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Bachelet (Onu): “riformare con urgenza operazioni di ricerca nel Mediterraneo”

26 Maggio 2021 - Roma - “Canali di migrazione sufficientemente sicuri, accessibili e regolari”: è la richiesta dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet, che ha invitato il governo libico di unità nazionale e gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue “a riformare con urgenza le politiche e pratiche di ricerca e salvataggio” perché quelle attuali “non danno priorità alla vita, alla sicurezza e ai diritti umani nei confronti di coloro che cercano di passare dall’Africa all’Europa”. Lo afferma in un report che invita alla salvaguardia delle vite nel Mediterraneo centrale, raccontando testimonianze drammatiche dei migranti che hanno compiuto la traversata e sono passati attraverso le carceri libiche. L’Onu esorta gli Stati membri dell’Ue a mostrare solidarietà “per garantire che i Paesi in prima linea, come Malta e Italia, non siano lasciati ad assumersi una responsabilità sproporzionata”. “Possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che nessuno debba sentirsi costretto a mettere le proprie famiglie su barche inadatte alla navigazione o rischiare la propria vita in cerca di sicurezza e dignità – ha detto Bachelet -. Ma la risposta non può essere semplicemente impedire le partenze dalla Libia o rendere i viaggi più disperati e pericolosi”. Secondo l’Onu tra gennaio 2019 e dicembre 2020 almeno 2.239 migranti sono morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale, passando dalla Libia fino a Malta o all’Italia. Oltre 500 persone sono morte nei primi mesi di quest’anno. (Sir)    

UNHCR: “serve un meccanismo europeo prevedibile ed efficiente per salvare le persone in mare”

11 Maggio 2021 - Roma - “Il fatto che durante questo fine settimana abbiamo assistito a nuovi arrivi attraverso il Mediterraneo centrale è un’ulteriore dimostrazione di quanto sia necessario il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. L’Europa ha bisogno di un meccanismo prevedibile per affrontare queste questioni. È vero, sono arrivate diverse imbarcazioni; ma si tratta di numeri gestibili”. Lo ha affermato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, nel corso di una conferenza stampa congiunta con il commissario europeo per gli Affari interni, Ylva Johansson, che si è svolta ieri sera. “Con un meccanismo razionale e concordato, noi riteniamo che la situazione sarebbe gestibile – ha detto -. Anche se, come sempre all’inizio dell’estate, ci sono più arrivi, abbiamo bisogno di un meccanismo più prevedibile e efficiente guidato dagli Stati per salvare le persone in mare, perché nelle ultime settimane abbiamo anche avuto molte perdite di vite umane. Abbiamo bisogno, ovviamente, di un meccanismo prevedibile per lo sbarco e il trasferimento. Abbiamo bisogno di fermare i respingimenti che stanno avvenendo lungo tutta la frontiera esterna dell’Unione europea e abbiamo bisogno di un meccanismo per indagare su questi respingimenti quando essi si verificano”. Grandi chiede anche “un meccanismo che trovi un punto di equilibrio tra procedure di arrivo adeguate e solidarietà attraverso la ricollocazione”, ricordando che il 90 per cento dei rifugiati, richiedenti asilo e le altre persone sotto la protezione dell’UNHCR non vivono in Paesi ricchi ma sono accolti in Africa, in Medio Oriente, in Asia. Serve anche “un buon meccanismo efficiente ed equo, basato sui diritti, di rimpatrio di coloro che non sono riconosciuti come rifugiati”, “l’ampliamento del reinsediamento, ossia l’accoglienza da parte degli Stati europei di rifugiati da altri Paesi di asilo – come per esempio il Libano, la Turchia, il Kenya, il Pakistan e così via”, come pure “aiutare i Paesi che ospitano un gran numero di rifugiati, o i Paesi di transito, come i Paesi dell’Africa, per esempio, a gestire meglio questi movimenti, in modo che si possa evitare che le persone affrontino nuovamente viaggi pericolosi”. (P.C. – Sir)

Rallegriamoci, Gesù è con noi: la domenica del Papa

15 Marzo 2021 - Città del Vaticano - Rallegrati. È l’imperativo che ci accoglie, è l’antifona di ingresso, nella celebrazione di questa quarta domenica di Quaresima, domenica laetare che si è celebrata ieri. Ci viene chiesto di gioire perché siamo prossimi al tempo di Pasqua, e sappiamo che il tempo non è fermo al venerdì della passione, ma è segnato dalla domenica di resurrezione. Rallegriamoci, dunque, di fronte all’amore di Dio che ha inviato il figlio unigenito “perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Siamo oltre la metà del tempo di Quaresima e dalla liturgia ci viene l’invito alla speranza. Nel libro delle Cronache si narra l’ira del Signore, che punisce il peccato di Israele con la distruzione di Gerusalemme, e con l’esilio; ma anche la grande misericordia, il dono della salvezza a opera di Ciro re di Persia. Nella lettera agli Efesini, san Paolo scrive di “Dio ricco di misericordia”, il quale proprio “per il grande amore con il quale ci ha amato” ci ha salvati, ci ha risuscitati. E Giovanni, nel Vangelo, ricorda che Dio ha mandato il figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Interrompendo per un momento l’austerità del tempo di Quaresima, la liturgia ci invita alla letizia, alla gioia, e alla speranza. E questo vale per tutti, soprattutto per quei popoli che sono vittime di guerre e violenze. Così papa Francesco ricorda che «dieci anni fa iniziava il sanguinoso conflitto in Siria, che ha causato una delle più gravi catastrofi umanitarie del nostro tempo»: morti, feriti, milioni di profughi, migliaia di scomparsi; distruzioni e violenze di ogni genere e «immani sofferenze per tutta la popolazione, in particolare per i più vulnerabili, come i bambini, le donne e le persone anziane». Come già nel suo ultimo viaggio in Iraq, il Papa rinnova l’appello alla pace e l’invito a un nuovo impegno della comunità internazionale affinché siano «deposte le armi, e si possa ricucire il tessuto sociale e avviare la ricostruzione e la ripresa economica». Rallegrati. Vale per i poveri, le persone sole e abbandonate: la vittoria del bene sul male deve risuonare ovunque, e ridare speranza anche là dove violenza e aggressività rischiano di stravolgere la vita delle persone. Nel dialogo con Nicodemo, un fariseo, che va a trovarlo di notte, Gesù mette in crisi le aspettative di chi, come Nicodemo, attendeva un Messia, «uomo forte che avrebbe giudicato il mondo con potenza». Invece, Gesù si presenta sotto l’aspetto «del figlio dell’uomo esaltato sulla croce; del figlio di Dio mandato nel mondo per la salvezza»; e sotto l’aspetto della «luce che distingue chi segue la verità da chi segue la menzogna». Nicodemo pensa di poter portare dalla sua parte Gesù, ma lo va a trovare di notte, per non essere visto; crede, ma non ha il coraggio di andare fino in fondo, di accettare ciò che comporta una scelta radicale. È un uomo in ricerca, ma è ancora nell’oscurità, nella notte. Nicodemo, in fondo, è come tutti noi. Anche a lui, come a tutti noi, Gesù dice “rallegrati”. Veniamo ai tre aspetti indicati dal Papa. Giovanni vede nella passione e morte, lui testimone sotto la croce, un innalzamento, cioè un modo per far vedere la gloria del Signore, in un momento in cui sembra che sia il male e la morte ad avere la vittoria sul bene e sulla vita. La missione di Gesù, afferma papa Francesco all’Angelus, «è missione di salvezza per tutti»; è il secondo aspetto. Infine, la luce che distingue la verità dalla menzogna. La venuta di Gesù, dice papa Francesco, provoca una scelta: «chi sceglie le tenebre va incontro a un giudizio di condanna, chi sceglie la luce avrà un giudizio di salvezza. Il giudizio sempre è la conseguenza della scelta libera di ciascuno: chi pratica il male cerca le tenebre, il male sempre si nasconde, si copre. Chi fa la verità, cioè pratica il bene, viene alla luce, illumina le strade della vita. Chi cammina nella luce, chi si avvicina alla luce, non può fare altro che buone opere”. Questo è l’impegno cui siamo chiamati in Quaresima: “accogliere la luce nella nostra coscienza, per aprire i nostri cuori all’amore infinito di Dio, alla sua misericordia piena di tenerezza e di bontà, al suo perdono». Senza dimenticare, ci dice il Papa, che «Dio perdona sempre se noi con umiltà chiediamo il perdono. Basta soltanto chiedere il perdono, e lui perdona”. Il perdono di Dio «rigenera e dà vita». (Fabio Zavattaro - Sir)    

Un cambiamento dei cuori

8 Marzo 2021 - Città del Vaticano - Erbil, Mosul, Ninive. Nomi che non facciamo fatica a ricordare per la tragedia hanno vissuto solo pochi anni fa, per le ferite che i terroristi dell’Isis hanno inferto a chiese e moschee, per le uccisioni e le violenze sulla popolazione. A Erbil il grande campo profughi ha accolto i rifugiati siriani e oltre 540 mila sfollati iracheni in fuga da Qaraqosh e Mosul occupate. Quest’ultima nei secoli è stata una straordinaria mescolanza di etnie e religioni, fino a quando non è diventata, per tre anni, la capitale del sedicente Stato islamico; da qui sono fuggite almeno 500 mila persone, di cui 120 mila cristiani. Papa Francesco è nella piazza delle Quattro chiese – siro-cattolica, siriaco-ortodossa, armena-ortodossa, e caldea – per la preghiera per le vittime della guerra: «Ti affidiamo coloro, la cui vita terrena è stata accorciata dalla mano violenta dei loro fratelli, e ti imploriamo anche per quanti hanno fatto del male ai loro fratelli e alle loro sorelle: si ravvedano, toccati dalla potenza della tua misericordia». Bacia una croce costruita con pezzi della chiesa di Karamles bruciata dall’Isis, e libera una colomba in segno di pace, nel luogo dove l’Isis aveva minacciato di invadere Roma e mettere la sua bandiera sulla cupola di San Pietro. «Se Dio è il Dio della vita - e lo è - a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace - e lo è - a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore - e lo è - a noi non è lecito odiare i fratelli». Il potere dei segni, come l’abbraccio, virtuale, del Papa a Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Alan, l’immagine del piccolo corpo sulla spiaggia turca ha fatto il giro del mondo, morto con la madre e il fratello mentre tentava di raggiungere l’Europa. Ancora una volta Francesco chiede un cambio di mentalità, prega perché tornino i cristiani nelle loro città: «vi incoraggio a non dimenticare chi siete e da dove venite» dice a Qaraqosh, dove l’aiuto della Chiesa e della comunità internazionale nella ricostruzione ha permesso il rientro di poco più del 40 per cento di quanti vi abitavano nell’agosto del 2014. Chiede di «custodire i legami che vi tengono insieme, custodire le vostre radici». È davanti la chiesa dell’Immacolata concezione, profanata dagli uomini dell’Isis che hanno bruciato mobili, registri e libri sacri, e hanno utilizzato il coro come poligono di tiro: «il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Dio e a suo figlio, vincitore del peccato e della morte». In questa terza domenica di Quaresima il libro dell’Esodo, la prima lettura, ci ricorda che Dio, al popolo ebraico che attraversa il mar Rosso, dona dieci parole, tre riguardano la relazione con Dio e sette il rapporto con i nostri fratelli. Come dire, si deve vivere bene con Dio, ma per questo è necessario vivere bene con il nostro prossimo. Perdono e conversione sono le due parole proprie del tempo liturgico che stiamo vivendo. I santi sono il punto di riferimento, afferma il Papa che ricorda: «per diventare beati non bisogna essere eroi ogni tanto, ma testimoni ogni giorno». È il Vangelo delle Beatitudini che cambia davvero il mondo, non il potere o la forza. Per questo dice: «non smettere di sognare, non arrendetevi, non perdete la speranza». Il perdono è la parola chiave, necessario, dice, «da parte di coloro che sono sopravvissuti agli attacchi terroristici»; necessario «per rimanere nell’amore, per essere cristiani». Conversione, dunque, perché «serve la capacità di perdonare e nello stesso tempo il coraggio di lottare» per portare «pace in questa terra». Quando Gesù caccia i mercanti dal tempio, è il Vangelo di questa domenica, pone in primo piano la necessità di un cambiamento radicale anche nei nostri cuori, vero tempio di Dio. In questo tempo che ci accompagna alla Pasqua, Gesù entra nei nostri cuori e manda all’aria le bancarelle delle nostre piccolezze e meschinità. Per questo, concludendo la sua giornata nella piana di Ninive, luogo di sofferenze, di ferite di privazioni, Francesco prega «per la conversione dei cuori, per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e dell’amore fraterno, nel rispetto delle differenze, delle diverse tradizioni religiose, nello sforzo di costruire un futuro di unità e collaborazione tra tutte le persone di buona volontà». (Fabio Zavattaro - Sir)    

La missione della famiglia

4 Marzo 2021 - Roma - La Chiesa, illuminata dalla fede, che le fa conoscere tutta la verità sul prezioso bene del matrimonio e della famiglia e sui loro significati più profondi, ancora una volta sente l'urgenza di annunciare il Vangelo, cioè la "buona novella" a tutti indistintamente, in particolare a tutti coloro che sono chiamati al matrimonio e vi si preparano, a tutti gli sposi e genitori del mondo. (Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, n.3, 22 novembre 1981)   Con queste parole, in uno dei suoi primi numeri, si apre Familiaris Consortio la grande Esortazione Apostolica sui compiti della famiglia cristiana. Un pilastro del magistero sul matrimonio che Giovanni Paolo II scrisse a seguito del Sinodo dei Vescovi, dedicato allo stesso argomento che si tenne a Roma dal 25 settembre al 25 ottobre del 1980. Il Papa che da anni stava già tenendo le sue catechesi sull’amore umano, decide di dedicare un intero documento al tema della famiglia dando dimostrazione di avere molto a cuore che gli sposi cristiani si sentano investiti di una missione specifica di evangelizzazione a partire dal dono di grazia del sacramento ricevuto. Nei primi paragrafi il Papa riprende la dottrina espressa nelle catechesi secondo cui nel matrimonio gli sposi devono poter tornare sempre alla origine, alla volontà del Creatore “in principio” perché lì, secondo le parole di Cristo, si trova la “realizzazione integrale del disegno di Dio”. Siamo in un momento storico, diceva il Papa agli inizi degli anni ottanta, in cui la famiglia è sotto la pressione di forze che cercano di snaturarne il senso o di deformarla. Una tendenza che non è mai andata scemando nel tempo e che anzi, oggi a quarant’anni di distanza possiamo percepire ancora più forte e pervasiva. L’approccio della Chiesa, però, allora come adesso è sempre quello di non perdere la speranza e analizzare il suo tempo con un’indagine attenta ed onesta della situazione reale. Per questo la prima parte dell’Esortazione è dedicata a passare in rassegna le luci e le ombre della famiglia nel contesto attuale. Ai laici cristiani che hanno intrapreso la via del matrimonio è chiesto di intraprendere la via di un discernimento attento che essi per primi possono fare in virtù della loro particolare vocazione. Essi “hanno il compito specifico di interpretare alla luce di Cristo la storia di questo mondo”. A fronte di “visioni e proposte anche seducenti ma che compromettono in diversa misura la verità e la dignità della persona umana”, gli sposi con la Chiesa sono chiamati a prendere posizione, a mettere in campo il loro carisma specifico. Il Papa riconosce che nel mondo vi è una coscienza più viva della libertà personale, un’attenzione maggiore alle relazioni interpersonali nel matrimonio, alla dignità della donna e all’educazione dei figli, A fronte di ciò, però, vi sono segni di “preoccupante degradazione di alcuni valori fondamentali”. Per esempio una errata concezione dell’indipendenza dei coniugi fra di loro, il mal interpretato principio di autorità nei rapporti coi figli, il numero crescente dei divorzi, la piaga dell’aborto, una mentalità contraccettiva. A ciò si aggiunga che mentre nei Paesi del benessere prevale quasi la paura nei confronti della vita, vista come un pericolo da evitare, nei Paesi del Terzo Mondo mancano i mezzi fondamentali per la sopravvivenza e i discorsi da rivolgere alle famiglie di quei luoghi non possono che essere completamente diversi rispetto a quelli dei Paesi Occidentali. In questo contesto così variegato, il Papa, che deve tener conto di dover parlare al mondo intero, non rinuncia a richiamare tutti ad un esame di coscienza, che faccia riscoprire il primato dei valori morali. In quest’ottica l’invito è ad una sempre rinnovata conversione, non estemporanea, non una volta per tutte, ma in un “processo dinamico che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio”. Un processo questo che si deve avvalere anche del metodo dell’inculturazione, quel principio, affermato dal Concilio, secondo il quale la Chiesa potrà camminare verso una conoscenza sempre più completa della verità acquisendo da tutte le culture quei germi di sapere che contribuiscono a esprimere le inesauribili ricchezze di Cristo. Questo, dunque, l’intento della esortazione apostolica che andremo a leggere in alcuni suoi passi, consapevoli che essa è una pietra miliare della dottrina e della pastorale famigliare e si colloca come architrave tra l’enciclica Humanae Vitae che abbiamo già visitato e la più recente esortazione apostolica Amoris Laetitia scritta da papa Francesco nel 2016 anch’essa all’indomani di un altro sinodo sulla famiglia. (Giovanni M. Capetta - Sir)

La vita fondata nella vera libertà

23 Febbraio 2021 - […] Potrebbe sembrare che Paolo contrapponga solamente la libertà alla Legge e la Legge alla libertà. Tuttavia un’analisi approfondita del testo dimostra che San Paolo nella Lettera ai Galati sottolinea anzitutto la subordinazione etica della libertà a quell’elemento in cui si compie tutta la Legge, ossia all’amore, che è il contenuto del più grande comandamento del Vangelo. (Giovanni Paolo II – Udienza Generale, mercoledì, 14 gennaio 1981) Verso la conclusione del secondo ciclo di udienze, il Papa si cimenta nel commento di un famoso passo della lettera di San Paolo ai Galati: “voi, infatti, fratelli siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge, infatti, trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5, 13-14). Si tratta di un insegnamento basilare che il pontefice applica alla vita matrimoniale. Libertà e legge non sono contrapposte nella misura in cui l’unica legge a cui la libertà va sottoposta è la legge dell’amore. Questo scardina anche il pensiero manicheo per cui tutto dev’essere o bianco o nero, giusto o sbagliato secondo un criterio legalistico e in ultima istanza ipocrita. Se applichiamo alla dimensione della purezza il pensiero paolino possiamo capire quale discernimento sia necessario per vivere nella libertà la propria sessualità senza vivere “secondo la carne”. La libertà degli sposi va misurata dentro il contesto dell’amore. Quello che si può fare o non fare è commisurato sempre alla verità dell’amore che si mette in gioco. L’amore coniugale, infatti, è sempre una realtà plurale che vuole la verità di entrambi i coniugi. L’amore non può mai esaurirsi al desiderio di uno dei due, ma piuttosto è il frutto di un dialogo e di uno scambio in cui ciascuno dei due ricerca l’altro nella sua irripetibile libertà. La libertà allora non scade mai nella liceità, nella possibilità di fare dell’altro tutto ciò che si vuole e soprattutto di farlo scadere ad un oggetto del proprio desiderio, della concupiscenza. È questo un discorso impegnativo che interpella nel profondo la responsabilità individuale e di coppia ma dal quale non ci si può esimere se si vuole esercitare autenticamente la propria libertà. Talvolta i fidanzati e gli sposi cristiani vorrebbero avere dei tracciati di regole già scritti, dei manuali di casistiche che dettino i permessi, in ambito sessuale, su cosa sia lecito fare o non fare, ma sarebbe una scorciatoia perché la purezza a cui San Paolo e il Vangelo richiamano non può limitarsi ad un discorso di astinenza, di continenza, o di permessi. Il bersaglio di una vita sessuale secondo lo Spirito e non secondo la carne va cercato proprio attraverso la lettura del proprio vissuto profondo, un discernimento individuale e di coppia che ancora una volta si fonda sull’amore. La purezza allora ha più a che fare con l’autenticità dei gesti e va cercata in tutte le manifestazioni di affetto che possono abitare una giornata. Sì, perché la purezza della vita sessuale degli sposi si costruisce anche fuori dal letto, attraverso il linguaggio, gli atteggiamenti, la tenerezza che costellano la quotidianità del vivere ordinario. Quanto più l’intesa fra i coniugi è costruita con tasselli di gratuità offerti all’altro nell’amore, tanto più l’unione degli sposi si configura come un coronamento della vita sponsale e vero luogo di libertà. (Giovanni M. Capetta – Sir)

Le Ceneri ci liberano dalle scorie

17 Febbraio 2021 - Ceneri. Di questi tempi, così difficili, di ceneri ne abbiamo viste tante e subite ancora di più. Sono andate in cenere le relazioni normali dell’ossatura del nostro quotidiano. Sono andati in cenere i programmi custoditi dentro di sé: di lavoro, di crescita, di conoscenza. Abbiamo visto scorrere davanti ai nostri occhi attoniti bare su bare per andare ad incenerirsi. Ancora una volta ceneri. I giovani si vedono privati del consueto ritmo scolastico e perfino la scuola diventa un luogo agognato. Ceneri sul loro presente e sul loro futuro. E oggi dovremmo ricevere, come di tradizione per dei credenti, ancora delle Ceneri? Siamo sicuri che il Covid-19 non abbia intaccato, quanto meno per paura, la nostra psiche? Eppure, proprio sì. Oggi le Ceneri possono e devono scendere sul nostro capo e, soprattutto, scendere dentro di noi. Potremmo asserire che di penitenza con il lockdown ne abbiamo avuta abbastanza. Non sarebbe, in fin dei conti, neppure sbagliato… Le Ceneri però che danno inizio al percorso quaresimale, posseggono un’altra valenza, molto precisa e, in fin dei conti, autenticamente gioiosa. Quel cumuletto di ceneri che il sacerdote benedice non sono solo un richiamo ad un inizio, ci donano già la prospettiva del traguardo che ci viene, gratuitamente, donato. Infatti sono il sedimento dell’ulivo che, nella Domenica delle Palme abbiamo agitato festosamente, inneggiando al Cristo Signore che entrava in Gerusalemme: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore, Osanna al Figlio di David! L’ulivo è segno di pace, la colomba lo portò nel becco a Noè e noi sappiamo che l’Altissimo giurò a se stesso che mai più il diluvio, cioè la catastrofe universale, avrebbe colpito l’umanità. L’ulivo è segno della fecondità della terra ma anche del popolo di Israele che rimane fedele all’alleanza, rimane saldo e produce frutto. Certo l’oliva deve lasciarsi spremere, torchiare per produrre quell’olio che per noi è vita, è balsamo di ogni ferita. Perché allora proprio bruciare quei rami? Non è semplicemente per conservarli, la fantasia umana è capace di escogitare mille e un modo di conservazione. Bruciare non significa annientare, come non si annienta un corpo nella cremazione. Non significa distruggere e perciò colpire con la dissoluzione. Bruciare e incenerire significa passare al fuoco che purifica, che libera dalle scorie. Infatti quando quella cenere scende sul nostro capo l’invito è gioioso, sotteso quel canto dell’ingresso del Signore nella Santa Città di Gerusalemme: “Convertiti e credi al Vangelo”. Rivolgiti a Lui, passando di cenere in cenere, con tutta l’umanità ma non lasciandoti deprimere o annichilire ma volgendo il cuore e lo sguardo oltre, portando dentro Colui che, alla fine del cammino quaresimale, riconosceremo come il Signore Risorto. Allora nulla sarà vano e non saremo ridotti a nulla: le nostre relazioni, per quanto limitate, acquisteranno forza ed energia, i nostri giovani ritroveranno la molla interiore per sfidare ogni difficoltà, i nostri anziani sapranno sorridere e ammonire: guarda più in là, guarda oltre. Non è un paradosso per eliminare i problemi, fingere di non volerli vedere e prenderli in considerazione. È segno grande di vita, non quello della Fenice che nella mitologia rinasce riproponendosi in piena vitalità. Il segno è quello Re vittorioso che, proprio nel segno cinerino, ci fa intravvedere la vita, la gioia della Pasqua, il Volto di Colui che è Risorto e cammina con noi. Basta riconoscerne l’invito: “Convertiti e credi nel Vangelo”. (Cristiana Dobner – Sir)  

L’habitus alla fedeltà

16 Febbraio 2021 - […] l’uomo di ogni tempo e di ogni luogo si sente chiamato, in modo adeguato, concreto, irripetibile: perché appunto Cristo fa appello al “cuore” umano, che non può essere soggetto ad alcuna generalizzazione. Con la categoria del “cuore”, ognuno è individuato singolarmente ancor più che per nome, viene raggiunto in ciò che lo determina in modo unico e irripetibile, è definito nella sua umanità “dall’interno”. (Giovanni Paolo II, Udienza Generale, mercoledì, 6 agosto 1980). Nel secondo ciclo, che comprende quaranta catechesi, papa Giovanni Paolo II si ripromette di svolgere una spiegazione-commento del detto di Gesù riferito dal capitolo 5 del Vangelo di Matteo, ai versetti 27 e 28: “Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio; ma io vi dico. Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”. Come nel richiamo “al principio” di Genesi nelle parole di Gesù, oggetto delle catechesi del primo ciclo, anche in questo caso ci troviamo davanti ad una chiarificazione, un approfondimento della norma, in cui il Signore va oltre l’obbligo di evitare l’adulterio nel corpo, invitando a spegnere in sé quello sguardo di concupiscenza che ne è la sorgente. Sono parole molto esigenti, che non ammettono fraintendimenti: questa parte del Discorso della Montagna interpella la persona nel suo profondo, si rivolge al suo cuore ed è per questo che ogni uomo, di ogni tempo e ogni luogo, in ogni situazione e stato di vita non può nascondersi, ma si sente chiamato “per nome”. In particolare le parole di Gesù sono un ammonimento rivolto al cuore degli uomini e delle donne, non una legge fissata dall’esterno, non un precetto a cui aderire in modo formale, ma un principio che si innesta nella verità più profonda della vita delle persone, ancora prima del loro accogliere o meno la fede. Un presupposto che fonda l’antropologia cristiana che in quanto tale dice la verità sull’uomo e sulle sue più intime pulsioni. Il Papa dedica molto spazio a definire questo nuovo piano su cui Gesù innesta il suo discorso, il piano del cuore umano, il piano della redenzione del cuore. È nel cuore che il principio morale va coltivato ed alimentato: è lì che, prima il singolo credente e poi la coppia di sposi può esercitare la propria libertà scegliendo di tenere viva la fiamma dell’amore rifuggendo la concupiscenza, il desiderio di possesso dell’altro, lo sguardo non limpido ma intorbidito dalla dimensione di peccato che ci affianca inevitabilmente. Quanto più il cuore dei coniugi è allenato a palpitare secondo la lunghezza d’onda di Dio, tanto più la fedeltà, l’indissolubilità e l’unione del matrimonio che essi vivono risplendono e portano frutto nella vita di quella famiglia. Anche in altre occasioni Gesù ha modo di dire che il peccato non viene dall’esterno, ma dall’interno del cuore dell’uomo ed è qui che si gioca il conflitto drammatico. Gli sposi quando hanno deciso di unirsi in matrimonio hanno scelto di unirsi anima e corpo, hanno desiderato di rivelarsi in tutta la loro dimensione di persona, si sono donati uno al cuore dell’altro, con l’intenzione di alimentare nella verità il loro amore. È chiaro allora quello che Gesù dice, tutti i coniugi lo possono condividere: anche un desiderio può essere adultero, anche un’intenzione può necessitare di essere sanata, corretta, perdonata. La fedeltà coniugale non è una questione di regole di comportamento, ma più profondamente un atteggiamento interiore, un habitus e come fare per vivere questa “abitudine” protraendola nel tempo e nella quotidianità dei giorni? Bisogna tornare alla fonte, far abbeverare il cuore alla Grazia dei sacramenti. Non ci sono altre strade, perché sarebbe arrogante o ingenuo pensare di cavarsela da soli, con una perseveranza fondata solo sui nostri sforzi volontaristici. Una coppia fedele ed unita è il frutto, coltivato con passione, di una vita di preghiera quotidiana e costante. Anche preghiera delle piccole cose, dei piccoli ringraziamenti e delle piccole o grandi richieste d’aiuto. Una preghiera che non si stanca di chiedere il dono dello Spirito Santo – anche attraverso il sacramento della Riconciliazione – come compagno di strada nel discernimento. Ma una coppia che vive il dono dell’indissolubilità è anche una famiglia che rende grazie attraverso l’Eucarestia domenicale e magari anche più frequentemente. Davvero il matrimonio così può diventare a sua volta rendimento di grazie. Una coppia unita sa ascoltarsi e dialogare nel profondo, riconosce le zone d’ombra, non lascia che i cuori celino parti di sé ed evita che il Divisore si insinui con la tentazione del male. Gli sposi cristiani si guardano negli occhi e guardano a Gesù, così vincono la deriva dell’adulterio perché si amano dello stesso amore del Signore per ciascuno di loro. (Giovanni M. Capetta – Sir)  

Il dono reciproco

9 Febbraio 2021 - […] Il corpo umano, con il suo sesso, e la sua mascolinità e femminilità, visto nel mistero stesso della creazione, è non soltanto sorgente di fecondità e procreazione, come in tutto l’ordine naturale, ma racchiude fin “dal principio” l’attributo “sponsale”, cioè la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e – mediante questo dono – attua il senso stesso del suo essere ed esistere. (Giovanni Paolo II, udienza di mercoledì 16 gennaio 1980) Impossibile ripercorrere nel dettaglio tutta la complessità delle udienze-lezioni di Giovanni Paolo II, eppure scegliamo un passo da un altro “capitolo” del primo ciclo sull’In principio, ovvero l’udienza del 16 gennaio 1980 dal titolo “L’uomo-persona diventa dono nella libertà dell’amore”. Il Papa intende esplicitare il significato più pieno dell’aggettivo “sponsale”. Con esso si riferisce alla capacità del corpo di esprimere l’amore anche oltre la dimensione procreativa. La comunione dei corpi è elemento intrinseco al matrimonio, lo contraddistingue, ne è parte integrante ma lo è nella misura in cui i coniugi riescono a relazionarsi l’un l’altro liberandosi dalla tentazione del possesso. Quell’egoismo che deriva dal peccato originale ma che non era “in principio”. Dalla caduta dei progenitori è sempre in agguato anche nell’intimità uno scambio in cui a prevalere sono egoismi speculari mal celati dietro il principio della reciprocità. La sessualità subisce da sempre l’aggressione del “do ut des” mentre il disegno originario affida agli sposi la vocazione a donarsi in modo incondizionato. Lui dono per lei, lei dono per lui, entrambi votati a valorizzare in pienezza l’altro cosicché l’uomo sia sempre più uomo e la donna sempre più donna. La corporeità, nel disegno della Creazione, si nutre di questa dimensione sponsale ed è per questo che l’unione sessuale si dà solo nel contesto del patto matrimoniale. Gli sposi si rispecchiano in questo disegno e vivono in pienezza la loro vocazione donandosi vicendevolmente. Un cammino laborioso, fatto di pazienza e di ascolto, quasi un’arte che necessità di artisti cesellatori, disposti a mettersi in discussione e ricominciare ogni volta. Questo donarsi è già di per sé fecondo, prima della procreatività ad esso connesso. Ed è questo il motivo per cui il matrimonio è valido, anche qualora non arrivassero i figli. Un tema importante che intesse la vita dei coniugi in tutte le stagioni della vita. Sia nei primi anni contrassegnati dalla passione che talvolta necessita di essere domata, sia dopo l’arrivo dei figli, sia nell’età avanzata, in cui la tenerezza gioca un ruolo importante nella trasformazione del rapporto fra gli sposi. Sempre a loro è chiesto di dar prova di sapersi donare reciprocamente in modo unico ed esclusivo, declinando così la comune vocazione all’amore a cui sono chiamati tutti i cristiani a prescindere dal loro stato di vita. L’auspicio è che questi argomenti vengano ampiamente trattati nei corsi prematrimoniali, in particolare quelli di preparazione remota. È bene che i fidanzati crescano nella consapevolezza che la dimensione sessuale non è un’opzione neutra che si unisce automaticamente in virtù dell’attrazione. La sessualità come dono subisce continuamente l’aggressione di logiche edonistiche e consumistiche che ne svuotano il significato. Lungi da un puritanesimo d’altri tempi, anche a chi si approssima al matrimonio, oggi, magari anche dopo anni di convivenza, si può annunciare una notizia antica e sempre nuova che valorizzi i corpi e il loro essere fatti per donarsi. (Giovanni M. Capetta – Sir)  

L’amore umano

2 Febbraio 2021 - Due volte, durante il colloquio con i farisei, che gli ponevano il quesito sulla indissolubilità del matrimonio, Gesù Cristo si è riferito al “principio”. […] “Principio” significa quindi ciò di cui parla il Libro della Genesi. È dunque la Genesi 1,27 che Cristo cita, in forma riassuntiva: “Il Creatore da principio li creò maschio e femmina” […] Il significato normativo è plausibile in quanto Cristo non si limita soltanto alla citazione stessa, ma aggiunge: “Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. Quel “non lo separi” è determinante. (Giovanni Paolo II, Udienza Generale, mercoledì, 5 settembre 1979) Giovanni Paolo II è unanimemente riconosciuto come il Papa della famiglia e della promozione della vita, non ovviamente che gli altri pontefici – come abbiamo visto e vedremo – non abbiano confermato o ribadito i principi di una dottrina che è sempre stata fondamentale per la Chiesa, ma l’impegno di Papa Wojtyla su questo campo è stato davvero costante e massiccio per tutto l’arco del suo lungo pontificato. A meno di un anno dopo la sua elezione, egli decise di dedicare le udienze del mercoledì a quelle che furono chiamate le “catechesi sull’amore umano”, vere e proprie lezioni di teologia del corpo che evidentemente egli aveva elaborato in parte già prima di essere al soglio di Pietro, ovvero durante il periodo del Concilio, ma anche negli anni da arcivescovo di Cracovia e forse prima ancora come sacerdote attento alla pastorale dell’amore coniugale con i giovani che gli erano affidati. Con l’udienza del 5 settembre 1979, inizia quello che potrebbe definirsi un corso che si è protratto senza quasi soluzione di continuità fino al 28 novembre 1984. Circa 133 allocuzioni divise in sei cicli, che costituiscono un patrimonio unico di approfondimento teologico e dottrinale da cui non si può prescindere quando si voglia affrontare i fondamenti teorici e le ricadute pastorali sull’amore umano. Il primo ciclo è dedicato a “Il principio”, ovvero al richiamo di Gesù al libro della Genesi per esplicitare il valore dell’indissolubilità del matrimonio ai farisei che lo interrogavano. Il Signore Gesù è risoluto nella sua citazione e con la sua perentorietà rende norma superiore, perché fontale, originaria volontà di Dio Creatore quella che i farisei del suo tempo sembrano non considerare con la stessa valenza con cui valutano la legge mosaica che a certe condizioni permetteva il ripudio. Da sempre questa è stata la dottrina della Chiesa e ad essa, ai fondamenti di questa interpretazione filosofica e teologica dei versetti genesiaci, papa Giovanni Paolo II dedica parecchi incontri. Si respira nelle sue parole la volontà di non accontentarsi della norma, ma di sviscerarla in tutti i suoi risvolti, cercando di portare alla conoscenza di tutti i perché dell’insegnamento della Chiesa. L’immagine di Dio che è l’uomo nella duplicità di maschio e femmina, la solitudine originaria dell’uomo che cerca qualcuno che gli sia simile e solo nella donna può rispecchiarsi (“carne della mia carne”), l’unione sponsale che colma in pienezza il bisogno di amare della creatura e permette la fecondità generativa, rendendo le creature compartecipi della creazione. Questi sono solo alcuni dei temi affrontati dalle catechesi: una serie amplissima di approfondimenti che vanno a costituire le basi dell’antropologia cristiana a cui ancora oggi facciamo riferimento. C’è come ricaduta immediata per la vita degli sposi cristiani un’incrollabile fiducia nella fedeltà di Dio che non può venir meno alla sua promessa fatta “in principio”. L’indissolubilità del matrimonio, dunque, lungi dall’essere un vincolo dal peso insopportabile, si disvela in tutta la sua ampiezza come compartecipazione all’eternità di Dio che vuole per i suoi figli un amore senza fine. Una promessa che non viene mai meno e a cui si abbevera la Grazia continuamente elargita nel sacramento delle nozze. (Giovanni M. Capetta – Sir)