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Cei: 84 nuovi progetti per giovani, malati, comunità indigene

4 Dicembre 2019 - Roma - Sono stati resi noti i dati relativi alla riunione del Comitato per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo tenutasi nei giorni scorsi a Roma. Sono stati approvati 84 progetti, per i quali saranno stanziati € 15.652.092 così suddivisi: € 7.321.260 per 38 progetti in Africa, € 4.405.272 per 25 progetti in America Latina; € 3.345.542 per 20 progetti in Asia; € 580.018 per 1 progetto in Medio Oriente. Tra i progetti più significativi tre sono in Africa. Uno in Etiopia, ad Hawassa, per la costruzione di nuove strutture edilizie e l’acquisto di apparecchiature mediche all’avanguardia per il centro medico specialistico Bushulo Mother and Child, che da più di 40 anni assiste i poveri delle locali comunità rurali. In Madagascar è stata finanziata la realizzazione di un centro di formazione agricolo-pastorizia per giovani che, non avendo accesso agli studi universitari, possano avvalersi di una formazione professionale. In Mali, invece, è stata approvato l’allestimento di un centro di formazione permanente per insegnanti, per migliorarne gli standard qualitativi, attualmente non sufficienti. Ne beneficeranno 1588 insegnanti, e di conseguenza i loro oltre 45.000 allievi. Tra i progetti latino-americani menzioniamo quello in Bolivia, per la promozione dello sviluppo socio-culturale delle comunità indigene e l’offerta di opportunità di inclusione ai giovani indigeni Guaranì nella società boliviana. Nello specifico saranno accresciute le competenze professionali di 10 docenti e ne saranno formati altri 6 nuovi nel settore della musica e delle arti visive. In Perù, invece, sarà finanziato l’ammodernamento di un Centro culturale e di sostegno sociale alle comunità indigene Nomatschigenga e Ashanynka. Tra le attività promosse dal centro l’apprendimento di lavori di artigianato e arti tradizionali, incontri culturali, l’assistenza di un avvocato e di uno psicologo per le donne indigene e lo studio della lingua spagnola. Segnaliamo infine un progetto che sarà realizzato in India dove, nella diocesi di Mangalore, sarà completata la costruzione di una casa di cura per 40 pazienti anziani affetti da Alzheimer e demenza senile, patologia purtroppo in costante crescita.  

CEI: mezzo milione per i terremotati albanesi

29 Novembre 2019 - Roma - La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha destinato € 500.000, provenienti dai fondi dell’8xmille, alle vittime del devastante terremoto che il 26 novembre ha colpito l’Albania, con epicentro tra Shijak e Durazzo. Questa iniziativa, volta a rispondere alle urgenze più stringenti, sarà finalizzata a reperire in modo mirato aiuti alimentari e beni di prima necessità come vestiario, sacchi a pelo, coperte, kit per l’igiene e per i neonati, spiega una nota della Cei spiegando che lo stanziamento avverrà tramite Caritas Italiana. I danni del sisma sono ingenti e sono moltissime le persone che non potranno rientrare nelle proprie case. Saranno predisposte strutture di accoglienza, servizi igienici, cucine da campo, alloggi adeguati per le categorie più vulnerabili. Le città più colpite sono Durazzo (la seconda del paese) e Thumanë, 40 km a nord di Tirana. Critica la situazione anche in molti altri centri, tra cui Kruje, Lezhe, Lac, Lushnje, Fier e la stessa Tirana. La stima delle vittime, purtroppo in continuo aggiornamento, registra per ora diverse decine di morti e dispersi e almeno 750 feriti. Caritas Italiana è presente in Albania già in questa fase e sta lavorando a fianco degli operatori di Caritas Albania per sostenerla. Iniziative anche in Italiana. La comunità dell’Eparchia di Lungro, in Calabria – di origine albanese – si è subito attivata. L’Eparca, mons. Donato Oliverio, ha espresso – in una lettera al presidente albanese Ilir Meta - “la partecipazione spirituale mia, del presbiterio diocesano e di tutti i fedeli dell’eparchia di Lungro al lutto nazionale dell’Albania per le vittime del sisma. Ci uniamo spiritualmente alla preghiera dei nostri fratelli e sorelle albanesi, che stanno attraversando questo difficile e doloroso momento” auspicando “una pronta e decisa ripresa economica e sociale a beneficio dell’amata Terra dei nostri antenati e del loro fiero e indomito popolo al quale esprimiamo la nostra fraterna vicinanza affettiva”. Il presule ha anche attivato subito la Caritas diocesana perché “solleciti l’amore dei nostri fedeli alla realizzazione di un progetto di aiuto concreto a beneficio dei nostri fratelli e sorelle dell’amata Albania”. (Raffaele Iaria)

Mons. Russo: “aprirsi alle differenze”

18 Novembre 2019 - Roma - “Migranti e religioni è un tema di grande attualità ma bisogna uscire fuori da una lettura demagogica della realtà. I fatti di questi ultimi tempi chiedono alle Chiese cristiane di rendere ragione del Vangelo e camminare fianco a fianco”. Lo ha detto oggi pomeriggio mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, aprendo a Roma il convegno “Migranti e religioni”, organizzato dall’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, in corso fino al 20 novembre. “Come Chiesa italiana – ha ricordato – siamo felici di favorire, supportare, sostenere e incoraggiare processi di dialogo con tutti i fratelli e sorelle delle Chiese cristiane e favorendo passi concreti”. Mons. Russo ha citato come esempio di impegno ecumenico sul tema migranti la visita di Papa Francesco e del Patriarca Bartolomeo nei campi profughi nell’isola di Lesbo e l’appello comune del 2018 per aprire vie sicure e regolari di ingresso e corridoi umanitari, un “ecumenismo della carità” riconosciuto di recente con il Premio Nansen. I corridoi umanitari, ha precisato mons. Russo, sono “un modo sicuro per tutti, un progetto di accoglienza  e di integrazione per favorire l’incontro vero tra le persone”. “I migranti – ha detto – ci costringono a tornare alla chiamata di ogni uomo, alla vocazione” perché le “differenze non sono più significative davanti a Dio anzi diventano elemento di ricchezza. Possiamo essere noi stessi ed essere autenticamente ecumenici ed interreligiosi”. “Perpetuare la distinzione tra noi e loro non ha più senso – ha sottolineato -. I migranti sono soprattutto persone ma sono anche la parte più evidente del grande iceberg della cultura dello scarto”. A questo atteggiamento bisogna opporre una “cultura nuova fatta di incontro e lotta condivisa ad ogni emarginazione”. Perciò, bisogna “investire sull’impegno educativo per comprendere le migrazioni secondo umanità” ed evitare la “strumentalizzazione delle migrazioni” oggi evidente.  “Qualsiasi migrante – ha concluso – va considerato persona migrante e quindi va accolto, protetto, promosso e integrato. Le comunità religiose siano aperte alle differenze”.  

Ondata di maltempo: la vicinanza della CEI alle persone colpite

14 Novembre 2019 - Roma - La Conferenza Episcopale Italiana è vicina alle persone e ai territori colpiti dall’ondata di maltempo che sta duramente flagellando alcune zone del Paese. In particolare, esprime “solidarietà e preoccupazione per la situazione di Venezia e di Matera: due preziose testimonianze di arte e di cultura che, in questi giorni, stanno pagando un prezzo altissimo. Sono proprio queste situazioni a richiamare tutti ad un’attenzione supplementare verso la Casa Comune”. La CEI, in una nota cita quanto scrive Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’: non possiamo accontentarci di un’ecologia superficiale o apparente” che ci fa adottare comportamenti evasivi su questi temi. “È il modo - scrive il Papa - in cui l’essere umano si arrangia per alimentare tutti i vizi autodistruttivi: cercando di non vederli, lottando per non riconoscerli, rimandando le decisioni importanti, facendo come se nulla fosse”. La Chiesa italiana ribadisce “il proprio impegno nella salvaguardia del territorio, nella vicinanza solidale alle popolazioni colpite, nella tutela dei beni culturali ecclesiastici ‘feriti’ dai fenomeni naturali”.

CEI: Mons. Russo al carcere San Vittore per costruire insieme fratellanza

17 Ottobre 2019 - Milano – Il Segretario generale della CEI, Mons. Stefano Russo, sarà in visita,  nel pomeriggio di venerdì 25 ottobre, a Milano, al teatro del carcere San Vittore.  Mons. Russo ha chiesto ed ottenuto il permesso del Direttore del penitenziario, Giacinto Siciliano, di potersi incontrare con i massimi rappresentanti delle realtà islamiche italiane, insieme con i detenuti e le detenute, per assistere con loro allo spettacolo teatrale “Leila della tempesta”, nella Giornata dedicata all’Amicizia islamo-cristiana. Insieme a Mons. Russo saranno presenti: Abdellah Redouane, Abdellah Massimo Cozzolino, Yassine Lafram, Yahya Pallavicini, Salah Ramadan Elsayed. “Leila della tempesta” è uno spettacolo scritto e interpretato da Alessandro Bert con Sara Cianfriglia, ed è tratto dall'omonimo libro di Ignazio De Francesco. Si tratta di un dialogo sulla cittadinanza, l’emigrazione, la religione, il rapporto uomo-donna, la violenza in nome di Dio e la mistica del cuore, che mette al centro una giovane tunisina di nome Leila, personaggio reale, giunta in Italia attraverso il mare e finita in carcere per commercio di stupefacenti. Intorno a lei si muove un coro di persone della stessa provenienza geografica, culturale e religiosa, che si confrontano su questi temi con un monaco cristiano che parla nella loro lingua e li stimola a riflettere sulle loro tradizioni e sul necessario incontro tra queste e la Costituzione della Repubblica italiana.

Sull’8xmille servono informazione e formazione

10 Ottobre 2019 - Palermo -  La promozione di 8xmille e Offerte per i sacerdoti nei prossimi anni dovrà essere in grado parlare ad una società italiana in veloce mutamento. Lo hanno indicato economisti e statistici che hanno partecipato ai lavori del convegno nazionale degli incaricati diocesani per il “sovvenire”, concluso ieri a Palermo, prendendo il polso delle prossime sfide nell’attività di raccolta fondi ecclesiale. «Il valore sociale dell’8xmille è molto alto e dovremo spiegarlo sempre meglio – ha indicato Leonardo Becchetti, ordinario di Economia politica all’università di Roma Tor Vergata, ospite di una tavola rotonda moderata dal direttore di Tv2000 Vincenzo Morgante, con Giorgio Fiorentini, direttore del Master in management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit della Bocconi, e Marco Caselli, direttore del Centro di ateneo per la solidarietà internazionale dell’università Cattolica –. L’uomo contemporaneo è più che mai un cercatore di senso. E la Chiesa soltanto trasmette in parole e opere evangeliche valori come la fiducia, la gratuità, la cooperazione, costruendo relazioni che generano vita e felicità. Grazie al volontariato, la comunità ecclesiale riesce a moltiplicare quanto riceve, mostrando dunque una non comune capacità di generare valore economico e valore sociale». Un’indagine a tutto campo sui sistemi di sostentamento del clero nel mondo è stata ripercorsa davanti alla platea dei 200 incaricati diocesani da uno dei massimi esperti italiani, monsignor Luigi Bressan, vescovo delegato per il “sovvenire” in Triveneto: «Conoscere altre esperienze di Chiese locali – ha spiegato – ci suggerisce direttive d’azione e fa crescere nella comunione ecclesiale, consapevoli che non esistono sistemi perfetti e permanenti». «Annunciare la partecipazione alla missione ecclesiale in una società liquida, significa essere consapevoli che le decisioni sono oggi ben più rivedibili che in passato. E che c’è ancora lavoro da fare per la formazione – ha indicato Paolo Cortellessa del Centro studi del Servizio promozione Cei per il sostegno economico alla Chiesa cattolica, guidato da Matteo Calabresi –. Basti pensare che, secondo una recente ricerca, il 25% dei contribuenti ancora ritiene che l’8xmille sia una tassa in più, quando invece non costa nulla. L’intenzione di firmare per la Chiesa cattolica è aumentata dal 2015 ad oggi, secondo una nostra ricerca, dal 43 al 47%, ma sono aumentati anche i contribuenti, pari a 1,7 milioni in 7 anni, che tra crescente indifferenza, sfiducia e scarsa informazione, non esprimono alcuna scelta. Solo la formazione farà la differenza». (Laura Delsere)  

Una barca in piazza San Pietro per non dimenticare

1 Ottobre 2019 - Città del vaticano - Erano tutti presenti: migranti arrivati in Europa e che si sono inseriti nella società, rifugiati scampati alle guerre, perseguitati costretti ad abbandonare le loro case e a cercare un futuro altrove. Ma idealmente in piazza San Pietro — dove il Papa ha presieduto la messa per la 105ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato — c’erano anche i tanti che stanno per lasciare i loro Paesi di origine o che, dopo una traversata spesso lunga e difficile, si preparano a sbarcare sulle coste europee. Quarantamila persone si sono strette intorno al Pontefice domenica mattina, 29 settembre. Un’assemblea vivace e variopinta, un miscuglio di razze e di culture, dove era possibile vedere, gli uni accanto agli altri, i discendenti degli indios dell’America latina, con i caratteristici copricapi di mille colori, uomini e donne in costume tradizionale africano o sudamericano, famiglie di europei. Tutti uniti in nome di Cristo e della solidarietà e dell’accoglienza. Anche il coro multietnico — i cui membri indossavano una maglia con la scritta: “Non si tratta solo di migranti”, tema della Giornata — ha voluto sottolineare l’importanza di sentirsi cittadini del mondo, dove nessuno è estraneo in nessun luogo. Le maglie dei cantori erano di cinque colori: blu, verde, rosso, giallo e bianco, a ricordare i cinque continenti e il rosario missionario. Provenivano da vari Paesi: Romania, Congo, Messico, Sri Lanka, Filippine, Italia, Indonesia, India e Perú. Il coro, coordinato da Antonella Mattei, è stato diretto da Jurij Gianluca Ricotti. Anche i protagonisti dell’offertorio erano di varie nazionalità: famiglie provenienti da Italia, Nigeria, Siria, Filippine e Slovacchia. Gli stessi canti scelti per la celebrazione hanno espresso l’universalità della Chiesa e il bisogno di non costruire barriere. Alla preghiera dei fedeli sono state elevate intenzioni in cinese, per riaccendere il desiderio di tendere alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla penitenza e alla mitezza; in italiano, per i governanti; in arabo, per i migranti, i forestieri, i prigionieri; in francese, per i cristiani perseguitati; in swahili, per i defunti. Un altro elemento della liturgia ha assunto il valore di un segno di solidarietà con i migranti: l’incenso. Proveniva dal campo profughi di Bokolmanyo, nell’Etiopia meridionale, che ospita quarantamila rifugiati. L’impiego di questo incenso di alta qualità vanta una tradizione antica che risale a 600 anni fa. È grazie alla sua raccolta e alla sua vendita che i rifugiati riescono a emanciparsi economicamente, andando ben oltre la condizione di mera sopravvivenza. L’incenso è stato donato al Papa dal principe Jaime de Bourbon de Parme, già ambasciatore dei Paesi Bassi presso la Santa Sede. Attualmente collabora con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Al momento della consacrazione sono saliti all’altare i cardinali Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Angelo De Donatis, Vicario generale per la Diocesi di Roma, Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, e il vescovo Guerino Di Tora, Presidente della Fondazione Migrantes. Insieme con Francesco hanno concelebrato undici porporati e sedici presuli, tra i quali l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati. Erano presenti l’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia, e monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura. Al termine della celebrazione eucaristica, il cardinale Bassetti ha rivolto un breve saluto al Pontefice, nel quale ha sottolineato come in questa occasione si siano riuniti intorno all’altare uomini e donne di ogni luogo e di ogni razza. “Questa piazza vivace e colorata — ha detto — ha raccolto gente di ogni dove, unita nello spirito di lode al Signore, padre di tutta l’umanità. La fede e la potenza del risorto ci fanno sentire fratelli e ci spingono ad amare tutti, come Lui ci ha amati e ha dato se stesso per noi”. Il Presidente della CEI ha poi sottolineato come la Chiesa che è in Italia si senta “interpellata dal mondo delle migrazioni. Milioni di uomini e donne, bambini, giovani e anziani ogni anno lasciano la propria terra in cerca di una vita migliore, di un luogo di pace o di progresso dove poter trovare rifugio e dignità”. Si tratta, ha aggiunto, “di un vasto movimento di popoli tormentati dalla violenza, dalla fame, dalla disperazione, che cerca aiuto presso i paesi più ricchi e capaci. Essi stendono la mano come il povero Lazzaro, chiedendo almeno le briciole del pane per sfamarsi. Ma il ricco epulone della parabola non vuole vedere né sentire, la sua ricchezza lo ha reso povero di sentimento e gli ha inaridito il cuore. Egli non vuol condividere con altri le sue ricchezze e la prosperità la considera cosa privata”. Eppure il Signore, con la sua Parola e il suo esempio di amore, “ci invita a essere solidali, a non assecondare le ingiustizie e l’empietà. I poveri che bussano alla nostra porta, i migranti che cercano una vita migliore sono il nostro prossimo nel bisogno. La mensa condivisa è compassione, amore, gioia. In questa eucaristia abbiamo condiviso il sacramento che ci fa figli e ci rende fratelli”. Il porporato ha concluso assicurando che la Chiesa italiana, attraverso Caritas e Migrantes, “cerca di dar corpo al Vangelo della carità e della gioia. Preghiamo ogni giorno per lei — ha detto al Papa — e la sosteniamo con il nostro affetto. Pregano per lei i poveri da noi accolti, la cui voce sale al cielo con maggior vigore”. Dopo il giro della piazza in papamobile, il Pontefice ha inaugurato il monumento dedicato ai migranti allestito sul lato sinistro del colonnato. La scultura intitolata Angels unware (“Angeli inconsapevoli”), realizzata in bronzo e argilla dall’artista canadese Timothy Schmalz, è stata promossa dalla Sezione Migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, tramite uno dei due sottosegretari, padre Michael Czerny, che verrà creato cardinale nel prossimo Concistoro. Come spiega l’artista al nostro giornale, il tema dell’opera rimanda al passo della Lettera agli Ebrei (13, 2): «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli». La scultura, racconta Schmalz, raffigura una barca a grandezza naturale in cui trovano posto migranti di ogni epoca, religione, razza e cultura. Al centro svettano due ali di angelo per mostrare che dietro ogni migrante c’è una realtà che lo trascende. Secondo l’artista, ognuno di noi almeno per una volta è stato migrante nella storia. Per realizzare la scultura Schmalz ha impiegato un anno, lavorando ogni giorno dalle 4 alle 17. È toccato a una famiglia originaria del Camerun alzare il telo che copriva il monumento. All’inaugurazione, oltre al cardinale Turkson e a padre Czerny, erano presenti il cardinale Giuseppe Bertello e il vescovo Fernando Vérgez Alzaga, rispettivamente presidente e segretario del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, e padre Rafael García de La Serrana Villalobos, direttore della Direzione delle infrastrutture e servizi del Governatorato. (Nicola Gori – Osservatore Romano)

Card. Bassetti: educazione e spirito missionario

27 Settembre 2019 - Roma - Il tema scelto dal Santo Padre per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2019, “Non si tratta solo di migranti”, ci interroga profondamente sul senso del nostro impegno. Come ha più volte ricordato papa Francesco, è un messaggio che intende richiamare un duplice significato: che i migranti sono anzitutto persone umane, ma anche che, al tempo stesso, sono oggi divenute il simbolo di tutti gli scartati della società dell’indifferenza globalizzata. Da questo punto di vista, il perpetuarsi della distinzione fra “loro” e “noi”, fra i nostri problemi e i loro problemi, fra le nostre aspirazioni e le loro aspirazioni, non ha più senso. «In tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo»[1]. Anche per questa ragione, è sempre più urgente fare nostro l’«appello accorato affinché nelle nostre comunità non abbia alcun diritto la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura “nuova” fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà. Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste»[2]. Grande importanza riveste l’impegno educativo. La famiglia e la scuola, in quanto luoghi privilegiati della formazione umana e culturale delle nuove generazioni, possono essere gli strumenti per insegnare a leggere secondo verità ed umanità quel “segno dei tempi” che è la mobilità umana. Ma non solo. A starci a cuore sono il futuro dei giovani, il lavoro, le famiglie messe alla prova dalle difficoltà quotidiane, la persona migrante e le molteplici cause che l’hanno spinta a lasciare la propria terra, la custodia del creato come “casa comune”, la testimonianza da offrire ai credenti di altre fedi attraverso la meditazione delle Scritture Sacre e il dialogo ecumenico e interreligioso, così come ai non credenti. La scuola, in particolare, non può essere ridotta ai soli parametri dell’efficientismo, ai programmi da rispettare, ai risultati raggiunti, alla burocrazia da ottemperare. È necessario che la società riconosca al più presto l’elevata dignità sociale dell’educatore. Dobbiamo tornare a ripensare la scuola come bene comune, nel suo significato e nelle sue finalità più profondi, anche come luogo per eccellenza – fra le molte, innegabili, criticità – dell’educazione alla convivenza civile e all’interculturalità. Crescono nuove generazioni, diverse dalle precedenti. Dobbiamo avere piena consapevolezza di abitare un mondo profondamente cambiato, un’Italia molto diversa rispetto al passato e una Chiesa sempre più globale. È inevitabile, perciò, che sorgano nuove domande alle quali fornire, con coraggio, risposte altrettanto nuove. Le facili scorciatoie promesse dalle ideologie oggi dominanti – il sovranismo, il globalismo e la tecnocrazia – offrono soluzioni parziali alle sfide del nostro tempo: il primato dello Stato sulla persona, così come quello del denaro o della tecnologia. Il Cristianesimo propone una via alternativa, che rimette al centro quello stesso pensiero che ha edificato l’Europa e l’Occidente: il personalismo cristiano. Come ho già avuto modo di scrivere, non mi nascondo quanto sia complesso il fenomeno migratorio: risposte prefabbricate e soluzioni semplicistiche hanno l’effetto di renderlo, inutilmente, ancora più incandescente. Crediamo nel diritto di ogni persona a non dover essere costretta ad abbandonare la propria terra e in tale prospettiva come Chiesa lavoriamo in spirito di giustizia, solidarietà e condivisione. Crediamo altresì che la società plurale verso la quale siamo incamminati ci impegni a far la nostra parte sul versante educativo e culturale, aiutando a superare paure, pregiudizi e diffidenze[3]. Una grande lezione, in tal senso, giunge dal mondo della ricerca, del quale il Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes costituisce un esempio di spicco. Uno strumento di lavoro, di informazione e di riflessione che giunge quest’anno alla sua 28a edizione, segnando un passo nuovo lungo il cammino inaugurato nel 1991 da don Luigi Di Liegro. In conclusione, mi preme invitare le nostre comunità ad un rinnovato spirito missionario.  Senza di esso ogni riflessione, ogni elaborazione ed ogni progetto perdono di significato. Siamo chiamati, anzitutto, ad essere Chiesa al servizio di un’umanità ferita. Che significa, senza alcuna distinzione, essere Chiesa missionaria. Molto si fa nelle nostre Chiese, ma questo cammino va accelerato. Lo sguardo rivolto all’uomo passa inevitabilmente attraverso una cultura della carità che si fa sinonimo di una cultura della vita da difendere, sempre: che si tratti di salvare l’esistenza di un bambino nel grembo materno, di un malato grave o di uomo o di una donna venduti dai trafficanti di carne umana. Noi abbiamo il compito, non certo per motivi sociologici o morali, di andare verso i poveri per una missione dichiaratamente evangelica. Recuperando anche quel sentimento di unità che, su alcuni temi, è talvolta mancato anche all’interno della stessa comunità ecclesiale.  Card. Gualtiero Bassetti - Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e Presidente Conferenza Episcopale Italiana)   [1] Conferenza Episcopale Laziale, Lettera ai fedeli delle diocesi del Lazio, 9 giugno 2019, solennità di Pentecoste. [2] Ibidem. [3] “I migranti e tutti noi”, «Avvenire», 16 giugno 2018.

“Corridoi di vita”: domenica docufilm su Tv2000

27 Settembre 2019 - Roma - Tv2000, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, trasmette domenica 29 settembre ore 23 il docufilm "Corridoi di vita". Un progetto umanitario finanziato dalla Conferenza episcopale italiana che in due anni ha fatto arrivare in Italia - in modo legale e sicuro - cinquecento persone provenienti dai campi profughi dell'Etiopia. È un racconto giornalistico prodotto da Tv2000, che inizia a Lampedusa dove il 3 ottobre del 2013 circa 400 giovani eritrei persero la vita a causa di un naufragio. Proprio per evitare tragedie simili, il 12 gennaio 2017 la Chiesa italiana ha siglato un protocollo d'intesa con il Ministero dell'Interno per "favorire l’arrivo in Italia in modo legale e sicuro di 500 migranti che si trovano in condizione di comprovata vulnerabilità". Il docufilm sarà proiettato in anteprima a Roma venerdì 27 settembre durante la presentazione del Rapporto Immigrazione 2018-2019 dal tema ‘Non si tratta solo di migranti’ redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes alla presenza tra gli altri del presidente della Conferenza episcopale italiana, il card. Gualtiero Bassetti. Le telecamere di Tv2000 con l’inviato Vito D’Ettore hanno seguito per due anni le storie di tre rifugiati eritrei: dal campo profughi nel deserto dell'Etiopia fino all'accoglienza nelle diocesi italiane. E poi, l'integrazione: un cammino pieno di speranza e di solidarietà ma talvolta difficile e mai scontato. Persone, non solo migranti come più volte ha ripetuto Papa Francesco. La prima storia raccontata è quella di Abresh, un rifugiato eritreo cieco dall'età di 5 anni a causa di un'esplosione di una mina. È fuggito a piedi dall'Eritrea a causa della sua fede cristiana. Il regime di Asmara, infatti, è ateo e non prevede una piena libertà di religione. Negli ultimi mesi il regime ha requisito centinaia di scuole e ospedali di ispirazione cattolica. Abresh è arrivato in Italia il 27 giugno scorso grazie ai corridoi umanitari della Chiesa italiana. Adesso studia all' Università per stranieri di Perugia. È un ragazzo amato da tutti e nonostante per lui sia doloroso ha raccontato la sua storia di in più di un'occasione. È stato anche alla Camera dei deputati dove è intervenuto durante un convegno dedicato ai corridoi umanitari. La seconda storia è quella di Nebiat. È fuggita dall'Eritrea, come fanno tanti giovani suoi connazionali, a causa del servizio militare obbligatorio e illimitato. Molti osservatori internazionali lo hanno definito come una vera e propria schiavitù di Stato. Oggi ha trovato lavoro ad Assisi presso un albergo. La terza storia ha come protagonista Tesfalem che in Eritrea faceva il veterinario. È fuggito perché considerato non allineato al regime di Asmara. È rimasto nel campo profughi in Etiopia per nove anni e oggi è stato accolto nella diocesi di Terni Narni Amelia. Il suo sogno di vedere i suoi cinque figli studiare, finalmente è diventato realtà.  

CEI: Chiese del Mediterraneo a Bari con Papa Francesco a febbraio

26 Settembre 2019 - Roma - Nel corso dei lavori del Consiglio Permanente della CEI che si sono riuniti a Roma questa settimana,  sono stati offerti e approfonditi contenuti e modalità dell’Incontro di riflessione e spiritualità per la pace nel Mediterraneo (Bari, 19–23 febbraio 2020). L’evento – dalla forte valenza simbolica – riunisce insieme con Papa Francesco un’ottantina di rappresentanti delle Chiese dei 19 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo; intende essere, innanzitutto, “un momento di fraternità fra i Vescovi in comunione con il Successore di Pietro”, si legge nel comunicato. Nel dibattito che ne ha arricchito la presentazione, è stata sottolineata “l’importanza di guardare al Mediterraneo con l’attenzione all’aspetto ecumenico e inter-religioso, ai migranti e alle opportunità di natura economica. La realizzazione dell’incontro impegna a recuperare le radici culturali che hanno innervato la storia del Mare Nostrum e dell’Europa. Ne nasce la responsabilità di uno sguardo profetico, che aiuti le Chiese a trovare le vie per rinnovare la loro missione evangelizzatrice, nonché per osare la pace e fondarla sul diritto, la giustizia sociale, la riconciliazione, la salvaguardia del creato” Si tratta – è stato evidenziato – di “riproporre insieme la profezia dei cristiani del Mediterraneo, individuando le vie con cui accogliere l’altro con la sua tradizione religiosa, alimentare una convivenza che si traduca in fraternità, testimoniare come le religioni possano costruire unità, rispetto a ogni prospettiva o tentazione di scontro di civiltà”.