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Vangelo Migrante: V domenica di Quaresima | Vangelo (Gv 11, 1-45)

22 Marzo 2023 - Attorno alla persona di Gesù, nei Vangeli di queste domeniche, in un crescendo, sono apparsi con sempre maggiore evidenza il dramma dell’uomo e la gloria di Dio: nell’uomo prevale la necessità dell’acqua, della luce, della vita; da Dio provengono la sorgente che disseta, la verità che illumina, la resurrezione che dà vita. L’episodio della resurrezione di Lazzaro, questa domenica, è la prova generale della Resurrezione di Gesù, il fondamento della nostra fede. La morte resta un dramma ed è il problema dell’uomo. Non solo quella esistenziale ma anche le tante morti e mortificazioni, dinanzi alle quali i nostri desideri e i nostri progetti non possono nulla. Nel Vangelo odierno colpisce una sorta di lentezza da parte di Gesù. Marta, la sorella del defunto gliela fa notare: “se tu eri qui, mio fratello non moriva”.  A volte l’attesa di un Suo intervento, lento e quasi distratto, sembra metterci alla prova. Perché fa così? Dal Vangelo odierno impariamo che i tempi di Dio non sono i nostri e l’intervento di Dio non va confuso con il far qualcosa e basta: Dio non è cura palliativa ma uno che risolve le cose alla radice. Come per la Samaritana Egli chiede da bere per poi offrire acqua in abbondanza, così per Lazzaro: aspetta la morte, ed anche una sorta di necrosi, per poter operare la vita. È probabile, e anche molto umano, che, presi dalle nostre paure e dal nostro dolore, noi non ce ne accorgiamo. Il primo segno dell’Opera di Dio è proprio questo: nella necrosi nessuno mette mano; Gesù lo fa perché Dio va dove non va nessuno. E da lì ricomincia la vita: scatena le porte degli inferi e riprende l’uomo dove i vermi se lo mangiano e lo porta con sé. Il Suo pianto è una risposta a Maria. Come a dirgli: “ho colto profondamente il tuo stato. Ti ho accolta”. Il passaggio è importante. Molte volte, impotenti dinanzi alle tante lacrime di chi chiede di essere accolto, forse anche a noi è sembrato più logico darci da fare senza aver fatto prima quel silenzio, anche ferito e in lacrime, che ci mette in condizione di entrare in relazione con Dio, farci accogliere da Lui e riconoscere l’Opera sua, che vive e dà vita anche attraverso le nostre azioni. Solo sentendoci accolti da Lui possiamo dare il meglio di noi stessi anche agli altri.

Vangelo Migrante: IV domenica di Quaresima – Vangelo (Gv 9, 1-41)

16 Marzo 2023 - L’acqua promessa alla Samaritana, nel vangelo di questa domenica diventa segno di guarigione. Non una qualsiasi guarigione ma un ritorno alla luce che fa vedere ogni cosa. Nel cammino di preparazione al battesimo degli adulti, il catecumenato, questa domenica è una tappa fondamentale: è la domenica della professione di fede. Come il cieco nato, anch’essi diranno: credo Signore! Tra i migranti che incontriamo e a cui rivolgiamo le nostre cure pastorali, ci sono diversi fratelli e sorelle impegnati in questo percorso. L’occasione di averli con noi può essere propizia per risvegliare la nostra tensione dell’inizio della vita cristiana. Essa non è per nulla scontata visto che anche da battezzati resta l’esigenza di una guarigione degli occhi di una fede spesso impastata da troppi distinguo o cortesi dinieghi rivolti a fratelli e sorelle battezzati alla stessa fonte o ad altri uomini e donne venuti da lontano e, come noi, chiamati alla fede. Lo sguardo umano, apparente mente neutro, sovente si adagia sull’esteriorità delle cose e delle relazioni fino a sostituire la verità nelle cose e nelle persone: l’esclusione del cieco è verità indiscussa e indiscutibile, per lui, per i suoi stessi parenti e ovviamente per quelli che l’hanno decretata. Non per Gesù. Perché il bisogno di vedere, in quell’uomo rimane. Non può spegnersi ciò per cui siamo stati creati. L’opera di Dio non può essere annientata. Ne è prova il fatto che la vista ricevuta crea un problema in comunità: il cieco (lo straniero) dove lo mettiamo? Non basta dire: “è ipocrisia”. Troppo facile. Qui si tratta di aver perso di vista Dio; è questo che produce ipocrisia, a tal punto che anche la lode che fa il cieco (dottrinalmente impeccabile) risulta inammissibile. Dio non vuole la morte di nessuno. E Gesù, che è da Dio, luce da luce, è venuto a fare cose che solo Dio sa fare. Ma perché questo accada è necessaria una fede che faccia vedere oltre il legalismo o il buonsenso in cui ci ricacciano le cose di questo mondo ma che non provengono da Dio e non portano a Dio. Che non capiti anche a noi che questa presunzione nella quale tentiamo di recintare la nostra vita e, in proiezione, quella di altri uomini e donne, faccia ancora esclamare al Maestro; “se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma siccome dite “noi vediamo”, il vostro peccato rimane!” (p. Gaetano Saracino)  

Vangelo Migrante: III domenica di Quaresima| Vangelo (Gv 4, 5-42)

9 Marzo 2023 - Per tre domeniche il Vangelo di Giovanni, attraverso alcuni segni, ci accompagnerà al Mistero di Gesù: chi è, da dove viene e dove ci porta. Scopriamoli. Il primo indizio è dato nell’incontro con la Samaritana. Il segno è l’acqua! Dio attende al pozzo della storia, paziente e rispettoso. Quello è un luogo dove per necessità occorre passare. L’umanità ferita, dopo essersi lavata un po' se n’è andata ma, di tanto in tanto, deve tornare ad attingere acqua per andare avanti. Proprio come fa la donna Samaritana: essa sa che può caricarsela solo un po' alla volta e per questo è costretta a passarci spesso. In uno di questi passaggi, Gesù è là e chiede da bere. Umiliandosi nel chiedere da bere permette alla donna, simbolo dell’umanità, di volgergli lo sguardo. Non pretende attenzione né contesta le sue carte sporche. Le ferite sono squarci attraverso i quali fa passare la sua luce per offrire non un pozzo ma una sorgente, non gli amori ma l’Amore. E rivela che dinanzi ad una donna, e per di più samaritana, c’è il Dio di ogni uomo. Non quello delle identità e delle appartenenze, dei primati, degli obblighi e dei distinguo ma quello che abita la storia, le fragilità e i bisogni di ogni essere umano, di tutto l’essere umano. La scelta da fare è se tornare ad abbeverarci a pozzi esauriti o esauribili, oppure passare alla fonte dove l’acqua sgorga. Il Risorto che adoreremo a Pasqua è questa fonte che zampilla per la vita eterna. (p. Gaetano Saracino)

Vangelo Migrante: II domenica di Quaresima | Vangelo (Mt 17, 1-9)

2 Marzo 2023 - Se l’inganno della tentazione è il boccone attraverso il quale il maligno opera la distruzione e l’annientamento di Quelli che Dio ama, la Trasfigurazione è la gloria, il peso specifico, che Dio dà ai Suoi amati, ad iniziare dal Figlio che finirà per farsi cibo nella Pasqua verso la quale siamo in cammino. Questo è il cammino della Gloria: si sale, si vede, si discende. L’ascesa al Tabor è condizione necessaria per vedere altro, per vedere diversamente quel reale in cui il demonio dopo averci separato da Dio, dapprima ci fa pensare male di Lui e quindi ci offre se stesso come dio da adorare. Schema falso e, purtroppo, vincente. La vista della Gloria non è tras-formazione di qualcosa in qualcos’altro ma è tras-figurazione, ossia la stessa cosa vista nel suo senso autentico e profondo: oltre la figura, oltre la forma. A cambiare sono gli occhi di un essere umano semplice e non acculturato come Pietro, al quale quella rivelazione risulta accessibile e bella fino a fargli esclamare: “... restiamo qui!” E c’è anche la discesa, perché Dio non è mai autoreferenziale, anche se a volte fa comodo pensarlo così e fissarlo in un quadro dottrinale. Il rientro al reale, non di rado esposto alle insidie di questo mondo, è il luogo dove Egli trasfigura e mette ordine ai nostri desideri, ai nostri progetti e ai nostri bisogni. È dura, ma la discesa di questi tempi per noi è sulla spiaggia di Cutro in mezzo a quel che resta di un barcone che all’alba di domenica scorsa (I domenica di quaresima) incagliandosi in una risecca, a causa del mare agitato, ha rovesciato in mare bambini, donne e uomini, di cui 66 vittime e 81 superstiti, finora accertati; la discesa è fra le gelide terre del territorio ucraino e in quelle di altri 60 scenari dove insistono guerre e conflitti;  è fra le corsie di ospedali o case di lunga degenza; è fra le contese tra coniugi o ex coniugi che oltre a distruggere le famiglie stanno distruggendo le persone; è fra le assurde e insensate aggressività degli adolescenti per cui non si riesce a capire il verso da cui approcciarli. Più che mai avvertiamo il bisogno di una vera trasfigurazione per collaborare al Suo progetto di salvezza. Ancora una volta: o ci amiamo o ci distruggiamo! (p. Gaetano Saracino)  

Vangelo Migrante: VII Domenica del Tempo Ordinario

16 Febbraio 2023 -
In questa settima domenica del tempo ordinario, alle soglie della Quaresima, il Vangelo proietta una scandalosa aurora sugli occhi dei cristiani, uno scorcio di quel “non ancora” che illumina e provoca il “già” di chi ascolta. Chi è venuto a dare compimento alle parole di Mosè le sta, via via, rendendo perfette liberandole dai limiti che la paura ha sinora imposto loro e adesso, in quest’ultimo commento, sembra giungere quasi stravolgerle. “Avete udito che fu detto: «Occhio per occhio e dente per dente»”: seguendo l’ordine in cui i precetti e divieti della Legge vengono elencati nel libro dell’Esodo, dopo il Decalogo, Gesù va a interpretare il cosiddetto “codice dell’Alleanza” dove si trova la legge del taglione (cf. Es 21,24). Legge, che dai vari membri del corpo, verrà estesa all’intera vita, nel Deuteronomio: “Il tuo occhio non avrà compassione: vita per vita, occhio per occhio, dente per dente” (19,21). In realtà viene ad esservi stabilita una giustizia retributiva ben superiore a quella sproporzionata che la precedeva: la legge di Lamec, figlio di Caino. In essa, infatti, era detto: Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette” (Gen 4,23-24). Un’asimmetria che ci ricorda qualcosa di molto più recente rispetto ai tempi del Caino biblico, quando la morte di un tedesco valeva la vendetta della morte di dieci italiani. La Legge del Sinai dimostra di essere madre di una più alta civiltà quando stabilisce che ogni vita vale come l’altra, sia quella del re sia quella del cittadino comune, sia quella del povero sia quella del ricco, conferendo alla vita un valore assoluto. Ma due sono i limiti su cui Gesù va a intervenire: il primo è quello che ivi si intenda la vita del fratello ebreo e non di tutti gli umani al mondo; ancorché non manchino delle attenzioni per la vita del “nemico”, infatti, quella che viene protetta con la comminazione della vendetta è la vita del fratello, del figlio di Abramo circonciso. Non per nulla Gesù prosegue dicendo: “Avete inteso che fu detto: «Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico»”. Il prossimo è quello che fa parte della tua famiglia, della tua etnia, della tua “nazione” – oggi qualcuno direbbe! – mentre nel “nemico” ci sono tutti gli altri: gli stranieri, i pagani, quelli che sono fuori dal “muro” della tua appartenenza. Qualcosa che viene spontaneo paragonare a tanti consigli che sentiamo dare oggi in Europa: stabiliamo un confine tra noi e i migranti, i profughi, i mussulmani, tutti coloro che premono alle porte – immaginarie – ed erette proprio dal limes escludente della legge. Il secondo limite sta nel fatto che la vendetta tradisce la ragione stessa per cui Dio donò la Legge ad Israele: perché avesse la vita! La vendetta non riesce infatti che ad accumulare morte su morte. Ed è per questo che, sin dalle pagine del libro dell’Esodo, poco dopo che vi leggiamo sulla legge del taglione vediamo che Dio stesso si trova a trasgredirla! Verso quel popolo che alle pendici del monte Sinai, infatti, avrebbe meritato la morte perché s’era fabbricato un vitello d’oro per adorarlo, Dio rinunciò alla vendetta e si fece per loro pura misericordia. Quel popolo che da alleato era divenuto un nemico del suo Dio fu trattato da Lui come un figlio adorato! Cui si perdona perché possa vivere e mutare il suo cuore e capire che l’unica “giustizia” che genera vita è la grazia dell’amore, è la fraternità universale, è la riconciliazione offerta incondizionatamente, che abbatte il muro fra amici e nemici. Di questa “giustizia” di Dio – “che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” – Gesù riconosce la radice nell’antica legge di Mosè e cerca di spiegarla a chi, pur sapendola a memoria, sembra non averla ben compresa. Qualcosa che rispecchia  l’ignoranza anche di molti tra noi cristiani che ancora si scandalizzano del porgi l’altra guancia, che non vedono ancora altra soluzione che quella armata a chi fa la guerra. “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli”. Chi si dice cristiano non può rinunciare a quell’unica, originaria “differenza” che Tertulliano già riconosceva: “Amare gli amici lo fanno tutti, i nemici li amano soltanto i cristiani” (Ad Scapulam 1,3). “Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? (…) Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. (Rosanna Virgili)  

Vangelo Migrante: VI domenica del tempo ordinario|Vangelo (Mt 5,17-37)

10 Febbraio 2023 - “Sta scritto… ma io vi dico”, è la Parola che risuonerà nel Vangelo di questa domenica. Nessuna divisione o polarizzazione, come forse piacerebbe. Gesù entra nel progetto di Dio non per rifare un codice, ma per rifare l’amore. “Avete inteso che fu detto agli antichi: non ucciderai;” ma chi non ama, uccide già. Il non-amore è già un incubatore di violenza e omicidi oltre che un lento morire. E Gesù mostra i primi tre passi verso la morte: l’ira, l’insulto, il disprezzo, tre forme di omicidio. L’uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell’altro. Questo fa innanzitutto il non-amore. “Avete inteso che fu detto: non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”. Non dice semplicemente: se tu desideri una donna; ma se guardi per desiderare, con atteggiamento predatorio, per conquistare e violare, per sedurre e possedere, se la riduci a un oggetto da prendere o collezionare, tu commetti un reato contro la grandezza di quella persona. ‘A(du)lterio’ significa alterare, cambiare, falsificare, manipolare la persona; e, quindi, rubare a quella persona il sogno di Dio. Adulterio non è tanto un reato contro la morale, ma un delitto contro la persona, deturpare il volto alto e puro dell’umano che c’è il lei. E conclude: “avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non giurerai il falso (…) Ma io vi dico: Non giurate affatto; il vostro dire sia sì, sì; no, no”. Gesù va fino in fondo: dal divieto del giuramento, arriva al divieto della menzogna. Dì sempre la verità e non servirà più giurare. Non abbiamo bisogno di mostraci diversi da ciò che siamo nell’intimo. Dobbiamo solo curare il nostro cuore, per poi prenderci cura della vita attorno a noi; è necessario guarire il cuore per poi guarire la vita. È la pagina tra le più radicali di tutto il Vangelo ma, per contrasto, capisci che è anche la più umana, perché agisce su tre leve decisive della vita di ciascuno: la violenza, il desiderio, la sincerità.  Gesù annuncia la Vita, sempre; e lo fa con le parole proprie della Vita: “Custodisci le mie parole ed esse ti custodiranno” dice il libro dei Proverbi. Con linguaggio corrente, viste anche le tante parole ‘cantate’ e confuse di questi giorni (Sanremo) potremmo commentare: “…e non finirai nell’immondezzaio della storia”.  

Vangelo Migrante: V domenica del tempo ordinario |Vangelo (Mt 5,13-16)

2 Febbraio 2023 - Voi siete sale, voi siete luce. Sale che conserva le cose, luce che accarezza le cose e ne risveglia i colori e la bellezza. Nell’immagine Gesù annuncia che dalla buona riuscita della nostra avventura umana e spirituale, dipende la qualità del resto del mondo. Come fare per vivere questa responsabilità che è di tutti? Meno parole e più gesti. E nei gesti alcuni accorgimenti: non siamo noi ad aver acceso le qualità del nostro sapore e la luminosità dei nostri gesti; né la loro utilità è data per ottenere vantaggi. L’agire annunciato da Gesù è sempre per la gloria di Dio. È Lui che ha creato il buono del sapore e il bello della luce. La testimonianza cristiana è autentica quando rimanda al Padre dei cieli, altrimenti è inutile e dannosa come il sale che diventa insipido e come una lucerna posta sotto il moggio. Un agire intriso di autoreferenzialità o sempre alla ricerca di approvazione svuota di senso le stesse azioni dando origine a macroscopici abbagli, a picchi di ‘entusiasmo immotivato’ destinato a non durare e a non servire. Il discepolo si preoccupa esclusivamente di far conoscere questo Dio origine e fonte. Nella sua autentica fedeltà alla gloria di Dio, e non alla sua, risiede la riuscita e il senso di quello che fa. Il discepolo è pienamente consapevole di essere limitato ma sa bene che la sua unica ricchezza è Dio. Quanti hanno l’occasione di incontrare questo sapore e questa luminosità sono naturalmente scossi e inevitabilmente si interrogano sui motivi che spingono ad agire così. È il Vangelo ‘sine glossa’ del poverello di Assisi di cui si racconta che un giorno invitò fra’ Ginepro ad uscire con lui e a predicare. In risposta, fra’ Ginepro gli manifestò la sua nota inadeguatezza al compito ma, vista l’insistenza di Francesco, acconsentì. Girarono per tutta la città pregando in silenzio, sorridendo ai bambini, accarezzando i malati e aiutando qualche donna a portare dei pesi. Dopo aver attraversato più volte la città arrivò l’ora di rientrare. Fra Ginepro chiese: “e la nostra predica?”.  “L’abbiamo fatta, l’abbiamo fatta” rispose il santo.

Vangelo Migrante: IV domenica del tempo ordinario | Vangelo (Mt 5,1-12)

26 Gennaio 2023 - Chi non vuol essere felice? Nel Vangelo di questa domenica Gesù ci offre addirittura la beatitudine, un di più di felicità. A prima vista per come è strutturato il testo, l’attenzione può essere rapita da quelle condizioni di vita che umanamente non sono proprio un vantaggio o non sono la condizione accettata dai più: beati quelli che sono poveri in spirito, nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i puri di cuore, i misericordiosi, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia, gli insultati, i perseguitati e i calunniati. Sembra di assistere ad una benedizione delle sventure! Non è così! Il testo annuncia la beatitudine partendo, sì, da una condizione di vita ma si allunga dicendo anche ‘perché’. Il punto di partenza non è tutto; il tutto viene annunciato nello snodo del ‘perché’: perché di essi è il regno dei cieli, perché saranno consolati; perché avranno in eredità la terra; perché saranno saziati; perché troveranno misericordia; perché vedranno Dio; perché saranno chiamati figli di Dio; perché di essi è il regno dei cieli, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Accolte così, le beatitudini diventano una provocazione perché costituiscono una domanda diretta e profonda: ti interessa il regno dei cieli, ti interessa vedere Dio, di essere consolato, di avere quella pienezza e sazietà di vita che solo Dio può dare e nessun altro può togliere? Non è una sfida. È l’offerta più alta che sia mai stata fatta al cuore dell’uomo. Gandhi diceva che queste sono “le parole più alte del pensiero umano”. Chi non ha mai vissuto una di quelle condizioni ‘svantaggiose’? Ne siamo venuti fuori? Può darsi; ma, ahinoi, mai per sempre e mai per tutti. Al posto della lotta continua, comunque faticosa e sempre ìmpari, Gesù offre la pienezza di Dio e del Suo Regno disponibile per tutti gli uomini. Non è utopia o nostalgia di un mondo fatto di bontà, sincerità, giustizia e non violenza ma è un tutt’altro modo di essere uomini. Gesù pronuncia queste parole su una montagna, circondato dalla folla e dai suoi discepoli. In quella circostanza insegnerà anche il Padre nostro. Egli è il nuovo Mosè che promulga la legge della nuova alleanza. Per accoglierla è necessario ‘emigrare’, uscire, salire, per poterlo ascoltare e diventare davvero Suoi discepoli. Nelle Beatitudini c’è un’attrazione perchè si avvertono come difficili eppure suonano amiche e necessarie per il cuore dell’uomo. Amiche perché non stabiliscono nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, necessarie perché quando uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua. (p. Gaetano Saracino)

Vangelo Migrante: III domenica del tempo ordinario | Vangelo (Mt 4,12-23)

19 Gennaio 2023 - Con il Motu proprio ‘Aperuit illis’, Papa Francesco ha stabilito che “la III Domenica del Tempo ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio”. Non a caso la Parola di questa domenica ci offre il messaggio generativo del Vangelo: “il regno dei cieli è vicino!” Giovanni è stato arrestato, la voce del Giordano tace ma poco più in là sulle rive di un lago si alza una voce libera: esce allo scoperto, e senza paura, un giovane rabbi che da solo va ad affrontare i confini nella meticcia Galilea, crogiolo di genti, regione quasi perduta per la fede, e dice: “convertitevi perché il regno dei cieli è vicino”. Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle. Quel regno di giustizia, di pace, d’amore, desiderato da ogni uomo di buona volontà, finalmente non è più solo una bella ma irrealizzabile utopia: è vicino. Non si tratta di un regno completamente presente ma in via di costruzione: quanto più gli uomini accolgono Gesù e il suo messaggio, tanto più i segni della presenza del regno dei cieli diventano riconoscibili. “Convertitevi”, allora, significa ‘accorgetevene’, ‘sapevatelo’, si direbbe oggi; giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. La notizia bellissima è questa: Dio è all’opera per guarire la tristezza e il disamore del mondo e ogni strada del mondo è Galilea. La conversione non nasce dalla paura di essere condannati dal giudizio di Dio, ma dalla bellezza del progetto finalmente realizzabile. La gioia nel cuore del discepolo è la naturale conseguenza: la vita ha finalmente un senso compiuto e l’uomo può dedicare tutta la sua vita per collaborare alla costruzione del regno dei cieli. L’esito felice del progetto è assicurato da Gesù. La prima e fondamentale conversione consiste proprio nel fidarsi di Lui e della Sua lieta novella. Chi non crede alla vicinanza del regno di Dio inevitabilmente si rassegna ad una vita mediocre e senza senso. Se l’invito alla conversione per vedere il regno dei cieli, e farne parte, è rivolto a tutti, non tutti però hanno lo stesso compito. Alcune persone sono chiamate a seguire Gesù più da vicino: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. I dodici apostoli dopo la morte e la risurrezione di Gesù, avranno il compito di guidare le comunità cristiane nella custodia e nella diffusione del Vangelo. Non si tratta di un compito più importante degli altri, ma di un servizio indispensabile perché tutti possano essere discepoli. Quel rabbi ci mette a disposizione un tesoro di vita e di amore, un tesoro che non inganna, che non delude. Ascoltarlo è sentire che la felicità non è una chimera, è possibile, anzi è vicina. (p. Gaetano Saracino)

Vangelo Migrante: II domenica del tempo ordinario | Vangelo (Gv 1,29-34)

12 Gennaio 2023 - Il Vangelo domenicale del tempo ordinario riparte dalle parole del Battista che indica in Gesù “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Quale peccato? L’errore di bersaglio compiuto da tutta l’umanità: creata, ‘vocata’ a vivere in un modo, essa vive un perenne ‘fuori bersaglio’ accumulando sbagli e debiti. Quale Agnello? Non un Dio giudice e carnefice, come spesso viene riconosciuta la divinità, ma un innocente, un non violento, mite ed amante di coloro per cui è venuto a pagare i danni prodotti e l’enormità del debito contratto in ogni errore di bersaglio. Giovanni è consapevole che Gesù ha il potere di salvare il mondo e liberare l’uomo da ogni male, malattia, infermità, morte e schiavitù per condurlo alla pace; ma sa anche che Gesù compirà il suo mandato in modo del tutto inatteso e imprevisto. Gesù, il Messia e il Salvatore, userà sempre e solo le ‘armi’ dell’Agnello: l’amore, la compassione, la misericordia, la mitezza e la dolcezza. E questo per Giovanni umanamente non sarà affatto un vantaggio: in quella consapevolezza, ammette che l’Agnello che sta indicando non combatterà con forza e con violenza nemmeno contro il potere e le ingiustizie che causeranno la sua decapitazione … Provvederà anche a lui ma non nel modo che la mente o la paura umana si aspettano. Giovanni sperimenta la Sua potenza liberatoria ma anche l’assoluta divina imprevedibilità che non lo liberano dalle catene della prigionia e della decapitazione. Il Vangelo di oggi è ad un tempo annuncio e atto di fede. Parole e gesti. Giovanni accetta per davvero di essere parte vera, costi quel che costi, di quel Regno che le sue parole inaugurano. Gesù sa che fino a quando la testa di Giovanni sarà al suo posto, sarà possibile per gli uomini conoscere il più grande tra i nati di donna e ascoltare l’annuncio del precursore; ma sa anche che la testa di Giovanni sul vassoio di Erodiade, manifesterà la gloria di Dio e sarà la semina feconda del Regno di Dio di cui Giovanni, e con lui tutti coloro che stanno affondando, che naufragano in mare o nell’anonimato di un’esistenza ai margini e che soffrono le conseguenze del peccato, sono parte integrante. Ecco l’Agnello di Dio: imprevedibile, certo; ma Salvatore per davvero! (p. Gaetano Saracino)