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Migrantes Carpi: messa per gli operatori dello spettacolo viaggiante con mons. Castellucci

25 Maggio 2020 - Carpi - Sabato 23 maggio 2020, alle ore 11.00 si è celebrata in Cattedrale la Santa Messa insieme alle famiglie dello Spettacolo Viaggiante. E’ stato un momento di festa frutto di un percorso che da anni vede impegnati insieme le famiglie delle giostre, la diocesi e diversi operatori pastorali della Migrantes Diocesana di Carpi, in collaborazione anche con i referenti Migrantes della diocesi di Adria-Rovigo, in una pastorale rivolta alle famiglie delle giostre mobili, che altrimenti, per la natura stessa del loro lavoro, non potrebbero accedere, in particolare, alla formazione per i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana. E che ha portato negli anni anche alla promozione a livello nazionale di iniziative specifiche per queste famiglie riguardo alla scolarizzazione dei giovani, tema ugualmente problematico anche in questo caso a motivo degli spostamenti per ragioni lavorative. Quest’anno, in cui a causa del coronavirus il Luna Park non può essere aperto, come invece accade ogni anno in occasione della Festa del Patrono, ancora di più la Migrantes ha sentito il desiderio di farsi prossima e compagna di viaggio delle Famiglie del Luna Park, tra le più provate in questa situazione. E in attesa di celebrare il prossimo anno nuovamente sotto la volta insolita, come da tradizione, dell’Autoscontro, è stato molto bello poter vivere la Messa nella nostra Cattedrale, appena riaperta dopo il lockdown. Le famiglie presenti a Carpi hanno prontamente accolto l’invito loro rivolto e così anche il Vescovo Erio Castellucci che nella sua omelia ha ricordato come, nel Vangelo del giorno, Gesù ci invita a impostare la preghiera né come clienti, né come schiavi, ma come figli verso il Padre e a mantenere lo stile di figli anche tra di noi, perche’ se siamo figli del Padre, siamo fratelli tra di noi. E, rivolgendosi alle famiglie dello Spettacolo Viaggiante, ha sottolineato come il Luna Park sia un’immagine della nostra vita, in cui siamo chiamati sia a collaborare insieme nella fatica sia a gioire insieme e la sua presenza nella nostra città e nella nostra società è un sostegno alla nostra gioia, dà un contributo sociale alla felicità. E ha invitato a chiedere al Padre di ritornare alla normalità, una normalità guadagnata e quindi che per questo sarà ancora più gioiosa di prima. Stefano Artioli, responsabile della segreteria del Sindaco di Carpi, ha portato il saluto del Sindaco e dell’Amministrazione comunale, sottolineando come dietro il momento della festa ci sia l’impegno e il lavoro delle tante famiglie dello Spettacolo Viaggiante. E il signor Eros Degli Innocenti, della storica famiglia delle giostre e Presidente provinciale dell’Associazione Spettacoli Viaggianti, ha letto al termine la Preghiera del Fierante, dedicata alle persone del mondo del Luna Park. Nel pomeriggio, poi, il Vescovo ha visitato presso di loro le famiglie del Luna Park con un momento di preghiera e benedizione finale. E ha accolto molto volentieri l’invito che fin da adesso le famiglie gli hanno rivolto per il prossimo anno, dopo la Messa, come ormai da tradizione, a sperimentare la gioia di provare le varie giostre, che siamo fiduciosi, allieteranno nuovamente la nostra città.   Migrantes Diocesana Carpi

Migrantes Carpi: Messa per le famiglie del Luna Park con mons. Castellucci

22 Maggio 2020 -
Carpi - Sabato 23 maggio, alle ore 11, in Cattedrale a Carpi, mons.  Erio Castellucci, Amministratore apostolico, celebrerà la Santa Messa per le famiglie e gli operatori dello spettacolo viaggiante.
Sarà un momento di festa, frutto di un percorso che da anni vede impegnati insieme le famiglie delle giostre, la Diocesi e diversi operatori pastorali della Migrantes Diocesana Carpi. Quest’anno, in cui a causa del coronavirus il Luna Park - si legge in una nota - non può essere aperto in occasione della Festa del Patrono, a maggior ragione è "importante farsi prossimi e compagni di viaggio delle famiglie del Luna Park, tra le più provate dalle conseguenze economiche della pandemia", spiega una nota. Per questo motivo, in attesa di tornare, il prossimo anno, nuovamente sotto la volta dell’Autoscontro, sarà la  Cattedrale – dove sono appena riprese le Messe alla presenza del popolo dopo il lockdown – ad accogliere la celebrazione eucaristica.

Migrantes Catania: emergenza sanitaria e mobilità umana

18 Maggio 2020 -

Catania - L’Ufficio diocesano Migrante della diocesi di Catania in questo tempo così difficile di emergenza del Covid-19, sta svolgendo il compito di coordinamento con la Caritas diocesana e con  le varie associazioni di assistenza, nonché di sostegno alle persone migranti particolarmente delle comunità mauriziana e srilankese.

Molti immigrati  regolari e non  perdendo il lavoro si sono ritrovati, in questi due mesi di emergenza nell’emergenza, senza alcun mezzo di sussistenza, pertanto  la loro richiesta è stata specificamente la fornitura di prodotti alimentari e di necessità. Anche qualche famiglia circense e  lunaparkista, del territorio catanese ha avuto qualche difficoltà.

In questo tempo di pandemia  si sono aggravate ancora di più le condizioni dei rom in molte città italiane, come anche a Catania. La Migrantes diocesana è molto vicina alle esigenze di queste persone con la visita mensile ai loro campi attraverso atti di solidarietà ed evangelizzazione.  Ai bambini ed ai ragazzi rom che frequentavano la scuola, abitanti nei due campi più grandi ubicati alla periferia della città, viene garantito il supporto scolastico attraverso un operatore del Comune che porta loro i compiti assegnati dagli insegnanti, in collaborazione con l’Ufficio Migrantes che fornisce i quaderni e altro materiale didattico che ogni anno provvede a raccogliere. (G. Cannizzo - Direttore Migrantes diocesi Catania)

I dimenticati della pandemia

14 Maggio 2020 - Roma - Fino a tre mesi fa l’emergenza erano — impropriamente — considerati loro. Gli immigrati. Quando poi un’emergenza vera è piombata a sconvolgere le vite tranquille di molti di noi, loro non sono stati semplicemente retrocessi, ma scomparsi. Parliamo dei migranti, i trasparenti, i dimenticati, le vittime anonime della pandemia. «Mai l’immagine dello scarto così spesso evocata da Papa Francesco è risultata così appropriata a descrivere la condizione sociale di questi uomini e donne» esordisce così il vescovo Guerino Di Tora, che del fenomeno ha un osservatorio privilegiato in quanto presidente della Fondazione Migrantes. «La pandemia ci ha messo nella condizione di fare a meno dei loro servizi, e ce ne siamo sbarazzati, come appunto si fa con gli scarti». Monsignor Di Tora, che è membro del Consiglio permanente della Cei, è appena reduce da una serie di incontri con i suoi collaboratori sul territorio che gli hanno fornito un quadro tanto deprimente quanto allarmante. «Sì, ho appena terminato di incontrare on line i vari responsabili delle Migrantes diocesane, ma anche i nostri referenti all’estero perché come sapete noi ci occupiamo anche degli emigrati italiani all’estero. E oltre questi incontri di ricognizione siamo in contatto pressoché quotidiano con le strutture diocesane della Caritas e con i cappellani delle varie comunità nazionali. Soprattutto il collegamento con le Caritas è fondamentale, perché in fondo la nostra organizzazione è maggiormente dedicata all’orientamento pastorale e gode di poche risorse per il sostentamento, per cui il vero braccio operativo sono le Caritas diocesane, con le quali debbo dire stiamo lavorando sinergicamente molto bene». Un mondo quello della Caritas che Di Tora conosce molto bene, essendo succeduto a don Luigi Di Liegro alla guida della Caritas di Roma per diversi anni. «Il problema principale che registriamo è la perdita del lavoro di moltissimi migranti. Nel settore agricolo, ma soprattutto nel settore della collaborazione familiare e dell’assistenza agli anziani. Non è solo questione di restrizioni alla mobilità, che in teoria non si sono mai verificate per badanti e colf. Piuttosto per evitare ogni possibile rischio di contagio dall’esterno molte famiglie hanno deciso di fare a meno del loro aiuto. O anche peggio: molte collaboratrici familiari come è noto lavorano al nero: il timore di molti datori di lavoro è stato che se le colf fossero state fermate ai controlli e avessero dichiarato l’indirizzo dei posti di lavoro verso cui si dirigevano avrebbero determinato il rischio di una denuncia all’Inps: così sono state licenziate dalla sera alla mattina, senza alcun indennizzo». «Sì. È proprio così — gli fa eco Lucia Montebello che, in quanto responsabile dell’Emporio Caritas di Roma ha una nitida immagine della situazione —. Gli accessi all’emporio centrale della Caritas romana sono cresciuti del 150 per cento, e di questi almeno il 70 per cento è costituito da famiglie di immigrati. Ma soprattutto quello che ci sorprende è l’affacciarsi di nazionalità che raramente si rivolgevano a noi: per esempio molti filippini, che tradizionalmente si occupano appunto delle faccende domestiche, ed ora hanno perso il lavoro». «La cappellania degli Ucraini — continua Di Tora — sta facendo un gran lavoro per aiutare le tante badanti rimaste disoccupate, almeno a pagare gli affitti e le bollette». «Forse anche peggiore è la situazione nell’agricoltura, nella raccolta di pomodori e prodotti stagionali, perché alle diffuse situazioni di sfruttamento e caporalato ora si aggiunge la minaccia “o accetti quel poco che ti diamo o te ne vai”». Il ricatto funziona soprattutto nei confronti degli irregolari, i quali ovviamente non usufruiscono di nessuna forma di supporto tra quelle varate dal governo in questa fase emergenziale. Su questo l’opinione del vescovo Di Tora è lapidaria: «Una pronta regolarizzazione delle situazioni in sospeso è un fatto di civiltà. Peraltro è conveniente, perché regolarizzando si argina il rischio di una deriva malavitosa per le frange più deboli». Don Gianni De Robertis, che della Migrantes è il direttore e motore delle tante iniziative in cantiere, aggiunge al proposito: «Spesso ci scordiamo che le situazioni di irregolarità sono prodotte dalle normative e non dalla cattiva volontà dei migranti. E che è in forza delle irregolarità che si generano situazioni non solo di sfruttamento ma di vero e proprio stato di schiavitù. Intollerabile ai giorni nostri in Europa. Vi sono poi situazioni di estrema debolezza che sono oggettivamente difficili da far emergere a regolarità, penso per esempio a due ambiti su cui stiamo lavorando molto in questi giorni, quello dei nomadi e quello dei giostrai e dei circensi. I giostrai stanno ormai fermi da tre mesi, hanno il serio problema del mangiare quotidiano, e ai circensi si aggiunge anche il problema del mangiare per gli animali. È un problema che non riguarda solo i circensi e giostrai stranieri in Italia, ma anche i giostrai italiani all’estero, che hanno spesso difficoltà a rientrare. Nelle città deserte dei giorni passati le uniche figure che si scorgevano per strada erano quelle dei Rom che esploravano nei cassonetti dei rifiuti». «Finora abbiamo parlato solo dei migranti già residenti in Italia — riprende il vescovo Di Tora — ma non dobbiamo dimenticare il problema dei nuovi arrivi, anch’esso sottaciuto. Mentre qui si moriva di coronavirus, in Libia, indifferenti alla pandemia, i bombardamenti sono continuati nella totale indifferenza internazionale. C’è gente che continua a scappare dai teatri di guerra e non possiamo immaginare che per via della pandemia questa gente possa essere lasciata al suo destino richiudendo i porti». Dal centro alla periferia. Don Sergio Gamberoni è il responsabile della Migrantes nella città più martoriata d’Italia dal virus, Bergamo. «In questi 80 giorni si sono ribaltati tanti preconcetti sulla presenza dei migranti nei nostri territori. Il virus ci ha messi tutti sulla stessa barca. Con gare di solidarietà reciproca. Nell’immaginario collettivo ora gli extracomunitari sono anche i medici cubani e albanesi venuti generosamente ad aiutarci. Sono la comunità islamica che ha raccolto e donato 30 mila euro al nostro ospedale. E hanno suscitato reazioni e iniziative che qualche mese fa erano impensabili, e che hanno visto le nostre comunità produttive alla ricerca di un dialogo e di un sostegno. L’imperativo che ci ha guidati è stato “rimanere vicini, mantenere relazioni, indifferentemente dalla provenienza, cultura e credo. Figli di un solo Dio. Fratelli nella sventura”. I cappellani delle comunità nazionali si sono spesi oltre ogni limite, tanto che tre di essi hanno dovuto condividere la malattia. Abbiamo supportato anche con trasmissioni in streaming le preghiere degli altri riti cristiani. Abbiamo cercato di aiutare le parrocchie che hanno avuto defunti stranieri e sostenere le loro famiglie, anche musulmani. Quando è morto un imam di soli 41 anni abbiamo aiutato perché la popolazione islamica potesse seguire i funerali in una diretta seguita da 900 persone. Abbiamo dato spazio sul nostro sito a un diario quotidiano del Ramadan che consentisse alle comunità islamiche di mantenersi in contatto in un digiuno che non ha precedenti. Digiuno, peraltro, che quest’anno è iniziato sotto la stessa luna nella quale noi abbiamo celebrato la nostra Pasqua. Le diffidenze, le chiusure si sono sciolte come neve al sole. Molti bergamaschi hanno riconosciuto in quegli stranieri “quelli che ci hanno permesso di continuare a mangiare”. Quando un fruttivendolo musulmano ammalato di covid è ritornato per fortuna salvo dall’ospedale, i suoi vicini e clienti lo hanno accolto con affetto con una pergamena di “attestato di cittadinanza: se non te la dà lo stato, te la diamo noi”». E queste sono solo una piccola parte delle storie che don Sergio ha vissuto e può testimoniare di queste settimane a Bergamo. «È proprio vero che nel male alberga sempre un germe di bene. Io sono convinto che alla fine di questa terribile storia si volterà pagina nelle relazioni tra italiani e stranieri. Tutto sarà diverso». Un ottimismo quello di don Sergio da apprezzare ma che rimane in sospeso per quella parte del paese che presentava fasce di grave debolezza socio-economica già prima della pandemia, e che presumibilmente si aggraveranno nei prossimi mesi di sofferenza economica. «In quelle zone, soprattutto nel meridione, il pericolo di una guerra tra poveri è sempre dietro l’angolo» conclude don Gianni De Robertis. «Per questo una maggiore attenzione ai più poveri e ai migranti conviene a tutti». (Roberto Cetera – Osservatore Romano)

Mons. Bellandi in visita al circo Togni: la testimonianza del presule

11 Maggio 2020 - Salerno - Ho avuto modo di fare visita due volte al Circo Lidia Togni, presente a Salerno per una tournée dal 14 febbraio e poi rimasto qui bloccato a causa dell’epidemia del Coronavirus. Domenica 16 febbraio, in tempi ancora “non sospetti”, sono passato per salutare quei bambini con disabilità e le loro famiglie, gentilmente invitati ad uno spettacolo di beneficenza dalla storica Famiglia Togni presieduta da Vinicio Togni Canestrelli. La seconda visita, in piena emergenza pandemia, ho ritenuto importante farla per far sentire la vicinanza della Chiesa e della città di Salerno a questa particolare realtà, composta da famiglie e animali, rimasta bloccata in quello spazio aperto adibito ai previsti spettacoli. (https://www.migrantesonline.it/2020/05/11/migrantes-salerno-campagna-acerno-mons-bellandi-in-visita-al-circo-togni/, ndr) Sono rimasto favorevolmente colpito dal clima sereno che vi ho trovato e dalla gratitudine mostrata dalla Direzione per l’attenzione con cui la comunità salernitana stava venendo incontro alle necessità del Circo, particolarmente offrendo aiuti alimentari sia per le persone ivi presenti, sia per gli animali al seguito. Ho potuto visitare gli ambienti e intrattenermi con il Direttore Vinicio Togni, dal quale sono uscite solo espressioni cordiali di ringraziamento e mai di lamento o di insofferenza. Mi auguro che presto, superata l’emergenza di questo periodo, l’attività del Circo possa riprendere, sia per garantire ai suoi addetti un atteso quanto necessario sostentamento economico, sia per offrire nuovamente momenti di serenità e spensieratezza ai tanti amanti di questa storica realtà, che ha accompagnato intere generazioni di bambini e giovani (ma non solo) con i propri spettacoli. Mons. Andrea Bellandi Arcivescovo Salerno-Campagna- Acerno    

Migrantes Salerno-Campagna-Acerno: mons. Bellandi in visita al circo Togni

11 Maggio 2020 - Salerno - L’arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, mons. Andrea Bellandi, si è recato in visita nella chiesa itinerante del circo Lidia Togni in questi giorni fermo a Salerno dopo le norme di contenimento a causa del covid 19. Il presule era accompagnato dal direttore Migrantes della diocesi, Antonio Bonifacio. Il tendone è montato nel piazzale sul litorale Est del capoluogo campano dalla fine di febbraio e attualmente ospita oltre 50 persone che stanno vivendo una situazione di difficoltà. Il circo ha trovato una rete di solidarietà molto forte e definita dal direttore del circo, Vinicio Togni Canestrelli “meravigliosa”. Tra gli aiuti quelli degli ufficio diocesana di Migrantes e Caritas con aiuti alimentari colmando “un momento grave in cui non sapevamo come fare”. Adesso sperano di ripartire al più presto on gli spettacoli per regalare sorrisi a bambini ed adulti.

R.Iaria

Rischio povertà per circensi e lavoratori delle giostre: l’appello di Migrantes

7 Maggio 2020 - Roma – Circensi e lunaparkisti “già vivono ai margini della nostra società, dei nostri Paesi, molte volte accompagnati anche da forti pregiudizi. Sono persone, famiglie, in questo momento, ancora più vulnerabili, perché non possono lavorare in quello che è il periodo più proficuo per loro, tra l’altro vengono da un Natale che non è andato molto bene”. A dirlo a VaticanNews don Mirko Dalla Torre, membro della Consulta nazionale per la pastorale dello Spettacolo Viaggiante della Fondazione Migrantes che in questo periodo, insieme a Caritas Italiana, è stata a loro fianco per aiutarli nei bisogni più urgenti. Circensi e lunaparkisti oggi dicono di “essere carichi”, una frase che ha un significato negativo: significa, spiega il sacerdote, avere i camion con la merce a bordo, nessuna giostra montata, nessun tendone del circo alzato perché, per il Covid-19, ogni è attività ferma. Si tratta di circhi e giostre che oggi si trovano in varie città italiane e anche all’estero con le loro carovane e spesso con difficoltà a chiedere il contributo dei “buoni spesa” ai comuni di residenza, considerata la distanza dal luogo dove ora sostano. Le conseguenze economiche, per tutte queste realtà fragili, sono drammatiche, spesso si tratta di lavoratori che vengono dimenticati e che potranno ritornare a lavoro soltanto tra molti mesi. Una situazione , dicono la Fondazione Migrantes e la Caritas, grave dal punto di vita economico, privo come è di qualunque forma di reddito e, tuttavia, con spese rilevanti.  Nell’intervista il sacerdote ricorda come “da Giovanni XXIII fino a Papa Francesco, nel pensiero dei Papi gli esercenti dello spettacolo viaggiante ci siano sempre stati”, e ricorda quando, nel 2017, Bergoglio, ricevendoli in udienza, li definì “gli artigiani della gioia e della festa”. “Lui ha un occhio di riguardo per i poveri, in questo momento mettiamoci dentro anche loro, non lavorano, sono fermi da tanti mesi”, afferma don Dalla Torre. Migrantes e Caritas stanno guardando a questa gente, alla gente del viaggio, gente buona e accogliente, che porta gioia e festa nelle nostre piazze”.

Che ritornino le giostre (non di solo pane e vaccino)

6 Maggio 2020 - Milano – Che ritornino le giostre (non di solo pane e vaccino)   Milano – Quando arrivo con il furgone del Banco di Solidarietà di Bologna, con cui svolgo un piccolo gesto di carità, lui mi viene incontro in camicia e con un sorriso mesto, dietro c’è una donna minuta, sua madre. Scarichiamo un po’ di pasta, passata di pomodoro, biscotti, altre cose. Mi hanno detto che sono in sedici in alcune roulotte nascoste dietro un cancello alla periferia della città. È la seconda volta che li vedo, rapidamente, con le mascherine, ma una pacca sulla spalla ci sta. Mi dice che suo padre, in un certo senso capo tribù, non sta bene. Cosa fate di mestiere? chiedo. I giostrai. E la parola suona quasi assurda in un tempo di pandemia, di distanze fisiche, smart working, telelavoro e collegamenti in remoto. Tutto fermo, dice dopo che abbiamo finito di scaricare e la donna minuta rientra nel cancello. Tutte le fiere sono ferme, saltate. Quando gli dico che sono romagnolo si mette a elencare i paesi sulle colline romagnole dove sarebbe dovuto andare a montare la sua giostra in questi mesi. E io penso a quella cosa antica e misteriosa, che si trova ancora nelle piazze, anzi che ultimamente era più presente, in fogge anticheggianti ed eleganti, in molti centri storici. Una gioia semplice e vivace, capace di suscitare i sentimenti contrastanti di stupore e nostalgia. Non a caso le giostre e i lavoratori sono stati spesso oggetto e figure della poesia. Abbiamo dovuto spegnere anche le giostre, spegnerne le luci minime e meravigliose. Si sono spenti grandi grattacieli sedi di compagnie potenti, si sono spenti grandi teatri, si sono spente le piste maestose di aeroporti. E anche loro, forse un po’ dimenticate, le giostre, si sono spente. Ed è un segno malinconico. Che smart working può mai fare un lavoratore delle giostre? La giostra in Facebook non esiste. Le giostre ferme sembrano quasi dire che il maledetto virus si porta via anche la gioia più semplice, più innocua. Che male hanno fatto mai le giostre coi bambini sopra, capaci di affascinare con quel girotondo di sorrisi, di cavalli o elefantini o strani veicoli finti e reali nella fantasia? Un paese senza giostre è insopportabile, sembra privato del più elementare dei diritti, quello di sognare. E non vogliamo che sia così. Possono toglierci tutto ma non quello. E infatti bisogna sostenere i lavoratore delle giostre, anche con la carità. Ma vorrei che un giorno il capo del governo si presentasse all’ora di punta in tv e dicesse solo una cosa: abbiamo fatto un decreto: riaprono le giostre. Perché finché non riaprono ci mancherà qualcosa di essenziale. Lo so, c’è la tendenza a valutare tutto quel che riguarda l’arte come fosse intrattenimento, l’ultima cosa da consentire. Ma non è così, non di solo pane e vaccino vive l’uomo. Almeno l’uomo che abbiamo conosciuto fino adesso, che non accetta di esser schiavo della Necessità. Finché non ci sarà la Fase Giostre, finché non riparte il loro giro musicante, il Paese non sarà ripartito. Lo dobbiamo alla piccola donna che è uscita dal cancello, mentre già ero sul furgone, per venire a ringraziare. (Davide Rondoni – Avvenire)

Curtatone: ora per i madonnari c’è un percorso online

4 Maggio 2020 - Mantova -  In questi tempi così confusi forse dovremmo essere un po’ tutti madonnari. Pronti al sacrificio, consapevoli che può arrivare la pioggia a distruggere tutto quanto realizzato sino a quel momento ma, al tempo stesso, capaci di ripartire con rinnovato entusiasmo e passione ardente, tutti insieme. Una lezione di vita che i madonnari sanno trasmettere a chiunque si trovi ad assistere alla nascita dei loro dipinti, consapevoli che quella dimensione di fragilità che tutti stiamo vivendo sulla nostra pelle si possa tramutare in arte che eleva la quotidianità. Sin dal primo giorno in cui il nostro museo (Museo dei madonnari Grazie di Curtatone, ndr) ha dovuto chiudere a causa dell’emergenza coronavirus ci siamo impegnati affinché questo spirito ci rendesse capaci di resilienza, di crescita e di riflessione. Abbiamo chiuso in un cassetto i progetti per la primavera senza per questo abbandonarli. Stavamo preparando una retrospettiva dedicata a Giancarlo Balzani, indimenticabile madonnaro ma anche iconografo, e già pregustavamo il mese di maggio con i colori dei bambini della scuola dell’infanzia. Ci stavamo affacciando a una nuova stagione che ci avrebbe portato all’incontro dei madonnari di agosto con un preludio profumato dalle rose di maggio. Per il mese mariano il nostro obiettivo (dico “nostro” perché nulla sarebbe possibile senza la collaborazione tra il Comune e il museo con la Pro loco e il Centro italiano madonnari e con la consulenza della diocesi di Mantova e del rettorato del Santuario) era quello di inaugurare il percorso museale esterno. Il museo è ormai pronto a diventare un museo diffuso tra le vie del borgo, in un percorso aperto 24 ore per 12 mesi all’anno, capace di restituire emozioni e colori. Un racconto per immagini che suscita memorie e curiosità, un omaggio di cuore per questa arte e per i suoi protagonisti che dal 1973 illuminano il sagrato nella festa dell’Assunta. Questo periodo ci ha insegnato ad aprire le porte di un terzo museo: quello virtuale. Anche grazie al progetto di catalogazione con i giovani del territorio, stiamo completando la schedatura delle opere e abbiamo condiviso l’iniziativa #museichiusimuseiaperti pubblicando sulla nostra pagina Facebook curiosità dedicate al museo. La risposta è stata significativa, a conferma che la piazza virtuale è viva e chiama a sé le piazze del mondo. Questa arte è effimera solamente nella sua materia ma di certo non nel suo valore. (Paola Artoni, direttrice Museo dei madonnari Grazie di Curtatone)    

Migrantes Sicilia a fianco dello spettacolo viaggiante in difficoltà

27 Aprile 2020 - Palermo - Una ventina di gestori, per un totale di circa 400 persone che vivono di questo lavoro a Palermo; 220 famiglie in tutta la Sicilia, oltre 2.000 persone. E’ il quadro del mondo dello spettacolo viaggiante in Sicilia. Un mondo che, a causa delle misure prese per l’epidemia in corso, ha spento le luci e oggi sta vivendo un particolare momento di disagio e difficoltà ch mette a rischio il loro futuro. In questo periodo l’Ufficio Migrantes della Sicilia, con il direttore regionale Mario Affronti e con delegato della pastorale Migrantes per lo Spettacolo Viaggiante, don Rosario Cavallo che è anche direttore Migrantes di Ragusa, attraverso la Caritas è riuscita a raggiungere tutti coloro che avevano bisogno di aiuto, facendo arrivare viveri e generi di prima necessità. “Hanno fatto un lavoro straordinario e siamo grati a Migrantes e Caritas”, dice il rappresentante dell’Unesv (Unione Nazionale Esercenti Spettacolo Viaggiante), Toti Speciale - a nome di tutti: “adesso bisogna pensare al futuro. Sono state abolite giustamente feste e sagre proprio nel periodo in cui iniziava la nostra stagione lavorativa principale. Noi giostrai itineranti non siamo in grado di garantire le distanze nelle piazze in cui eventualmente dovremmo riuscire ad andare. E poi ci sono costi enormi da sostenere, il pagamento della luce, le assicurazioni, il carburante per raggiungere i paesi, col rischio che non ci sia nessuno, che non riusciamo neppure a coprire le spese. C’è il rischio concreto che salti tutta la stagione estiva. Per questo chiediamo aiuto alle istituzioni, altrimenti il settore morirà”.

R.Iaria