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Avventura migratoria di due sacerdoti vicentini

12 Aprile 2021 - Vicenza - Padre Enrico Morassut nasce e cresce a Vicenza, ma ha tutto il sapore di un altrove. L’energia, la risata esilarante, la decisione, la resistenza, l’erranza. Forse, tutti cromosomi friulani. All’origine, una lontanissima storia di emigrazione: il nonno Antonio, friulano, a Bucarest come giardiniere del console, vi incontra Libera Italia, giovane badante vicentina, classe 1866. Così, l’emigrazione porterà il sacerdote lontano, in Francia, tra le numerose comunità italiane, poi in Lussemburgo, e infine in Canada. Ovunque, per i nostri italiani emigrati. Ma volentieri si rifugia nel «Fogolar furlan» l’associazione friulana, che all’estero incontra dappertutto. Naviga nelle feste, negli incontri, i cori di montagna, le celebrazioni e i giornali delle nostre comunità come un pesce nell’acqua. Giancarlo, il fratello, ricorda come fosse ieri i suoi brevi ritorni a Vicenza, per respirare finalmente aria di casa. «Non si parlava che di montagna, di cime e di sentieri da percorrere» si lascia andare con nostalgia. «Le dolomiti erano il suo regno. Lo vedevi arrampicarsi come uno stambecco nel suo ambiente naturale!». E quando salì le montagne per sempre, per incontrare per davvero Dio, tutta la corale era là per accompagnarlo con quel tenero e commovente canto dei monti «Signore delle cime» di Bepi De Marzi, altro talento vicentino. Non ci poteva essere conclusione più bella. E più vera. Solo due parole per definire un missionario scalabriniano di Rossano Veneto. Viveva di passione e di compassione. Appassionato di una cittadina francese, immersa nelle nebbie del Nord, Herserange, un paese come tutti, ma che non abbandonerà mai. Perché si trova nel cuore del mondo siderurgico-minerario della regione, dove si sviluppa un’industria di primordine nel dopoguerra. Strutture enormi, fabbriche grandiose invadono e stravolgono tutta la zona. Migliaia di italiani si riversano in questo bacino come tanti altri stranieri. La classe operaia è forte, il padronato è onnipotente. Quasi un padreterno sulla terra, tutto dipende da lui: casa, famiglia, scuole, trasporti e loisirs. Se ti curvi è possibile avere questo, se manifesti un dissenso ti si spoglia di tutto. Antoinette, una pasionaria ottantenne, ricorda ancora come con le altre operaie prendeva in mano la fabbrica di ceramica, - il vicino Longwy ne era una eccellenza - quando il padrone voleva chiuderla. Processi, picchetti di resistenza, solidarietà tra famiglie. Era come essere in guerra: stesso spirito combattivo, stesso interesse comune per la vita, per il pane e il futuro. E il missionario, padre Eliseo Marchiori, era sempre accanto. Era per lui come una missione: sostenere questi operai, - della siderurgia, della miniera o della ceramica – con i loro diritti e le loro speranze. Appassionato per l’uomo e per la sua dignità. «Siamo tutti figli di Dio – tuonava, deciso - perché, allora, una vita da schiavi per molti ?». Eppoi, alla sera, lo trovavi a coltivare il suo pezzo di orto, come tanti altri operai, sul «terril», la collina maledetta, fattasi pian piano dalla montagna di detriti che usciva dalle viscere della miniera. Orgoglioso di mostrarvi le sue melanzane, i pomodori, le verdure coltivate sopra quella collina. Dello scarto, se ne prendeva cura.  Quasi una parabola della sua vita: prendersi cura degli ultimi. Accanto al suo, altri piccoli orti di altri operai come Mohamed, Alì, Paulo, … marocchini, spagnoli, portoghesi. Ritrovarsi lassù, era come una grande famiglia. Un pezzo di umanità. Ma coltivava anche una dote rara in ambienti duri come quelli: la compassione.  Un’empatia particolare, interiore, con qualsiasi migrante, a qualsiasi cultura o religione appartenesse. Herserange l’aveva formato a un’apertura di mente e di cuore impensabile altrove. Nella sua vecchia cucina operaia incontravi spesso per cena o per pranzo qualche rumeno o pakistano o siriano, sbarcati da poco a Herserange e un po’ perduti. Da lui del buon vino, un enorme formaggio, del pane e una grande cordialità erano sempre messi sulla tavola. Quasi per dirvi: «Siediti, si mangia qualcosa assieme!».  E non si poteva immaginare il piacere del missionario nel vedervi finalmente seduto e obbediente all’invito. Per parlare con passione di tutto e di ogni cosa, di filosofia e di botanica, di teologia e di politica a cuore aperto e con parola franca.  Ma quel giorno, il vescovo non credeva ai propri occhi. Uscendo da una chiesa gremitissima, c’era fuori altrettanta folla se non di più… Era per salutare per sempre il loro «père Elysée». Nel giorno del suo addio. Per dire grazie di uno sguardo o di una parola accolta. Da un uomo vero. Da un fratello di tutti. (. P. Renato Zilio)

Testimoni di cammino pasquale: i sacerdoti al servizio degli italiani nel mondo

7 Aprile 2021 - Roma - Il tempo pasquale, con la speranza che porta come un vento di primavera, è invito a percorrere il cammino dei nostri missionari defunti. Cammino pasquale.  Ascoltando al telefono la voce di rimpianto dei familiari, delle parole bibliche vi avvolgono: «Come sono belli i piedi del messaggero che annuncia la pace! E l’attesa di Pasqua, giorno infinito senza tramonto». Alessandra, la nipote, in terra vicentina, a Pasqua ha rovistato l’intera soffitta per ritrovare le lettere di padre Giuseppe. Nascoste come reliquie. Scritte ancor più di 40 anni fa dalla terra del Portogallo. Parlano dei suoi impegni quotidiani, di attività pastorali, di predicazione intensa in parrocchie del Nord e del Sud. E dei suoi seminaristi. A giovani, solo amanti del calcio, ma molto meno della scuola, proponeva a bruciapelo come il Cristo: «Perché non farti missionario? Sarai un atleta di Dio. E il compagno di Emmaus per migliaia di portoghesi migranti nel mondo!». Dalle lettere, firmate affettuosamente «il vostro Beppino», il suo dinamismo vocazionale contagiava la famiglia. Terminavano, a volte, così: «Arriverò con tre seminaristi a fine mese, allargate il portafoglio!». I seminaristi erano la sua passione. Il carisma dei missionari scalabriniani, come un fuoco, lo trasporta dal Brasile, alla Francia, al Portogallo. Ma arrivato a Longa, la sua terra natia, è la pace che respira. Condividendola con un pezzo di pane con qualche giovane seminarista portoghese. Ora, la assapora nel piccolo cimitero di paese, curato come un giardino. Così, padre Giuseppe Magrin, accolto in emigrazione da culture e Paesi differenti, trasmetteva ai suoi lezioni di vita e di accoglienza. Solo un uomo convinto, convince. Come lui. Vederlo accompagnare i morenti al Château d’Ecoublay, di cui era direttore, faceva tenerezza. Era in un incantevole castello nel verde dei boschi di Fontainebleau, diventato Casa di riposo per gli anziani della comunità italiana a Parigi. Dando gli ultimi sacramenti, ad ogni respiro affannoso vi incoraggiava all’orecchio, ripetendo piano venti, trenta volte: «Fiducia,… abbi fiducia,… Carmela!».   Ma alle feste dei calabresi, dei friulani o dei pugliesi nella regione parigina – a cui partecipava sempre volentieri – era un altro. Si scatenava. L’ultimo pezzo era il suo, sempre il solito, sempre di successo. Con voce forte e sicura, lo sentivi, allora, intonare «All’osteria del Vaticanoooo!». Tutto il popolo rispondeva con un trionfale «parapùmzipùm!». E l’allegria generale scoppiava d’incanto. Era stato anche responsabile di tutti i missionari di Francia. Possedeva, infatti, i tre ingredienti necessari a un leader: il cuore, la testa, il polso. Cioè, amare le persone, gli uomini nel loro lavoro. Avere mente lucida e visionaria con lo sguardo fisso sempre all’orizzonte. E, terzo, la tempra da capitano, per condurre barca ed equipaggio. Riposa ora a Esine, accanto il lago di Iseo. Un luogo delizioso, questo, reso celebre qualche anno fa dal grandioso evento dell’artista Christo, che faceva camminare sull’acqua del lago più di un milione di persone… Anche lui, Padre Flaminio Gheza, ha saputo camminare sulle acque delle emozioni e dei sentimenti dei migranti. A modo suo. Ma, sempre, in modo meraviglioso. E padre Mario Stefani, solido e geniale missionario in Francia, chi lo ricorda? Senz’altro i nostri emigrati italiani, quelli degli incontri biblici della sera. Era il momento di leggere, commentare e lasciar emergere ciò che i migranti stavano scrivendo con la loro vita. Il loro esodo e la loro resistenza. Il coraggio e la fede, vissuti in terra straniera. Come per gli ebrei sui fiumi di Babilonia. E lui sempre a stimolare l’un l’altro con un «Ma questa sei tu, Concetta, raccontaci...», oppure: «E quella volta cosa è capitato a te, Salvatore? Racconta...». Faceva risorgere la Parola di Dio in tante storie vissute, in avvenimenti concreti di malattie, di eventi o di imprevisti, alla maniera popolare dei nostri emigranti. Vedevi, così, quanto straordinario era per loro prenderne coscienza. Come fossero loro stessi nuovi personaggi biblici del giorno d’oggi. Ed era comprendere, finalmente, la dignità della loro esistenza. Sì, una «storia sacra» scritta ai nostri giorni. Una storia di lacrime e di gioia, per gente che un giorno si era messa in cammino, emigrando. Un cammino pasquale di morte e di vita. Così, essi avevano incontrato il Risorto. Senza saperlo. (p. Renato Zilio)

Quaresima: la missione di un eremo

4 Marzo 2021 - Loreto - Fonte Avellana nelle Marche: un monastero immerso nel verde, pietre antiche intagliate a mano, una comunità silenziosa di monaci, uno spirito fondatore, quello di Pier Damiani. Ma la sua ispirazione, lui la trovava in un eremo lontano: a Gamogna, nell’Appennino tosco-emiliano. L’antico eremo è appollaiato su un crinale, a mille metri di altezza, circondato, anzi protetto, come un tesoro da cime di montagne tutt’intorno. Quasi un nido d’aquila. Emerge dai boschi soffici, estesi, di castagni rigogliosi. Il silenzio è perfetto, verdissimo. Il silenzio, infatti, prende il colore del luogo che lo accoglie e lo sposa. Prima di arrivare, una scritta vi invita: Entrate nel silenzio. Eremo di Gamogna. Fare silenzio è sempre un dolce invito. Non si può imporlo urlando, per non entrare in contraddizione. È un invito calmo, seducente perché è entrare in un regno: quello dell’ascolto. E il primo a mettersi in ascolto sarà proprio colui che invita gli altri a farlo. Un cammino che si fa sempre in tre fasi: la prima, quando si entra. Poi, quando lo si abita e si resta nella pace. Infine, quando si esce. Per prendere dimora nel silenzio, è vero, c’è sempre una soglia da varcare. E il cammino è verso la tua interiorità. Nella chiesetta dell’eremo la preghiera procede solenne, regolare, melodiosa, accompagnata fuori, spesso, dal cadere precipitoso dell’acqua e da folate di vento tormentate. Splendida immagine simbolica della vita di san Pier Damiani: monaco, abate a Fonte Avellana, fondatore di quest’eremo nel 1053. Poi, cardinale, diplomatico inviato dal Papa a Milano, a Ravenna, a Faenza, per dirimere controversie o conflitti. In tempi difficili, una forza tranquilla di riforma. Parola e scritti fecondi e profondi, radicati nella preghiera e nella sete di deserto di qui. In tempi duri e tempestosi. A qualche passo dall’eremo, un cartello in legno, vicino al bosco, in bella calligrafia, recita: San Pier Damiani, dimmi una parola. Curioso modo di interpellare un santo che nacque mille anni fa. «Ma mille anni sono come il giorno di ieri che è passato...», riecheggia qui un salmo (89,4), cantato con leggerezza invidiabile. Più avanti, un altro cartello, quasi in risposta: Beata colei che ha creduto (Lc 1,45). Per continuare è necessario inerpicarsi per un sentiero ripidissimo. Sì, la fede è un cammino in salita, con il fiato corto, dove resistenza e fiducia sono ingredienti indispensabili. Lo comprendi qui, salendo. Alla sommità, una splendida statua di Madonna sorridente col Bambino, seduta quasi sul vuoto del dirupo: altro aspetto che parla ancora della nostra fede di credenti. Costruire sul vuoto o, meglio, sul poco. Quale immagine più vera dell’opera di Dio? Trovarsi, così, in pieno deserto, seppure fra verdissimi Appennini dove solitudine, pioggia, vento e sole erodono ogni aspetto fugace nel corso dei tempi. Dove camminare per sentieri solitari è incontrare l’essenza delle cose. Dei tuoi sentimenti. Ma, in fondo, quest’eremo lo senti stranamente ancora abitato e avverti la presenza invisibile di una infinita processione: una moltitudine di santi eremiti, di pellegrini e di penitenti. Si snoda lungo secoli interminabili di digiuno, di ascesi e di preghiera. Corteo immenso, che coltivava quell’amore al creato, che ritrovi ancora qui, nelle pietre lavorate al cesello. Un amore ancora più grande per il Creatore, che impregna le pareti annerite della chiesa. E una passione per la semplicità, la bellezza, l’interiorità. A loro tutto serviva per affinarsi lentamente e in lunghissimi anni prepararsi all’incontro con Dio. Trasformando questo monastero solitario in una lampada di spiritualità. O una città luminosa, posta sul monte. Un cimitero piccolo e discreto accanto all’eremo, circondato da un alto muro sbrecciato, si stende in fondo a un dolce avvallamento. Visto dall’alto, ti sembra di intuire la pietà di queste cime tutt’intorno, quasi per cullare con cura quello che resta di uomini, costruiti dal silenzio e da una lunga preghiera. Soli e abbandonati all’Assoluto. In fondo, era il loro più profondo desiderio. Riposare, un bel giorno, in pace. Respirare, finalmente, l’amore di Dio. Raggiungere il mistero dell’essere umano e del suo Creatore. Ed è sempre vero ciò che si dice: «Quello che desideri più profondamente, un giorno, avverrà...» Ripenso, allora, alle prime parole del Libro di vita, aperto su un tavolo, in quest’eremo, quassù. «Accogli con tutto te stesso l’amore che Dio ti dona per primo. Rimani sempre ancorato a questa certezza, la sola a dare senso, forza e gioia alla tua vita. Non si allontanerà mai da te il suo amore, non verrà mai meno la sua alleanza di pace con te. Egli ha impresso il tuo nome sulle palme delle sue mani». Parole che mi incamminano sulle orme di san Pier Damiani, che ricordava ai suoi monaci: «Se tutta la tua vita sarà un’accoglienza libera e gioiosa del suo amore, una ricerca laboriosa e paziente del suo volto, solo con il Solo, sarai come un figlio davanti a Lui». A sera, in silenzio, questo complesso monastico mi lascia intravedere una misteriosa bellezza. Mi domando da dove provenga questo fascino segreto, se non dall’ordine morale, spirituale dei monaci. Ma l’ordine delle cose non è tanto una risposta a un comando, quanto una risposta concreta a un amore. Lo vedi, quando si ripone un oggetto, si chiude una porta. La delicatezza esprime un mettere in pratica una fratellanza e una complicità nascosta con ogni creatura. Essa fa parte di un creato, di un ordine, opera di Dio. Lo vedi dalla cura ai dettagli, alle cose, che si riflette nell’opera delle loro mani. Un amore coltivato per Dio che qui si incarna e passa dall’animo al volto, dallo spirito al corpo. Il cuore di un monaco si rivela così. Il silenzio, poi, nella notte è sovrano. Accarezzato da una luna piena, protegge tutte le cime attorno e le vallate, che discendono con un chiarore delicato e generoso. Enormi pieghe boscose, soffici, scendono digradando verso il basso, con dense ombre nere, lunghissime. Quassù, sulla vetta, arriva qualche fruscio, ogni tanto, uno stridio isolato, un lamento di uccello notturno... E non fa che rendere, di notte, il silenzio ancora più grande. Lo sottolinea, quasi. Poi, assistere alla nascita del sole. Oggi, una vera battaglia. Nuvole grandi, nere, distese su tutto il cielo, un vento pauroso e tremendo. Tutto fremeva sulla montagna. Quasi con forza, la luce si faceva avanti ed era un vero dramma, scritto sulle pagine immense del cielo verso levante. Il sole si mostrò, infine, più forte, con sprazzi di luci laceranti e sguainati come spade accecanti. Là dove imperavano le tenebre, la luce, finalmente! «Dove è abbondante la colpa, sovrabbonda la grazia» (Rm 5,20). Consolante verità dello sguardo di Dio per ogni vita, pur miserabile o perduta che sia. Quest’alba tormentata, però, mi ricorda una certezza. Nascere, in fondo, è sempre una conquista. Anche quando si tratta di idee nuove, di intuizioni o di progetti che sorgono in te. «Sono nato, per nascere…» scriveva Pablo Neruda. La libertà di esistere non ti è mai regalata: è un vero combattimento. E se condotto con la forza tranquilla e misteriosa di Dio, sarà vittorioso. Sì, ancora un insegnamento di vita dall’eremo, quassù. In fondo, tutto questo, nel nostro deserto di oggi, la pandemia, per un eremo sperduto tra i monti, resterà la sua lezione più grande. Il cuore della sua missione. (Renato Zilio – Migrantes Marche)    

Il deserto e i suoi volti

1 Marzo 2021 - Loreto - La pandemia ci aiuta a riscoprire la ricchezza simbolica di un tema,  che è dimensione essenziale della vita spirituale : il deserto. Il popolo di Dio, dopo l’esodo e prima di entrare nella terra promessa, fa la sua dura esperienza dei quarant’anni di traversata del deserto, con le sue privazioni e minacce. È per lui una rude scuola, dove impara a dipendere dal solo aiuto della provvidenza di Dio. La sua fede è messa alla prova. Saprà che l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Il deserto, luogo nel quale si mette alla prova la fedeltà. Per il profeta Elia, il deserto è rifugio lontano dai nemici, ma anche occasione del fiducioso abbandono alla volontà di Dio, che si prende cura del suo servitore. Il deserto, luogo dove la fede diventa adulta. Il precursore del Signore, Giovanni il Battista, si ritira nel deserto, predicando la penitenza e la conversione. È lì che la gente viene a lui, come per percorrere un cammino simile al suo. Il deserto, luogo di penitenza e conversione. I vangeli ci permettono di capire quale grande importanza abbia avuto il deserto nella vita di Gesù. Dopo quaranta giorni, che ricordano la traversata del deserto del popolo, Gesù è tentato dal diavolo nella grande povertà del deserto. È l’occasione per il Signore di manifestare la sua totale unione alla volontà del Padre, respingendo le letture sbagliate della Scrittura proposte dall’avversario. Ma prima di tutto, vediamo che Gesù dopo giornate intere passate a predicare e a guarire i malati, si ritirava da parte, nel deserto, di preferenza nella notte, per lunghi colloqui con suo Padre. Il deserto, luogo di preghiera e di intimità con Dio. L’evocazione di questi esempi ci aiuta a meditare sul posto del deserto nella nostra vita spirituale. Gesù ha ricordato lo Shemà Israel, «Ascolta, Israele». La Parola di Dio ci comunica mediante la fede la vita divina. Deve essere meditata e assimilata nella nostra memoria, ispirare il nostro cuore e la nostra azione. Il deserto, nel rumore invadente e nella tentazione di fuga nell’esteriorità, significa l’interiorità riservata al Signore, lo spazio di silenzio, dove la Parola di Dio diventa mia vita. Il deserto, luogo dell’ascolto. La nudità del deserto, nel quale l’individuo si trova senza difesa, aiuta a prendere coscienza della verticalità della mia relazione con Dio. Lui è Dio, io sono la sua creatura.  Pensiamo alle lunghissime ore di adorazione del beato Charles de Foucauld davanti al Santissimo. Il deserto, luogo dell’adorazione. Nella grande solitudine e povertà del deserto non ha senso chiudere la porta. Il deserto, luogo dell’accoglienza, dell’ospitalità, del cuore universale.  Ed è questa, in fondo, la missione di ogni deserto. Specialmente in tempo di pandemia. (p. Renato Zilio - Migrantes Marche)  

Lo spirito di famiglia

26 Febbraio 2021 - Loreto - Forse l’avrete pensato anche voi. A volte esaltiamo la famiglia, definendola importante cellula della società. Dimenticando, spesso, l’abitante di questa dimensione. Come per una conchiglia è quella realtà che l’ha costruita e la tiene in vita. Altrimenti, da conchiglia si trasforma in un fossile. E questa realtà si chiama «spirito di famiglia». Nello spazio ristretto dell’ambito familiare, è il suo «genius loci», la sua originalità. É, infatti, il senso, il valore e l’anima stessa della famiglia. Per cui se mancasse, -  e a volte disperatamente - appare, allora, la violenza domestica, lo sfruttamento, il femminicidio. Pane quotidiano, tristemente presente nella nostra attualità. Come una buona bevanda si trasforma in veleno. «From heaven to hell» usa dire, in questo caso, il mondo inglese. In una famiglia, infatti, le differenze fondamentali dell’essere umano vengono alla luce, si incontrano. Sono la sessualità – l’essere uomo o donna – e la diversità di generazione, come essere adulti o bambini, giovani o anziani. Queste due differenze antropologiche fondamentali, in questo spazio circoscritto cercano di comporsi, di aggiustarsi e di armonizzarsi. Ciò diventa, spesso, un miracolo quotidiano. I suoi frutti, infatti, sono l’armonia delle differenze. La convivialità degli opposti. Lo spirito di famiglia accoglie la differenza dell’altro, con la naturalezza di quando, al mattino, si apre la casa alla luce del sole. A differenza di un clan o di una tribù - realtà ben chiuse in se stesse – la famiglia diventa, allora, lo spazio che saprà accogliere la differenza dell’altro in ogni momento. Il suo spirito è, per eccellenza, inclusivo. Perfino, per un estraneo. Anzi, farà di tutto per inserirvi nel clima familiare. Per farvi sentire a vostro agio, come ogni altro componente. Ricordo mio padre, quando passava un forestiere per casa. Se all’ora di pranzo, il suo invito abituale era : «Ma non si ferma a mangiare qualcosa con noi ?». A noi ragazzi questo faceva un’enorme impressione. Era il passaggio subitaneo di un essere umano da estraneo a ospite. Ora, lo chiamerei, il frutto maturo dello spirito di famiglia. L’apprezzamento della diversità contagia perfino chi viene da altrove, da fuori o da lontano. Un antropologo, poi, ci insegnerà come il più grande salto di qualità della civiltà umana sia il passaggio da «hostis» a «hospes». Quando il nemico - quale era considerato un estraneo – si trasforma in ospite. Ricordo pure quando, vari anni fa, a Ginevra, a un ritiro di tutto il presbyterium con il vescovo si invitò un anziano e accattivante professore protestante, Erich Fuchs, autore di un best-seller «Désir et tendresse». Ci lasciava tutti nello stupore quando affermava, senza mezzi termini - basandosi saldamente sulla Bibbia - che il primo senso del matrimonio o di qualsiasi altra unione è l’amore. Non altre dimensioni, come, ad esempio, avere dei figli. L’armonia familiare è il primo valore, in assoluto. Se non esistesse, tutto il castello crolla. Lo spirito di famiglia accoglie, supporta, integra, si investe, apprezza, sopporta, chiude un occhio e arriva perfino a trovare simpatici i difetti dell’altro. In una istituzione o in altra realtà lo spirito di famiglia inocula prossimità, armonizzazione, libertà, calore umano. Dal punto di vista religioso, mi stupisce un aspetto che scopro in Africa. L’assemblea cristiana non la si chiama come da noi, con un’espressione divenuta ormai corrente «popolo di Dio». Là, i cristiani  sono definiti «famiglia di Dio». Sottolineando, in questo modo, la prossimità. Ma anche la comunione tra persone differenti, dalle qualità e talenti diversi, dove nessuno è escluso. Perchè solo nell’ambito della famiglia si riesce a dire paradossalmente :«La tua differenza è la mia ricchezza». Convinzione inaudita. Sconvolge, – al pari di una deflagrazione atomica -  qualsiasi certezza o qualsiasi sicurezza identitaria, basata sull’idea opposta, a cui siamo forse educati. «La tua differenza è una minaccia, e quanto vorrei sopprimerla !». Anche a livello globale, in fondo, lo spirito di famiglia riveste la sua importanza strategica. Ci aiuta a vivere il mondo come una casa comune. A percepire l’umanità come la nostra grande famiglia. Il suo  spirito, in verità, non finirà mai di stupirvi per i suoi miracoli tra gli esseri umani. Qualora sia vivo. (p. Renato Zilio - Direttore Migrantes Marche)    

Costruire insieme

22 Gennaio 2021 - Loreto - «Ma che cosa possiamo fare insieme?» è la domanda che ci dovrebbe sempre inseguire. Ecumenismo, infatti, è fare qualcosa con chi è dell'altra sponda. La settimana per l’unità dei cristiani, che stiamo vivendo, é proprio un appello missionario senza appello. Invito stringente. Deciso. Coinvolgente. Davanti agli occhi ci mette la nostra vera missione: l’unità, la comunione. E in un contesto attuale - da qualsiasi punto di vista lo si guardi – contesto di fibrillazione e di frammentazione la domanda più assillante dovrebbe essere questa, per davvero: «A che cosa devo rinunciare perchè vinca l’unità ?» La comunione sta al di sopra di tutto e di ognuno. Sì, una convinzione fondamentale del cristiano. Come missionario, per tantissimi anni all’estero spesso mi sono trovato a vivere in un Paese protestante. Ricordo ancora con gioia una celebrazione funebre per un emigrante italiano a Ginevra. Ci si era divisi i tempi con un pastore calvinista: a lui la spiegazione della Parola, a me i gesti di rito come la luce,  l’acqua e l’incenso – che i protestanti non contemplano – con il loro commento simbologico. Alla fine, non posso dimenticare come la moglie stessa del pastore ci venne incontro, raggiante, per ringraziare entrambi. La complementarietà dei nostri interventi aveva dato alla celebrazione un senso, un’interiorità, una fede convinta e condivisa. E anche allora il pastore aveva fatto brillare due belle qualità della tradizione protestante: l’essenzialità e l’efficacia. Un altro giorno, è proprio durante la celebrazione per un’anziana italiana defunta che noto la presenza di un pastore protestante nell’assemblea. Durante il corteo verso il camposanto, allora, discretamente mi avvicino per chiedergli di improvvisare la preghiera al cimitero. Mi risponde con un’occhiata indecifrabile... Ma, poi, in quel piccolo cimitero che sembrava un giardino, mentre scendeva lentamente la bara nella terra, incominciò forte: «Tu ci hai fatti di terra, Signore, e alla terra noi tutti ritorniamo!», improvvisando, poi, una bella e commossa preghiera finale. Con il suo linguaggio biblico ci inchiodò alla terra. Ci fece sentire tutti semplice argilla. E ci depose, allo stesso tempo, nelle palme accoglienti delle mani di Dio. Per i presenti fu un momento forte e indimenticabile di speranza. Per me, in fondo, occasioni incredibili di fraternità con pastori protestanti, da sempre appassionati della Parola di Dio. Ecumenismo è costruire dei ponti, lanciare delle passerelle con quelli dell’altra riva. Sapendo che, un giorno, Dio stesso asciugherà il mare che ci separa. (p. Renato Zilio - Direttore Migrantes Marche)