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Rapporto Immigrazione: l’impatto della pandemia sulle condizioni lavorative dei cittadini stranieri

14 Ottobre 2021 -     Roma - La condizione occupazionale dei lavoratori stranieri già presenti in Italia ha subito un forte contraccolpo a causa della pandemia, sia per la chiusura di molte attività lavorative in settori con un’importante incidenza di cittadini stranieri sia per la prosecuzione di altre, essenziali per il soddisfacimento di necessità primarie, e da svolgere necessariamente in presenza, che hanno comunque esposto i cittadini stranieri o al rischio di sfruttamento lavorativo o a quello di infezione da Covid-19. Lo scrivono oggi Caritas Italiana e Fondazione Migrantes nel Rapporto Immigrazione 2021 presentato questa mattina a Roma. A questo si aggiunge la più alta probabilità dei cittadini stranieri di detenere tipologie contrattuali più precarie e dunque più legate al rischio del mancato rinnovo contrattuale. Ciò ha incentivato le disuguaglianze preesistenti, riducendo l’efficacia degli interventi operati dal governo. Il tasso di disoccupazione dei cittadini stranieri (13,1%) è superiore a quello dei cittadini italiani (8,7%), mentre il tasso di occupazione degli stranieri (60,6%) si è ridotto più intensamente, tanto da risultare inferiore a quello degli autoctoni (62,8%). Le donne immigrate hanno sofferto la crisi molto di più dei loro omologhi di sesso maschile, con una riduzione del tasso di occupazione due volte maggiore. Più colpiti gli occupati in alberghi e ristoranti (25,2% degli Ue e 21,5% degli extra-Ue) e altri servizi collettivi e personali (27,6 % degli Ue e 25,2% degli extra-Ue). C’è inoltre una quota rilevante di lavoratori, che nel 2020 ha superato i 2 milioni di persone (+10,9% dal 2019), che è incerta sul proprio futuro al punto tale da ritenere di poter perdere il proprio impiego. Ma mentre per gli italiani il timore di incorrere in un evento infausto si riduce parallelamente all’aumentare del livello di istruzione – confermando come il possesso di competenze più elevate fornisca una maggiore sicurezza dinanzi al manifestarsi di rischi – questo non accade tra gli stranieri extracomunitari. La quota di lavoratori extra-Ue laureati che nutrono timori sulla propria condizione professionale (15,0%) è addirittura maggiore non solo dei diplomati (13,1%), ma anche di chi ha al più la licenza media (14,7%). In questo caso il titolo di studio non costituisce una garanzia di stabilità occupazionale, probabilmente in ragione del fatto che anche chi ha elevate competenze svolge mansioni a bassa specializzazione. A completare il quadro del 2020, i dati sugli infortuni e le morti sul lavoro attestano quanto si accennava all’inizio: la maggiore esposizione di lavoratori di determinati settori al rischio contagio. Quanto agli infortuni collegati al Covid, dall’inizio della pandemia al 31 marzo 2021, l’Inail riporta 165.528 denunce. Il 69,3% dei contagi ha interessato le donne, il 30,7% gli uomini. La componente femminile supera quella maschile in tutte le regioni ad eccezione di Sicilia, Campania e Calabria. L’età media dall’inizio dell’epidemia è di 46 anni per entrambi i sessi. Quanto alle nazionalità, i lavoratori contagiati provengono soprattutto da Romania (21,0%), Perù (13%), Albania (8,1%), Moldavia (4,5%) ed Ecuador (4,2%). È lecito desumere molte situazioni abbiano riguardato donne impiegate nei servizi domestici e di cura alla persona contagiatesi all’interno dei nuclei familiari datoriali. Se gli infortuni sono complessivamente diminuiti, le morti sul lavoro sono invece aumentate: +27,6% dall’anno precedente (da 1.205 a 1.538) ed oltre un terzo dei suddetti decessi, rileva l’Inail nella Relazione annuale del Presidente (luglio 2021), sono stati causati dal Covid19. Dei 1.538 esiti mortali, 224 hanno riguardato cittadini stranieri (14,6%) e, in particolare (70% dei casi), cittadini extracomunitari. Per concludere la panoramica sul mercato del lavoro, va ricordato un positivo dato in controtendenza, ovvero la costante crescita del numero degli imprenditori nati all’estero, che pur nell’anno della pandemia sono cresciuti del +2,3% a fronte della sostanziale stasi degli italiani (-0,02%). Per quanto riguarda i Paesi d’origine, nel 2020 la Cina si conferma il primo Paese (75.906), in lievissima crescita rispetto all’anno precedente (+0,5%). Anche Romania e Marocco contano più di 70 mila imprenditori. Sommate assieme, queste tre nazionalità arrivano a quasi il 30% di tutti gli imprenditori nati all’estero. Gli aumenti più significativi sono stati registrati dalle nazionalità dell’Est Europa, in particolare Romania, Albania, Moldavia e Ucraina; seguite da Nigeria e Pakistan. Rallenta invece la crescita di imprese con titolari indiani e dal Bangladesh, protagoniste di un grande picco di crescita nell’ultimo decennio.    

Rapporto Immigrazione: il quadro in Italia fra calo della popolazione e limitazioni alla mobilità

14 Ottobre 2021 - Roma - La tendenza alla progressiva diminuzione della popolazione italiana, già evidenziata nelle precedenti edizioni del Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, inizia a coinvolgere nel 2021 anche la popolazione di origine straniera, che è passata dai 5.306.548 del 2020 agli attuali 5.035.643 (-5,1%). La diminuzione complessiva della popolazione in Italia è ancora più cospicua (-6,4%), attestandosi sui 59.257.600, che corrispondono a 987 mila residenti in meno rispetto all’anno precedente. Anche i movimenti migratori hanno subito una drastica riduzione (-17,4%). In particolare, rispetto al confronto con gli stessi 8 mesi del quinquennio 2015-2019 si è registrata una flessione del -6% per i movimenti interni, tra comuni, e del -42% e -12%, rispettivamente, per quelli da e per l’estero. Si comincia ad osservare, dunque, tramite gli indicatori demografici l’“effetto pandemia” che si è attestato in altri ambiti sociali. Si tratta di un effetto prodotto – spiegano i due organismi della Cei che hanno presentato l’edizione 2021 questa mattina a Roma -  dalla combinazione di molti fattori, fra cui – in primis – le morti causate dal virus, che in Italia hanno toccato una delle cifre più alte in Europa e nel Mondo (128 mila in Italia a fine luglio 2021, su 4.095.924 morti totali, pari al 3,1% del totale mondiale). Quanto alla distribuzione territoriale dei cittadini stranieri residenti, prevale il Nord (58,5%), in particolare il Nord Ovest (34%). Il Nord Est e il Centro assorbono pressoché la medesima percentuale di popolazione straniera, intorno al 24,5%, mentre il Sud e le Isole rispettivamente appena il 12,1% e il 4,8%. Tutte le aree territoriali hanno subito un decremento dallo scorso anno: quello più consistente l’ha registrato il Centro (-7,5%); mentre quello più contenuto si è avuto nel Nord Est (-3,4%). Le prime 5 regioni nelle quali si attesta la maggior presenza di cittadini stranieri sono, come lo scorso anno, la Lombardia (nella quale risiede il 22,9% della popolazione straniera in Italia) seguita da Lazio, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. Quanto alle prime 10 province prevale su tutte Roma, in cui risiede il 10% dei cittadini stranieri in Italia, seguita da Milano (9,2%) e Torino (4,2%). L’incidenza della popolazione straniera sul totale si attesta sull’8,5%, con punte che superano notevolmente la media nazionale in alcune province, come ad esempio Prato (19%), Milano, Piacenza e Modena (tutte intorno al 14%). La presenza femminile caratterizza in maniera prevalente la popolazione straniera residente (51,9% del totale) e per alcune nazionalità in modo ancora più marcato, sfiorando l’80% fra i soggiornanti provenienti dall’Ucraina, dalla Georgia e da diversi Paesi dell’Est Europa.Quanto ai titolari di permesso di soggiorno ed i motivi, il Ministero dell’Interno riporta un totale di 3.696.697 cittadini stranieri, la maggior parte dei quali in possesso di permesso di soggiorno per motivi di famiglia (48,9% del totale, +9,1% rispetto al 2019), seguiti da quelli per lavoro (43,4% e +12,1% dal 2019). La terza tipologia continua ad essere rappresentata dai motivi di protezione internazionale (5,0%), comprese le forme di tutela speciale o ex umanitaria. Questi permessi hanno segnato un decremento dal 2019 (-5,6%), certamente attribuibile alla chiusura degli arrivi dall’estero, degli sbarchi e degli attraversamenti dei confini, decretata dai provvedimenti governativi per il contenimento dell’infezione da Covid-19. Anche i permessi di soggiorno destinati ai minori non accompagnati che vengono rintracciati sul territorio e ai neomaggiorenni sono diminuiti, passando dai quasi 18 mila del 2019 ai 3.774 del 2020. Le limitazioni stabilite dalle misure governative per il contenimento della pandemia ha prodotto effetti anche sulle attività di contrasto all’immigrazione irregolare: i provvedimenti in oggetto sono passati da oltre 40 mila a circa 26.500 (-35,7%). Nel dettaglio, i respingimenti alla frontiera nel 2020 hanno riguardato 4.060 persone (la metà circa del 2019); le espulsioni sono state 22.869 e i trattenimenti nei Centri per il rimpatrio 4.387 (in calo del 30% circa dal 2019).  

Rapporto Immigrazione: dedicato alla pandemia la XXX edizione

14 Ottobre 2021 -   Roma - La pandemia da Sars Cov 19, lo sappiamo, ha prodotto una serie di effetti negativi in ampi ambiti della vita individuale e collettiva della popolazione mondiale. Nell’edizione che celebra i 30 anni della pubblicazione del Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, che è stato predentato questa mattina a Roma, si analizza in particolare l’impatto che il virus e le misure adottate per il suo contenimento e per la ripresa delle attività economico-sociali hanno avuto sulle vite dei cittadini stranieri che vivono in Italia, in riferimento ad importanti indicatori quali, fra gli altri, le tendenze demografiche e i movimenti migratori, la tenuta occupazionale, i percorsi scolastici dei minori e la tutela della salute. Presi in esame anche anche altri aspetti sociali, forse “meno eclatanti”, come sottolineano Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, ma che hanno subito “contraccolpi altrettanto gravi, come la sfera religiosa ed emotiva individuale, lo scivolamento nel cono d’ombra di migliaia di persone che le misure di lockdown hanno reso più invisibili (ad esempio, le vittime di violenza e di sfruttamento), senza che questo silenzio fosse dissolto dall’interesse dei media”.

Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes: la maggior parte degli stranieri è cristiana

8 Ottobre 2020 -
Roma  - La religione professata dagli stranieri immigrati è uno degli aspetti analizzati dal XXIX Rapporto di Caritas italiana e Fondazione Migrantes presentato oggi a Roma. “Anche quest’anno sfatiamo un mito duro da superare cioè che la maggioranza degli stranieri in Italia sia musulmana”, ha commentato Simone Varisco della Fondazione Migrantes. Al primo gennaio di quest'anno la maggioranza degli stranieri era di religione cristiana (3 milioni di fedeli, in aumento rispetto all’anno precedente) per lo più ortodossi. “Alle religioni di recente formazione, alle cosiddette sette, è dedicato un approfondimento perché – ha precisato Varisco – ognuna pone una sfida alla Chiesa e alla società perché affondano la radice nello stato di abbandono e sofferenza umana”. Gli atei e gli agnostici contano mezzo milione di persone fra la popolazione straniera: “Anche questo – ha sottolineato – esige una risposta specifica. Le religioni portate con sé costituiscono un elemento di aggregazione e là dove ci sono situazioni di difficoltà personale è importante intercettare i bisogni”. Per il ricercatore, la pandemia ha in parte accelerato alcuni processi: “I cimiteri non sono stati preparati ad accogliere i cittadini stranieri o di origine straniera. Le terze generazioni intendono piangere i loro cari in Italia da qui le sfide per molti Comuni”.

Migranti: Di Piazza (sottosegretario min. Lavoro), “c’è bisogno di nuove visioni”

8 Ottobre 2020 - Roma -  “L’immigrazione è un banco di prova per la politica”. A dirlo è Stanislao Di Piazza, senatore e sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali con delega all’immigrazione e alle Politiche di integrazione, alla presentazione del XXIX Rapporto sull’immigrazione curato da Caritas e Fondazione Migrantes. “Il rapporto – dice il sottosegretario – non si ferma ai numeri ma li fa parlare e li utilizza per l’incontro delle persone”. “Al bene comune – continua – mirano le politiche e i percorsi di integrazione, come un progetto pilota che vede già in campo una ventina di comuni italiani. Anche lo sport sui territori può essere motore di integrazione e per questo vogliamo creare presidi. Il bene comune è stato anche l’obiettivo della recente emersione con cui abbiamo voluto dare dignità e creare opportunità per le imprese. Non è stato un esercizio facile. Potevamo fare meglio? Come sempre sì, ma nelle oltre 800mila domande leggiamo i destini delle persone che vogliono lavorare legalmente, vivere vite degne e contribuire insieme al progresso delle nostre comunità”. “Anche per l’immigrazione – conclude – c’è bisogno di nuove visioni. Non solo politiche nazionali di governo, ma servono indirizzi chiari per il rispetto dei diritti dell’uomo, un accesso al welfare e alla cittadinanza con particolare attenzione ai giovani di seconda generazione”. (SIR)  

Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes: la maggioranza degli stranieri in Italia è cristiana

8 Ottobre 2020 - Roma - Al 1° gennaio 2020 si stima che la maggioranza assoluta degli stranieri residenti in Italia sia di religione cristiana (54,1%), in aumento rispetto ad inizio 2019 (quando era il 53,6%), ma ancora ad un livello inferiore rispetto al 1° gennaio 2018 (57,5%). E' quanto emerge nel Rapporto Immigrazione di caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentato questa mattina a Roma. Nel loro complesso, nel 2019 i cristiani stranieri residenti in Italia sono aumentati di 97 mila unità (+3,4%), dopo la forte diminuzione (145 mila unità) dell’anno precedente, e si attestano ad oltre 2,9 milioni di fedeli e di potenziali fedeli, includendo nel conteggio anche i minori. Fra gli immigrati cristiani la maggioranza assoluta è ortodossa (29,3%, pari a 1,6 milioni di fedeli, originari soprattutto di Romania, Ucraina e Moldova), mentre più di uno su tre è cattolico (20,1%, con quasi 1,1 milioni di persone, per lo più romeni, filippini, peruviani e albanesi). Proprio i cattolici, però, hanno fatto registrare la crescita maggiore nel 2019, con un aumento di 103 mila unità (+10,5%), superati soltanto – sebbene su livelli quantitativi assoluti minori – dai copti (in aumento di 3 mila unità, +16,7%); lieve la crescita degli ortodossi (+19 mila unità, pari al +1,2%), mentre sono diminuiti gli appartenenti ad altre fedi cristiane (in particolare gli evangelici, diminuiti del 9,1%, vale a dire quasi 17 mila fedeli in meno). Gli stranieri musulmani residenti in Italia sono risultati stabili in numerosità durante il 2019 (-0,4%, vale a dire circa 6 mila unità in meno fra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2019), dopo il forte aumento fatto riscontrare durante il 2018 (+8,7%, cioè +127 mila unità), mantenendosi poco al di sotto del valore di 1,6 milioni, pur senza considerare gli acquisiti alla cittadinanza italiana e i non iscritti in anagrafe (ma conteggiando i minorenni di qualsiasi età). Si tratta per lo più di marocchini, albanesi e bangladeshi. Sul territorio nazionale si segnalano, infine, circa 174 mila stranieri buddisti. (3,2% degli immigrati residenti in Italia), 96 mila induisti (1,8%), 51 mila sikh (1,0%) e 44 mila afferenti ad altre religioni (0,8%). Gli atei e gli agnostici sono invece stimabili in circa 531 mila, pari a circa un decimo (9,9%) del totale degli stranieri residenti in Italia. Le tradizioni religiose del Paese d’origine costituiscono da sempre un importante elemento di aggregazione e di rassicurazione identitaria, soprattutto in contesti sociali e culturali molto distanti da quelli nati.

Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes: migranti il 38,4% dei poveri del lockdown

8 Ottobre 2020 - Roma - Durante i tre mesi di lockdown la Caritas ha aiutato 445.585 persone (in media, 2.990 utenti per diocesi), una cifra altissima che supera la media annua di circa 200mila individui. Gli stranieri erano il 38,4%. Anche tra i 129.434 “nuovi poveri” che si sono rivolti alla Caritas nello stesso periodo, gli stranieri erano il 32,9%. È quanto emerge dal Rapporto immigrazione di Caritas italiana e Fondazione Migrantes presentato a Roma questa mattina. Secondo l’Istat nel 2019 gli individui di nazionalità non italiana in povertà assoluta sono quasi 1 milione e 400mila, con una incidenza pari al 26,9%, contro il 5,9% dei cittadini italiani. Alta è anche la povertà educativa e culturale: nell’anno scolastico 2017/2018 gli studenti italiani in ritardo sono risultati il 9,6%, contro il 30,7% degli studenti con cittadinanza non italiana, che sono anche quelli a più alto rischio di abbandono, pari al 33,1% (la media nazionale è del 14%). L’impatto del Covid e della didattica a distanza è stato forte: nonostante il Ministero abbia fornito molti tablet, “i bambini stranieri non ricevono aiuto dai familiari per scarsa competenza informatica e difficoltà linguistiche – rileva il Rapporto -. Se il prossimo anno scolastico si svolgerà con un sistema misto di lezioni in presenza e a distanza, potrebbero allargarsi ancora di più le disuguaglianze tra alunni stranieri e italiani”. Durante l’emergenza il 74% delle Caritas intervistate in un sondaggio ha avviato oltre 600 azioni di supporto alla didattica a distanza, l’80% erano a favore di minori stranieri accompagnati. Il 61% delle Caritas ha fornito supporti tecnologici (40% tablet) e computer (37%) e coinvolto 170 operatori in attività di sostegno. Tra le famiglie più in difficoltà quelle di nazionalità bengalese e pakistana. “Investire sull’istruzione – suggerisce il Rapporto – significa anche investire sull’alfabetizzazione informatica e linguistica dei genitori stranieri, in particolare delle madri”.

Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes: il mercato del lavoro

8 Ottobre 2020 - Roma - L’occupazione dei cittadini stranieri in Italia continua a dare segnali di crescita, ma al contempo non registra significativi avanzamenti nella qualità del lavoro. Lo sottolinea il rapporto Immigrazione di Caritas Italina e Fondazione Migrantes presentato questa mattina a Roma. Permangono le criticità che studi e Rapporti sul tema sottolineano da anni: ovvero "la tendenziale concentrazione in alcuni specifici settori, in cui le qualifiche e le mansioni ricoperte sono per lo più a un basso livello professionale o contrattualizzate a tempo (o con modalità precarie); le conseguenti differenze retributive con i lavoratori italiani, la ancora scarsa partecipazione delle donne (soprattutto di alcune nazionalità) al mercato del lavoro, l’adibizione a lavori manuali, con scarsa preparazione anche rispetto ai rischi per la sicurezza e, ancora, le scarse prospettive di crescita professionale dei più giovani, anche essi avviati, almeno stando alle attuali tendenze, a riprodurre le modalità occupazionali della generazione precedente". Queste linee di tendenza trovano conferma nei principali dati  esposti più estesamente nel Rapporto, ma che possono essere così sintetizzati: in Italia sono 2.505.000 i lavoratori stranieri, che rappresentano il 10,7% degli occupati totali nel nostro Paese. Il tasso di occupazione straniera si attesta intorno al 60,1%, superiore al 58,8% degli autoctoni; parallelamente, il tasso di inattività degli stranieri extra-UE (30,2%), per quanto elevato, risulta comunque inferiore a quello italiano (34,9%). L’87% degli occupati stranieri in Italia sono lavoratori dipendenti, concentrati soprattutto in alcuni settori: servizi collettivi e personali (642 mila addetti), industria (466 mila), alberghi e ristoranti (263 mila), commercio (260 mila) e costruzioni (235 mila). In merito alle qualifiche prevalenti, nel 2019 si registra un elevato volume di rapporti attivati per braccianti agricoli (584.253  attivazioni), addetti all’assistenza personale (179.502), camerieri e professioni assimilate (158.645) e collaboratori domestici e professioni assimilate (111.562). Quanto alle tipologie contrattuali, si attesta come preponderante il reclutamento con forme contrattuali temporanee. Esse interessano circa i due terzi delle nuove assunzioni destinate ai cittadini stranieri, fra cui, oltre ai contratti di lavoro a tempo determinato, anche i tirocini e i rapporti di lavoro in somministrazione o stagionali;  la retribuzione media annua nel 2019 dei lavoratori extracomunitari è inferiore del 35% a quella del complesso dei lavoratori (14.287 euro rispetto a 21.927 euro). Secondo il Rapporto la differenza di genere nell’accesso al mondo del lavoro è marcata e fa registrare tassi di inattività e di disoccupazione nettamente superiori per quanto riguarda la componente femminile; nel confronto con i dati del 2018, aumenta anche il tasso di lavoratori stranieri autonomi (+2,7%), in netta controtendenza rispetto agli italiani. Cresce il numero di titolari di imprese nati fuori dall’UE (383.462), pari al 12,2% del totale, concentrati soprattutto nel settore commerciale (43,1% del totale) e dell’edilizia (21,1%); nel corso del 2019 gli infortuni verificatesi ai lavoratori stranieri sono stati 108.173 (il 16,9% del totale) e in due casi su tre hanno riguardato cittadini extracomunitari, per i quali c’è stato un aumento del +5% rispetto al 2018. Nel caso degli incidenti con esito mortale, l’incidenza dei lavoratori stranieri sul totale è più elevata, attestandosi sul 18,8%, con un incremento del +13,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; le pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti (IVS) erogate dall’INPS a cittadini extracomunitari alla fine del 2019 sono state appena 65.926, pari allo 0,4% del totale delle pensioni INPS dello stesso tipo (16.840.762); le pensioni assistenziali erogate a cittadini extracomunitari sono state invece 100.898, pari all’2,5% del totale (4.030.438). Il primo impatto del Covid su questi dati - affermano i ricercatori - riferiti al 2019 è valutabile in base alle stime prodotte nel mese di aprile dall’Istat sulle forze lavoro, riferite al primo trimestre del 2020. Nel mese di marzo 2020 sono diminuiti sia gli occupati (-30.000), che le persone in cerca di occupazione (-270.000), mentre sono sensibilmente aumentati gli inattivi, ovvero quelli che né lavorano né cercano lavoro (+300.000, pari al + 2,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Il fenomeno sopra descritto si è manifestato in modo molto evidente per gli stranieri: le persone di cittadinanza non italiana, che erano pari al 9% di tutti gli inattivi del primo trimestre 2019 (1 milione 290 mila unità), diventano al primo trimestre 2020 il 9,7% (1 milione 315 mila unità). Si riscontra, quindi, un aumento sia in termini assoluti (+25 mila) che percentuali +0,7 punti percentuali). La maggior parte degli stranieri inattivi (61,5%) sono in possesso di un basso livello di istruzione, mentre tra gli italiani tale caratteristica riguarda una quota inferiore di persone, pari al 56,1%. In particolare, il 7,3% degli italiani inattivi non ha alcun titolo di studio o ha solamente la licenza elementare, mentre tra gli stranieri questo tipo di condizione giunge a coprire il 10,8% dei casi. Quello che desumomno i redattori del Rapporto Immigrazione  è che la situazione di stagnazione nel mercato del lavoro e l’isolamento sociale con il blocco degli spostamenti autonomi sul territorio, ha di fatto scoraggiato i disoccupati a continuare a cercare lavoro in modo attivo, producendo una trasformazione in senso passivo del loro status. La diminuzione nel numero di disoccupati è, quindi, un miglioramento solo apparente. Al contrario, le difficoltà del momento colpiscono drammaticamente la fiducia delle persone, rendendo complesso per chi perde il lavoro anche solo immaginare di poterne trovare uno nuovo. Si rinuncia, quindi, del tutto alla ricerca di una nuova occupazione.

Migranti. Mons. Russo: storie, non numeri

8 Ottobre 2020 -

Roma - Questa mattina, Giovedì 8 ottobre, mons. Stefano Russo, Segretario generale della CEI, è intervenuto alla presentazione del  Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes dal titolo “Conoscere per comprendere”.

Ecco il testo del suo saluto.

Buongiorno a tutti! Senatore Di Piazza, carissimi amici di Caritas e Fondazione Migrantes, accogliamo con grande attenzione, che si rinnova di anno in anno – ormai siamo al 29° -, la pubblicazione del Rapporto Immigrazione, curato da due organismi della Chiesa italiana (Caritas e Fondazione Migrantes). Il volume di quest’anno concentra le riflessioni attorno al tema Conoscere per comprendere, una delle sei coppie di verbi proposte dal Santo Padre nel suo messaggio per la 106a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, celebrata pochi giorni fa. Si tratta di un impegno reso ancora più necessario dalla complessa congiuntura che stiamo vivendo, determinata dalla pandemia, che ha posto nuove difficoltà, aggravato tante problematiche già esistenti e ulteriormente indebolito le già precarie condizioni economiche e relazionali della società. In questo senso si stanno recependo le ultime modifiche normative che stanno portando una serie di previsioni in discontinuità con il recente passato. Queste sono una prima risposta alle situazioni di crisi registrate nel tempo. La pandemia ha precarizzato ancora di più la condizione di tanti migranti e di tanti italiani. Pertanto, oggi più che mai sono necessarie risposte immediate che mettano al centro l’umanità che ci unisce. Le incessanti statistiche che si sono susseguite negli ultimi mesi hanno reso evidente come nessuno possa essere considerato semplicemente un numero – lo abbiamo più volte ribadito – ma una persona con una dignità, dei legami affettivi, una storia e uno sguardo al futuro che talvolta rischia di rimanere inespresso o addirittura d’interrompersi precocemente. Questo è vero anche per le persone migranti, che alla propria storia personale aggiungono l’esperienza del viaggio e della permanenza in territori estranei, per cambiare la propria vita e spesso quelle dei propri cari. Il Rapporto Immigrazione ci aiuta a mettere a fuoco le coordinate fondamentali delle migrazioni, un fenomeno che attraversa pressoché il mondo intero e tutti gli ambiti del vivere sociale, e che papa Francesco, nell’enciclica firmata pochi giorni fa ad Assisi, Fratelli tutti, definisce «un elemento fondante del futuro del mondo» (n. 40). Una caratteristica di questa pubblicazione è l’interconnessione esistente fra i diversi contributi che la compongono, che restituisce la complessità degli attuali fenomeni migratori. «Il numero sempre crescente di interconnessioni e di comunicazioni che avviluppano il nostro pianeta – scrive il Santo Padre nell’enciclica Fratelli tutti, al n. 96 – rende più palpabile la consapevolezza dell’unità e della condivisione di un comune destino tra le Nazioni della terra. Nei dinamismi della storia, pur nella diversità delle etnie, delle società e delle culture, vediamo seminata così la vocazione a formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri». È un richiamo importante. Non sarebbe possibile, infatti, realizzare un’efficace accoglienza dei migranti – né, tantomeno, la loro protezione, promozione e integrazione – se si curassero solo gli aspetti economici o lavorativi, ignorando la dimensioni antropologiche, sociali e relazionali. Né, ancora, si darebbe una risposta adeguata – vale a dire integrale – ai bisogni di ogni persona se si ricercasse esclusivamente una soluzione ai problemi abitativi o alimentari, senza prestare un’eguale attenzione agli aspetti culturali e religiosi, che costituiscono dimensioni essenziali nella vita di ogni persona. Qualsiasi concezione di accoglienza che la concepisse soltanto come impegno materiale sarebbe una pericolosa riduzione. Anche per questo, la visione fornita dal Rapporto Immigrazione si spinge a considerare l’intimo legame fra i diversi ambiti che caratterizzano la vita di ogni persona, senza i quali essa non potrebbe esprimere appieno il proprio essere e la propria personalità. Solo così, fra l’altro, si può realizzare quell’autentica integrazione della persona migrante nel nuovo contesto sociale, la quale può dirsi compiuta quando, da ospiti, coloro che sono stati accolti diventano soggetti partecipi e attivi, offrendo un contributo personale alla crescita del tessuto sociale, del quale ormai sono divenuti parte. Tale obiettivo rappresenta un’autentica sfida e una scommessa per l’Europa, per il nostro Paese e per i singoli territori che lo compongono, chiamati a vedere in coloro che chiedono ospitalità non un peso, bensì una ricchezza dal punto di vista umano, lavorativo, culturale e, non ultimo, spirituale. Certo, «quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse», come scrive con realismo il Santo Padre in Fratelli tutti (n. 129). È evidente, però, come uno sguardo interessato a conoscere l’altro, a incontrarlo, pur con tutte le difficoltà e gli ostacoli che questo implica, dia vita a una prospettiva che si colloca a grande distanza dall’opinione, diffusa a più livelli, che vede nel migrante solo un’insidia, e nell’opera di coloro che lo soccorrono un pericolo. Si tratta di sentimenti contrari alla vita cristiana, che nella fede ci spinge invece ad avere il coraggio di riconoscere in chi è bisognoso del nostro aiuto un fratello, e, nel più piccolo di essi, il Cristo stesso. La fragilità non caratterizza solo gli “altri”, ma ognuno di noi: ognuno di noi può essere quel “piccolo”. Raggiungere una simile consapevolezza è segno di speranza, poiché contribuisce allo sviluppo di una cultura più matura e meno portata ad essere sviata dai preconcetti, più aperta a quanto di buono può esserci nell’altro e meno incline a difendersi pregiudizialmente, più consapevole della necessità e delle opportunità dell’incontro, più disposta a fare autocritica e a condividere. Il Signore guidi i nostri passi in questo cammino di pace e di convivenza, che ci vede tutti fratelli e sorelle. Un ringraziamento a Caritas e Fondazione Migrantes per la cura che, ogni anno, mettono in questa pubblicazione. Ripeto: non è una semplice raccolta dati, ma una narrazione di storie. Grazie!  

Mons. Stefano Russo - Segretario generale della CEI

Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes: la panoramica in Italia

8 Ottobre 2020 - Roma - Gli ultimi dati sulla situazione demografica italiana diffusi dall’Istat confermano le tendenze in atto da alcuni anni: progressiva diminuzione della popolazione residente (-189 mila unità), in particolare nelle regioni del Mezzogiorno; aumento del divario tra nascite e decessi; stagnazione della fecondità a livelli molto bassi; aumento dell’incidenza della popolazione anziana e diminuzione di quella giovane, con il relativo ulteriore innalzamento dell’età media; saldo migratorio con l’estero positivo, anche se in diminuzione; aumento della popolazione residente straniera, sia in termini assoluti che relativi. LO sottolineano i redattori del Rapporto Immigrazione Caritas Italiana e Fondazione Migrante presentato oggi a Roma. Se fino a un decennio fa l’aumento della popolazione straniera seguiva un ritmo significativo, da qualche anno - sottolineano - il trend è in diminuzione (dal 2018 al 2019 appena 47 mila residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno in più), accompagnato da altri segnali “negativi”, come la diminuzione delle nascite (da 67.933 nel 2017 a 62.944 nel 2019) e le minori acquisizioni di cittadinanza (passate da 146 mila nel 2017 a 127 mila del 2019). Stando ai dati forniti dal Ministero dell’Interno, i permessi di soggiorno validi al 1° gennaio 2020 sono 3.438.707, il 61,2% dei quali è stato rilasciato nel Nord Italia, il 24,2% nel Centro, il 10,8% nel Sud e il 3,9% nelle Isole. I cinque Paesi di provenienza prevalenti fra i titolari di permesso di soggiorno sono, nell’ordine, Marocco (circa 400 mila cittadini), Albania (390 mila), Cina (289 mila), Ucraina (227 mila) e India, che con poco meno di 160 mila soggiornanti ha superato una nazionalità storica come le Filippine. Considerando, invece, il dato complessivo sui cittadini stranieri residenti in Italia (compresi, dunque, i cittadini comunitari), che in base alle elaborazioni Istat al 1° gennaio 2020 ammontano a 5.306.548 (con un’incidenza media sulla popolazione italiana dell’8,8%), la maggior quota è rappresentata dai rumeni (1.207.919). I motivi dei permessi di soggiorno confermano la tendenza all’inserimento stabile, in quanto, in relazione alla durata, la maggior parte dei permessi è a lunga scadenza (62,3% del totale); mentre quelli di breve durata si attestano sul 37,7%. Stando ai motivi del soggiorno, si conferma la prevalenza di quelli familiari (pari al 48,6% del totale), seguiti da quelli lavorativi (41,6%). Terzi per volume i permessi collegati all’asilo e alla protezione internazionale (5,7%) e quarti quelli per studio (appena l’1,5%). I dati del Ministero dell’Interno al 1° gennaio 2020 consentono anche un primo bilancio sulle nuove tipologie di permesso di soggiorno introdotte dal d.l. n. 113/2018 (c.d. decreto Salvini), convertito in legge n. 132/2018. Si è trattato in totale di poco più di 28 mila permessi di soggiorno, che risultano per la quasi totalità di derivazione da tipologie già esistenti prima della riforma o che per effetto di questa hanno subito solamente un cambio di denominazione o di disciplina (ad es., permessi per motivi umanitari ridenominati in “casi speciali”), fatta eccezione per qualche unità di permessi per meriti di valore civile o per calamità naturale, che si sono rivelati dunque assolutamente non coincidenti con le aspettative, i bisogni e le condizioni personali dei migranti nel nostro paese, precarizzandone peraltro i già complessi percorsi di inserimento e integrazione (le nuove fattispecie non sono quasi mai convertibili per lavoro, ad esempio. Lo scivolamento nell’irregolarità è dunque sempre in agguato. Diversi studi hanno fornito stime circa la consistenza della componente irregolare nel nostro paese, arrivando a parlare di oltre 650.000 persone. I dati che "forniamo - si legge in questa edizione del Rapporto, sono quelli relativi ai primi esiti della procedura di regolarizzazione varata fra giugno e agosto 2020 e i dati sui provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale, che continuano a dimostrare di essere strumenti insufficienti e dispendiosi di gestione dell’irregolarità (sono state 41.000 le persone coinvolte), rivelando da oltre 10 anni un tasso di efficacia non superiore al 50% (è il 48,4% nel 2019). La strada da preferire è dunque certamente quella della regolarizzazione, che consente di restituire i diritti sociali ed economici alle persone, sottraendole alle pratiche di sfruttamento, tanto dannose anche per le casse dello Stato, in termini di evasione fiscale e contributiva". Nell’approfondimento dedicato dal Rapporto all’apporto economico dell’immigrazione si evidenzia che in Italia nel 2018 il contributo dei migranti al PIL è stato di 139 miliardi di euro, pari al 9% del totale. I circa 2,3 milioni di contribuenti stranieri hanno dichiarato 27,4 miliardi di redditi, versando 13,9 miliardi di contributi e 3,5 miliardi di IRPEF. L’IVA pagata dai cittadini stranieri è stimata in 2,5 miliardi. Si tratta di dati che confermano il potenziale economico dell’immigrazione che, pur richiedendo notevoli sforzi nella gestione, produce senza dubbio benefici molto superiori nel medio-lungo periodo. Anche i costi per la gestione delle emergenze, che sono aumentati dagli 840 milioni nel 2011 ai 4,4 miliardi nel 2017, possono essere ammortizzati nel tempo, soprattutto se sostenuti da politiche capaci di ridurre l’irregolarità, che oggi è stimata in 670 mila persone. Pertanto, "una regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri avrebbe garantito entrate superiori ai 3 miliardi di euro". Invece il provvedimento varato ha consentito la presentazione di “appena” 207.542 domande presentate; in particolare per lavoro domestico (85% del totale) e il resto per gli altri settori, quasi interamente rappresentati dall’agricoltura. La regione nella quale sono state presentate il maggior numero di istanze è la Campania, con 6.962. Segue la Sicilia con 3.584 istanze, il Lazio con 3.419 e la Puglia con 2.871, ma anche il Veneto con un dato significativo di 2.756 domande e l’Emilia Romagna con 2.101. In entrambi i casi, bisognerà attendere i prossimi mesi per verificare quante di queste istanze andranno a buon fine attraverso la sottoscrizione dei contratti di soggiorno ed il rilascio dei permessi di soggiorno. Permangono le perplessità per una procedura nata principalmente per rispondere alla presenza di lavoratori in nero nel settore dell’agricoltura e che invece sembra rispondere in via principale alle esigenze del mondo del lavoro domestico e del cd. badantato. Un’ulteriore dimostrazione che tale provvedimento avrebbe dovuto allargarsi a ricomprendere molti altri settori nei quali si registra un notevole coinvolgimento dei lavoratori stranieri. Si osserva pertanto come la maggioranza dei nuovi ingressi vede una quota troppo ridotta dei motivi di lavoro (i visti per lavoro sono appena l’1,3% del totale). Gli attuali permessi di soggiorno si riferiscono, dunque, nella gran parte a conversioni di permessi rilasciati ad altro titolo, comprese le motivazioni legate a protezione e assistenza, più che a motivazioni legate alla sfera economica e professionale. Alla luce di tali tendenze, si raccomanda, pertanto, di adottare definitivamente una strategia di potenziamento dei percorsi di integrazione, che contempli: la promozione di interventi normativi volti a sostenere la presenza e l’inserimento socioeconomico dei cittadini stranieri con politiche mirate a garantire la regolarità del soggiorno delle persone, delle famiglie, dei lavoratori e a migliorare i livelli di istruzione e di professionalizzazione delle persone in età da lavoro; il rafforzamento, la reintroduzione, la sperimentazione di canali di ingresso legati al lavoro e allo studio.