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In Germania l’integrazione funziona: più del 40% dei rifugiati ha un lavoro

9 Agosto 2019 - Berlino - La Germania che rallenta ha un nuovo alleato per ripartire economicamente: i rifugiati. Secondo uno studio dello Iab (Institut für Arbeitsmarkt und Berufsforschung), l’Istituto federale di ricerca sul mercato del lavoro di Norimberga, l’integrazione dei rifugiati nel mondo del lavoro tedesco funziona meglio di quanto era stato previsto dopo l’ondata di fine 2015 e inizio 2016, quando nel Paese, in pochi mesi, arrivarono circa di 880mila migranti, la maggior parte richiedenti asilo dalla Siria flagellata dalla guerra. «Oggi possiamo dire con certezza che più del 40% dei rifugiati che vivono in Germania hanno un’occupazione», ha spiegato ai media tedeschi il ricercatore dello Iab, Herbert Brücker. In base allo studio dello Iab, il sistema del mercato del lavoro tedesco entro cinque anni riesce ad integrare completamente un rifugiato su due. L’analisi rivela che nel 2019 quasi 400mila rifugiati tra i 15 e i 64 anni in Germania hanno un impiego. Un incremento sensibile rispetto all’anno precedente. Ad agosto del 2018 i rifugiati integrati nel mondo del lavoro erano circa 320mila. I settori del mercato del lavoro dove trovano più facilmente un’occupazione, sempre secondo lo Iab, sono la gastronomia e la ristorazione, ditte per la pulizia, edilizia, assistenza sanitaria e sociale. Ma non mancano le “eccellenze”. Sono in aumento anche i dati relativi agli operai specializzati ma anche ai medici, ingegneri e informatici. Cosa ha reso possibile questa inattesa e rapida integrazione dei rifugiati in Germania? La risposta è scontata: un mercato del lavoro fondato sul cosiddetto sistema duale introdotto dai primi anni del 2000. Il sistema si ispira a un principio molto semplice valido per ogni tipo di occupazione dalla più qualificata a quella meno retribuita: in Germania non accedi al mondo del lavoro se prima non hai realizzato un periodo di apprendistato e formazione presso un’azienda. Il sistema mette continuamente in relazione scuole superiori, università e aziende in cerca di lavoratori. La formazione ovviamente in questo caso è rivolta soprattutto agli studenti che frequentano scuole superiori ed università ma anche lo Stato federale, attraverso l’Agenzia federale del lavoro (Arbeitsagentur), con la collaborazione di Länder e Comuni, mette a disposizione corsi di formazione gratuiti per i rifugiati che prevedono anche corsi di lingua tedesca. Secondo l’agenzia federale per il lavoro «nel 2018 si è registrato un aumento del 14,8% del numero dei rifugiati che hanno frequentato corsi di formazione». Nel 2018, si legge tra i dati ufficiali forniti dall’Arbeitsagentur, per esempio solo i siriani e gli afghani richiedenti asilo iscritti ai corsi di formazione in tutto il Paese sono stati 13.900. Nel 2017 erano stati meno di 10mila. Per il 2019 si attende un ulteriore incremento. Il governo di Berlino dopo il 2016 ha cambiato radicalmente la sua strategia in materia di accoglienza dei rifugiati. Ha inserito quote obbligatorie per gli arrivi dei richiedenti asilo, ha rafforzato i controlli alle frontiere, ha introdotto una nuova legge sull’immigrazione che favorirà soprattutto gli immigrati qualificati. Ma la Germania sta vincendo la sua sfida nell’integrazione dei rifugiati e richiedenti asilo. Secondo lo Iab e molti economisti la loro integrazione nel mercato del lavoro potrà produrre molti benefici all’economia del Paese nel breve e medio periodo, creando aumento della ricchezza, dei consumi ma anche in termini di Prodotto interno lordo. (Vincenzo Savignano – Avvenire)  

Mons. Russo: ogni volta che aiutiamo persone in situazione di indigenza facciamo del bene

4 Maggio 2019 - Roma - Il protocollo che “abbiamo firmato è “la conferma di un percorso lungo che vede insieme diverse istituzioni”. Un progetto “in cui l’integrazione è effettiva ed efficace”. Lo ha detto il segretario generale della Cei ieri pomeriggio dopo la firma al Viminale ì di un nuovo protocollo per l’arrivo, in due anni, di 600 richiedenti asilo da Etiopia, Niger e Giordania. Si tratta di persone vulnerabili (famiglie con bambini, malati, donne a rischio di tratta), che vivono attualmente in campi profughi e altre sistemazioni precarie, appartenenti per lo più a nazionalità del Corno d’Africa, dell’Africa sub sahariana e anche della Siria. Il segretario della cei ha esortato a “non avere paura di chi arriva: ogni volta che aiutiamo persone in situazione di indigenza facciamo del bene. A maggior ragione in questo momento difficile è importante moltiplicare gli sforzi e non tirarsi indietro”.  A siglare il protocollo la Conferenza Episcopale Italiana (che agirà attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes), con il Segretario generale, mons. Russo, e la Comunità di Sant’Egidio, con il suo presidente Marco Impagliazzo, come promotori, insieme a rappresentanti dei ministeri dell’Interno e degli Esteri. Dopo il loro arrivo, che avverrà in modo legale e sicuro, i richiedenti asilo verranno accolti in diverse regioni italiane e sarà avviata la loro integrazione, a partire dall’apprendimento della lingua e della scolarizzazione dei minori, secondo un progetto totalmente autofinanziato grazie all’8xmille della Chiesa Cattolica e a una raccolta fondi della Comunità di Sant’Egidio. Grazie agli stessi promotori, un precedente protocollo per richiedenti asilo provenienti sempre dall’Etiopia, ha già permesso l’ingresso e la progressiva integrazione di 498 profughi, in un centinaio di comuni di 18 regioni italiane, con l’impegno e il coinvolgimento di numerose Diocesi. (Raffaele Iaria)          

“Prego perché questa sera siamo noi a salvarvi”: la toccante testimonianza di un migrante camerunense

24 Aprile 2019 - Santeramo in Colle - Un sabato pomeriggio, una partita a calcio… Fin qui sembra una giornata qualunque all’oratorio di Santeramo in Colle, non lontano da Bari. Ma c’è una squadra di ragazzi mai visti prima, con una divisa colorata di cui vanno fieri: provengono dal Camerun e hanno qualcosa da condividere. Dopo una vivace partita, organizzata dalla locale Polisportiva Giovanile Salesiana (PGS) e dal gruppo missionario dell’oratorio, con la collaborazione della parrocchia “Sacro Cuore” di Santeramo, i giovani camerunensi hanno donato un pezzo della loro storia a tutta la comunità. Continuamente si sente parlare di accoglienza, integrazione, migranti… Ma molto spesso il discorso si riduce a numeri e dati… I quali, però, che non contano più quando capita di guardare negli occhi, ascoltare la storia di qualcuno che ha un nome e un cognome. I ragazzi del Camerun sono giovani che hanno rischiato il tutto per tutto, che sono partiti “quando il mare sembrava più sicuro della terra” e adesso sono aperti al dialogo, al confronto, allo scambio. Non è stato difficile, è bastato un pallone, una bella partita, una chiacchierata e infine una testimonianza che ha insegnato, letteralmente “segnato dentro”, ciascuno. Il bello dell’accoglienza, come faceva notare uno dei ragazzi del Camerun, è che diventa tale solo quando è a due direzioni: accogliere significa aprirsi all’altro e lasciare che l’altro si apra a te. Ed è così che uno di questi giovani accolti a Santeramo lascia tutti senza parole, con poche frasi, sincere e dirette: “Fa paura non avere uno scoglio a cui aggrapparsi. Io so cosa significa attraversare il mare, schiacciato su una barca o su un gommone, tra i pianti ei bambini e le urla delle madri. Tra le onde che ti spingono in acqua con la morte nel cuore sapendo che non ti aspetta nessuno e che non puoi tornare indietro. Io so anche cosa significa essere salvati e accolti, ma non tutti sono stati fortunati come me, come noi. E quei corpi sulla spiaggia, in mare, non me li potrò mai strappare dal cuore e dagli occhi. Prego perché questa sera siamo noi a salvarvi, perché Dio ha dato il suo figlio unico per salvare tutti noi, e voi, perché siamo la sua famiglia. La sua famiglia siamo tutti noi, il mondo intero senza confini, senza odi senza rancori e senza divisione. Perché Gesù è l’amore su cui dobbiamo fondare le nostre vite, le nostre case e le nostre famiglie. Grazie”. Durante la testimonianza, c’erano persone di tutte le età, completamente diverse le une dalle altre, ma tutte animate dalla curiosità e dalla certezza che c’è qualcosa che va oltre i numeri, le notizie, le testate giornalistiche. Dietro questi giovani c’è davvero un mondo da scoprire ed è stato bello avere la possibilità di esplorarne una parte. (Fonte: Don Bosco al Sud)