dell’effimera gloria terrena, di come l’uomo possa esaltare e successivamente condannare senza chiedersi perché. Una radice è un fiore che disprezza la fama, scrive Khalil Gibran. Gesù sale sulla croce, afferma Papa Francesco e prova «i nostri stati d’animo peggiori: il fallimento, il rifiuto di tutti, il tradimento di chi gli vuole bene e persino l’abbandono di Dio. Sperimenta nella sua carne le nostre contraddizioni più laceranti, e così le redime, le trasforma. Il suo amore si avvicina alle nostre fragilità, arriva lì dove noi ci vergogniamo di più. E ora sappiamo di non essere soli: Dio è con noi in ogni ferita, in ogni paura: nessun male, nessun peccato ha l’ultima parola. Dio vince, ma la palma della vittoria passa per il legno della croce. Perciò le palme e la croce stanno insieme». L’immagine che il Papa propone, nella sua riflessione all’Angelus, è Maria, «la prima discepola»: ha seguito il figlio «ha preso su di sé la propria parte di sofferenza, di buio, di smarrimento e ha percorso la strada della passione custodendo accesa nel cuore la lampada della fede. Con la grazia di Dio, anche noi possiamo fare questo cammino. E, lungo la via crucis quotidiana, incontriamo i volti di tanti fratelli e sorelle in difficoltà: non passiamo oltre, lasciamo che il cuore si muova a compassione e avviciniamoci». Nell’omelia, in basilica, papa Francesco mette l’accento sul tema dello stupore, e dice che le palme e la croce stanno insieme, per questo «dobbiamo chiedere la grazia dello stupore. La vita cristiana, senza stupore, diventa grigiore. Come si può testimoniare la gioia di aver incontrato Gesù, se non ci lasciamo stupire ogni giorno dal suo amore sorprendente, che ci perdona e ci fa ricominciare?». Diventa sorda la fede che perde lo stupore, «non sente più la meraviglia della grazia, non sente più il gusto del Pane di vita e della Parola, non percepisce più la bellezza dei fratelli e il dono del creato». Se non siamo più capaci di stupirci, forse è «perché la nostra fede è stata logorata dall’abitudine. Forse perché restiamo chiusi nei nostri rimpianti e ci lasciamo paralizzare dalle nostre insoddisfazioni. Forse perché abbiamo perso la fiducia in tutto e ci crediamo persino sbagliati. Ma dietro questi ‘forse’ c’è il fatto che non siamo aperti al dono dello Spirito, che è colui che ci dà la grazia dello stupore».(Fabio Zavattaro - Sir)  

Papa Francesco: “assicurare a tutti acqua potabile e servizi igienici”

22 Marzo 2021 - Città del Vaticano - “Per noi credenti, ‘sorella acqua’ non è una merce: è un simbolo universale ed è fonte di vita e di salute”. A ricordarlo è stato Papa Francesco al termine dell’Angelus di ieri – trasmesso in diretta streaming dalla Biblioteca privata del Palazzo apostolico – e alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, che si celebra oggi. “Troppi fratelli, tanti, tanti fratelli e sorelle hanno accesso a poca acqua e magari inquinata!”, ha sottolineato il Pontefice secondo il quale “è necessario assicurare a tutti acqua potabile e servizi igienici”. “Ringrazio e incoraggio quanti, con diverse professionalità e responsabilità, lavorano per questo scopo così importante”, ha poi aggiunto citando, ad esempio, l’Università dell’Acqua, “nella mia patria, a coloro che lavorano per portarla avanti e per far capire l’importanza dell’acqua. Grazie tante a voi argentini che lavorate in questa Università dell’Acqua”.

Vogliamo vedere Gesù

22 Marzo 2021 - Città del Vaticano - “È venuta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato”. Il tema dell’ora attraversa tutto il quarto Vangelo, a partire dalla risposta che Gesù dà a sua madre a Cana, durante il banchetto di nozze. È consapevole di avere una missione da compiere; sa che lui è il seme che nella terra muore per dare frutto, per rinascere e far germogliare una nuova vita. È venuta l’ora. Uomini e donne affollano le strade della città santa che vive l’attesa della Pasqua. Sono gli ultimi giorni terreni di Gesù e domenica prossima racconteremo la sua entrata nella città santa, accolto e salutato da giovani e meno giovani che agitano le palme. I Vangeli raccontano che sarà tradito, catturato, condannato a morte. Ma come sappiamo la storia non si ferma a venerdì, perché tre giorni il suo sepolcro sarà trovato vuoto, la pesante pietra rotolata. È la terza e ultima Pasqua vissuta da Gesù a Gerusalemme; i sommi sacerdoti hanno già deciso la sua sorte, hanno già costruito quel percorso che lo porterà a salire il Golgota. È venuta l’ora. In quei giorni Gerusalemme accoglie anche non ebrei, pagani che si sentivano attirati dalla religione di Israele, come quei greci che avvicinano Filippo. Forse lo vedono come uno di loro, infatti egli veniva da una città della Galilea, Betsaida, abitata da molti greci, e greco è il suo nome, così gli chiedono: “vogliamo vedere Gesù”. Filippo va dal fratello Andrea, altro nome greco, e insieme vanno da Gesù. La domanda nasconde il desiderio di conoscere il “rabbi” di cui tutti parlano. Quei greci hanno ascoltato i racconti di guarigioni, del suo modo autorevole di rivolgersi a dotti e sacerdoti, di come guarda con amore poveri e sofferenti: quanto scalpore deve aver fatto la resurrezione di Lazzaro. Un uomo di successo, diremmo oggi, da copertina dei settimanali patinati, anche “uomo dell’anno” per qualche rivista. Un successo che inquietava il mondo religioso del tempo. A Cana non era ancora il momento, ora sì “è venuta l’ora”. Papa Francesco è nella biblioteca del Palazzo apostolico, non ci sono persone in piazza san Pietro. Sarà un’altra Pasqua senza folle, ma intenso e struggente silenzio. “Vogliamo vedere Gesù” chiedono i greci a Filippo. Parole che vanno al di là dell’episodio particolare e rivelano un desiderio che attraversa epoche e culture. La risposta del Signore è motivo di riflessione, in quanto egli parla del “seme nascosto pronto a morire per dare molto frutto. Come a dire: se volete conoscermi e capirmi, guardate il chicco di grano che muore nel terreno, cioè guardate la croce”. Anche oggi chi vuole vedere Gesù, il primo e più comune segno che incontra è il crocifisso: “nelle chiese, nelle case dei cristiani, anche portato sul proprio corpo. L’importante – dice il Papa – è che il segno sia coerente con il Vangelo: la croce non può che esprimere amore, servizio, dono di sé senza riserve: solo così essa è veramente l’’albero della vita’, della vita sovrabbondante”. Ecco la grande responsabilità delle comunità cristiane: “anche noi dobbiamo rispondere con la testimonianza di una vita che si dona nel servizio. Si tratta di seminare semi di amore non con parole che volano via, ma con esempi concreti, semplici e coraggiosi. Non con condanne o gesti clamorosi”. Trascurare la parola del Signore, il risultato può essere solo distruzione e ingiustizia. Ma Dio scrive dritto sulle righe storte della nostra condizione umana. “Con la sua grazia, ci fa portare frutto, anche quando il terreno è arido a causa di incomprensioni, difficoltà o persecuzioni, o pretese di legalismi o moralismi clericali. Questo è terreno arido”. Proprio “nella prova e nella solitudine”, dice Francesco, “mentre il seme muore, è il momento in cui la vita germoglia, per produrre frutti maturi a suo tempo. È in questo intreccio di morte e di vita che possiamo sperimentare la gioia e la vera fecondità dell’amore, che sempre si dà nello stile di Dio: vicinanza, compassione, tenerezza”. Così invita alla vicinanza, a non dimenticare le vittime innocenti della mafia, Nella Giornata della memoria e del ricordo chiede di “rinnovare il nostro impegno contro le mafie”, già condannate da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Sono “strutture di peccato”, afferma, “strutture mafiose, contrarie al Vangelo di Cristo, scambiano la fede con l’idolatria”. (Fabio Zavattaro – Sir)

Rallegriamoci, Gesù è con noi: la domenica del Papa

15 Marzo 2021 - Città del Vaticano - Rallegrati. È l’imperativo che ci accoglie, è l’antifona di ingresso, nella celebrazione di questa quarta domenica di Quaresima, domenica laetare che si è celebrata ieri. Ci viene chiesto di gioire perché siamo prossimi al tempo di Pasqua, e sappiamo che il tempo non è fermo al venerdì della passione, ma è segnato dalla domenica di resurrezione. Rallegriamoci, dunque, di fronte all’amore di Dio che ha inviato il figlio unigenito “perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Siamo oltre la metà del tempo di Quaresima e dalla liturgia ci viene l’invito alla speranza. Nel libro delle Cronache si narra l’ira del Signore, che punisce il peccato di Israele con la distruzione di Gerusalemme, e con l’esilio; ma anche la grande misericordia, il dono della salvezza a opera di Ciro re di Persia. Nella lettera agli Efesini, san Paolo scrive di “Dio ricco di misericordia”, il quale proprio “per il grande amore con il quale ci ha amato” ci ha salvati, ci ha risuscitati. E Giovanni, nel Vangelo, ricorda che Dio ha mandato il figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Interrompendo per un momento l’austerità del tempo di Quaresima, la liturgia ci invita alla letizia, alla gioia, e alla speranza. E questo vale per tutti, soprattutto per quei popoli che sono vittime di guerre e violenze. Così papa Francesco ricorda che «dieci anni fa iniziava il sanguinoso conflitto in Siria, che ha causato una delle più gravi catastrofi umanitarie del nostro tempo»: morti, feriti, milioni di profughi, migliaia di scomparsi; distruzioni e violenze di ogni genere e «immani sofferenze per tutta la popolazione, in particolare per i più vulnerabili, come i bambini, le donne e le persone anziane». Come già nel suo ultimo viaggio in Iraq, il Papa rinnova l’appello alla pace e l’invito a un nuovo impegno della comunità internazionale affinché siano «deposte le armi, e si possa ricucire il tessuto sociale e avviare la ricostruzione e la ripresa economica». Rallegrati. Vale per i poveri, le persone sole e abbandonate: la vittoria del bene sul male deve risuonare ovunque, e ridare speranza anche là dove violenza e aggressività rischiano di stravolgere la vita delle persone. Nel dialogo con Nicodemo, un fariseo, che va a trovarlo di notte, Gesù mette in crisi le aspettative di chi, come Nicodemo, attendeva un Messia, «uomo forte che avrebbe giudicato il mondo con potenza». Invece, Gesù si presenta sotto l’aspetto «del figlio dell’uomo esaltato sulla croce; del figlio di Dio mandato nel mondo per la salvezza»; e sotto l’aspetto della «luce che distingue chi segue la verità da chi segue la menzogna». Nicodemo pensa di poter portare dalla sua parte Gesù, ma lo va a trovare di notte, per non essere visto; crede, ma non ha il coraggio di andare fino in fondo, di accettare ciò che comporta una scelta radicale. È un uomo in ricerca, ma è ancora nell’oscurità, nella notte. Nicodemo, in fondo, è come tutti noi. Anche a lui, come a tutti noi, Gesù dice “rallegrati”. Veniamo ai tre aspetti indicati dal Papa. Giovanni vede nella passione e morte, lui testimone sotto la croce, un innalzamento, cioè un modo per far vedere la gloria del Signore, in un momento in cui sembra che sia il male e la morte ad avere la vittoria sul bene e sulla vita. La missione di Gesù, afferma papa Francesco all’Angelus, «è missione di salvezza per tutti»; è il secondo aspetto. Infine, la luce che distingue la verità dalla menzogna. La venuta di Gesù, dice papa Francesco, provoca una scelta: «chi sceglie le tenebre va incontro a un giudizio di condanna, chi sceglie la luce avrà un giudizio di salvezza. Il giudizio sempre è la conseguenza della scelta libera di ciascuno: chi pratica il male cerca le tenebre, il male sempre si nasconde, si copre. Chi fa la verità, cioè pratica il bene, viene alla luce, illumina le strade della vita. Chi cammina nella luce, chi si avvicina alla luce, non può fare altro che buone opere”. Questo è l’impegno cui siamo chiamati in Quaresima: “accogliere la luce nella nostra coscienza, per aprire i nostri cuori all’amore infinito di Dio, alla sua misericordia piena di tenerezza e di bontà, al suo perdono». Senza dimenticare, ci dice il Papa, che «Dio perdona sempre se noi con umiltà chiediamo il perdono. Basta soltanto chiedere il perdono, e lui perdona”. Il perdono di Dio «rigenera e dà vita». (Fabio Zavattaro - Sir)    

Papa Francesco: “la migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare”

8 Marzo 2021 -

Città del Vaticano - «La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare». Papa Francesco è atterrato da poche ore a Ciampino dopo una tre giorni in una delle terre più martoriate: l’Iraq. Durante il volo di ritorno, parlando con i giornalisti che lo hanno accompagnato ha detto che la gente irachena «non ha nessuno dei due, perché’ non possono non migrare, non sanno come farlo. E non possono migrare perché’ il mondo ancora non ha preso coscienza che la migrazione è un diritto umano». La volta scorsa – ha continuato il pontefice – un sociologo italiano, parlando dell’inverno demografico in Italia «mi diceva che entro quarant’anni dovremo ’importare’ stranieri perché’ lavorino e paghino le tasse delle nostre pensioni. In Francia sono stati più furbi, sono andati avanti di dieci anni con la legge a sostegno della famiglia, il loro livello di crescita è molto grande». «Ma la migrazione la si vive come un’invasione», ha aggiunto: “«Ieri ho voluto ricevere dopo la messa, perché lui lo ha chiesto, il papà di Alan Kurdi, questo bambino, che è un simbolo: per questo io ho regalato la scultura alla Fao. È un simbolo che va oltre un bambino morto nella migrazione, un simbolo di civiltà che muoiono, che non possono sopravvivere, un simbolo di umanità. Servono urgenti misure perché la gente abbia lavoro nei propri Paesi e non debba migrare. E poi misure per custodire il diritto di migrazione. È vero che ogni Paese deve studiare bene la capacità di ricevere, perché non è soltanto la capacità di ricevere e lasciarli sulla spiaggia. È riceverli, accompagnarli, farli progredire e integrarli. L’integrazione dei migranti è la chiave». Il papa ha quindi ringraziato «i Paesi generosi che ricevono i migranti: il Libano che ha, credo, due milioni di siriani; la Giordania è generosissima: più di un milione e mezzo di migranti. Grazie a questi Paesi generosi! Grazie tante!”. (Raffaele Iaria)

Un cambiamento dei cuori

8 Marzo 2021 - Città del Vaticano - Erbil, Mosul, Ninive. Nomi che non facciamo fatica a ricordare per la tragedia hanno vissuto solo pochi anni fa, per le ferite che i terroristi dell’Isis hanno inferto a chiese e moschee, per le uccisioni e le violenze sulla popolazione. A Erbil il grande campo profughi ha accolto i rifugiati siriani e oltre 540 mila sfollati iracheni in fuga da Qaraqosh e Mosul occupate. Quest’ultima nei secoli è stata una straordinaria mescolanza di etnie e religioni, fino a quando non è diventata, per tre anni, la capitale del sedicente Stato islamico; da qui sono fuggite almeno 500 mila persone, di cui 120 mila cristiani. Papa Francesco è nella piazza delle Quattro chiese – siro-cattolica, siriaco-ortodossa, armena-ortodossa, e caldea – per la preghiera per le vittime della guerra: «Ti affidiamo coloro, la cui vita terrena è stata accorciata dalla mano violenta dei loro fratelli, e ti imploriamo anche per quanti hanno fatto del male ai loro fratelli e alle loro sorelle: si ravvedano, toccati dalla potenza della tua misericordia». Bacia una croce costruita con pezzi della chiesa di Karamles bruciata dall’Isis, e libera una colomba in segno di pace, nel luogo dove l’Isis aveva minacciato di invadere Roma e mettere la sua bandiera sulla cupola di San Pietro. «Se Dio è il Dio della vita - e lo è - a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace - e lo è - a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore - e lo è - a noi non è lecito odiare i fratelli». Il potere dei segni, come l’abbraccio, virtuale, del Papa a Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Alan, l’immagine del piccolo corpo sulla spiaggia turca ha fatto il giro del mondo, morto con la madre e il fratello mentre tentava di raggiungere l’Europa. Ancora una volta Francesco chiede un cambio di mentalità, prega perché tornino i cristiani nelle loro città: «vi incoraggio a non dimenticare chi siete e da dove venite» dice a Qaraqosh, dove l’aiuto della Chiesa e della comunità internazionale nella ricostruzione ha permesso il rientro di poco più del 40 per cento di quanti vi abitavano nell’agosto del 2014. Chiede di «custodire i legami che vi tengono insieme, custodire le vostre radici». È davanti la chiesa dell’Immacolata concezione, profanata dagli uomini dell’Isis che hanno bruciato mobili, registri e libri sacri, e hanno utilizzato il coro come poligono di tiro: «il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Dio e a suo figlio, vincitore del peccato e della morte». In questa terza domenica di Quaresima il libro dell’Esodo, la prima lettura, ci ricorda che Dio, al popolo ebraico che attraversa il mar Rosso, dona dieci parole, tre riguardano la relazione con Dio e sette il rapporto con i nostri fratelli. Come dire, si deve vivere bene con Dio, ma per questo è necessario vivere bene con il nostro prossimo. Perdono e conversione sono le due parole proprie del tempo liturgico che stiamo vivendo. I santi sono il punto di riferimento, afferma il Papa che ricorda: «per diventare beati non bisogna essere eroi ogni tanto, ma testimoni ogni giorno». È il Vangelo delle Beatitudini che cambia davvero il mondo, non il potere o la forza. Per questo dice: «non smettere di sognare, non arrendetevi, non perdete la speranza». Il perdono è la parola chiave, necessario, dice, «da parte di coloro che sono sopravvissuti agli attacchi terroristici»; necessario «per rimanere nell’amore, per essere cristiani». Conversione, dunque, perché «serve la capacità di perdonare e nello stesso tempo il coraggio di lottare» per portare «pace in questa terra». Quando Gesù caccia i mercanti dal tempio, è il Vangelo di questa domenica, pone in primo piano la necessità di un cambiamento radicale anche nei nostri cuori, vero tempio di Dio. In questo tempo che ci accompagna alla Pasqua, Gesù entra nei nostri cuori e manda all’aria le bancarelle delle nostre piccolezze e meschinità. Per questo, concludendo la sua giornata nella piana di Ninive, luogo di sofferenze, di ferite di privazioni, Francesco prega «per la conversione dei cuori, per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e dell’amore fraterno, nel rispetto delle differenze, delle diverse tradizioni religiose, nello sforzo di costruire un futuro di unità e collaborazione tra tutte le persone di buona volontà». (Fabio Zavattaro - Sir)    

Papa Francesco agli iracheni: “in questi tempi duri di pandemia, aiutiamoci a rafforzare la fraternità”

4 Marzo 2021 - Città del Vaticano - «Cari fratelli e sorelle, ho tanto pensato a voi in questi anni, a voi che molto avete sofferto, ma non vi siete abbattuti». Così Papa Francesco nel videomessaggio inviato agli iracheni alla vigilia del suo viaggio apostolico nel Paese, che si svolgerà da domani a lunedì, 8 marzo. «A voi, cristiani, musulmani; a voi, popoli, come il popolo yazida, gli yazidi, che hanno sofferto tanto, tanto; tutti fratelli, tutti» ha detto: «ora vengo nella vostra terra benedetta e ferita come pellegrino di speranza. Da voi, a Ninive, risuonò la profezia di Giona, che impedì la distruzione e portò una speranza nuova, la speranza di Dio. Lasciamoci contagiare da questa speranza, che incoraggia a ricostruire e a ricominciare». «E in questi tempi duri di pandemia aiutiamoci a rafforzare la fraternità, per edificare insieme un futuro di pace», ha sottolineato: «Insieme, fratelli e sorelle di ogni tradizione religiosa. Da voi, millenni fa, Abramo incominciò il suo cammino. Oggi sta a noi continuarlo, con lo stesso spirito, percorrendo insieme le vie della pace! Per questo su tutti voi invoco la pace e la benedizione dell’Altissimo. E a tutti voi chiedo di fare lo stesso di Abramo: camminare nella speranza e mai lasciare di guardare le stelle. E a tutti chiedo per favore di accompagnarmi con la preghiera. Shukran!».  

Combattere contro il male

22 Febbraio 2021 - Città del Vaticano - Prima domenica di Quaresima. Quaranta giorni, il tempo dell’attesa, della purificazione. Cifra simbolica: quaranta sono i giorni, e le notti, che Noè trascorre nell’arca durante il diluvio; quaranta i giorni che Mosè passa sul monte Sinai, per accogliere la legge e in questo tempo digiuna. Quaranta gli anni che il popolo di Israele impiega per raggiungere dall’Egitto la terra promessa: «un lungo periodo di formazione per diventare popolo di Dio» diceva Papa Benedetto XVI nella Quaresima del 2012. Il profeta Elia impiega quaranta giorni per raggiungere il monte Oreb dove incontra Dio. Quaranta sono i giorni che Gesù trascorre nel deserto, il luogo del silenzio, e delle tentazioni. Il luogo dove Dio «parla al cuore dell’uomo», dove «sgorga la risposta della preghiera, cioè il deserto della solitudine, il cuore staccato da altre cose e solo in quella solitudine si apre alla Parola di Dio» afferma papa Francesco all’Angelus di ieri. Mercoledì le ceneri sul nostro capo, inizio della Quaresima, atto che ci ricorda come tutta la nostra esistenza è simile alla cenere, polvere che consuma sicurezze, orgoglio. Polvere come la sabbia del deserto. È nel deserto che Gesù «rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano», come leggiamo in Marco. Il deserto rappresenta la nostra vita, in un certo senso, con le sue difficoltà e le sue debolezze, con la nostra volontà di ascoltare e la nostra incapacità di resistere alle tentazioni. Il deserto è il luogo del silenzio, della povertà; il luogo dove l’uomo è solo, privato di tutto e bisognoso di tutto.  «Ma è anche il luogo della prova e della tentazione – dice Francesco – dove il tentatore, approfittando della fragilità e dei bisogni umani, insinua la sua voce menzognera, alternativa a quella di Dio, una voce alternativa che ti fa vedere un’altra strada, un’altra strada di inganno. Il tentatore seduce». È nel deserto che inizia il “duello” tra Gesù e il maligno che si concluderà con la Passione e la croce, dice il Papa: «tutto il ministero di Cristo è una lotta contro il Maligno nelle sue molteplici manifestazioni: guarigioni dalle malattie, esorcismi sugli indemoniati, perdono dei peccati. È una lotta». Luogo di morte il deserto, non c’è acqua, non si può coltivare nulla, non c’è vita, e forse viene meno anche la speranza. Eppure, è il luogo dove proprio l’essere privati di tutto porta ad affidarsi totalmente al Signore, diventando così il luogo del dialogo con Dio, come ci ricorda la liturgia. Ricorda il Papa: «nelle tentazioni Gesù mai dialoga con il diavolo. Nella sua vita Gesù mai ha fatto un dialogo con il diavolo. O lo scaccia via dagli indemoniati o lo condanna o fa vedere la sua malizia ma mai un dialogo». Anche nel deserto non c’è dialogo tra Gesù e il diavolo: questi fa tre proposte e Gesù «non risponde con le sue parole. Risponde con la Parola di Dio, con tre passi della Scrittura». Mai dialogare con il tentatore, ribadisce Francesco, altrimenti saremo sconfitti: «non c’è dialogo possibile» con il tentatore. Così la morte sul Calvario non è la vittoria del diavolo, ma «l’ultimo deserto da attraversare per sconfiggere definitivamente Satana e liberare tutti noi dal suo potere. E così Gesù ha vinto nel deserto della morte per vincere nella Risurrezione», afferma il Papa che dice: «il nemico è lì accovacciato». Il deserto non è solo territorio presente in alcuni luoghi del mondo, è anche nella nostra vita quotidiana. Non luogo fisico, dunque, «ma dimensione esistenziale in cui fare silenzio, metterci in ascolto della parola di Dio, perché si compia in noi la vera conversione». Ci sono giornate in cui non siamo capaci di avvicinare l’altro, di tendere la mano a chi chiede il nostro aiuto. Ma è proprio in questo deserto che facciamo la prova dell’ascolto della parola di Dio, quando ci troviamo a rispondere alla domanda di fondo: che cosa conta davvero nella mia vita? «Gesù nel deserto ci ricorda che la vita del cristiano, sulle orme del Signore, è un combattimento contro lo spirito del male». Gesù ha vinto il male. «Dobbiamo essere consapevoli della presenza di questo nemico astuto», afferma il Papa, e dobbiamo «prepararci a difenderci da lui e a combatterlo”. La Pasqua «è la vittoria definitiva di Gesù contro il Maligno, contro il peccato e contro la morte». (Fabio Zavattaro - Sir)    

La compassione di Dio

15 Febbraio 2021 - Città del Vaticano - Dopo l’indemoniato nella Sinagoga di Cafarnao, dopo la suocera di Simone, Marco, nel suo Vangelo, ci descrive una nuova guarigione, e ci mostra il clima nuovo che nasceva al suo passaggio: “venne a Gesù un lebbroso”. Davvero strano che un lebbroso osasse avvicinarsi a Gesù, superando un abissale distanza garantita dalla legge: il libro del Levitico lo dichiarava impuro, ne descriveva gli abiti che doveva indossare e lo obbligava a dichiararsi impuro; solo un sacerdote poteva liberarlo da questa condizione. Ma per Gesù niente è così grave e terribile da allontanare qualcuno definitivamente da Dio. E la richiesta del lebbroso – “se vuoi, puoi purificarmi” – è più di una semplice guarigione corporale; egli vuole essere reintegrato nella vita sociale e religiosa. Bisogna anche ricordare che il termine lebbra – il morbo di Hansen fu scoperto solo nel 1871 – nella Bibbia aveva un’accezione più ampia, indicando tutta una serie di mali della pelle, marchio visibile di una colpa commessa, dunque castigo di Dio a seguito di un peccato commesso. Ma da chi poteva andare questo malato se non da Gesù, che mangia con i pubblicani, con i peccatori; che non ha paura del contagio, perché niente per lui è impuro, e lo vince con la vicinanza, con il suo stendere la mano per far alzare il malato. La lebbra, per l’antica legge ebraica, era considerata non solo malattia ma la più grave forma di impurità. Nella lebbra, ricordava Benedetto nel 2009, si può intravvedere un simbolo del peccato “che è la vera impurità del cuore, capace di allontanarci da Dio”. Non è la malattia fisica della lebbra “a separarci da lui, ma la colpa, il male spirituale e morale”. Gesù, dunque, si lascia avvicinare, si commuove e “stese la mano e lo toccò”: impensabile gesto. Ma così, dice il Papa all’Angelus “realizza la Buona Notizia che annuncia: Dio si è fatto vicino alla nostra vita, ha compassione per le sorti dell’umanità ferita e viene ad abbattere ogni barriera che ci impedisce di vivere la relazione con lui, con gli altri e con noi stessi”. Gesù si è avvicinato al lebbroso, ha avuto compassione e tenerezza. Vicinanza, compassione e tenerezza, sono le tre parole che per il Papa “indicano lo stile di Dio”. Nel racconto di Marco leggiamo inoltre due trasgressioni, afferma il vescovo di Roma. La prima è quella del lebbroso: “nonostante le prescrizioni della Legge, egli esce dall’isolamento e viene da Gesù” e in lui “può vedere un altro volto di Dio: non il Dio che castiga, ma il Padre della compassione e dell’amore, che ci libera dal peccato e mai ci esclude dalla sua misericordia”. Qui Francesco ha un pensiero per i tanti confessori “che non sono con la frusta in mano, ma soltanto per ricevere, ascoltare, e dire che Dio è buono e che Dio perdona sempre, che Dio non si stanca di perdonare”. Il secondo trasgressore, per il Papa, è Gesù stesso che non rispetta la legge: “è vero, è un trasgressore. Non si limita alle parole, ma lo tocca. E toccare con amore significa stabilire una relazione, entrare in comunione, coinvolgersi nella vita dell’altro fino a condividerne anche le ferite”. Gesù mostra che Dio “non è indifferente”, non si tiene a “distanza di sicurezza”; ha compassione “si avvicina e tocca la nostra vita per risanarla con tenerezza”. Anche oggi ci sono persone che soffrono per questa malattia o per condizioni “cui è associato un pregiudizio sociale”, dice il Papa all’Angelus, nel quale fa gli auguri ai fidanzati per San Valentino e dice: “che bella la piazza con il sole”. Anche a noi “può capitare di sperimentare ferite, fallimenti, sofferenze, egoismi che ci chiudono a Dio e agli altri. Perché il peccato ci chiude in noi stessi. Dinanzi a tutto questo, Gesù ci annuncia che Dio non è un’idea o una dottrina astratta, ma Colui che si ‘contamina’ con la nostra umanità ferita e non ha paura di venire a contatto con le nostre piaghe”. Per rispettare “le regole della buona reputazione e delle consuetudini sociali”, noi, invece, spesso “mettiamo a tacere il dolore o indossiamo delle maschere che lo camuffano”, per i nostri egoismi o le nostre paure, e “non ci coinvolgiamo troppo nelle sofferenze degli altri”. Francesco ci chiede di vivere le trasgressioni del lebbroso e di Gesù, il cui amore “fa andare oltre le convenzioni, fa superare i pregiudizi e la paura di mescolarci con la vita dell’altro”. (Fabio Zavattaro)