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Vangelo Migrante:  Ascensione del Signore (Vangelo Mt 28, 16-20)

21 Maggio 2020 - Nella versione dell’evangelista Matteo non ci è raccontata la ‘scena’ dell’Ascensione ma il suo senso. Si parla di un passaggio dalla terra al cielo che riguarda Gesù. Tale passaggio indica che con l’Ascensione è stata aperta una via di collegamento proprio tra la terra e il cielo, una via che non potrà essere più chiusa. Non vi è più, dunque, una separazione insanabile tra il mondo dell’uomo e il mondo di Dio, perché questi due mondi sono divenuti tra loro comunicanti in virtù dell’Ascensione di Gesù al cielo. Anzi, è Gesù stesso la Via che rimette in collegamento i due mondi, la Porta attraverso la quale l’umanità può ritornare nel giardino di Dio. E c’è un mandato di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (28,19). Ciò che a noi è stato dato di comprendere e di vivere, non può essere tenuto solo per noi: il comando di Gesù è chiaro e ci esorta ad andare ovunque per dire a tutti la verità di questa via che ormai è ‘la Via’ che dalla terra conduce a Dio. Il giorno dell’Ascensione di Gesù è anche il giorno dell’invio dei discepoli per le strade del mondo; il giorno nel quale il Signore ritorna al Padre è il giorno nel quale i suoi discepoli sono mandati ad annunciare a tutti i popoli l’inizio di un mondo nuovo. Oggi, pertanto, la Chiesa contempla e cammina: contempla il suo Signore che ascende e cammina piena di gioia raccontando agli uomini la salvezza di Dio. Il tutto in Galilea, il luogo meticcio, abitato da uomini e donne di diverse culture e provenienze, non proprio ortodosso, secondo i canoni religiosi dettati a Gerusalemme. L’appuntamento lo ha dato Gesù la mattina della Resurrezione. Proprio là uno sparuto gruppo di discepoli inizia una Missione, che dura ancora oggi; ed è là che torna la nostra mente quando, stanchi e sfiduciati, possiamo riascoltare la Sua voce: “ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: VI domenica di Pasqua (Vangelo Gv 14,15-21)

14 Maggio 2020 - Il distacco da Gesù oltre a creare un turbamento suscita anche un altro disagio: rimanere orfani. ‘Non vi lascerò orfani: verrò da voi’, è la consolante Parola di questa domenica. Come accadrà questo? Le parole di Gesù lo spiegano: c’è una condizione, ed è l’amore; c’è una persona, ed è lo Spirito Santo (il Paraclito) che il Padre invierà ai suoi discepoli. L’amore. Nel Vangelo di Giovanni quello dell’amore è un verbo ‘passivo’: lasciarsi amare. Farsi voler bene. Che forse è cosa ben più difficile dell’amare così come lo intendiamo normalmente. Di sicuro è l’atteggiamento più completo per permettere a Dio di raggiungerci. E Gesù lo declina con delicatezza e rispetto: ‘se mi amate osserverete i miei comandamenti’. Non si tratta di una ingiunzione (dovete osservare) ma di una constatazione. Parafrasando il linguaggio di Gesù: ‘è stato creato un amore che è tutto nei comandamenti che voi, amando me, ricevete’. Questa è lo scrigno della vita cristiana. Noi crediamo che tutto parta da noi e che tutto si attiva solo quando lo decidiamo noi. E, invece, è già stato creato per noi quello che ci occorre, che serve, che è necessario … ma solo nell’atto libero di lasciarsi amare, arriva ‘in’ noi. Lo Spirito. Siamo a ridosso della Pentecoste e compare lo Spirito Santo. Questo amore creato per noi ha una figura ed è lo Spirito che Gesù chiede al Padre perché raggiunga i suoi discepoli e resti con loro per sempre: è compito suo risvegliare i cuori e trasformare l’oscura dimenticanza in luminosa consapevolezza. Gesù lo chiama Paràclito. Nei tribunali ebraici c’era un personaggio, ai giorni nostri sconosciuto. Quando veniva pronunciata una sentenza, accadeva a volte che un uomo dalla buona reputazione venisse silenziosamente a porsi a fianco dell’accusato: era chiamato appunto paràclito, consolatore-difensore-suggeritore. La sua silenziosa testimonianza confondeva gli accusatori. Può servire ricordare come niente e nessuno confonde e zittisce l’Accusatore per eccellenza, il diavolo, quanto la presenza e il vento gagliardo dello Spirito che sempre e immancabilmente consola e difende i figli di Dio. In una specie di commovente e suadente monotonia Gesù ripete: ‘voi in me, io in voi, (…) sarò con voi, (…) verrò da voi’. È questo il suo sogno di comunione. Dentro, immersi, uniti, intimi. Gesù che cerca spazi, spazi nel cuore. Per questo quando parliamo di accoglienza, parliamo di Amore!

 p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: V domenica di Pasqua (Vangelo Gv 14,1-12)

7 Maggio 2020 -

Domenica scorsa con Gesù parlava di sé stesso come di una ‘porta’. Un luogo da attraversare necessariamente per entrare e per uscire dalla sicurezza dell’ovile alla libertà del pascolo e viceversa. Questa intimità oggi, oltre ad essere confermata, viene anche riempita di senso, grazie alle domande di due discepoli: Tommaso e Filippo, particolarmente ‘turbati’ dal distacco che sta per avvenire con il maestro.

A Tommaso che chiede: ‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’, Gesù risponde ancora dicendo che Lui è la Via, la Verità la Vita.

Lui è il TUTTO di cui tutto l’uomo ha bisogno. Ancor prima dei contenuti in cui credere, tutti gli uomini, nessuno escluso, hanno a che fare con turbamenti esistenziali su sé stessi e sulla vita, e dalle risposte che danno dipende l’impostazione di tutta la vita e il suo compimento. E nella vita si vede, eccome, chi ha ‘risolto’ questi lacci e chi no!

Gesù non si pone solo come consolatore ma indica la strada per cambiare, l’atteggiamento interiore per conseguire una pace: è Lui la verità che libera dalla schiavitù del peccato; è Lui la vita che rende gioiosa e significativa l’esistenza! Ancor prima delle cose da farsi da parte dei discepoli.

Semplifica ma non ‘banalizza’ il turbamento. A Filippo che incalza chiedendo: ‘allora mostraci il Padre e ci basta’, ossia, facci vedere l’Eterno di cui ci parli e siamo tranquilli, Gesù presenta ancora sé stesso come un tutt’uno con il Padre: ‘chi ha visto me, ha visto il Padre’.

Nell’uno e nell’altro caso Gesù non dà ‘lezioni’ o ‘cose da eseguire’ ma presenta il vivere in comunione profonda di amore e di vita con Lui, come la Via da percorrere per avere la vita vera.

Di turbamenti siamo pieni anche noi: la vita di ognuno comporta questioni, croniche e nuove, da affrontare ogni giorno e da risolvere, quelle dove spesso ogni speranza sembra crollare e non si sa più dove sbattere la testa.

È vero, esistono consigli, strumenti e mezzi umani per barcamenarsi ma il discepolo sa che solo una fede più chiara e più grande consente di essere consolati, di vincere il profondo turbamento interiore e ritrovare la serenità senza giungere alla disperazione.

È la fede che riconosce nelle sofferenze e nelle croci che la vita riserva, non la definitiva smentita delle promesse di Dio ma il tempo difficile e impegnativo della prova che rende salda e vera la fede, dove la presenza di Gesù è l’unica Via che conduce oltre l’angustia del presente, trattenendo tutto ciò che nel presente è prezioso.

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: IV domenica di Pasqua (Vangelo Gv 10,1-10)

2 Maggio 2020 - Ancora oggi, le grandi religioni monoteiste non osano raffigurare la divinità. I ‘discepoli della via’, così sono chiamati i primi cristiani, nelle catacombe di Roma rompono questo schema e cominciano a dipingere le pareti di quelle grotte. L’immagine sacra più antica che l’archeologia ha individuato è proprio quella di un soggetto giovane con una pecora attorno al collo: Gesù Pastore. Si trova nelle Catacombe della Basilica di san Clemente al Laterano. Dalla pagina di Vangelo, la IV domenica di Pasqua viene detta proprio del Buon Pastore. Se con il mistero fondamentale della Resurrezione di Gesù ha inizio la nostra fede, con la Misericordia essa si esprime e con la speranza ritrovata, come i discepoli di Emmaus, prende le vie del mondo, nel buon Pastore trova la via la verità la vita: la porta, l’ovile, il nutrimento. Gesù è tutto questo. Anzi, questo è il motivo della Sua venuta: ‘Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’. Non è qui per quel minimo senza il quale la vita non è vita; ma per una vita esuberante, magnifica, eccessiva, quella che rompe gli argini e infonde libertà e coraggio. Gesù non è venuto a portare una teoria o un sistema di pensiero ma la Vita in risposta all’anelito più grande, e problematico, che tutti ci portiamo dentro. Due caratteristiche ci colpiscono: entra nel recinto, conosce le pecore una per una (mi diceva un pastore di Norcia che è possibile) e le porta fuori dal recinto, un luogo che dà sicurezza ma che toglie anche libertà. È una migrazione vera e propria; necessaria, lo stiamo sperimentando in questi giorni, ed è fatta con Lui. Non le conduce verso schemi più convenienti o opportunismi, con cui spesso confondiamo la sua sequela, ma verso spazi aperti avviando un processo di liberazione interminabile. Per due volte ripete: ‘io sono la porta’, il vero confine, la soglia sempre spalancata, che nessuno richiuderà più, più forte di tutte le prigioni (‘entrerà e uscirà e troverà…’). Più vita L’altra è che cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Non un pastore che grida o minaccia per farsi seguire, ma uno che precede e convince, con il suo andare sicuro, davanti a tutti, a prendere in faccia il sole e il vento, pastore di futuro che ci assicura: tu, con me appartieni ad un sistema aperto e creativo, non a un vecchio recinto finito, bloccato, dove soltanto obbedire. Vivere è appartenere al futuro: lo tiene aperto Lui!

p. Gaetano Saracino

   

Vangelo Migrante: IV domenica di Pasqua (Vangelo Gv 10,1-10)

30 Aprile 2020 - Ancora oggi, le grandi religioni monoteiste non osano raffigurare la divinità. I ‘discepoli della via’, così sono chiamati i primi cristiani, nelle catacombe di Roma rompono questo schema e cominciano a dipingere le pareti di quelle grotte. L’immagine sacra più antica che l’archeologia ha individuato è proprio quella di un soggetto giovane con una pecora attorno al collo: Gesù Pastore. Si trova nelle Catacombe della Basilica di san Clemente al Laterano. Dalla pagina di Vangelo, la IV domenica di Pasqua viene detta proprio del Buon Pastore. Se con il mistero fondamentale della Resurrezione di Gesù ha inizio la nostra fede, con la Misericordia essa si esprime e con la speranza ritrovata, come i discepoli di Emmaus, prende le vie del mondo, nel buon Pastore trova la via la verità la vita: la porta, l’ovile, il nutrimento. Gesù è tutto questo. Anzi, questo è il motivo della Sua venuta: ‘Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’. Non è qui per quel minimo senza il quale la vita non è vita; ma per una vita esuberante, magnifica, eccessiva, quella che rompe gli argini e infonde libertà e coraggio. Gesù non è venuto a portare una teoria o un sistema di pensiero ma la Vita in risposta all’anelito più grande, e problematico, che tutti ci portiamo dentro. Due caratteristiche ci colpiscono: entra nel recinto, conosce le pecore una per una (mi diceva un pastore di Norcia che è possibile) e le porta fuori dal recinto, un luogo che dà sicurezza ma che toglie anche libertà. È una migrazione vera e propria; necessaria, lo stiamo sperimentando in questi giorni, ed è fatta con Lui. Non le conduce verso schemi più convenienti o opportunismi, con cui spesso confondiamo la sua sequela, ma verso spazi aperti avviando un processo di liberazione interminabile. Per due volte ripete: ‘io sono la porta’, il vero confine, la soglia sempre spalancata, che nessuno richiuderà più, più forte di tutte le prigioni (‘entrerà e uscirà e troverà...’). Più vita L’altra è che cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Non un pastore che grida o minaccia per farsi seguire, ma uno che precede e convince, con il suo andare sicuro, davanti a tutti, a prendere in faccia il sole e il vento, pastore di futuro che ci assicura: tu, con me appartieni ad un sistema aperto e creativo, non a un vecchio recinto finito, bloccato, dove soltanto obbedire. Vivere è appartenere al futuro: lo tiene aperto Lui!

p. Gaetano Saracino

 

Vangelo Migrante: III domenica di Pasqua (Vangelo Lc 24,13-35)

23 Aprile 2020 - Per il cristiano, quello pasquale non è un clima circoscritto soltanto ad un periodo. Il Tempo Pasquale è tutta la fede del cristiano: si perpetua per tutta la sua vita e si alimenta nella celebrazione domenicale (ogni domenica), Pasqua della settimana. Il fatto pasquale, come abbiamo avuto modo di meditare in questo tempo, ha il suo centro nella passione morte e resurrezione di Gesù e fino alla discesa dello Spirito Santo a Pentecoste. Come per un bambino sono vitali i primi mesi di vita, così per il cristiano lo sono i giorni della Resurrezione. Oggi il Vangelo ci mette sulle orme di due personaggi conosciuti come i discepoli di Emmaus. Una vicenda lunga nel racconto e profonda nel messaggio. La direzione di un cammino Nella pagina secondo Luca emerge un aspetto, ovvio e semplice ma fondamentale: come l’assenza\presenza di Tommaso nel cenacolo fa la differenza rispetto alla sua fede, così accade per la direzione del cammino intrapreso dai due protagonisti di questa pagina: sono due discepoli, della cerchia degli apostoli, che camminano in direzione opposta e contraria a Gerusalemme. Vanno via. Stanchi e delusi. Anche loro sono tornati  a sperimentare che la strada della vita è fatta più di normalità che di eccezionalità e le loro aspettative, con quel profeta ‘potente in opere e parole’, sono andate deluse. Spesso la fuga e la direzione intrapresa per staccarsi da un centro fatto di cose che non capiamo, o che facciamo fatica a cogliere, coincidono. Accadde ai discepoli allora. Accade anche a noi, oggi. Capire la vita con la Parola Camminano e parlano ma nei loro discorsi non risuona il nome di Gesù. Si parla di Lui ma senza parlare con Lui. E la differenza c’è e si nota. Parlano di fatti accaduti ma solo dal loro punto di vista: opinioni, impressioni, emozioni. È solo alla presenza di Gesù, che come un forestiero sopraggiunge e affianca il loro cammino, che le emozioni vengono accantonate e l’ascolto si fa attento. Non senza un uno strattone: ‘stolti!’ Gli dice, Gesù. Li rimprovera e ferma i loro discorsi a piano inclinato: pessimismo cosmico e senza uscita! C’è una interessante coincidenza con la nostra vita: le nostre impressioni ed emozioni senza il confronto con la Parola di Dio lasciano solo l’amaro e finiscono per motivare un cammino lontano dal senso della fede e in una direzione che abbandona il centro fino a non vederlo più. Nessuno è esente da questo pericolo. Una presenza viva La presenza di Gesù non è solo una bella spiegazione di qualcosa. Egli è presenza viva che accende i cuori: da spenti, li fa ardere e attiva una serie di capacità di comprensione che mettono il cuore in grado di conoscere e riconoscere in quel compagno di viaggio, la presenza di Dio con noi. Il cammino inverso: la nostra testimonianza Questo incontro genera una gioia personale, e non per sentito dire, diventa esperienza coinvolgente e chiede di essere raccontata anche agli altri. È contagiosa. Si rimettono in cammino senza aspettare l’alba, per non perdere tempo! Invertono la direzione e tornano a Gerusalemme per rendere testimonianza di quello che hanno veduto. È lo scopo del cammino di ogni cristiano: ripartire da dove abbiamo incontrato il Signore e tornare a Lui per annunciarlo da una centralità che è Lui e non noi né la nostra casa. La missione della Chiesa partirà da Gerusalemme e sarà ancorata al fatto Pasquale e non ad opinioni personali; e queste saranno valide solo se saranno piene di una presenza che le ha irradiate! Anche oggi, ascoltare, accogliere e servire un forestiero, mentre siamo in cammino non è opinione ma una forte luce Pasquale. Che può essere decisiva!

p. Gaetano Saracino

   

Vangelo Migrante: II domenica di Pasqua In Albis e della Divina Misericordia (Vangelo Gv 20, 19-31)

18 Aprile 2020 - 16 Aprile 2020 - Siamo alla domenica detta in Albis e della Divina Misericordia. Il suo nome originale deriva dal rito festoso della deposizione delle vesti bianche (le albe, appunto) di coloro che sono stati battezzati la notte di Pasqua: tolta quella, indossano l’abito della quotidiana testimonianza da rendere a Cristo, il risorto. Il Santo Giovanni Paolo II, aggiunse il titolo della Divina Misericordia, per celebrare solennemente il dono dell’amore di Dio ricevuto, da custodire e per cui gioire. Una festa nella festa: la vita di Dio ricevuta in dono nel battesimo è l’amore incondizionato di Dio donato a noi nella Resurrezione di Gesù, il centro, il perno, l’origine della nostra fede. Quest’anno non abbiamo celebrato i battesimi ma il senso e il significato della festa rimane. Un dono vivo nella Chiesa Il Vangelo di questa domenica ci dice dove vive questo dono: nella Chiesa. La comunità crede-celebra-vive del risorto mentre è radunata attorno agli Apostoli. In questo tempo ci mancano i Cenacoli ma non siamo decentrati dalla Chiesa. Anche questa condizione dislocata nelle nostre case, chiese domestiche, noi la stiamo vivendo come Chiesa. Le nostre attenzioni, in genere, vanno tutte sulla storia di Tommaso e sulla sua incredulità; il Vangelo, invece, indugia proprio su questo aspetto: quando racconta cosa accade la sera dello stesso giorno e otto giorni dopo, sottolinea che l’incontro con Gesù avviene nella Chiesa e il succitato apostolo la prima volta è assente, la seconda è presente. È là che il Signore dà il suo appuntamento a tutti. Sia chiaro: Dio può decidere di incontrare ogni uomo dove e quando vuole; ma è pur vero che ogni incontro si conclude sempre in un Cenacolo (con gli apostoli dopo la Resurrezione, ma anche con san Paolo dopo la caduta da cavallo: nel cenacolo di Damasco, presso Anania). Prima ancora della sua titubanza, Tommaso è vittima di una mancanza oggettiva: l’assenza dal Cenacolo. Una sola Mensa In queste ore lo diciamo con una grande nostalgia nel cuore, il senso dell’Eucarestia, dell’invito di ogni uomo attorno alla Mensa del Signore, è proprio in questo incontro con Lui. Tutt’altro che scontato, anche nella pastorale della mobilità umana: Dio è uno per tutti, ma non sempre è una la mensa dove lo si incontra! A volte, nelle nostre comunità, le dovute attenzioni pastorali alle diversità, rischiano di creare veri e propri parallelismi; tuttavia, è altrettanto vero che, assieme al rischio, c’è anche la grande opportunità di essere autenticamente comunità di Gesù, accogliente e inclusiva. Per tutti. Ricevete lo Spirito Santo Dinanzi a questi limiti Gesù sa che per il fatto che siamo umani, siamo portati a dividerci, a risentirci e a dimenticarci di Lui. È per questo che fra Lui e i discepoli (noi) piazza lo Spirito Santo: “alitò su di loro …” La fede è un dono. Un dono di misericordia. Dio lo fa a tutti. Per averla, assieme al Suo soffio, occorre anche inchinarsi, come Giovanni, alla porta del Sepolcro, e accoglierla con la presenza nel Cenacolo. Con la fede non si anestetizzano le diversità ma queste assumono un senso. Non girano a vuoto ma sono intercettate da Dio che si fa trovare (e va a trovare) da chiunque lo cerca con cuore sincero!
  1. Gaetano Saracino
   

Vangelo Migrante: II domenica di Pasqua In Albis e della Divina Misericordia (Vangelo Gv 20, 19-31)

16 Aprile 2020 - Siamo alla domenica detta in Albis e della Divina Misericordia. Il suo nome originale deriva dal rito festoso della deposizione delle vesti bianche (le albe, appunto) di coloro che sono stati battezzati la notte di Pasqua: tolta quella, indossano l’abito della quotidiana testimonianza da rendere a Cristo, il risorto. Il Santo Giovanni Paolo II, aggiunse il titolo della Divina Misericordia, per celebrare solennemente il dono dell’amore di Dio ricevuto, da custodire e per cui gioire. Una festa nella festa: la vita di Dio ricevuta in dono nel battesimo è l’amore incondizionato di Dio donato a noi nella Resurrezione di Gesù, il centro, il perno, l’origine della nostra fede. Quest’anno non abbiamo celebrato i battesimi ma il senso e il significato della festa rimane. Un dono vivo nella Chiesa Il Vangelo di questa domenica ci dice dove vive questo dono: nella Chiesa. La comunità crede-celebra-vive del risorto mentre è radunata attorno agli Apostoli. In questo tempo ci mancano i Cenacoli ma non siamo decentrati dalla Chiesa. Anche questa condizione dislocata nelle nostre case, chiese domestiche, noi la stiamo vivendo come Chiesa. Le nostre attenzioni, in genere, vanno tutte sulla storia di Tommaso e sulla sua incredulità; il Vangelo, invece, indugia proprio su questo aspetto: quando racconta cosa accade la sera dello stesso giorno e otto giorni dopo, sottolinea che l’incontro con Gesù avviene nella Chiesa e il succitato apostolo la prima volta è assente, la seconda è presente. È là che il Signore dà il suo appuntamento a tutti. Sia chiaro: Dio può decidere di incontrare ogni uomo dove e quando vuole; ma è pur vero che ogni incontro si conclude sempre in un Cenacolo (con gli apostoli dopo la Resurrezione, ma anche con san Paolo dopo la caduta da cavallo: nel cenacolo di Damasco, presso Anania). Prima ancora della sua titubanza, Tommaso è vittima di una mancanza oggettiva: l’assenza dal Cenacolo. Una sola Mensa In queste ore lo diciamo con una grande nostalgia nel cuore, il senso dell’Eucarestia, dell’invito di ogni uomo attorno alla Mensa del Signore, è proprio in questo incontro con Lui. Tutt’altro che scontato, anche nella pastorale della mobilità umana: Dio è uno per tutti, ma non sempre è una la mensa dove lo si incontra! A volte, nelle nostre comunità, le dovute attenzioni pastorali alle diversità, rischiano di creare veri e propri parallelismi; tuttavia, è altrettanto vero che, assieme al rischio, c’è anche la grande opportunità di essere autenticamente comunità di Gesù, accogliente e inclusiva. Per tutti. Ricevete lo Spirito Santo Dinanzi a questi limiti Gesù sa che per il fatto che siamo umani, siamo portati a dividerci, a risentirci e a dimenticarci di Lui. È per questo che fra Lui e i discepoli (noi) piazza lo Spirito Santo: “alitò su di loro …” La fede è un dono. Un dono di misericordia. Dio lo fa a tutti. Per averla, assieme al Suo soffio, occorre anche inchinarsi, come Giovanni, alla porta del Sepolcro, e accoglierla con la presenza nel Cenacolo. Con la fede non si anestetizzano le diversità ma queste assumono un senso. Non girano a vuoto ma sono intercettate da Dio che si fa trovare (e va a trovare) da chiunque lo cerca con cuore sincero!

p. Gaetano Saracino

 

Vangelo Migrante: la domenica di Pasqua

11 Aprile 2020 - Splende una luce nuova. La morte è stata vinta. La vita fiorisce. Cos’è tutto questo fermento? L’uscita dalla quarantena? Le attività sociali ed economiche che riprendono? No. Ci si permetta: queste e altre buone notizie non potranno mai avere il peso rivoluzionario della Resurrezione di Gesù. Tutto il mistero Purtroppo anche dalla Resurrezione si gira alla larga perché essa è un mistero che si completa solo se accolto per intero: la dimensione del servizio (la lavanda dei piedi del giovedì Santo) e quella della croce (il venerdì Santo) sono parte integrante. Il mistero Pasquale non è una eroica vittoria di un superuomo in guerra contro tutti ma è il dono della vita oltre la morte, oltre ogni morte, che Dio fa all’umanità attraverso Suo Figlio. E proprio perché non è campata per aria, in quella vittoria sono presenti i segni dell’umano: il servizio e la croce. In questo senso la Speranza del cristiano vive sempre: perché Colui che è per sempre crocifisso è per sempre risorto. Così le nostre vicende: se è vero che il dolore e tutte le sue conseguenze non ci lasciano mai, è altrettanto vero che quel dolore è stato vinto per sempre … C’è la prova: la Resurrezione, appunto. Un mistero per tutti L’esplosione di gioia dei cristiani non è una pia devozione ma un mistero che contagia tutti e non lascia indifferente nessun uomo. Questo è il fine e la fine del tempo Pasquale che ci accompagnerà per cinquanta giorni: “andate e ditelo a tutti”. Nessuno escluso. Mi sono chiesto più volte il senso profondo di questo mandato di Gesù. La maggior parte degli uomini sulla terra non lo sa o vive senza saperlo. Eppure in tutta l’umanità vivono i segni della Resurrezione. Ci sono. Sono del Dio di Gesù Cristo. E sono partecipati a tutti. I segni universali della Resurrezione La Resurrezione è un unicum nella storia delle religioni. Nessuna religione ha mai contemplato un Dio che è morto. Il fondamento del cristianesimo non è un postulato vincente a priori. Tutt’altro. La Resurrezione è la storia di un Dio che cammina con gli uomini. Non con pensieri speculativi, dimostrazioni teoriche o deduzioni logiche ma con la testimonianza dei suoi discepoli. E ad ogni uomo giungono i suoi effetti anche quando l’uomo non sa nemmeno il perché: curare gli ammalati, accogliere il forestiero, visitare il carcerato, dar da mangiare a chi ha fame, istruire, vestire, seppellire i defunti…, sono segni di Resurrezione che i cristiani non hanno dedotto dalla saggezza o dall’istinto umano ma dalla Resurrezione e li hanno condivisi con tutti. E tutti li usano, anche ignorandone l’origine. Lo stiamo vedendo particolarmente in questi giorni. La morte non ha l’ultima parola ma la penultima. La vita ha vinto. Il dono di Dio e la testimonianza dei discepoli Un prodigio così grande è un dono di Dio all’umanità. Il più grande. Ma ha comunque bisogno della testimonianza dei discepoli perché sia credibile agli uomini. È stata questa la missione affidata agli Apostoli. È in questo che vengono battezzati tutti gli altri cristiani. La testimonianza è tutt’altro che facile. Quale testimonianza rendere? Come renderla? Dinanzi allo stesso fatto c’è l’approccio dei discepoli tutt’altro che univoco: c’è l’annuncio di una donna al mattino, la corsa al sepolcro di Pietro e Giovanni più tardi, la paura dei discepoli di Emmaus alla sera, l’incredulità di Tommaso otto giorni dopo. Sarà lo Spirito Santo a modellare la praticità di Pietro, la spiritualità di Giovanni, gli occhi dei discepoli ad Emmaus, la fede e la ragione di Tommaso. La Resurrezione entra nella vita della Chiesa nascente. Non sono un problema la diversità, l’incompetenza (tanta), l’imperfezione (tantissima), l’indole dei discepoli: il fatto della Resurrezione è innanzitutto dono di Dio. E anche poterlo annunciare è un dono. E come tale va accolto. Essendo iniziativa di Dio, Lui sa come vivere nel cuore, nella mente e nelle braccia di ciascuno. Annunciarlo a tutti non è presunzione ma urgenza di servire Dio nell’uomo. In ogni uomo. Questa è la buona Pasqua! Essa c’è per tutti e per ciascuno! In qualsiasi modo tu la veda!

p. Gaetano Saracino

Vangelo Migrante: Venerdì Santo (Passione del Signore, Vangelo Gv 18, 1-19,42)

10 Aprile 2020 - L’abbandono di Gesù al Padre è totale. È il vertice della fede da cui tutto ha inizio. Drammatico, come si può immaginare, ma necessario. Il Vangelo che viene proposto nella liturgia della celebrazione della Passione e dell’Adorazione della Croce alle ore 15 è quello di Giovanni. Nel giorno più terribile della storia, le tenebre da cui il Figlio di Dio si lascia avvolgere come da un velo, sono luminose e rivelano al mondo il segreto e l’essenza di Dio: “è amore” (1Gv 4,21) ed è crocifisso dalla nostra indifferenza. Attraverso il cuore aperto del Signore crocifisso passa tutto il nostro dolore e da quel cuore ci viene donato ogni brandello della nostra luminosa umanità. L’amore non può morire; la tenerezza dell’abbraccio in cui la madre di Gesù viene accolta è il baluardo ad ogni disumanizzazione possibile e temibile. La morte del Figlio di Dio, e ogni morte, tuttavia, restano un mistero che si può contemplare solo in silenzio. Ma unendo a Quella morte le nostre morti e, in questo tempo in particolare, quelle di tanti fratelli e sorelle che vivono sofferenze personali nel corpo e nello spirito, possiamo chiedere al Padre di riparare le piaghe causate dalla paura e dalla sofferenza della morte versandovi l’acqua dello Spirito che Gesù ha donato morendo per noi.