Testimoni di cammino pasquale: i sacerdoti al servizio degli italiani nel mondo

7 Aprile 2021 – Roma – Il tempo pasquale, con la speranza che porta come un vento di primavera, è invito a percorrere il cammino dei nostri missionari defunti. Cammino pasquale.  Ascoltando al telefono la voce di rimpianto dei familiari, delle parole bibliche vi avvolgono: «Come sono belli i piedi del messaggero che annuncia la pace! E l’attesa di Pasqua, giorno infinito senza tramonto».

Alessandra, la nipote, in terra vicentina, a Pasqua ha rovistato l’intera soffitta per ritrovare le lettere di padre Giuseppe. Nascoste come reliquie. Scritte ancor più di 40 anni fa dalla terra del Portogallo. Parlano dei suoi impegni quotidiani, di attività pastorali, di predicazione intensa in parrocchie del Nord e del Sud. E dei suoi seminaristi. A giovani, solo amanti del calcio, ma molto meno della scuola, proponeva a bruciapelo come il Cristo: «Perché non farti missionario? Sarai un atleta di Dio. E il compagno di Emmaus per migliaia di portoghesi migranti nel mondo!». Dalle lettere, firmate affettuosamente «il vostro Beppino», il suo dinamismo vocazionale contagiava la famiglia. Terminavano, a volte, così: «Arriverò con tre seminaristi a fine mese, allargate il portafoglio!».

I seminaristi erano la sua passione. Il carisma dei missionari scalabriniani, come un fuoco, lo trasporta dal Brasile, alla Francia, al Portogallo. Ma arrivato a Longa, la sua terra natia, è la pace che respira. Condividendola con un pezzo di pane con qualche giovane seminarista portoghese. Ora, la assapora nel piccolo cimitero di paese, curato come un giardino. Così, padre Giuseppe Magrin, accolto in emigrazione da culture e Paesi differenti, trasmetteva ai suoi lezioni di vita e di accoglienza. Solo un uomo convinto, convince. Come lui.

Vederlo accompagnare i morenti al Château d’Ecoublay, di cui era direttore, faceva tenerezza. Era in un incantevole castello nel verde dei boschi di Fontainebleau, diventato Casa di riposo per gli anziani della comunità italiana a Parigi. Dando gli ultimi sacramenti, ad ogni respiro affannoso vi incoraggiava all’orecchio, ripetendo piano venti, trenta volte: «Fiducia,… abbi fiducia,… Carmela!».   Ma alle feste dei calabresi, dei friulani o dei pugliesi nella regione parigina – a cui partecipava sempre volentieri – era un altro. Si scatenava. L’ultimo pezzo era il suo, sempre il solito, sempre di successo. Con voce forte e sicura, lo sentivi, allora, intonare «All’osteria del Vaticanoooo!». Tutto il popolo rispondeva con un trionfale «parapùmzipùm!». E l’allegria generale scoppiava d’incanto. Era stato anche responsabile di tutti i missionari di Francia. Possedeva, infatti, i tre ingredienti necessari a un leader: il cuore, la testa, il polso. Cioè, amare le persone, gli uomini nel loro lavoro. Avere mente lucida e visionaria con lo sguardo fisso sempre all’orizzonte. E, terzo, la tempra da capitano, per condurre barca ed equipaggio. Riposa ora a Esine, accanto il lago di Iseo. Un luogo delizioso, questo, reso celebre qualche anno fa dal grandioso evento dell’artista Christo, che faceva camminare sull’acqua del lago più di un milione di persone… Anche lui, Padre Flaminio Gheza, ha saputo camminare sulle acque delle emozioni e dei sentimenti dei migranti. A modo suo. Ma, sempre, in modo meraviglioso.

E padre Mario Stefani, solido e geniale missionario in Francia, chi lo ricorda? Senz’altro i nostri emigrati italiani, quelli degli incontri biblici della sera. Era il momento di leggere, commentare e lasciar emergere ciò che i migranti stavano scrivendo con la loro vita. Il loro esodo e la loro resistenza. Il coraggio e la fede, vissuti in terra straniera. Come per gli ebrei sui fiumi di Babilonia. E lui sempre a stimolare l’un l’altro con un «Ma questa sei tu, Concetta, raccontaci…», oppure: «E quella volta cosa è capitato a te, Salvatore? Racconta…». Faceva risorgere la Parola di Dio in tante storie vissute, in avvenimenti concreti di malattie, di eventi o di imprevisti, alla maniera popolare dei nostri emigranti. Vedevi, così, quanto straordinario era per loro prenderne coscienza. Come fossero loro stessi nuovi personaggi biblici del giorno d’oggi. Ed era comprendere, finalmente, la dignità della loro esistenza. Sì, una «storia sacra» scritta ai nostri giorni. Una storia di lacrime e di gioia, per gente che un giorno si era messa in cammino, emigrando. Un cammino pasquale di morte e di vita. Così, essi avevano incontrato il Risorto. Senza saperlo. (p. Renato Zilio)

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