Tag: Città del Vaticano

Diminuire e condividere

26 Luglio 2021 - Città del Vaticano - “I giovani corrono veloci, ma gli anziani conoscono la strada”. Otto anni fa, proprio in questi giorni, si celebrava a Rio de Janeiro la Giornata mondiale della gioventù, e papa Francesco proponeva ai ragazzi queste parole, per dire la necessità di tenere unite le generazioni, soprattutto in un tempo come il nostro, dove la cultura dello scarto emargina chi non è più in grado di offrire il proprio contributo. In questa domenica, prima Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, Papa Francesco torna a proporre questo legame, per dire che i nonni “hanno avuto occhi attenti, colmi di tenerezza”. È monsignor Rino Fisichella che presiede, al posto del Papa, la celebrazione in San Pietro e legge l’omelia preparata da Francesco. Tutti siamo passati, scrive ancora il Papa, “dalle ginocchia dei nonni, che ci hanno tenuti in braccio. È anche grazie a questo amore che siamo diventati adulti”. Omelia e Angelus, quest’ultimo recitato dal Papa dalla finestra dello studio del Palazzo Apostolico, dedicati alla pagina evangelica della moltiplicazione dei pani e dei pesci, anche se, è Francesco a ricordarlo, dovremmo evitare di utilizzare il verbo moltiplicare: “nei Vangeli non compare mai il verbo ‘moltiplicare’. Anzi, i verbi utilizzati sono di segno opposto: spezzare, dare, distribuire. Il vero miracolo, dice Gesù, non è la moltiplicazione che produce vanto e potere, ma la divisione, la condivisione, che accresce l’amore e permette a Dio di compiere prodigi”. L’episodio narrato da Giovanni, ma anche dagli altri evangelisti, per il Papa può essere riassunto in tre verbi: vedere – “Gesù non è indifferente o indaffarato, ma avverte i morsi della fame che attanaglia l’umanità stanca”; vede e “vuole sfamare la nostra fame di vita, di amore e di felicità” – condividere – “c’è bisogno di una nuova alleanza tra giovani e anziani, di condividere il tesoro comune della vita, di sognare insieme, di superare i conflitti tra generazioni per preparare il futuro di tutti” – custodire – “i nonni e gli anziani non sono degli avanzi di vita, degli scarti da buttare. Sono quei pezzi di pane preziosi rimasti sulla tavola della nostra vita, che possono ancora nutrirci con una fragranza che abbiamo perso, ‘la fragranza della memoria’”. All’Angelus Francesco guarda al gesto del ragazzo, di cui non conosciamo il nome, che ha donato i suoi pani e i suoi pesci, per dire: “il Signore può fare molto con il poco che gli mettiamo a disposizione”. Ancora, “Dio ama agire così: fa cose grandi a partire da quelle piccole, gratuite”. Noi, afferma ancora il vescovo di Roma, “cerchiamo di accumulare e di aumentare quel che abbiamo; Gesù invece chiede di donare, di diminuire. Noi amiamo aggiungere, ci piacciono le addizioni; a Gesù piacciono le sottrazioni, il togliere qualcosa per darlo agli altri”. Con il racconto del miracolo compiuto da Gesù, l’evangelista ci mette di fronte a una verità che è sotto i nostri occhi: basta il poco che abbiamo per sconfiggere la fame; un poco di amore e di compassione per vincere la solitudine, la sofferenza; un poco di beni materiali per aiutare chi è nelle difficoltà; un poco del nostro tempo per portare un sorriso a chi si sente emarginato, escluso. L’importante è mettere quel poco nelle mani del Signore, affidarsi a lui e non rinchiuderci nel nostro egoismo. Nei giorni scorsi si è svolta a Roma il pre-vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari, e il Papa, pur non riferendosi esplicitamente a questo evento, ricorda che “anche oggi il moltiplicarsi dei beni non risolve i problemi senza una giusta condivisione”. La tragedia della fame nel mondo: “è stato calcolato che ogni giorno nel mondo circa settemila bambini sotto i cinque anni muoiono per motivi legati alla malnutrizione. Non hanno il necessario per vivere. Di fronte a scandali come questi Gesù rivolge anche a noi un invito, un invito simile a quello che probabilmente ricevette il ragazzo del Vangelo, che non ha nome e nel quale possiamo vederci tutti noi: coraggio, dona il poco che hai, i tuoi talenti e i tuoi beni, mettili a disposizione di Gesù e dei fratelli. Non temere, nulla andrà perso, perché, se condividi, Dio moltiplica. Scaccia la falsa modestia di sentirti inadeguato, fidati. Credi nell’amore, nel potere del servizio, nella forza della gratuità”. (Fabio Zavattaro – Sir)  

Athletica Vaticana: “modifica motto olimpico nello stile inclusivo e solidale della Fratelli tutti”

21 Luglio 2021 - Città del Vaticano - Tokyo 2020 “inizia nel segno solidale suggerito dall’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco”. Lo afferma Athletica Vaticana, commentando la ratifica ufficiale da parte del Cio durante la 138ª sessione del Comitato a Tokyo, della modifica dello storico motto olimpico “citius, altius, fortius”, che con l’aggiunta dell’aggettivo “communis” è diventato “citius, altius, fortius, communis”, in inglese “faster, higher, stronger, together”. “Communis” deriva da “cum munus”, ossia “dono reciproco”, spiega in un comunicato Athletica Vaticana, perché “solo con uno stile solidale – insieme – si potrà uscire migliori dalla crisi. Anche attraverso lo sport”. Come ha più volte spiegato il card. Gianfranco Ravasi, questa idea del presidente del Cio Thomas Bach – che ha anche informato Papa Francesco – riguarda da vicino l’associazione sportiva vaticana. La parola latina più corretta – ha fatto presente il cardinale in diverse sedi – sarebbe in realtà “simul”, ma il Cio temeva che si potesse accostare all’espressione “simulazione”, tutt’altro che positiva. Di qui la scelta di “communis” anche se per Ravasi sarebbe stata più corretta la forma avverbiale “communiter”. “Simul currebant” (dal Vangelo di Giovanni: Pietro e Giovanni “correvano insieme”) e “We Run Together” sono i motti di Athletica Vaticana. Il Cio, prosegue l’associazione sportiva, “si è mosso su questa stessa linea inclusiva e solidale nella scelta delle parole per il motto olimpico”. Nel ricordare l’udienza concessa lo scorso 29 maggio da Papa Francesco ad una delegazione di Athletica Vaticana, una settimana prima della partenza per i Campionati di atletica leggera dei Piccoli Stati d’Europa a San Marino, l’associazione ricorda il dono al Pontefice del testimone con la scritta “Simul currebant” ed augura “buon Olimpiade a tutti – soprattutto a chi rappresenta le realtà più piccole e povere (come il team dei rifugiati) – con un grande incoraggiamento a chi sta faticando e soffrendo nella grande ‘gara della vita”

Quello che serve è l’essenziale

12 Luglio 2021 - Città del Vaticano - La prima volta di papa Francesco, Angelus dal Policlinico Gemelli, da quel Vaticano terzo che ha visto, 22 volte, Giovanni Paolo II rivolgersi alle persone presenti nel piazzale dell’ospedale, nel corso dei suoi dieci ricoveri, il primo, il 13 maggio 1981. Tre anni più tardi, 11 febbraio 1984, ecco la Lettera apostolica Salvifici doloris, sul significato e valore della sofferenza, nella quale afferma: “il Redentore stesso ha scritto il Vangelo della sofferenza con la propria sofferenza assunta per amore, affinché l’uomo non muoia ma abbia la vita eterna”. E ancora: “nella sofferenza, dunque, si nasconde una forza particolare che avvicina interiormente l’uomo a Cristo […] nella sofferenza si diventa un uomo completamente nuovo”. Quando il corpo è “profondamente malato, inabile e l’uomo è quasi incapace di vivere ed agire, tanto più si mettono in evidenza l’interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali”. Potremmo definirle parole profetiche pensando agli ultimi anni del pontificato wojtyliano quando il male lo bloccò nei movimenti, prima di impedirgli anche di parlare. È quel Vangelo “superiore”, come dirà all’Angelus il 29 maggio 1994, di ritorno in Vaticano dopo l’operazione al femore, appunto il “Vangelo della sofferenza”. Nei suoi ultimi giorni di malattia e sofferenza Giovanni Paolo II ha insegnato a credenti e non credenti la dignità della persona umana malata e sofferente. Papa Francesco aggiunge altro significato a quel valore salvifico della sofferenza. Angelus che recita dal balconcino del decimo piano del Gemelli, avendo accanto alcuni malati, commenta il Vangelo di Marco, l’invio a due a due dei discepoli, i quali “ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. Subito il pensiero va al sacramento dell’unzione dei malati “che dà conforto allo spirito e al corpo”; ma quest’olio, dice Francesco, “è anche l’ascolto, la vicinanza, la premura, la tenerezza di chi si prende cura della persona malata: è come una carezza che fa stare meglio, lenisce il dolore e risolleva. Tutti noi, tutti, abbiamo bisogno prima o poi di questa ‘unzione’ della vicinanza e della tenerezza, e tutti possiamo donarla a qualcun altro, con una visita, una telefonata, una mano tesa a chi ha bisogno di aiuto. Ricordiamo che, nel protocollo del giudizio finale – Matteo 25 – una delle cose che ci domanderanno sarà la vicinanza agli ammalati”. Quindi è saluto, apprezzamento e incoraggiamento a medici e operatori sanitari del Gemelli e di tutti gli ospedali per il loro lavoro; e preghiera per i malati, per i bambini malati – “perché soffrono i bambini è una domanda che tocca il cuore” – per tutti i malati “specialmente per quelli in condizioni più difficili: nessuno sia lasciato solo, ognuno possa ricevere l’unzione dell’ascolto, della vicinanza, della tenerezza, e della cura”. L’Angelus è anche occasione, per il vescovo di Roma, di sottolineare l’importanza di un buon servizio sanitario “accessibile a tutti, come c’è in Italia e in altri Paesi. Un servizio sanitario gratuito, che assicuri un buon servizio accessibile a tutti. Non bisogna perdere questo bene prezioso. Bisogna mantenerlo”. E impegnarsi tutti, anche nella chiesa; dice il Papa: accade “a volte che qualche istituzione sanitaria, per una non buona gestione, non va bene economicamente, e il primo pensiero che ci viene è venderla. Ma la vocazione, nella Chiesa, non è avere dei quattrini, è fare il servizio, e il servizio sempre è gratuito”. La pagina di Marco è anche occasione per riflettere sulla scelta dell’essenziale per il discepolo, quell’andare con il minimo indispensabile – “nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura” – avendo con sé l’unica indispensabile lettura, cioè il Vangelo. “Quello che non mi serve, mi pesa”, diceva Madre Teresa di Calcutta alla persona che voleva lasciarle in dono una casa. Il pellegrino nel suo andare non ha inutili fardelli, pesi in grado di rallentare la sua andatura. È un andare senza sicurezze, sprovveduti di tutto; solo il bastone, i sandali e una sola tunica. L’essenzialità che Francesco, il poverello di Assisi, abbraccia spogliandosi dei suoi beni, e che papa Francesco ripropone sin dai suoi primi interventi, all’indomani della sua elezione. (Fabio Zavattaro)  

Domenica la Giornata per la Carità del Papa

24 Giugno 2021 - Città del Vaticano - È fissata per domenica 27 giugno la Giornata per la carità del Papa durante la quale, in tutte le Diocesi del mondo, viene raccolto il cosiddetto Obolo di San Pietro, particolarmente prezioso in un tempo di crisi come quello che siamo costretti a vivere. Grazie alle donazioni di tutti sarà possibile realizzare quei progetti che portano concretamente la vicinanza di Papa Francesco a quanti stanno soffrendo a causa della pandemia: nella crisi c’è bisogno di un cambiamento, e la Chiesa è in prima linea in tutto il mondo nel fronteggiare le conseguenze del Coronavirus, fornendo assistenza umanitaria e sanitaria attraverso le Chiese locali. Con il termine Obolo di San Pietro si indica l’aiuto economico che i fedeli offrono al Santo Padre come segno di adesione alla sollecitudine del Successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità in favore dei più bisognosi. Il contributo si manifesta in due modi: nel finanziare le tante attività di servizio svolte dalla Curia di Roma (formazione del clero, comunicazione, promozione dello sviluppo umano integrale, dell’educazione, della giustizia) e nel contribuire alle opere di assistenza materiale diretta ai più bisognosi. L’Obolo ha una duplice finalità: il sostegno della missione universale del Successore di S. Pietro, il quale si avvale di un complesso di organismi che prendono il nome di Curia romana e di oltre cento Rappresentanze Pontificie sparse in tutto il mondo; in seconda battuta giunge il sostegno alle opere di carità del Papa a favore dei più bisognosi. L’utilizzo dei proventi Le offerte dei fedeli sono destinate al sostentamento delle attività del Santo Padre per tutta la Chiesa Universale. Tali attività sono quelle realizzate dalla Santa Sede. Il Papa, come Pastore di tutta la Chiesa, si preoccupa sia delle necessità di evangelizzazione (spirituali, educative, di giustizia, di comunicazione, di carità politica, di attività diplomatica) che delle necessità materiali di diocesi povere, istituti religiosi e fedeli in gravi difficoltà (poveri, bambini, anziani, emarginati, vittime di guerre e disastri naturali; aiuti particolari a Vescovi o Diocesi in necessità, educazione cattolica, aiuto a profughi e migranti). Per vigilare sulla massima efficienza della Curia e sulla destinazione degli aiuti ricevuti è stato in questi ultimi anni avviato un processo di riorganizzazione dei Dicasteri orientato a ridurre al massimo le spese di funzionamento interno in favore di quelle destinate agli interventi caritativi e missionari. Le spese preventivate per il 2021 sono le più basse della storia recente della Santa Sede, ma i risparmi sono stati fatti senza diminuire il servizio alla missione del Papa. Per rendere conto ai fedeli sparsi nel mondo di come vengono usate le risorse la Santa Sede ha presentato all’inizio di marzo il bilancio preventivo del 2021, spiegato dal Prefetto della Segreteria per l’Economia, Padre Juan Antonio Guerrero Alves disponibile sul sito obolodisanpietro.va, dove è anche possibile donare cliccando sul tasto giallo con la scritta “Dona ora”.  

Papa Francesco: il Mediterraneo è il più grande cimitero d’Europa

14 Giugno 2021 - Città del Vaticano – Ieri pomeriggio ad Augusta, in Sicilia, la cerimonia di accoglienza del relitto della barca naufragata il 18 aprile 2015. Questo “simbolo di tante tragedie del Mar Mediterraneo – ha detto Papa Francesco al termine dell’Angelus ieri mattina - continui a interpellare la coscienza di tutti e favorisca la crescita di un’umanità più solidale, che abbatta il muro dell’indifferenza. Pensiamoci: il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell’Europa”. Il relitto di quell'imbarcazione con a bordo 1000 migranti (solo 28 i superstiti) verrà esposto in maniera permanente nel porto della cittadina siciliana dopo essere rientrato da Venezia, dove era stato esposto per la Biennale del 2019. L’iniziativa di ieri sera è avvenuta all’interno delle celebrazioni per la Madonna della Stella Maris. A conclusione della cerimonia civile una concelebrazione eucaristica dei sacerdoti di Augusta con l’arcivescovo di Siracusa, Mons. Francesco Lomanto.

“Custodire”: una parola che sembra così lontana dalla realtà del Myanmar”. La testimonianza di G.R.

17 Maggio 2021 - Città del Vaticano - Papa Francesco ha aperto, ieri, l'omelia della messa con i fedeli del Myanmar con il verbo  custodire: "una parola che sembra così lontana dalla realtà del Myanmar dove ogni cosa che rappresenti un simbolo del regime militare è soggetto a distruzione e viceversa: ogni cosa che rappresenta una semplice idea diversa da quella del regime militare, viene vista come 'un nemico' da distruggere", dice G.R. da 30 anni nel sud est Asiatico con una grande passione per gli aspetti sociali e spirituali della regione e per la sua "meravigliosa gente". "Sembra che sia impossibile, a questo momento, qualsiasi dialogo tra le parti in conflitto e si gioca alla distruzione reciproca. E' proprio un segno della presenza del Male, della suo opera", aggiunge G. Il paese, entrato nella spirale di odio in seguito al colpo di stato del 1 Febbraio scorso, ha visto "cancellare riforme e sviluppo che sono iniziati dal 2015 fino ad oggi: in un 'battito di ciglio' è stato cancellato tutto un processo democratico per ritornare al vecchio, al ''già visto'', alla soppressione di ogni libertà. Gli interessi di parte, la sete di profitto e di potere hanno veramente preso il sopravvento in Myanmar e fatto ripiombare il paese in un clima di odio, di divisione, di impossibilità di dialogo". L'unità è il "richiamo principale" dell'omelia del Papa: "come se richiamasse tutta la Chiesa in Myanmar al fondamento dell'unità che è il fondamento della Chiesa: l'essere una cosa sola. Un richiamo non casuale probabilmente rivolto alla gerarchia del Myanmar, chiamata a stringersi intorno ai suoi pastori affinché abbiamo una linea comune e unitaria di confronto e di azione davanti al regime militare. Sia perché l'unità della Chiesa con i suoi pastori è fondamentale per ogni chiesa locale: ma anche perché non è scontata in un paese con 135 etnie riconosciute e presenti all'interno del popolo di Dio". G.R. ricorda che nell'omelia del Pontefice "c'è un chiaro richiamo a tutta la Chiesa ad essere testimone di Vangelo vissuto, della testimonianza dell'amore eroico che porta in sè la speranza cristiana. Un richiamo forte e un'indicazione precisa: solo con l'amore che testimonia Gesù Cristo vivo c'è l'unica via per non perdere la speranza in una nazione che è praticamente, in guerra e sull'orlo di una catastrofe umanitaria e sicuramente economica. E l'ultimo richiamo alle piaghe di Gesù, con cui si chiude l'omelia, possiamo dire che sia il richiamo alle innumerevoli piaghe del popolo e dei popoli del Myanmar che più di 70 anni sono piagati da una violenta classe dirigente militare aggrappata al potere che non disdegna, da 70 anni ormai, la violenza anche più brutale e crudele, pur di non cambiare corso". (R. Iaria)

I prigionieri di Lesbo

29 Aprile 2021 - Città del Vaticano - Crudele e irrazionale. Due parole, dette dall’associazione Medici senza frontiere, per riassumere l’assurdo tormento inflitto a oltre 6.000 migranti prigionieri, di fatto, nell’isola di Lesbo, Grecia. Famiglie, anziani, donne incinte e sole, bambini anche con gravissimi e documentati segni di disagio psichico, persone abusate: tutti in marcia da un campo all’altro. Obiettivo finale il concentramento a Moria 2, un campo sorto provvisoriamente dopo un incendio e che sembra, invece, destinato ad essere usato stabilmente come meta finale di tutti gli sciagurati che hanno avuto in sorte Lesbo nella loro fuga per la vita. L’inferno della migrazione globale ha anche i volti di tremila bambini — quasi tutti sotto i 12 anni — bloccati sull’isola dove l’ultimo campo considerato praticabile, quello di Kara Tepe, è stato «irrazionalmente e crudelmente» chiuso nei giorni scorsi. Lo denuncia non solo Medici senza frontiere ma anche un rapporto dell’Oxfam e del Greek refugees council. In mille marciano verso il ghetto di Moria 2. Presto saranno quasi 7.000 stipati là dentro. Vengono da Afghanistan, Siria, Somalia, hanno diritto ad asilo e protezione internazionale: invece Oxfam ne ha contati almeno 248 in detenzione, due dei quali sono morti. Nel centro di Magal Therma, dove si dovrebbero accudire le persone in quarantena per il covid, 13 ospiti sarebbero stati picchiati e ributtati a mare, verso la Turchia, denuncia l’Oxfam che lancia il richiamo all’Unione europea: il nuovo patto per le migrazioni non perpetui così tanto dolore. (Chiara Graziani - OR)  

Ucraina: appello di Papa Francesco

19 Aprile 2021 - Città del Vaticano - “Seguo con viva preoccupazione gli avvenimenti in alcune aree dell’Ucraina orientale, dove negli ultimi mesi si sono moltiplicate le violazioni del cessate il fuoco, e osservo con grande inquietudine l’incremento delle attività militari”. Così il Papa, al termine del Regina Coeli di ieri. “Per favore – ha detto Papa Francesco -, auspico fortemente che si eviti l’aumento delle tensioni e, al contrario, si pongano gesti capaci di promuovere la fiducia reciproca e favorire la riconciliazione e la pace, tanto necessarie e tanto desiderate”. “Si abbia a cuore – ha concluso - anche la grave situazione umanitaria in cui versa quella popolazione, alla quale esprimo la mia vicinanza e per la quale vi invito a pregare”.  

È risorto!

6 Aprile 2021 - Città del Vaticano - Una settimana nella quale abbiamo accompagnato Gesù mentre entrava a Gerusalemme accolto dalla folla osannante. Lo abbiamo accompagnato in quella ultima cena nella sala del Cenacolo, quando ci ha donato, si è donato come pane spezzato e sangue versato. Nell’orto degli Ulivi eravamo con lui mentre uno dei dodici lo tradiva, mentre lui chiedeva amicizia ai suoi. Poi la croce estremo atto di amore per tutti gli uomini, ma “collocazione provvisoria” come ricordava don Tonino Bello che aveva visto questa scritta posta accanto al crocifisso in un locale della sacrestia del duomo a Molfetta: non c’è formula migliore per “definire la croce, la mia, la tua, non solo quella di Cristo”. La provvisorietà della croce, diceva, è data da un passo preciso del Vangelo: “da mezzogiorno alle tre si fece buio su tutta la terra. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario, c’è il divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore – affermava don Tonino Bello – ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio”. La domenica di Pasqua inizia con il buio, quando Maria di Magdala si reca al sepolcro. Buio fuori e, forse, buio dentro il cuore della donna. La pietra rotolata la fa correre da Pietro e da Giovanni per dire che “hanno portato via il Signore dal sepolcro. Per gli ebrei i simboli della Pasqua sono l’agnello e il pane azzimo. Cristo è morto sulla croce proprio nell’ora in cui era consuetudine immolare gli agnelli nel Tempio di Gerusalemme, memoria della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Cristo diventa così “l’agnello di Dio immolato sulla croce per togliere i peccati del mondo”. Il pane azzimo è il tema della purificazione: secondo una antica usanza ebraica, a Pasqua si doveva eliminare ogni più piccolo avanzo di pane lievitato, ricordo della fuga dall’Egitto quando, lasciando quella terra, gli ebrei avevano portato con se solo focacce non lievitate. Azzimi, simbolo di purificazione: “eliminare ciò che è vecchio per fare spazio al nuovo”. Ecco la novità cristiana, il nuovo “passaggio”: l’annuncio della risurrezione, è l’evento che illumina il mondo, le sue zone buie. È “il primo annuncio di Pasqua che vorrei consegnarvi – dice papa Francesco nella veglia della notte – è possibile ricominciare sempre, perché c'è una vita nuova che Dio è capace di far ripartire in noi al di là di tutti i nostri fallimenti”. La Pasqua “non mostra un miraggio, non rivela una formula magica, non indica una via di fuga di fronte alla difficile situazione che stiamo attraversando”. Dall’altare della Cattedra, nella basilica vaticana, il Papa pronuncia il messaggio Urbi et Orbi, cioè alla città e al mondo, e dice: “Cristo risorto è speranza per quanti soffrono ancora a causa della pandemia, per i malati e per chi ha perso una persona cara”. E ancora: “Il Signore dia loro conforto e sostenga le fatiche di medici e infermieri. Tutti, soprattutto le persone più fragili, hanno bisogno di assistenza e hanno diritto di avere accesso alle cure necessarie. Ciò è ancora più evidente in questo tempo in cui tutti siamo chiamati a combattere la pandemia e i vaccini costituiscono uno strumento essenziale per questa lotta”. Nello spirito di un “internazionalismo dei vaccini”, Francesco chiede alla comunità internazionale “un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri”. Guarda a quanti sono in difficoltà: Cristo risorto, dice, “è conforto per quanti hanno perso il lavoro o attraversano gravi difficoltà economiche e sono privi di adeguate tutele sociali”. Chiede che il Signore “ispiri l’agire delle autorità pubbliche perché a tutti, specialmente alle famiglie più bisognose, siano offerti gli aiuti necessari a un adeguato sostentamento. La pandemia ha purtroppo aumentato drammaticamente il numero dei poveri e la disperazione di migliaia di persone”. Ha parole, il Papa, per le tante situazioni difficili che il mondo vive, e ricorda la tragedia dei migranti in fuga da guerre e miserie: nei loro volti, dice, “riconosciamo il volto sfigurato e sofferente del Signore che sale il Calvario”. (Fabio Zavattaro - Sir)  

La grazia dello stupore

29 Marzo 2021 - Città del Vaticano - Domenica delle Palme per la seconda volta senza processione in piazza san Pietro, senza folla, mani che agitano palme e ulivi. Ancora la pandemia che segna la festa, celebrazione dell’ingresso festoso di Gesù a Gerusalemme. «L’anno scorso eravamo più scioccati, quest’anno siamo più provati. E la crisi economica è diventata pesante» dice Papa Francesco all’Angelus. «In questa situazione storica e sociale, Dio cosa fa? Prende la croce. Gesù prende la croce, cioè si fa carico del male che tale realtà comporta, male fisico, psicologico e soprattutto male spirituale, perché il maligno approfitta delle crisi per seminare sfiducia, disperazione e zizzania». Male, come la violenza che si consuma in Myanmar con le sue numerose vittime; come l’attentato avvenuto nella mattina davanti la cattedrale di Makassar in Indonesia. Gesù sale sulla croce, dice il Papa, «per scendere nella nostra sofferenza», per avvicinarsi a noi «e non lasciarci soli nel dolore e nella morte». Celebra nella basilica vaticana papa Francesco, pochi fedeli nel rispetto delle norme anti Covid. Liturgia nella quale facciamo memoria di un ingresso nella città santa diverso dal solito; l’ultima tappa sono due località nei pressi del monte degli ulivi citati da Marco nel suo Vangelo: Betfage e Betania. Per entrare a Gerusalemme chiede ai suoi discepoli di trovare una cavalcatura semplice, umile, come quella di un asino. La gente attende per Pasqua «il liberatore potente, ma Gesù viene per compiere la Pasqua con il suo sacrificio», la gente «aspetta di celebrare la vittoria sui romani con la spada, ma Gesù viene a celebrare la vittoria di Dio con la croce». Entra nella città santa con l’intenzione di rivelare chiaramente la sua missione; sa che sono le sue ultime ore di vita terrena, sa che gli amici, i discepoli non esiteranno Giuda a tradirlo, e Pietro a rinnegarlo per tre volte. L’ingresso trionfante, per alcuni versi, metafora dell’effimera gloria terrena, di come l’uomo possa esaltare e successivamente condannare senza chiedersi perché. Una radice è un fiore che disprezza la fama, scrive Khalil Gibran. Gesù sale sulla croce, afferma Papa Francesco e prova «i nostri stati d’animo peggiori: il fallimento, il rifiuto di tutti, il tradimento di chi gli vuole bene e persino l’abbandono di Dio. Sperimenta nella sua carne le nostre contraddizioni più laceranti, e così le redime, le trasforma. Il suo amore si avvicina alle nostre fragilità, arriva lì dove noi ci vergogniamo di più. E ora sappiamo di non essere soli: Dio è con noi in ogni ferita, in ogni paura: nessun male, nessun peccato ha l’ultima parola. Dio vince, ma la palma della vittoria passa per il legno della croce. Perciò le palme e la croce stanno insieme». L’immagine che il Papa propone, nella sua riflessione all’Angelus, è Maria, «la prima discepola»: ha seguito il figlio «ha preso su di sé la propria parte di sofferenza, di buio, di smarrimento e ha percorso la strada della passione custodendo accesa nel cuore la lampada della fede. Con la grazia di Dio, anche noi possiamo fare questo cammino. E, lungo la via crucis quotidiana, incontriamo i volti di tanti fratelli e sorelle in difficoltà: non passiamo oltre, lasciamo che il cuore si muova a compassione e avviciniamoci». Nell’omelia, in basilica, papa Francesco mette l’accento sul tema dello stupore, e dice che le palme e la croce stanno insieme, per questo «dobbiamo chiedere la grazia dello stupore. La vita cristiana, senza stupore, diventa grigiore. Come si può testimoniare la gioia di aver incontrato Gesù, se non ci lasciamo stupire ogni giorno dal suo amore sorprendente, che ci perdona e ci fa ricominciare?». Diventa sorda la fede che perde lo stupore, «non sente più la meraviglia della grazia, non sente più il gusto del Pane di vita e della Parola, non percepisce più la bellezza dei fratelli e il dono del creato». Se non siamo più capaci di stupirci, forse è «perché la nostra fede è stata logorata dall’abitudine. Forse perché restiamo chiusi nei nostri rimpianti e ci lasciamo paralizzare dalle nostre insoddisfazioni. Forse perché abbiamo perso la fiducia in tutto e ci crediamo persino sbagliati. Ma dietro questi ‘forse’ c’è il fatto che non siamo aperti al dono dello Spirito, che è colui che ci dà la grazia dello stupore».(Fabio Zavattaro - Sir)