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Rom e sinti: fontana chiusa a Fossano, “scelta che non risolve problemi e crea malumore”

9 Agosto 2019 - Fossano -  “Con dispiacere abbiamo appreso della scelta della chiusura della fontana di piazza Castello, a causa di un utilizzo improprio da imputarsi ad ‘alcune persone di etnia Sinti’, così come scritto sui social”. Lo scrivono sacerdoti e diaconi di Fossano in una lettera pubblicata dal settimanale “La Fedeltà” - e ripresa dal Sir - dopo che il sindaco di Fossano ha fatto chiudere temporaneamente una fontana nella centrale piazza Castello, che sembra sia stata utilizzata da donne nomadi per lavarsi. Il caso ha scatenato centinaia di commenti sui social. “Certamente occorre decoro nelle nostre strade e nelle nostre piazze e non si possono accettare attitudini inadeguate, ma ci domandiamo perché arrivare a una scelta così drastica che non risolve nessun problema, crea malumore e alla prova dei fatti individua soltanto ‘un nemico’ in quelle persone?”. L’intento dei sacerdoti e dei diaconi è quello di “fare fronte comune contro la maleducazione che purtroppo sta crescendo in mezzo a noi, facendo una seria riflessione sul nostro linguaggio e sulle nostre ipocrisie, per non correre il rischio di seminare cattiveria e odio verso gli altri”. “Vorremmo agire per far sì che le persone tirino fuori di sé ogni aspetto positivo, come lo sono il rispetto dei luoghi comuni, l’attenzione ad ogni essere umano e la cura dell’ambiente; insieme ce la potremo fare”.

Commissione Ue: “uguaglianza e non discriminazione sono valori che non possono essere dati per scontati”

2 Agosto 2019 - Bruxelles - Nella Giornata di commemorazione delle vittime rom dell’Olocausto “rendiamo omaggio alla memoria dei 500mila rom che hanno perso la vita in queste circostanze. Quest’anno in particolare commemoriamo con profonda tristezza il 75º anniversario dell’assassinio degli ultimi rom che sono stati così ingiustamente e brutalmente imprigionati nel ‘campo degli zingari’ ad Auschwitz, persone che sono state uccise per il solo fatto di essere chi erano”. Lo affermano il primo vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans e la commissaria Věra Jourová per la “Giornata europea di commemorazione delle vittime rom dell’Olocausto”. Tale giornata speciale è stata istituita dal Parlamento europeo nel 2015 proprio per ricordare il mezzo milione di persone sinti e rom, che all’epoca rappresentavano almeno un quarto della loro popolazione totale, assassinati nell’Europa occupata dai nazisti. “Nelle nostre società europee moderne e nel dibattito politico non c’è spazio per la disumanizzazione dei rom o di altre minoranze. Le atrocità perpetrate in passato ci ricordano che l’uguaglianza e la non discriminazione sono valori che non possono essere dati per scontati: la loro difesa ci impone di essere sempre vigili e pronti ad opporci a coloro che li attaccano”, affermano i due commissari. Oggi la commissaria Jourová, responsabile per la giustizia, parteciperà alla cerimonia di commemorazione ad Auschwitz-Birkenau. Un’altra commemorazione si terrà a Strasburgo dinanzi alla sede del Consiglio d’Europa.  

Rom: il consiglio d’Europa ricorda Olocausto

1 Agosto 2019 - Strasburgo - Settantacinque anni fa, gli ultimi rom del cosiddetto Zigeunerlager (campo degli zingari) – 2.897 persone tra uomini, donne e bambini – furono sterminati nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau. La liquidazione del campo del 2 agosto 1944 fu un capitolo particolarmente oscuro dell’Olocausto dei rom: un tentativo del regime nazista e di tutti coloro che lo sostenevano di sterminare i rom di tutta Europa”. Lo si legge in una nota diffusa oggi dalla sede di Strasburgo del Consiglio d’Europa. “Gli orrori dell’Olocausto dei Rom sono una parte innegabile della nostra storia, ma per molto tempo l’Europa ha chiuso un occhio su quanto avvenuto”, ha dichiarato il segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, in un messaggio in occasione della cerimonia commemorativa che si svolgerà il 2 agosto ad Auschwitz. I sopravvissuti all’Olocausto, i rom di tutta l’Europa, funzionari polacchi e diplomatici stranieri parteciperanno alla commemorazione nell’ex campo di concentramento. “Sebbene non esistano cifre esatte, gli storici stimano che durante la seconda guerra mondiale furono uccisi circa 500mila rom”, spiega il CdE. “Abbiamo il dovere di porre fine al silenzio che è durato per decenni e dobbiamo mantenere viva la memoria”, ha sottolineato il segretario generale. “È nostro dovere garantire che ciò non si ripeta”, ha aggiunto, richiamando l’attenzione sul fatto che al giorno d’oggi si sono affermati vari movimenti e partiti estremisti in Europa, e sul fatto che i rom e i sinti continuino a essere vittima di intolleranza, razzismo sistemico e discriminazione. “Il Consiglio d’Europa, il principale custode e difensore dei diritti umani in Europa, ha fatto della lotta per l’inclusione sociale dei rom una priorità politica”. Oltre alla commemorazione ad Auschwitz, il Consiglio d’Europa organizza una cerimonia commemorativa di fronte al Palais de l’Europe, a Strasburgo, per rendere omaggio alle vittime dell’Olocausto dei rom.

Lamezia: Mons. Schillaci in visita al campo rom di Scordovillo

31 Luglio 2019 - Lamezia Terme - “Solo con la prossimità si vede meglio, come ci dice Papa Francesco. Essere qui oggi come Chiesa significa essere vicini, farsi prossimo. Di questo abbiamo bisogno. Avvicinandoci all’altro respingiamo la marginalizzazione, la discriminazione, la violenza. Vediamo meglio solo con la compassione e la misericordia. E misericordia è il nome di Dio”. Così il vescovo di Lamezia Terme, Mons. Giuseppe Schillaci, dopo la visita di ieri al campo di contrada Scordovillo, dove abitano circa cento nuclei familiari di etnia rom, uno dei campi più grandi del Mezzogiorno. Accompagnato dai volontari e da alcuni operatori pastorali e dalle associazioni che svolgono servizio nel campo di Scordovillo, Mons. Schillaci si è soffermato a parlare con le persone e ha visitato alcune abitazioni, ribadendo che “non possiamo essere insensibili o chiudere gli occhi di fronte a tutto questo”.  L’incontro si è concluso con un momento di preghiera e la benedizione.

Narrazioni rom sull’Olocausto: una conferenza a Cracovia

22 Luglio 2019 - Cracovia -“Narrazioni rom sull’Olocausto. Rappresentazione, rimembranza e memoria collettiva”. E’ questo il tema di una conferenza internazionale che si svolgerà nei giorni 1-2 agosto prossimi presso l’Università pedagogica di Cracovi. L’iniziativa è promossa dalla Divisione antidiscriminazione del Consiglio d’Europa per commemorare rendere omaggio ai 500mila sinti e rom uccisi da regime nazista. Nel corso di una cerimonia presso il campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz, Jeroen Schokkenbroek, direttore della Divisione, parlerà dell’azione del Consiglio d’Europa per prevenire e combattere il dilagare del razzismo, dell’antisemitismo e dell’antiziganismo in Europa. In concomitanza, il 2 agosto, giornata europea di commemorazione delle vittime dell’olocausto dei Rom, una cerimonia si terrà sul piazzale antistante il Palais de l’Europe, sede del Consiglio a Strasburgo alle ore 12, per segnare il 75° anniversario del 2 agosto 1944, giorno in cui furono sterminati circa 3mila rom nelle camere a gas del cosiddetto “Zigeunerlager” (campo degli Zingari) di Auschwitz-Birkenau. (R.I.)  

Ritorno al campo rom di Giugliano

19 Luglio 2019 -

Giugliano in Campania - « È vero che ci sgomberano di nuovo?». C’è preoccupazione, paura e anche un po’ rabbia, nella voce dei rom di Giugliano, sgomberati il 10 maggio dal campo dove vivevano da tre anni e finiti in una azienda abbandonata. Hanno sentito del nuovo censimento dei rom che vivono nei campi, ordinato dal ministro Salvini in vista di nuovi sgomberi. Per loro, sono 450 di origine bosniaca, il 60% minori, sarebbe l’ottavo in meno di venti anni.

«Se ci sgomberano di nuovo per noi è finita» denuncia Giuliano. Il ministro ha scritto nella circolare che i primi ad essere sgomberati sono i campi abusivi e questo di Giugliano lo è. Dopo l’ultimo sgombero, il 10 maggio, non è stata offerta nessuna vera soluzione alternativa e finalmente definitiva. Oltre che rispettosa delle persone. Nulla, assolutamente nulla. «Ora sono qui, in una azienda abbandonata, vicino allo svincolo di un importante asse stradale, tra macerie, fango, senza acqua nè luce», scrivevamo due mesi fa. E così è ancora oggi. E, come al solito, il provvisorio diventa definitivo o quasi. Dimenticate e abbandonate, la famiglie hanno costruito baracche con materiale rimediato. Ormai quasi non ci sono più spazi. «Viviamo ingabbiati. I bambini giocano per strada ma è pericoloso con le macchine che corrono». Siamo accanto a uno svincolo. E i bambini ci corrono incontro, quando arriviamo insieme a don Francesco Riccio, parroco di San Pio X e responsabile dell’ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Aversa, uno dei pochi a non averli dimenticati, assieme ai volontari della Caritas diocesana e a fratel Rafael, laico lasalliano che viene da Secondigliano. Riconosco il bimbo che due mesi fa era corso verso di me sorridendo e tenendo stretti in pugno due pacchetti di biscotti che mi voleva offrire. È sempre scalzo, come tutti i bimbi, e ancora più sporco, come tutti i bimbi. Ma sorride sempre, come tutti i bimbi. «Alcuni di loro saranno ospitati nel grest parrocchiale che sta per iniziare. E quattro adolescenti verranno con noi al campo di Ac sul monte Faito. Vogliamo che si incontrino con gli altri ragazzi, che si conoscano. È il primo passo per un percorso di vera inclusione. Partire dai bambini per coinvolgere le famiglie rom e della parrocchia».

Mentre racconta questo, il parroco prende appunti con le richieste che gli fanno. «Don Francesco, aiutaci tu». E si preoccupa soprattutto per la loro salute. La bimba più piccola, poco più di due mesi, dopo aver vissuto per settimane in un’auto, ora sta in una piccola baracca. Respira male, ha catarro, piange. Il parroco organizza la visita di un pediatra. Una donna racconta di aver avuto vari svenimenti. È andata al pronto soccorso e le hanno detto che deve fare una tac. Ma come? Dove? Ne ha diritto? Anche di questo si occuperà don Francesco, che ha coinvolto come volontari alcuni medici dell’ospedale di Giugliano. Continuiamo il giro accompagnati da una frotta di bambini. Scherzano, giocano, ci prendono per mano. Arriviamo in fondo al campo. Sotto a un capannone di metallo, Fabrizio ha costruito la sua baracca e ne è molto orgoglioso. È di legno e soprelevata, per evitare l’umidità, l’unica del campo. «L’ho quasi finita ma se ci sgomberano di nuovo è lavoro sprecato» dice anche lui preoccupato. E giustamente. Ha 26 anni e cinque figli, il più grande 8 anni. «Sono nato e cresciuto in Italia. Mio padre è arrivato qui più di trenta anni fa. Ed è sepolto nel cimitero di Giugliano. Io ho avuto sette sgomberi. Avrò anche l’ottavo?».

È il nuovo incubo per questa comunità passata da un campo nell’area industriale, a quello vicino a un centro commerciale, a un altro vicino a un’enorme discarica, fino al penultimo in un fossato. Ma almeno lì c’era l’acqua che vanno a prendere ancora adesso facendo un paio di chilometri. Niente luce e solo alcuni bagni chimici, arrivati da alcuni giorni. Ma sono pochi e così ci si arrangia con latrine autocostruite. Sono così da due mesi. E da due mesi l’unica soluzione proposta sono dei fondi europei che il Comune ha a disposizione, 5mila euro a famiglia, ora saliti a 8mila, per trovare sistemazioni autonome. Ma chi affitta una casa ai rom? E molti non si vogliono separare. Così ora si cercano casolari da acquistare per 2 o 3 famiglie, coi soldi del comune e di qualche benefattore. Ma non è meno difficile. E mentre la soluzione non arriva, mentre la precarietà ancora una volta si organizza, torna lo spettro dello sgombero. Per fortuna i piccoli non lo percepiscono. Una bimba, 5 anni, guarda con interesse i miei braccialetti, ricordo di altre emergenze. Mi chiede quello colorato che mi ha regalato un immigrato africano. «Tieni, è tuo». E corre via felice. Mi sento tirare la maglietta. È la sorella maggiore, 7 anni. Ha in mano un suo braccialetto di plastica. Me lo porge sorridendo. «Hai regalato il tuo a mia sorella e io ti regalo il mio» dice con gentilezza. Ecco le persone che dovrebbero essere sgomberate. Eppure la compatrona di Giugliano, la Madonna della Pace, è chiamata 'zingarella' per il colore scuro del viso. Zingarella, proprio come le due sorelline.(Antonio Maria Mira – Avvenire)

Sant’Egidio: 1000 giovani europei ad Auschwitz

18 Luglio 2019 - Roma - A 80 anni dallo scoppio della seconda guerra mondiale, 1000 giovani provenienti da 16 Paesi europei saranno a Cracovia, dal 19 al 21 luglio, per partecipare all’incontro “A Global Friendship to live Together in Peace”. In un tempo caratterizzato dalla reviviscenza di pregiudizi antisemiti e razzisti, dalla diffusione di slogan e atteggiamenti intolleranti e dalla crescita, specie tra i giovani, di movimenti nazionalisti, sovranisti e xenofobi in tutta Europa, il movimento dei Giovani per la Pace - legato alla Comunità di Sant’Egidio e impegnato, ogni giorno, nelle periferie con i bambini in difficoltà, i senza dimora, gli anziani soli - promuove un grande incontro internazionale per lanciare un messaggio di unità e pace. I giovani, studenti universitari e delle scuole superiori, faranno memoria dell’orrore della seconda guerra mondiale, dell’abisso della Shoah e del Porrajmos (lo sterminio di Rom e Sinti), convinti che continui a essere un riferimento decisivo per il futuro dell’Europa, per costruire una civiltà del convivere e società inclusive. Ascolteranno la testimonianza di Lidia Maksymowicz, sopravvissuta da bambina al campo di sterminio di Auschwitz Birkenau e vittima di esperimenti medici nazisti. Sabato 20 luglio, la visita al museo del campo di Auschwitz e una marcia silenziosa nel campo di sterminio di Birkenau, con la deposizione di corone di fiori al monumento memoriale delle vittime del lager, saranno l’espressione dell’impegno a contrastare ogni forma di violenza e razzismo.

Le pietre, lo sgombero e il censimento

18 Luglio 2019 - Assisi - San Francesco aiutaci a comprendere. Pietre ai braccianti foggiani impegnati a lavorare per un futuro di speranza, censimento per le minoranze etniche, rom in primo luogo, che spesso vivono in condizioni abitative a dir poco precarie, sgombero per i non graditi. La foto del bimbo coi libri in mano, il suo sguardo arrabbiato e avvilito mi fa soffrire. San Francesco ci sei necessario, non voglio giudicare ma aiutaci a comprendere che cosa sta accadendo alla nostra fragile umanità... (P. Enzo Fortunato)

Rom: una richiesta di perdono nel solco della tradizione

3 Giugno 2019 - Città del Vaticano - Le parole pronunciate da Francesco nell’ultimo appuntamento del suo viaggio in Romania formulando la richiesta di perdono alle comunità rom per le discriminazioni subite nel corso della storia, s’inserisce in una tradizione ormai consolidata da mezzo secolo nella Chiesa cattolica. “La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male” ha affermato il Pontefice per spiegare la richiesta di perdono. L’attenzione per queste comunità venne manifestata il 26 settembre 1965 da Paolo VI, che celebrò la Messa al Campo internazionale degli zingari nei pressi di Pomezia, e disse: “Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti, voi siete al centro, voi siete nel cuore: Voi siete nel cuore della Chiesa perché siete soli”. Papa Montini, che in quella occasione ricordò soprusi, discriminazioni e persecuzioni patite da queste persone, non pronunciò mea culpa, ma è stato il Pontefice che ha inaugurato la stagione delle richieste di perdono nei confronti delle altre confessioni cristiane per alcune pagine buie del passato. Sarà Giovanni Paolo II a dedicarne una specifica nei confronti degli zingari durante la celebrazione penitenziale del Giubileo del 2000: “I cristiani sappiano pentirsi delle parole e dei comportamenti che a volte sono stati loro suggeriti dall’orgoglio, dall’odio, dalla volontà di dominio sugli altri, dall’inimicizia verso i gruppi sociali più deboli, come quelli degli immigrati e degli zingari”. Attenzione e comprensione verso queste comunità è stata manifestata anche da Benedetto XVI che l’11 giugno 2011, accogliendo i rappresentanti di diverse etnie di zingari e rom, aveva riconosciuto: “Purtroppo lungo i secoli avete conosciuto il sapore amaro della non accoglienza e, talvolta, della persecuzione… La coscienza europea non può dimenticare tanto dolore! Mai più il vostro popolo sia oggetto di vessazioni, di rifiuto e di disprezzo!”. Ora il suo successore Francesco proseguendo nella via già tracciata, ha chiesto esplicitamente e nuovamente perdono, come già aveva fatto, ad esempio, nei confronti degli indios in Chiapas nel 2016 o come aveva fatto, nell’agosto 2018, di fronte allo scandalo degli abusi sui minori, scrivendo nella Lettera al popolo di Dio: “Con vergogna e pentimento come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite”. Non è sempre facile né indolore il cammino di chi chiede perdono. Papa Wojtyla, nel percorrerlo sistematicamente sulle orme del Concilio e di Paolo VI, si era attirato diverse critiche all’interno della Chiesa. Il Pontefice polacco, nel corso del suo pontificato aveva pronunciato decine di richieste di perdono e aveva rivisitato diversi fatti del passato. Aveva parlato delle crociate, di una certa acquiescenza dei cattolici di fronte alle dittature del Novecento, delle divisioni tra le Chiese, del maltrattamento delle donne, del processo a Galileo e dell’Inquisizione, della persecuzione degli ebrei, delle guerre di religione, del comportamento dei cristiani con gli indios e i nativi africani. Per i cristiani è normale (o dovrebbe esserlo) chiedere perdono, riconoscersi peccatori, continuamente bisognosi di purificazione. E anche se le colpe sono sempre state e rimangono personali, in ogni epoca la Chiesa cerca di comprendere e vivere sempre più fedelmente il messaggio evangelico prendendo coscienza dei passi falsi e degli sbagli compiuti. L’obiezione che più spesso viene mossa contro le richieste di perdono rispetto a fatti accaduti nel passato ha delle ragioni: non si può giudicare chi ci ha preceduto alla luce della sensibilità odierna. Ma anche nei secoli passati era possibile comprendere, come alcuni profeti spesso inascoltati hanno fatto, che Gesù è sempre stato dalla parte delle vittime e mai dei carnefici, dei perseguitati e mai dei persecutori. E all’apostolo Pietro che per difenderlo aveva mozzato l’orecchio del servo del sommo sacerdote, aveva ordinato di rimettere la spada nel fodero. (Andrea Tornielli – Vatican News)

Rom: lo sgombero dolce e il modello Moncalieri

24 Maggio 2019 - Torino - Niente ruspe, niente sgomberi forzati, niente rivolte di quartiere. Benvenuti a Moncalieri, 60 mila abitanti, quinta città del Piemonte. Dove - incredibile ma vero - l’impegno dell’amministrazione comunale, un progetto ragionato, una tabella di marcia rigorosa hanno permesso un piccolo grande miracolo: la chiusura dei campi dove vivevano 80 rom, traslocando le famiglie in abitazioni vere, primo passo per un’integrazione reale. Senza imposizioni ai residenti, che hanno conosciuto e accettato le famiglie rom, disinnescando pregiudizi, paure, luoghi comuni. Insomma, le direttive europee per il superamento dei campi e l’integrazione dei rom - fatte proprie dall’Italia già nel 2011 - non sono un libro dei sogni. Tutto sta a volerlo. “Sì, si può fare”, annuisce Silvia Di Crescenzo, assessora alle Politiche sociali della giunta del sindaco Paolo Montagna. “Abbiano avuto in comodato d’uso un’area privata per piazzare dei container per un anno, da giugno 2017 a giugno 2018. Ci hanno dato fiducia, hanno creduto al nostro progetto. Zero euro di affitto per 12 mesi, ma con una penale di 10 mila euro per ogni giorno di più”. Nell’area vengono collocati alcuni moduli abitativi, per accogliere, per un periodo limitato di tempo, le famiglie fino ad allora sparse in vari insediamenti informali. Vengono regolarizzati serbi e bosniaci, si avviano colloqui e percorsi personalizzati. A tutti viene chiesto, come conditio sine qua non, di sottoscrivere un patto: vaccinazioni e scuola per i figli, rispetto della legge per gli adulti. Accettano in 48, gli altri preferiscono abbandonare il territorio. “Essenziale – spiega l’assessora Di Crescenzo – è stato il lavoro di squadra con la Commissione di valutazione sanitaria, gli assistenti sociali, le organizzazioni di volontariato come la Croce Rossa e Carità senza frontiere”. Tra i residenti che vivono nelle case adiacenti non mancano le reazioni allarmate. Qualcuno protesta, viene issato uno striscione ostile: “Allora abbiamo organizzato incontri tra italiani e rom – racconta – e le famiglie si sono presentate, si sono conosciute e hanno superato molti luoghi comuni. Fondamentale è stato il monitoraggio quotidiano del campo da parte di carabinieri, vigili, volontari”. Le famiglie rom iniziano ad abbandonare il campo. “Quando sono uscite le prime, le altre hanno capito che facevamo sul serio”. Qualcuno riceve un sostegno temporaneo per l’affitto, altri una borsa lavoro. Qualche appartamento lo trova il Terzo settore, altri ancora vanno nelle case popolari. In un anno anche il campo transitorio si svuota. E i rom a Moncalieri ora sono cittadini, come gli altri e tra gli altri. (Luca Liverani – Avvenire)