Tag: Rom e Sinti

Rom: una richiesta di perdono nel solco della tradizione

3 Giugno 2019 - Città del Vaticano - Le parole pronunciate da Francesco nell’ultimo appuntamento del suo viaggio in Romania formulando la richiesta di perdono alle comunità rom per le discriminazioni subite nel corso della storia, s’inserisce in una tradizione ormai consolidata da mezzo secolo nella Chiesa cattolica. “La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male” ha affermato il Pontefice per spiegare la richiesta di perdono. L’attenzione per queste comunità venne manifestata il 26 settembre 1965 da Paolo VI, che celebrò la Messa al Campo internazionale degli zingari nei pressi di Pomezia, e disse: “Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti, voi siete al centro, voi siete nel cuore: Voi siete nel cuore della Chiesa perché siete soli”. Papa Montini, che in quella occasione ricordò soprusi, discriminazioni e persecuzioni patite da queste persone, non pronunciò mea culpa, ma è stato il Pontefice che ha inaugurato la stagione delle richieste di perdono nei confronti delle altre confessioni cristiane per alcune pagine buie del passato. Sarà Giovanni Paolo II a dedicarne una specifica nei confronti degli zingari durante la celebrazione penitenziale del Giubileo del 2000: “I cristiani sappiano pentirsi delle parole e dei comportamenti che a volte sono stati loro suggeriti dall’orgoglio, dall’odio, dalla volontà di dominio sugli altri, dall’inimicizia verso i gruppi sociali più deboli, come quelli degli immigrati e degli zingari”. Attenzione e comprensione verso queste comunità è stata manifestata anche da Benedetto XVI che l’11 giugno 2011, accogliendo i rappresentanti di diverse etnie di zingari e rom, aveva riconosciuto: “Purtroppo lungo i secoli avete conosciuto il sapore amaro della non accoglienza e, talvolta, della persecuzione… La coscienza europea non può dimenticare tanto dolore! Mai più il vostro popolo sia oggetto di vessazioni, di rifiuto e di disprezzo!”. Ora il suo successore Francesco proseguendo nella via già tracciata, ha chiesto esplicitamente e nuovamente perdono, come già aveva fatto, ad esempio, nei confronti degli indios in Chiapas nel 2016 o come aveva fatto, nell’agosto 2018, di fronte allo scandalo degli abusi sui minori, scrivendo nella Lettera al popolo di Dio: “Con vergogna e pentimento come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite”. Non è sempre facile né indolore il cammino di chi chiede perdono. Papa Wojtyla, nel percorrerlo sistematicamente sulle orme del Concilio e di Paolo VI, si era attirato diverse critiche all’interno della Chiesa. Il Pontefice polacco, nel corso del suo pontificato aveva pronunciato decine di richieste di perdono e aveva rivisitato diversi fatti del passato. Aveva parlato delle crociate, di una certa acquiescenza dei cattolici di fronte alle dittature del Novecento, delle divisioni tra le Chiese, del maltrattamento delle donne, del processo a Galileo e dell’Inquisizione, della persecuzione degli ebrei, delle guerre di religione, del comportamento dei cristiani con gli indios e i nativi africani. Per i cristiani è normale (o dovrebbe esserlo) chiedere perdono, riconoscersi peccatori, continuamente bisognosi di purificazione. E anche se le colpe sono sempre state e rimangono personali, in ogni epoca la Chiesa cerca di comprendere e vivere sempre più fedelmente il messaggio evangelico prendendo coscienza dei passi falsi e degli sbagli compiuti. L’obiezione che più spesso viene mossa contro le richieste di perdono rispetto a fatti accaduti nel passato ha delle ragioni: non si può giudicare chi ci ha preceduto alla luce della sensibilità odierna. Ma anche nei secoli passati era possibile comprendere, come alcuni profeti spesso inascoltati hanno fatto, che Gesù è sempre stato dalla parte delle vittime e mai dei carnefici, dei perseguitati e mai dei persecutori. E all’apostolo Pietro che per difenderlo aveva mozzato l’orecchio del servo del sommo sacerdote, aveva ordinato di rimettere la spada nel fodero. (Andrea Tornielli – Vatican News)

Rom: lo sgombero dolce e il modello Moncalieri

24 Maggio 2019 - Torino - Niente ruspe, niente sgomberi forzati, niente rivolte di quartiere. Benvenuti a Moncalieri, 60 mila abitanti, quinta città del Piemonte. Dove - incredibile ma vero - l’impegno dell’amministrazione comunale, un progetto ragionato, una tabella di marcia rigorosa hanno permesso un piccolo grande miracolo: la chiusura dei campi dove vivevano 80 rom, traslocando le famiglie in abitazioni vere, primo passo per un’integrazione reale. Senza imposizioni ai residenti, che hanno conosciuto e accettato le famiglie rom, disinnescando pregiudizi, paure, luoghi comuni. Insomma, le direttive europee per il superamento dei campi e l’integrazione dei rom - fatte proprie dall’Italia già nel 2011 - non sono un libro dei sogni. Tutto sta a volerlo. “Sì, si può fare”, annuisce Silvia Di Crescenzo, assessora alle Politiche sociali della giunta del sindaco Paolo Montagna. “Abbiano avuto in comodato d’uso un’area privata per piazzare dei container per un anno, da giugno 2017 a giugno 2018. Ci hanno dato fiducia, hanno creduto al nostro progetto. Zero euro di affitto per 12 mesi, ma con una penale di 10 mila euro per ogni giorno di più”. Nell’area vengono collocati alcuni moduli abitativi, per accogliere, per un periodo limitato di tempo, le famiglie fino ad allora sparse in vari insediamenti informali. Vengono regolarizzati serbi e bosniaci, si avviano colloqui e percorsi personalizzati. A tutti viene chiesto, come conditio sine qua non, di sottoscrivere un patto: vaccinazioni e scuola per i figli, rispetto della legge per gli adulti. Accettano in 48, gli altri preferiscono abbandonare il territorio. “Essenziale – spiega l’assessora Di Crescenzo – è stato il lavoro di squadra con la Commissione di valutazione sanitaria, gli assistenti sociali, le organizzazioni di volontariato come la Croce Rossa e Carità senza frontiere”. Tra i residenti che vivono nelle case adiacenti non mancano le reazioni allarmate. Qualcuno protesta, viene issato uno striscione ostile: “Allora abbiamo organizzato incontri tra italiani e rom – racconta – e le famiglie si sono presentate, si sono conosciute e hanno superato molti luoghi comuni. Fondamentale è stato il monitoraggio quotidiano del campo da parte di carabinieri, vigili, volontari”. Le famiglie rom iniziano ad abbandonare il campo. “Quando sono uscite le prime, le altre hanno capito che facevamo sul serio”. Qualcuno riceve un sostegno temporaneo per l’affitto, altri una borsa lavoro. Qualche appartamento lo trova il Terzo settore, altri ancora vanno nelle case popolari. In un anno anche il campo transitorio si svuota. E i rom a Moncalieri ora sono cittadini, come gli altri e tra gli altri. (Luca Liverani – Avvenire)  

Maestre di bimbe rom a istituzioni: lo Stato dov’è?

13 Maggio 2019 - Roma - Hanno organizzato una staffetta tra mamme e maestre per difendere una donna rom e i suoi figli, assegnatari di una casa popolare a Torrenova a Roma dalle ostilità degli inquilini. Così un nuovo caso di proteste anti nomadi a Roma sfocia in un’azione di solidarietà. Ora le insegnanti dell’Istituto comprensivo Simonetta Salacone, scuola che frequentano le bambine, hanno scritto una lettera al Presidente della Repubblica Mattarella, al Ministro Salvini, alla Sindaca Raggi e al Presidente della Regione Lazio Zingaretti, per chiedere se sia normale «che delle persone debbano organizzare dei turni per salvaguardare l’incolumità di una di loro. Lo Stato dov’è?».

Lamezia Terme: anche una delegazione di rom lametini giovedì scorso dal Papa

13 Maggio 2019 - Lamezia Terme – “Esperienza unica”, quella vissuta da una delegazione di cinquanta rom residenti nel campo di Scordovillo e nella “Ciampa” di Lamezia Terme che hanno avuto modo di incontrare, giovedì scorso, papa Francesco a Roma durante l’udienza che il Pontefice ha avuto con cinquecento rom e sinti in vaticano su iniziativa della Fondazione Migrantes. La delegazione, guidata da don Giuseppe d’Apa, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Lamezia Terme,  ha così vissuto “una bella ed inaspettata esperienza carica di emozione – ha detto don Giuseppe - . L’incontro con il Papa, infatti, è stato un momento di crescita e di confronto, non solo per i rom presenti”. Subito dopo l’udienza con Papa Francesco, nel pomeriggio, la delegazione lametina ha anche presenziato alla festa-incontro nell’auditorium del Divino Amore a Roma, e conclusosi con danze e balli tipici. La visita a Roma è parte del percorso che l’Ufficio Migrantes diocesano lametino sta portando avanti da anni ponendosi come obiettivo quello dell’integrazione e del dialogo in quanto sempre più convinti che “solo l’incontro fa superare ogni paura ed abbattere ogni muro”.

Beati rom: Zeferino e Emilia

9 Maggio 2019 - Roma - Il primo beato e patrono della popolazione rom è Zefferino Giménez Malla (1861-1936), detto “El Pelé”, beatificato da Giovanni Paolo II il 4 maggio 1997. In quella occasione il Papa polacco ha indicato in Zefirino un “modello da seguire”: la sua vita – ha detto - dimostra che Cristo è presente nei diversi popoli e razze e che tutti sono chiamati alla santità”.

Nato da una famiglia gitana cattolica, Zeferino visse da nomade per quarant’anni, poi si fermò a Barbastro (Spagna). Si sposò, ma non ebbe figli. Benché analfabeta, insegnò ai ragazzi gitani e non gitani i primi elementi del cristianesimo, servendosi soprattutto della Bibbia, e li educò alla preghiera quotidiana. Metteva pace tra i Kalòs (nomadi spagnoli) e risolveva le loro questioni con gli altri.

Nel suo lavoro di commerciante di animali si comportò onestamente. Nel 1926 diventò Terziario Francescano. Apparteneva alla “Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli”. Nel 1931 cominciò a frequentare l’Adorazione Notturna. Durante la persecuzione religiosa, difese un prete che veniva portato in carcere. Venne arrestato anche lui e poi ucciso a Barbastro insieme a tanti sacerdoti, frati e laici. Morì, gridando: “Viva Cristo Re” e tenendo in mano la corona del rosario. Il suo corpo fu gettato nella fossa comune e non più ritrovato.

Altra beata gitana è Emilia Fernandez Rodriguez  dichiarata beata il 25 marzo 2017, unica donna di etnia rom elevata all’onore degli altari. Emilia doi origine gitana, è nativa di Tijola, un villaggio della diocesi di Almeria nel sud della Spagna, è parte della vasta schiera dei martiri della fede trucidati in molti modi dai combattenti repubblicani durante la Guerra civile spagnola del 1936-39. Nata il 3 aprile 1914 Emilia viene arrestata e detenuta  con altre donne durante la guerra civile spagnola. Emilia si sposa secondo il rito gitano con Juan Cortes Cortes nel 1938,  vive la sua vita lavorando come cestaia, attività economica che permette alla giovane coppia di vivere in modo dignitoso vendendo i cesti nei mercati o nella modalità porta a porta. Anche il marito viene arrestato e messo in prigione dove si trovano politici, sacerdoti e numerosi cristiani. La giovane cestaia viene arrestata il 21 giugno 1938 e rinchiusa nel carcere “Cachas Coloras”: ogni giorno venivano imprigionate numerose donne e in breve tempo si raggiunse il numero di 300 persone. Durante il processo, svoltosi l’8 luglio, nonostante fosse incinta, viene condannata a sei anni di carcere; la sua fede si rafforza sempre di più, chiede ad alcune giovani detenute di imparare a pregare. Costretta a stare isolata in una cella di punizione, con il freddo dell’inverno Emilia si ammalò gravemente, senza alcuna  speranza di guarigione. Giunse  con difficoltà al termine della sua gravidanza e il 12 luglio 1939 nacque Angela. Emilia, molto malata viene  ricoverata in ospedale. Per lei fu chiesta la grazia al governatore civile, ma senza alcuna risposta. Riportata in carcere muore abbandonata e sola il 25 gennaio1939.   (Raffaele Iaria)    

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Mons. Ruzza: “episodi gravissimi contro la famiglia Rom, ma Roma non è così”

9 Maggio 2019 - Roma -  “Costruire una società in cui c’è spazio per tutti. In cui tutti siano accolti e amati”. È questo il sogno dell’Europa che oggi non deve morire. Lo ha detto Mons. Gianrico Rizza, Segretario generale del vicariato di Roma, intervenendo iri sera nella Basilica dei Santi XII Apostoli alla veglia ecumenica promossa dalla Rete ecumenica “Insieme per l’Europa”, alla vigilia della festa dell’Europa che si celebra oggi. Il Vescovo ha ricordato l’episodio gravissimo di Casal Bruciato. “Proprio oggi Roma ha vissuto episodi gravi di respingimento di una famiglia solo perché era Rom”, ha detto: “E questo è un motivo di tristezza per tutti. Ma Roma non è così”. Il Vescovo ha ricordato che la città di Roma è stato il luogo dove sono stati firmati i Trattati che hanno dato vita al processo di integrazione europea. Ed ha aggiunto: “Dobbiamo lavorare perché il sogno della libertà e dell’unità della accoglienza e della fraternità non si spenga. Può essere diventato un sogno appesantito. Per alcuni addirittura un incubo. Dobbiamo pregare perché questo sogno torni a vivere. Diventi realtà”.

Papa Francesco: i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano

9 Maggio 2019 - Città del Vaticano – “Sono rimasto molto colpito dalle testimonianze che ho ascoltato”. Così Papa Francesco ha iniziato, a braccio, il suo discorso ai partecipanti all’incontro di preghiera del popolo rom e sinto con Papa Francesco nella Sala Regia in Vaticano, promosso dalla Fondazione Migrantes. Per il Papa “è vero: ci sono cittadini di seconda classe ma i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente, quelli che vivono con la scopa in mano buttando gli altri”. Il Papa ha detto, poi, di pregare per “voi: vi sono vicino, e quando leggo sul giornale una cosa brutta, vi dico la verità , soffro”. “Oggi ho letto una cosa brutta sul giornale: questa non è civiltà , l’amore è la civiltà”. “Andate avanti con l’amore", ha aggiunto Francesco a conclusione del suo discorso sottolineando che “la vera strada è quella della fratellanza con la porta aperta. E tutti dobbiamo collaborare”. Da qui l’invito anche a “non far crescere il  rancore”, perché esso fa ammalare il cuore e “porta alla  vendetta. Ma la vendetta - ha continuato - non l’avete  inventata voi. In Italia ci sono organizzazioni che sono  maestre di vendetta”.   E nella preghiera finale, prima di salutare tutti ha pregato Dio Padre: “susciti in noi comprensione ed accoglienza evangelica verso  tutti per sentirci solidali sula terra del nostro pellegrinaggio, seguendo l’esempio del Gitano Martire Zeffirino, pieno di amore per te e per il prossimo”. (Raffaele Iaria)

Card. Bassetti: rom e sinti non sono “diversi” ma “unici”

9 Maggio 2019 -

Città del Vaticano – “Questi fratelli non sono diversi ma unici”. Lo ha detto il Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana salutando il pontefice all’inizio dell’incontro di preghiera del popolo rom e sinto con Papa Francesco nella Sala Regia in Vaticano, promosso dalla Fondazione Migrantes. Il diverso “è altro, non lo prendi neppure in considerazione. Direi che questi nostri fratelli sono unici, e l’unicità  è dono ed è ricchezza”, ha detto il porporato  salutando il  Papa e  esprimendo il ringraziamento della Fondazione Migrantes e della Chiesa Italiana per “averci accolto come un Padre in questa casa che sentiamo anche nostra”. 

Il Card. Bassetti ha quindi ricordato le parole di un rom con cui “avevo fatto amicizia” 30 anni fa “quando ero a Firenze: ‘vede padre’, diceva ‘le vere distanze non sono quelle chilometriche, perché oggi a raggiungere tutti i paesi della terra si fa presto, ma le vere distanze oggi sono quelle fra la testa e il cuore’. Padre santo, ci aiuti stamani ad avvicinare queste distanze”.  ​

La testimonianza di Dzemila, Miriana e Negiba davanti a papa Francesco

9 Maggio 2019 -

Santità, 

siamo tre mamme rom in rappresentanza di un gruppo più ampio di donne, che vivono la periferia estrema della città di Roma, di diverse culture e religioni, che periodicamente si riunisce per condividere esperienze, sostenere le reciproche fatiche, raccontare i successi. Il nostro gruppo si chiama "Mondo di mamme". 

Alcune di noi vivono in appartamenti in affitto, in case popolari, altre ancora in quelli che vengono chiamati "campi nomadi" che altro non sono che delle baraccopoli, dei ghetti dove, su base etnica, le nostre famiglie sono segregate dalle istituzioni comunali. 

Come donne e come mamme avvertiamo sulla nostra pelle la distanza che spesso la società maggioritaria, costruisce tra noi e le istituzioni pubbliche. I servizi sanitari non sempre sono garanzia di assistenza e supporto adeguato. Spesso la burocrazia, ma recentemente anche politiche discriminatorie, non facilitano, quante di noi non hanno una posizione amministrativa regolare, l'accesso ai servizi di base che possano garantire la salute a noi e ai nostri figli. Anche le recenti norme, varate da chi è chiamato a governare, rendono più difficile la regolarizzazione di molte nostre famiglie, facendo cadere nell'invisibilità nuclei familiari che, anche se di origine straniera, vivono da decenni nel nostro Paese. 

Malgrado conosciamo straordinari insegnanti, non sempre l'istituzione scolastica si presenta in grado di assicurare pieno diritto all'istruzione dei nostri figli. Molti di loro, nelle aule scolastiche, vivono sulla loro pelle lo stigma della diversità e vedono dall'inizio la loro carriera scolastica come un percorso ad ostacoli davanti ai quali molti bambini e ragazzi finiscono per arrendersi. 

Non è facile, nell'Italia di oggi trovare un lavoro che assicuri dignità e sostentamento economico. Ed è ancora più difficile se sei donna, se hai poche risorse, se vivi nella periferia più estrema, se sei una donna rom. Discorsi d'odio, ma anche azioni violente contro le nostre comunità, sono in costante aumento e questa è per noi fonte di profonda preoccupazione. 

Alcune di noi vivono in alloggi non adeguati e sono vittime di sgomberi forzati organizzati dalle autorità in assenza di alternative adeguate. 

Guardiamo però al futuro con speranza. Siamo donne e siamo mamme, e questo ci dà la forza di andare avanti per migliorare le condizioni di vita nostre e dei nostri figli. Uscire dalle nostre comunità, incontrare altre donne italiane e straniere, confrontarci tra noi senza chiusure, ci dà forza nel credere che solo insieme, creando alleanze, potremmo superare le barriere della diffidenza e della marginalizzazione. 

Ci aiuta osservare tra noi quelle donne e quelle mamme che ce l'hanno fatta, che hanno vinto battaglie, superato ostacoli, sconfitto pregiudizi e che ora guardano al futuro con speranza. 

Vogliamo andare oltre ed essere anche noi protagoniste di quel cambiamento di cui tutti possano giovarsi. Sogniamo per l’Italia un risveglio di umanità. Un'Italia che abbracci le differenze, che si consideri fortunata per tutte le differenze e le culture che la compongono. Un'Italia che recuperi il valore della speranza. 

La stessa speranza che oggigiorno leggiamo negli occhi dei nostri figli e che le sue parole, Santità, ci hanno sempre consegnato in questi anni e che ci aiutano a credere in un Paese più umano, più giusto, più solidale. 

 

La testimonianza di don Cristian Di Silvio davanti a Papa Francesco

9 Maggio 2019 -

Buongiorno Santità,

 mi chiamo don Cristian Di Silvio ho trent' anni, vengo dalla diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo ed ho compiuto tre anni di sacerdozio lo scorso 21 Aprile, giorno di Pasqua, giorno in cui abbiamo celebrato la resurrezione di Cristo Signore. Sono cresciuto in parrocchia, nella chiesa Madre di Cassino tra il servizio all'altare come ministrante e l'Azione Cattolica. Ora svolgo il mio ministero come vice parroco nelle chiese di Roccasecca e Colle san Magno. 

La mia storia è una storia ordinaria, resa straordinaria dal fatto che Dio mi ha scelto da un popolo che vive una condizione culturale differente dagli stereotipi con cui siamo abituati a relazionarci... Si, sono un prete rom! Uno zingaro che diventa prete fa sempre notizia, un diverso, uno particolare. 

Ricordo che quando ne parlai con i miei compagni di seminario la prima cosa che mi chiesero fu se abitavo in una roulotte, se chiedevo l'elemosina e se la mia famiglia andava a rubare portafogli alla stazione Termini. Invece qualcun altro mi diceva mentre mi formavo alla scuola del Vangelo di Gesù che dovevo comprendere che io ero stato scelto da un popolo che era diverso da quello italiano. Non mi sono lasciato abbattere da queste parole, grazie anche al mio padre spirituale. Ciò che ha reso ancora più straordinaria la mia storia vocazionale è stato il comprendere, nonostante mi dicessero il contrario, che non sono un diverso ma, come ognuno di noi presente in questa sala e non solo, unico e irripetibile. Siamo chiamati a sottolineare questo, secondo me, la nostra unicità piuttosto che la diversità... ognuno di noi è dono, ognuno di noi è ricchezza, se abbiamo come modello Gesù Cristo... grazie Santità per l'ascolto: io prego per Lei. Lei, per favore, preghi per me... ​