Tag: Rom e Sinti

Migrantes: oggi la conclusione del convegno per gli operatori pastorali “Amici dei Rom”

13 Settembre 2020 - Roma - “Il Vangelo tra i rom. Annunciare testimoniare condividere”. Questo il tema dell’incontro di pastorale con i rom e sinti in corso, fino ad oggi, a Frascati presso Villa Campitelli e promosso dalla Fondazione Migrantes. L’incontro, al quale partecipano 70 operatori, è stato aperto venerdì sera dal direttore generale dell’organismo pastorale della Cei ed riservato agli operatori  Migrantes. “Si tratta – spiega la Fondazione Migrantes – di un momento pensato non soltanto per quanti sono già impegnati in questa pastorale specifica, ma anche per quanti vorrebbero iniziare ad impegnarsi in essa”. “Siamo molto diversi fra noi per idee, esperienze, età, provenienze – ha detto don De Robertis – ed è bene che sia così ma accomunati da una stessa passione, da uno stesso amore. L’amore per il Vangelo e per io popolo rom che abbiamo incontrato in modi e tempi diversi ma che per noi è una ricchezza”. Tra i partecipanti il vescovo ausiliare di Roma e incaricato della pastorale Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, Gianpiero Palmieri, il catecheta Enzo Biemmì, la presidente delle teologhe italiane, Cristina Simonelli. Durante la tre giorni diverse le testimonianze di operatori pastorali impegnati sull’intero territorio nazionale.

Raffaele Iaria

Migrantes: a Frascati l’incontro degli operatori pastorali “Amici dei Rom”

11 Settembre 2020 - Roma - Sarà Villa Campitelli a Frascati (Roma) ad ospitare da oggi a domenica l’incontro riservato agli operatori  Migrantes per la pastorale con Rom e Sinti. “Si tratta – spiega la Fondazione Migrantes – di un momento pensato non soltanto per quanti sono già impegnati in questa pastorale specifica, ma anche per quanti vorrebbero iniziare ad impegnarsi in essa”. Tra i  partecipanti il vescovo ausiliare di Roma e incaricato della pastorale Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, Mons. Gianpiero Palmieri, il catecheta Enzo Beemmì, la presidente delle teologhe italiane, Cristina Simonelli. Durante la tre giorni diverse le testimonianze di operatori pastorali impegnati sull’intero territorio nazionale. I lavori saranno aperti e conclusi dal Direttore generale della Fondazione Migrantes, don Giovanni De Robertis.

Migrantes: a Frascati l’incontro degli operatori pastorali “Amici dei Rom”

8 Settembre 2020 - Roma - Sarà Villa Campitelli a Frascati (Roma) ad ospitare, questo fine settimana (11-13 settembre) l’incontro riservato agli operatori  Migrantes per la pastorale con Rom e Sinti. “Si tratta – spiega la Fondazione Migrantes - di un momento pensato non soltanto per quanti sono già impegnati in questa pastorale specifica, ma anche per quanti vorrebbero iniziare ad impegnarsi in essa”. Tra i i partecipanti il vescovo ausiliare di Roma e incaricato della pastorale Migranes della Conferenza Episcopale del Lazio, mons. Gianpiero Palmieri, il catecheta Enzo Beemmì, la presidente delle teologhe italiane, Cristina Simonelli. Durante la tre giorni diverse le testimonianze di operatori pastorali impegnati sull'intero territorio nazionale. I lavori saranno aperti e conclusi dal direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis.  

Famiglie rom di Roma scrivono a Raggi e alla città

28 Agosto 2020 -
Roma  - "Gentile sindaca Virginia Raggi, siamo famiglie che da decenni vivono a Roma. Siamo mamme e papà, cittadini romani nati e cresciuti a Roma, la città che amiamo e sentiamo nostra e nella quale tutti noi abbiamo frequentato le scuole. Molti di noi sono cittadini italiani, i giovani lo diventeranno a breve. La nostra è una storia di sofferenza e dolore, iniziata con la fuga dalla Jugoslavia e da quel momento condotta prima tra baracche e topi, poi dentro i recinti dei “villaggi” realizzati dall’Amministrazione Comunale".
Inizia così la lettera scritta  - e diffusa oggi dall'Associazione "21 luglio"  - a seguito di un percorso partecipativo, dalle famiglie che vivono all’interno dell’area F del campo rom di Castel Romano. La missiva è rivolta alla città di Roma ma soprattutto alla sindaca di Roma al fine di scongiurare lo sgombero della baraccopoli previsto il prossimo 10 settembre 2020 e soprattutto per proporre alternative concrete ad uno sgombero che appare in contrasto con il Decreto Legge n.18 del 17 marzo 2020 e successive modificazioni.
Lunedì 31 agosto, alle ore 12.00, in piazza del Campidoglio, prima di protocollare il documento, una delegazione degli abitanti della baraccopoli dell’area F di Castel Romano - informa una una nota - presenterà il testo. Insieme a loro saranno presenti Carlo Stasolla (Associazione 21 luglio), Riccardo Noury (Amnesty International), Riccardo Magi, parlamentare, Marta Bonafoni a Alessandro Capriccioli, consiglieri regionali, Giovanni Zannola, consigliere comunale, attivisti e rappresentanti della comunità ecclesiale.

Mons. Palmieri: sgombero campo rom senza progetto di ricollocazione

13 Agosto 2020 - Roma - «Li hanno sgomberati come rifiuti. E senza nessun progetto di ricollocazione. Si è intervenuti solo per un’emergenza costruita mediaticamente. Ma non va bene». È l’amara denuncia di mons. Gianpiero Palmieri, vescovo ausiliare di Roma, delegato per la Carità, la Pastorale Migrantes e Rom della diocesi capitolina. Il presule ha seguito - informa il quotidiano "Avvenire"  lo sgombero del campo Rom tra via del Foro Italico e il fiume Aniene. «Siamo andati a vedere perché lo riteniamo un intervento anomalo». E ci tiene in primo luogo a raccontare la realtà di questo insediamento. «Non si tratta di un campo abusivo ma 'tollerato'. Il Comune aveva installato i bagni chimici, mandava il pulmino per portare i bambini a scuola e aveva dato il permesso di avere lì la residenza». Inizialmente erano serbi, arrivati qui nel 1995 dopo uno sgombero a Tor Bella Monaca. Poi si sono aggiunte altre famiglie. Attualmente c’erano circa 250 persone, ma quando l'altro ieri alle 7 è scattato il blitz del Comune, con 80 uomini della Polizia municipale e alcune ruspe, erano rimasti solo in 12. «Non sappiamo dove sono finite. Probabilmente in zona. E ora andranno a ingrossare gli insediamenti informali» accusa il vescovo, molto preoccupato. Il Comune giustifica l’intervento con la necessità di eliminare l’enorme discarica sorta accanto al campo. «Potrebbe essere pericoloso innanzitutto per chi ci abita» ha spiegato Marco Cardilli, delegato alla sicurezza del Campidoglio. «Tutto è nato da un servizio delle Iene che hanno fatto vedere la discarica – rivela don Gianpiero –. Ma il Comune conosceva da anni la situazione. Per questo non è stato fatto bene questo intervento. Si poteva programmare per tempo, senza provocare questa fuga». Durante lo sgombero - aggiunge mons. Palmieri - "c’erano solo due operatori dei servizi sociali e molte più persone che si sono preoccupate di mettere in salvo gli animali".

Migrantes Campania: è “necessario” e “non più rinviabile” il processo di integrazione, unica strada che porta alla pacifica  convivenza

27 Giugno 2020 - Napoli - Oggi la comunità di Mondragone "sperimenta la difficoltà della convivenza tra persone di diversa etnia ma soprattutto tra persone in difficoltà". Lo scrivono, oggi, in una nota, il vescovo delegato Migrantes della Campania, mons. Antonio De Luca e il direttore regionale Antonio Bonifacio. Nella nota, pervenuta a www.migrantesonline.it,  la Migrante campana esprime "vicinanza alla comunità di Mondragone e sostegno alla diocesi di Sessa Aurunca, da sempre impegnata nel dialogo e nell’impegno sociale", ed auspicano che  questo "particolare momento di tensione sia lo sprono e lo spunto per iniziare quel percorso, necessario e non più rinviabile,  di integrazione, unica strada che porta alla pacifica  convivenza e partecipazione responsabile, senza distinzioni di etnia, provenienza, cultura, nell’interesse comune di vivere in maniera sana il proprio territorio, contrastando i 'portatori di odio e contrapposizione' che nell’attuale situazione alimentano interessi ingiusti e malsani". Nella nota mons. De Luca e Antonio Bonifacio sottolineano che quanto sta accadendo in queste ore a Mondragone, "ci spinge a riflettere sulle parole pronunciate da Papa Francesco in Piazza San Pietro il 27 marzo 2020: 'Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”'.  La pandemia ha colpito tutti i territori, "alcuni già complessi e martoriati da sfruttamento, caporalato, inquinamento ambientale, assenza di servizi e mancata integrazione".

R.Iaria

Ass. 21 luglio: 20mila i rom in emergenza abitativa in Italia

17 Giugno 2020 - Roma - Scende a 20.000 il numero di rom in emergenza abitativa in Italia. E’ quanto emerge dal Rapporto annuale dell’associazione “21 luglio” diffuso oggi. L’Italia è l’unico Paese in Europa ad aver creato, organizzato e consolidato negli ultimi 40 anni un sistema abitativo parallelo per comunità considerate di etnia rom che assume forma architettonica in quello che viene denominato impropriamente “campo nomadi” o “campo rom”, scrive l’associazione che fotografa la condizione delle comunità rom presenti negli insediamenti formali e informali, la prassi politica e il rapporto che intercorre tra il “sistema campi” e il resto della società. Il Rapporto ha come titolo “Periferie lontane – Comunità rom negli insediamenti formali e informali in Italia” ed offre uno spaccato della situazione in Italia e nella città di Roma. Dai 28.000 del 2017 ai 25.000 del 2018, sino ad arrivare, nel 2019 a 20.000 i rom che vivono in Italia nelle baraccopoli formali e informali, si legge nel Rapporto: di essi il 63%, pari a 12.700 unità, vivono in 119 baraccopoli istituzionali presenti in 68 Comuni italiani. L’anno precedente gli insediamenti mappati erano stati 127 in 74 Comuni. In tali aree il 47% dei residenti negli insediamenti formali ha la nazionalità italiana; il 42% è originario dell’ex Jugoslavia mentre, per il resto, si tratta di cittadini comunitari. Nel totale il 55% ha meno di 18 anni. Nel corposo Rapporto si legge anche che lo scorso anno 2019 l’Osservatorio dell’Associazione ha registrato un totale di 102 episodi di discorsi d’odio nei confronti dei rom di cui 39 sono stati classificati di gravità media-alta. La media giornaliera che si ricava è di circa 2 episodi a settimana. Rispetto al 2018 il dato complessivo rivela, un decremento del 18%. Tale diminuzione – si legge – “potrebbe derivare dalla maggiore attenzione del discorso politico e mediatico nei confronti dei flussi migratori in entrata. Si segnala inoltre il mutato linguaggio di alcuni attori politici e pubblici nazionali e locali che ormai hanno quasi abbandonato il ricorso a dichiarazioni manifestamente discriminatorio e incitante all’odio prediligendo invece un utilizzo di affermazioni stereotipate, collocandosi così al riparo da eventuali sanzioni”. Alla luce degli “incoraggianti dati emersi sul territorio nazionale”, si legge nel Rapporto, “bisognerà attendere il 2020 per vedere eventualmente il consolidarsi di un trend. Certamente in Italia qualcosa sta cambiando e potremmo trovarci di fronte all’inizio di una nuova stagione. Occorre mantenere alta l’attenzione – raccomanda Associazione 21 luglio – maturare un pensiero diverso, liberare le politiche da prassi etnicizzanti, orientare la bussola in direzione dei diritti umani. In molti casi, come si è potuto osservare su diversi territori, per superare le baraccopoli è sufficiente fare uso di quel buonsenso che ogni amministratore dovrebbe coltivare”- Il Rapporto verrà discusso e presentato oggi pomeriggio in diretta streaming sulla pagina Facebook di Associazione 21 luglio.  

La vita in un campo Rom durante il Covid 19

16 Giugno 2020 - Pistoia - Per fortuna sono rimasto al campo, sì perché all’inizio di questa pandemia, avevo pensato di trovarmi un posto “più sicuro”, sollecitato anche dall’invito di qualcuno a “mettere casa” temporaneamente in qualche parrocchia o canonica vuota, un posto senz’altro più tranquillo e adeguato. Tentazione passeggera e a dire il vero: mai presa in considerazione. D’altronde dove andare? Qui al campo non mi manca niente: compagnia, un tetto, un letto e il necessario per vivere anche per affrontare questa “quarantena-clausura”. E poi nessun Rom del campo poteva porsi questo interrogativo, allora perché io sì? La loro, la mia casa e la nostra è il campo. Andarmene avrebbe significato anche ingannare i Rom. Se all’inizio pensavo che stare al campo forse poteva portare qualche vantaggio, ora a distanza di qualche mese, sono abbastanza convinto che il campo in un certo senso ci abbia tutelato molto di più, rispetto alle altre realtà. Fino ad ora nessun contagio all’interno del campo, rispetto a Pisa che ne ha avuti circa 1000, ci sarà un motivo? Io posso immaginarlo, ma difficile provarlo senza prove concrete e verificabili. Ma la prima constatazione, quella più evidente è che la vita al campo, anche durante il Covid 19, è continuata sostanzialmente quasi come prima, anche se diverse cose, ovviamente sono cambiate. Ad esempio, gli appelli al distanziamento sociale, all’uso delle mascherine (qui al campo arrivate fuori tempo massimo) non hanno avuto grande ascolto. Anche il Covid 19 non ha interrotto la tipica vita sociale dei Rom e tra i Rom all’interno del campo, fatta di incontri, attività quotidiane, visite, liti, compleanni, tanta musica, il mese del Ramadan e compresa la festa del Giordan, (giorno di San Giorgio), tipica festa dei Rom Balcanici del 6 Maggio, anche se quest’anno in tono minore. I rom conoscono da tempo la fragilità, sanno di essere vulnerabili. Non hanno certo bisogno di esperti, di psicologi, di guru o di professori che insegnino le tattiche per affrontare i rischi della vulnerabilità. I Rom ci sono nati dentro la fragilità, ne hanno consapevolezza. E il campo, gran parte dei campi Rom sono allo stesso tempo causa e risposta alla vulnerabilità che sentono sulla loro pelle, da sempre. I Rom che abitano nei campi, soprattutto loro, hanno sviluppato quello che gli studiosi di sociologia chiamano resilienza: “La resilienza è la capacità di una persona o di un gruppo a svilupparsi bene, a continuare a progettarsi e proiettarsi nell’avvenire, in presenza di eventi destabilizzanti, di condizioni di vita difficili, di traumi a volte molto duri”. ( M. Marciaux) Il Covid-19 viene da fuori, è invisibile come il respiro, è una minaccia che colpisce indistintamente, non fa differenza di classi, di appartenenze, di fedi…i Rom sanno fiutare il pericolo, a modo loro e gradualmente percepiscono la gravità della situazione, ma lo affrontano senza esserne schiacciati.  In questo caso intuiscono che il “restare al campo” può essere la loro unica àncora di salvataggio. Gli stessi Rom (quelli integrati !?) che vivono in appartamenti in città, a contatto dei gagè sono visti con un po' di sospetto e timore, quando passano dal campo. Potrebbe apparire la loro una “incoscienza”, quando tutti si isolano nelle proprie abitazioni, si mantengono le necessarie distanze, l’invito ad usare le mascherine (che qui arrivano fuori tempo massimo), ad evitare gli assembramenti, invece qui al campo queste precauzioni non sono del tutto rispettate, perché sembrano più utili per chi sta “fuori”. Durante questo periodo di quarantena il campo cambia di poco il suo stile, o meglio fa quello che è la casa per gli italiani durante la quarantena: protegge, sa prendersi cura, rafforza lo spirito di comunità, di appartenenza, perché il campo, nonostante tutto è la nostra casa, forse più dell’appartamento, della baracca o della roulotte. Il virus non penetra, rimane fuori almeno fino ad ora, la vita del campo sembra fare da barriera al virus, è vero “ci si salva insieme, se restiamo in piedi”. Sostanzialmente la vita interna del campo continua con i suoi ritmi, senz’altro più lenta rispetto a prima, ma da sempre i tempi del campo sono lunghi, prolungati, non dettati da scadenze, da programmi stretti, appuntamenti…certamente non frenetici. È da sempre che i Rom si distinguono dai “gagie”, anche nell’uso del tempo: loro non vivono in funzione della prossima estate, del prossimo convegno, del prossimo viaggio all’estero, della seconda casa, della movida o dell’aperitivo al bar. Se questa quarantena, rinchiusi nelle case ha provocato in tanti italiani degli stress, disagi, irrequietezza, tra i Rom molto meno, perché la vita del campo in genere scorre lenta, senza fretta, è isolata (clausura). Decisamente i ritmi del campo non sono quelli del “tutto e subito”, non ci si muove alla velocità di un click e questo li aiuta a non cadere nella depressione, perché la vita di relazione, che il campo garantisce, li aiuta a superare lo stress causato anche dalla paura di essere vulnerabili al contagio. Le nostre società stanno facendo l’esperienza dolorosa e tragica della vulnerabilità e del limite. In un certo senso ci sentiamo traditi o per lo meno delusi dalla scienza, dalla tecnologia, dalla medicina. Davamo per scontato che queste moderne “torri di sicurezza”, simboli di conquista e benessere, fossero impenetrabili, capaci di garantire la nostra tranquillità, la nostra salute e il nostro futuro…più o meno avevamo la convinzione di avere un certo controllo. Invece è bastato un invisibile virus per scombussolarci e mettere in ginocchio le nostre economie, i nostri stili di vita, sentirci vulnerabili, limitati. Il coronavirus ci ha insegnato che abbiamo un limite, che siamo un limite. Ebbene, i Rom che da sempre vivono la loro “vita nuda” in modo vulnerabile, consapevoli di essere limitati e di dover conviverci, perché sottomessi quasi sempre alle decisioni prese da altri, all’aria che tira nel paese, agli interessi politici, alle ordinanze di sgombero, agli equilibri interni di un dato campo: vite sospese, in mano d’altri. Ebbene il coronavirus non ha scalfito più di tanto le loro “certezze limitate”, non certo quelle basate sulla scienza, sul progresso scientifico, perché le loro si fondano soprattutto sul loro “stare e vivere insieme”, sull’affrontare insieme anche le prove più dure. La quarantena per il campo è significato anche un periodo nel quale siamo rimasti ancora più soli. Pochi, veramente pochi tra i gagie si sono preoccupati di come stavamo al campo, se avevamo bisogno di qualcosa, se avevamo le mascherine o i gel per disinfettarci le mani. Per soli, intendo anche senza operatori, assistenti sociali, controllori di varia natura, eccetto la presenza quotidiana delle forze dell’ordine che venivano per accertare chi era agli arresti domiciliari. La quarantena è stata in questo caso, per il campo una “ventata di ossigeno”. Da anni assistiamo a un ossessivo controllo, avere il fiato sempre sul collo appesantisce la vita, ti fa sentire come un osservato speciale, perché la tua esistenza sai che dipende anche da chi è incaricato a controllarti: richiami, proibizioni, controlli, minacce, inviti a presentarsi, ad allontanarsi…un’aria abbastanza pesante, a volte un po' “pestilenziale” che finisce con il contaminare l’esistenza di tanti, di tutti. È forse anche per questo, che i Rom hanno elaborato un proprio sistema immunitario? Con il coronavirus, finalmente una “tregua”, il respiro del campo torna ad essere più tranquillo e disteso. I rom finalmente si riappropriano del loro respiro. Certo, anche su di loro incombono timori, paure, preoccupazioni, il pericolo del contagio che può venire soprattutto da fuori, meno da dentro. “Dentro-fuori”, che strano, il campo spesso è visto dalla cittadinanza come un “fuori luogo”, un pericolo, una minaccia contagiosa, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, una bomba ecologica. Invece ora, le parti sembrano capovolgersi, senz’altro agli occhi dei Rom, il pericolo ora viene dal “loro fuori”, proprio da chi li ha sempre esclusi, tenuti fuori, appunto a debita distanza di sicurezza. Le parti si sono invertite, appunto, grazie ad un virus invisibile. Tutto può cambiare, niente è immutabile. “Per piacere state a casa VOSTRA” scritta apparsa all’entrata di un campo di Sinti a Bologna, chiaramente rivolta a chi sta fuori dal campo: voi che venite da fuori, non contagiateci per piacere: come a voler dire: untori siete voi, state a casa vostra! Con il coronavirus il clima dentro il campo sembra un po’ cambiato.  Il pane ritorna ad essere sfornato in casa e il suo profumo circola, viene offerto anche ad altri. La difficoltà di reperire cibo per diverse famiglie è sostenuta anche attraverso i bonus alimentari (distribuiti dal comune a che ne ha diritto), condivisi anche all’infuori del proprio nucleo famigliare, come i pacchi alimentari Caritas, sono facilmente spartiti. L’impossibilità di lavorare e di andare a manghel, come prima, se da un lato preoccupa, dall’altro è sostituita dalla comprensione e dall’andare incontro a chi è effettivamente in difficoltà. Il motore del campo sono soprattutto le relazioni, d’altronde nella vita di tutti non è forse tutta questione di relazioni? Senz’altro anche il mese sacro del Ramadan, ha contribuito parecchio a vivere questo tempo con un’attenzione a chi è in difficoltà e a sostenere chi effettivamente faceva il digiuno e la preghiera. Quindi, anche le relazioni in questo periodo sembrano più vive e feconde del solito e aiutano ad affrontare le paure e le sue crisi, perché condivise. Se da un lato è pur vero che la nostra società ci ha educato ad essere autonomi, autosufficienti, a non dover dipendere da altri, poco invece ci ha formato a saperci accontentare o di saper fare a meno del superfluo, tanto meno ad essere mano tesa che elemosina un aiuto o accettare di farci aiutare. Tutto questo ci mette in un forte disagio, fino a sfiorare la crisi psicologica.  I Rom invece ci sono più abituati e anche di fronte alla crisi del coronavirus, la esorcizzano con la musica e la danza, così come abbiamo visto fare su tanti balconi delle nostre case, perché anche “la musica cambia e salva la vita” (Ezio Bosso) Ovviamente non tutto è bello dentro un campo Rom, come dentro le nostre comunità. Durante questo tempo siamo stati comunque testimoni anche di tante cose belle: dedizione, sacrificio, coraggio. Tutte cose che ci fanno sperare e ce lo auguriamo tutti di riuscire a farne tesoro, anche per il “dopo coronavirus”. Come m’auguro che la “bellezza” del vivere Rom possa  contagiare anche la mia e la nostra società, una bellezza da guardare in volto, senza alcuna “mascherina di protezione”. “Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto.” (Sal. 26, 8)   don Agostino Rota Martir Campo Rom di Coltano (PI)

Il card.  Turkson visita la baraccopoli di Castel Romano per l’emergenza Coronavirus

13 Giugno 2020 - Città del Vaticano - Oggi pomeriggio il card. Peter K.A. Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, si è recato in visita al Polo ex Fienile di Tor Bella Monaca, dove ha incontrato i volontari dell’Associazione 21 luglio, presieduta da Carlo Stasolla. L’Associazione realizza ogni settimana 250-300 pacchi alimentari per bambini da 0 a 3 anni che vivono nelle baraccopoli e nei campi rom della Capitale, al fine di contrastarne la malnutrizione, soprattutto in questo tempo di emergenza dovuta alla pandemia. Nell’occasione, riferisce una nota del Dicastero diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede - il porporato ha distribuito – con il contributo della Farmacia Vaticana, partner della Commissione Vaticana per il Covid-19 istituita presso il Dicastero – 3000 guanti in vinile, 6000 mascherine chirurgiche, 200 mascherine in stoffa lavabili, 500 confezioni di paracetamolo. Successivamente, nel corso del pomeriggio, il card. Turkson ha visitato il campo rom di Castel Romano, dove sono stati consegnati i pacchi famiglia in alcuni insediamenti che costituiscono la baraccopoli. Il card. Turkson  ha portato a tutte le persone presenti, ai volontari impegnati nell’assistenza alle comunità, alle famiglie e ai bambini delle baraccopoli, il segno del "Suo paterno abbraccio e l’espressione del sentimento di spirituale vicinanza in questo momento difficile e di prova". “Come ripete spesso Papa Francesco, nessuno deve essere lasciato indietro", ha detto il card. Turkson: "siamo qui oggi per testimoniare il sostegno a tutti coloro che vivono situazioni di sofferenza e vulnerabilità, e che spesso vengono dimenticati, soprattutto in questo tempo di emergenza sanitaria, sociale ed economica. Ricordiamoci che lo sviluppo integrale dell’uomo è connesso alla cura del Creato: fallendo nell’uno falliremo anche nell’altro”. Insieme al cardinale mons. Gianpiero Palmieri, Vescovo Ausiliare di Roma per il Settore Est e Delegato Migrantes per la Conferenza Episcopale Laziale e delegato per per la Carità, la Pastorale dei Migranti e dei Rom della diocesi di Roma; don Giovanni De Robertis, Direttore generale della Fondazione Migrantes; Mons. Pierpaolo Felicolo, Direttore dell'Ufficio Migrantes di Roma e  Maria Rosaria Giampaolo dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che con il camper ospedaliero del progetto “Non ti scordar di me” da tempo visita e monitora regolarmente lo stato di necessità sanitaria delle comunità presenti nelle baraccopoli.

Dalla paura alla riflessione, dalla lacerazione alla riconciliazione e all’abbraccio: i sinti a Lucca e il coronavirus visto da vicino

10 Giugno 2020 - Lucca - Erano giorni durissimi, quei giorni di marzo quando arrivavano su tutti i telegiornali e programmi televisivi notizie e immagini preoccupanti di una epidemia che acquisiva le dimensioni di una pandemia, che poteva coinvolgere tutti, ma proprio tutti, ‘democraticamente’. Ognuno di noi stava spesso con orecchi e occhi  spalancati al televisore per cercare indicazioni onde evitare di esserne coinvolti. Anche al Campo Nomadi di Lucca cominciavano ad arrivare le prime notizie di tanti ‘positivi’ e anche morti nella stessa Lucca, i casi si moltiplicavano e possibili focolai venivano indicati in zone vicine e poco frequentate. E’ in questo contesto di ansia, perplessità, speranza, ma più spesso paura (e anche incubi e rincorsa alle spiegazioni più fantasiose o comunicazioni whatsApp tendenti a scaricare l’ansia con video denigratori verso lontani ‘colpevoli’ … ) che scoppiò come un grande fulmine … a cielo molto cupo la notizia che ‘una del campo’ era risultata positiva da un casuale tampone fattole una decina di giorni prima all’ospedale per un ricorso al pronto soccorso per altri motivi. “Una di noi è positiva”, “i nostri bambini sono in pericolo”. Anzi: “una di noi è l’ ‘untore’, anzi il traditore che non ci aveva detto nulla del tampone …!”. Quando qualche giorno dopo arrivò la notizia della positività al coronavirus anche del marito la tensione raggiunse il culmine, ognuno si chiuse nella propria campina con animo non proprio sereno. Al telefono e su whatsapp venivo continuamente informato della loro ansia e c’era chi più preoccupato di altri cercava di coinvolgere anche me (“non credere di cavartela facilmente”, o come a dire: “mal comune mezzo gaudio” nel senso che in compagnia si porta meglio anche la croce) nel proprio destino, ricordandomi che nei giorni precedenti ero io stesso in mezzo a un grande gioco di comunità che aveva visto pressoché tutti protagonisti, l’uno vicinissimo all’altro, ad agitarsi e a gridare per il desiderio di vincere ciò che era in palio, e … non era proprio lontano da noi, anzi dava manforte anche colei che ora era indicata come la colpevole ‘untrice’ che volutamente (ma non è vero!) aveva nascosto il suo stato di positività agli altri, peraltro tutti parenti. Tutti noi con evidente e comprensibile ansia contavamo i  giorni che lentissimamente trascorrevano (consolati solo dal verificarci tutti asintomatici) … i giorni comunque trascorrevano tra il primo tampone positivo e una quarantena ‘a quella maniera’ e il secondo tampone finalmente negativo … il profondo respiro di sollievo e il grande senso di nuova possibile speranza bilanciò quel fulmine a cielo cupo che aveva tutti fulminato, e da lì in poi è stato più facile per tutti scorciare distanze, dialogare in modo pur sostenuto ma più positivo, esercitare maggiore comprensione e accettare ragioni che in situazione surriscaldata era pressoché impossibile. Appena ci è stato possibile (magari interpretando in modo un po' estensivo le norme di convivenza in tempi di coronavirus) un altro gioco di comunità ha visto ancora tutti coinvolti e rappacificati e rassicurati, capaci di superare tranquillamente anche un’altra paura, quella conseguente alla fuga di notizie che su un organo locale di informazione di estrema destra aveva segnalato un focolaio attivo e pericoloso al Campo Nomadi.   I primi commenti in internet a tale notizia non lasciavano infatti ben sperare e i sinti esprimevano apertamente la paura che una qualche ‘spedizione’ di gage potesse venire al Campo con intenzioni non proprio costruttive.   Alcuni gage infatti su facebook avevano commentato che forse sarebbe stata la volta buona per fare sparire i sinti da Lucca.  Nei giorni seguenti una vecchia conoscenza cui non sono proprio simpatico per l’amicizia dei sinti mi incrocia per strada e mugolando tra sé e sé, ma non troppo sottovoce, lascia intendere la sua delusione: “accidenti, è ancora vivo … !”. Se al Campo Nomadi più vicino a me il tempo del coronavirus è stato vissuto in questa atmosfera comprensibilmente drammatica, alimentata anche dalle immagini che venivano dalla televisione (i famosi camion militari pieni di cadaveri … ), tutto sommato però è stato vissuto in modo riflessivo e ragionevole, occasione di vero, ancorché sofferto, dialogo che coniugava paura e speranza, riflessione e fede, domande profonde sul perché di ciò al di là di ricostruzioni mitologiche e un’esigenza di cambiamento di stile di vita rispetto a quello delle manipolazioni e della violenza sulla natura, perché alla fin fine quest’ultima, violentata e repressa, “ci presenta il conto”. In altre presenze di Sinti a Lucca, più orientate in senso ‘spiritualistico’, ‘intimistico’ e miracolistico perché alimentate ad una spiritualità ‘pentecostale’, ‘evangelista’, o addirittura ‘apocalittica’ non pochi ripetevano continuamente che si trattava chiaramente di  una punizione di Dio per i troppi peccati, aperti però anche all’addolcimento della terminologia, nel senso che – coi tempi moderni –  apparendo forse troppo forte quella della ‘punizione’, sicuramente debba trattarsi almeno di una ‘ammonizione’ o ‘avvertimento’ o ‘avviso’ dall’Alto. Non ho mai esercitato la confessione per telefono, ma nei mesi scorsi a motivo di un’atmosfera così apocalittica non pochi sinti , anche lontane conoscenze o comunque lontani da Lucca mi hanno chiesto di poter ricevere l’assoluzione al telefono perché “non si sa mai … !”. Questo mi ha fatto più volte riflettere sui contenuti di una ‘evangelizzazione’ che troppo spesso si ammanta di novità perché capace di utilizzare nuovi strumenti ma il più delle volte veicola concezioni punitive e negative di Dio allontanandosi molto dalla rivelazione evangelica. La esperienza più positiva in questo nero periodo di coronavirus credo di averla comunque vissuta col gruppo di sinti che più da vicino mi ha coinvolto, anche nel rischio di contrarre e condividere col loro l’infezione. C’è stata schiettezza umana fatta di paura, ansia, tensione, parolacce, pure, ma anche volontà di capire, di riflettere, di dialogare (quanto hanno viaggiato i vari strumenti di messaggistica compreso whatsapp!) per emergere da tale paura e gestirla ragionevolmente…e devo confessare che segretamente pensavo dentro di me che se proprio avessi dovuto correre qualche rischio a motivo di questo, averlo corso in solidarietà a coloro che sono ormai da tempo diventati compagni di viaggio, condividere cioè il comune destino, non mi avrebbe disturbato poi troppo. Ultimamente, nel benedire le tombe di tre loro defunti che in tutto questo periodo non c’era stato modo di farlo, tra una parola scherzosa e l’altra con cui tutti cercavano di esorcizzare il pericolo scampato e il passato di trepidazione, nell’affermare che loro sono sinti e hanno comunque gli anticorpi per combattere anche i virus peggiori perché abituati a vivere una vita intera a contatto con la natura lungo un fiume, diversi mi hanno puntualizzato che  se io stesso ne sono uscito bene si deve al fatto che … “stai coi sinti”. Chissà che questo non abbia un’anima di verità? (p. Luciano Meli)