Tag: Mobilità umana e migrazioni

I sacrifici nascosti

22 Settembre 2020 - Conosciamo quali difficoltà incontrano le famiglie, specie le più numerose, i cui sacrifici sono spesso nascosti e talora anche non stimati. Sappiamo come lo spirito del mondo, avvalendosi di sempre nuovi allettamenti, cerchi di insinuarsi nel santo istituto familiare, voluto da Dio a custodia e salvaguardia della dignità dell’uomo, dal primo sbocciare della vita alla giovinezza tumultuosa; e dall’età matura alla più alta anzianità. (Dal Messaggio del Santo Padre Giovanni XXIII alle famiglie cristiane, in occasione della festività della Sacra Famiglia, domenica 10 gennaio 1960). In occasione della festa della Sacra Famiglia, che Giovanni XXIII ha posto a ridosso dell’Epifania e quindi all’inizio dell’anno civile, il Papa invoca su tutte le famiglie l’assistenza di Gesù, Maria e Giuseppe. Dalle sue parole si evince che il richiamo alla famiglia di Nazareth ha un peso sostanziale, non è affidato ad una semplice devozione. È nel nascondimento dei numerosi anni presso i suoi genitori che Gesù “ha consacrato con virtù ineffabili la vita domestica”, virtù come dolcezza, modestia, mansuetudine con le quali esercitare le quattro caratteristiche del matrimonio cristiano: fedeltà, castità, mutuo amore e timor di Dio. La benedizione del Papa è un accompagnamento fervente, consapevole della complessità in cui le famiglie sono chiamate a vivere. Il riferimento è alle famiglie numerose, verso le quali Giovanni XXIII ha già mostrato un’attenzione particolare, forse dovuta anche alla sua diretta esperienza. Il Papa si sofferma sui sacrifici che non vengono sufficientemente considerati, che restano nascosti. È importante questa valorizzazione delle fatiche quotidiane, di quel surplus di gratuità che in famiglia si consuma spesso senza un riconoscimento, appunto, ma con quella costanza che edifica una porzione di Regno già in questa vita. Da queste parole traggono incoraggiamento tutti quei genitori che hanno lasciato aperta la porta all’abbondanza della vita, quelle coppie – negli anni sessanta sempre meno numerose – che hanno dato alla luce quattro o più figli e che si trovano a fronteggiare problemi spesso molto onerosi. Giovanni XXIII infonde coraggio ed esplicita la solidarietà che sia la Chiesa, sia la società sono tenute ad offrire a coloro che hanno scommesso sulla vita e la vita in abbondanza, ma non possono essere lasciati soli. L’istituto famigliare – dice il Papa – è custodia e salvaguardia della dignità dell’uomo ma è “tentato” di cedere agli allettamenti dello spirito del mondo. Pare di vedere in controluce le lusinghe dell’egoismo e del consumismo che inizia a fare breccia nel tessuto delle società occidentali – di certo in quella italiana. Parole semplici per esprimere concetti che saranno poi ripresi ampiamente dai suoi successori, fino alla denuncia reiterata da Papa Francesco rispetto alla “cultura dello scarto”. Un altro tassello nell’accudimento papale delle famiglie cristiane. Un’altra tappa di avvicinamento verso quella che sarà la rivoluzionaria svolta del Concilio Vaticano II. Fortemente voluta da Papa Roncalli, l’assise conciliare segnerà anche in modo determinante la visione della famiglia nel contesto di un più organico discorso sulla Chiesa (Giovanni M. Capetta – Sir)  

Migrantes Catania: la comunità delle Mauritius e il Beato Padre Laval

21 Settembre 2020 - Catania - Sabato 19 settembre, all’oratorio salesiano San Filippo Neri di Catania, la comunità mauriziana etnea ha festeggiato con una solenne celebrazione eucaristica la memoria liturgica del Beato Jacques Dèsirè Laval, missionario e apostolo della carità presso le isole di Mauritius. Un appuntamento molto sentito che ogni anno rinnova la devozione e la gratitudine per il Beato francese noto come l'Apostolo dei neri, perché dedicò la vita all'evangelizzazione degli indigeni. La festa è stata organizzata dal diacono don Giuseppe Cannizzo, Direttore dell'Ufficio Pastorale Migrantes della diocesi di Catania, in collaborazione con Milinte Rainald, presidente dell’Association des Immigrats Mauriciens della provincia di Catania. La celebrazione eucaristica si è svolta nel cortile dell'oratorio nel rispetto delle norme anti Covid-19 ed è stata presieduta da padre Antonio De Maria, rettore della Chiesa monumentale di San Nicola La Rena. Sono intervenuti il direttore dell'Ufficio Migrantes,  che ha portato i saluti dell'arcivescovo mons. Salvatore Gristina, e il presidente Milinte. Alla celebrazione erano presenti fedeli italiani e mauriziani cristiani e indù. Padre Laval è stato beatificato nel 1979 da Papa Giovanni Paolo II. Sacerdote francese della Congregazione dello Spirito Santo, dopo alcuni anni di esercizio della professione medica a Port-Louis nell’isola Mauritius nell’Oceano Indiano, si fece missionario e condusse i neri, da poco liberati dalla schiavitù, alla libertà dei figli di Dio. Filippo Cannizzo          

Una Chiesa sempre in uscita

21 Settembre 2020 - Città del Vaticano - Quanto è ingiusto il padrone che chiama, in ore diverse, operai a lavorare alla sua vigna e poi, al termine della giornata, da a tutti lo stesso compenso, sia a coloro che hanno lavorato una sola ora, sia a quanti sono stati assunti alla prima chiamata, lavorando così dodici ore. È per lo meno inconcepibile, per noi, un fatto del genere; nel caso accadesse veramente in una azienda, o in una attività lavorativa, non mancherebbero proteste e disordini. È la parabola di questa domenica che troviamo in Matteo. Nel brano evangelico dei lavoratori chiamati a giornata, ci troviamo a condividere la protesta di quelli che sono stati ingaggiati al mattino presto dal padrone della vigna, i quali ricevuto per ultimi un denaro come tutti gli altri operai si lamentano: “questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Si affacciano allora due domande: chi darebbe a un operaio più di quanto gli spetta per il compito assolto? Perché nella protesta i lavoratori chiedono non un aumento del loro compenso dettato dalle maggiori ore lavorate, ma la diminuzione dalla paga a coloro che hanno lavorato di meno? Qui non si tratta di riflettere sul giusto salario, perché, come in ogni parabola, la logica sottesa è un’altra. Possiamo parlare di ingiustizia del padrone? Un aiuto ci viene dalla prima lettura, l’invito a cercare il Signore che risuona all’inizio del testo di Isaia, un Dio che rivela la sua diversità: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie”. La presunta ingiustizia del padrone serve, dunque, a provocare chi ascolta la parabola; a chi lo cerca Gesù propone di abbandonare tutto, anche l’ovvietà dei propri pensieri, quel ragionare secondo il mondo. La giustizia di Dio va oltre quella degli uomini: gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi. Solo così possiamo comprendere davvero il senso profondo di questa parabola: Dio vuole chiamare tutti a lavorare per il suo Regno, e la ricompensa è la stessa per tutti, cioè la salvezza, la vita eterna. Papa Francesco, all’Angelus, per far comprendere meglio la parabola, utilizza questa affermazione: “chi è il primo santo canonizzato nella Chiesa? Il buon ladrone, che ha ‘rubato’ il paradiso nell’ultimo momento della sua vita”. Quali parole migliori per ricordare che l’agire di Dio “è più che giusto, nel senso che va oltre la giustizia e si manifesta nella grazia”. Perché, come diceva spiegando questa parabola nel 2017, nella chiesa di Cristo “non ci sono disoccupati e tutti sono chiamati a fare la loro parte”. Proviamo a cogliere altre due sottolineature che papa Francesco propone nelle parole che precedono la preghiera mariana. La prima è la chiamata: in cinque orari diversi il padrone ha mandato operai a lavorare nella sua vigna. “Quel padrone rappresenta Dio – afferma papa Francesco – che chiama tutti e chiama sempre, a qualsiasi ora. Dio agisce così anche oggi: continua a chiamare chiunque, a qualsiasi ora, per invitare a lavorare nel suo Regno. Questo è lo stile di Dio, che a nostra volta siamo chiamati a recepire e imitare”. È un Dio che “non sta rinchiuso nel suo mondo”, ma è “sempre in uscita, cercando noi”, perché vuole “che nessuno sia escluso dal suo disegno d’amore”. È la Chiesa in uscita cara a Francesco: comunità chiamate a “uscire dai vari tipi di confini”, per aprirsi a “orizzonti di vita che offrano speranza a quanti stazionano nelle periferie esistenziali e non hanno ancora sperimentato, o hanno smarrito, la forza e la luce dell’incontro con Cristo”. Una Chiesa sempre in uscita, afferma ancora Francesco, perché “quando la Chiesa non è in uscita, si ammala di tanti mali che abbiamo nella Chiesa [...] È vero che quando uno esce c’è il pericolo di un incidente. Ma è meglio una Chiesa incidentata, per uscire, per annunziare il Vangelo, che una Chiesa ammalata da chiusura”. La seconda sottolineatura, la ricompensa. Nella parabola, il padrone paga tutti allo stesso modo, sia chi ha lavorato tutto il giorno, che chi ha lavorato solo un’ora. Dio, afferma papa Francesco, “si comporta così: non guarda al tempo e ai risultati, ma alla disponibilità e alla generosità con cui ci mettiamo al suo servizio”. Fabio Zavattaro

Migrantes: il cordoglio e la vicinanza alla diocesi di Como per la morte di don Malgesini

15 Settembre 2020 - Roma - "La morte di don Malgesini, prete accanto agli ultimi, ci addolora e siamo vicini alla sua diocesi e al vescovo, mons. Oscar Cantoni". Lo scrive in una nota la Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei. La figura di don Malgesini rappresenta, come ha detto mons. Cantoni ,"il santo della porta accanto", al servizio dei più deboli ed emarginati. "Ha lavorato e si è prodigato - aggiunge la nota - con opere di solidarietà mettendo al centro il primato e la dignità della persona con attività di accoglienza di migranti e senza fissa dimora. Preghiamo il Signore per questo sacerdote che ha dato la vita per il bene del prossimo e che la sua testimonianza di vita non venga dimenticata".

Pace, unità, concordia

15 Settembre 2020 -  Roma - Infine alla stessa concordia alla quale abbiamo invitato i popoli, i loro capi, le classi sociali, invitiamo pure, con animo paterno, tutte le famiglie, perché la cerchino e la consolidino. Se infatti non c’è pace, unità e concordia nelle famiglie, come potrà aversi nella società civile? (Giovanni XXIII, Lettera enciclica Ad Petri Cathedra, cap. II, 29 giugno 1959).   Nello stesso anno 1959, papa Giovanni scrive la sua prima enciclica che introduce con queste parole: “Questi tre beni - la verità, l’unità e la pace - da conseguire e promuovere secondo lo spirito della carità cristiana, formeranno l’argomento di questa Nostra prima enciclica, sembrandoCi che, nel momento presente, questo sia particolarmente richiesto dal Nostro apostolico mandato”. E in questo contesto, nel secondo capitolo dell’enciclica ecco il passo dedicato alla famiglia. Un convincimento forte che sia essa la cellula nevralgica della società civile e anche della Chiesa, il nucleo che per primo deve coltivare tutte le virtù necessarie per trovare la concordia nella verità. La pace deriva da questa ricerca che si opera nella carità. Un circolo virtuoso che, nel prosieguo del suo dire, il Papa affida in primo luogo agli sposi, uniti dal vincolo indissolubile e chiamati alla santità e poi singolarmente al padre, a cui chiede di precedere gli altri “non solo con l’autorità, ma anche con l’esempio di una vita integra”; alla madre, che guidi i figli insieme al marito “con fortezza e soavità”; infine ai figli a cui è chiesta obbedienza e capacità di saper amare i genitori e anche aiutarli con l’avanzare dell’età. Se manca concordia nelle famiglie non si può sperare che reggano “i fondamenti stessi della civile convivenza”. Le parole del Papa sono ancora esortazione perché le famiglie trovino al loro interno le risorse per una concordia che non viene da sé ma è frutto della libertà degli uomini e delle donne cristiane e dono dello Spirito Santo. In questa prima enciclica, non dedicata direttamente alla famiglia, sono gettati i semi di una riflessione che negli anni a seguire si amplia ed approfondisce molto. La famiglia non è solo soggetto a cui si chiede di vivere in un certo modo, ma anche oggetto di studio e di analisi delle sue caratteristiche nel tempo, della sua evoluzione o involuzione, delle risorse e delle difficoltà. Giovanni XXIII non dedicherà un documento squisitamente dedicato alla famiglia, ma – come vedremo – non mancherà occasione di confermare i suoi convincimenti sulla centralità del matrimonio per la vita del mondo e della Chiesa. È questa continuità nel magistero dei Papi che ci interpella ancora oggi e ci invita a mantenere uno sguardo privilegiato sulle nostre famiglie, cogliendone tutte le potenzialità e le stesse fragilità da affrontare con coraggio e determinazione. La vita pastorale delle nostre comunità sa valorizzare le energie sane che scaturiscono dalle famiglie? Nella loro quotidianità, nell'amore che circola fra i loro membri, nella capacità di fare rete fra loro e saper portare un contributo di pace a tutta la collettività, le nostre famiglie sono oggi protagoniste? Dare risposta o lasciarsi comunque interpellare da queste domande ci porta a proseguire il cammino seguendo le parole dei nostri pontefici. (Giovanni M. Capetta – Sir))

Mons. Cantoni: “profondo dolore e disorientamento” per la morte di don Malgesini

15 Settembre 2020 - Como - Il vescovo di Como Mons. Oscar Cantoni, recatosi a San Rocco appena appresa la notizia dell’uccisione di don Roberto Malgesini, esprime “profondo dolore e disorientamento per quanto accaduto”, ma anche “orgoglio verso questo nostro prete, che ha da sempre lavorato su campo fino a dare la sua vita per gli ultimi”. Il sacerdote, 51 anni, questa mattina, martedì 15 settembre, poco dopo le 7 è stato trovato privo di vita a San Rocco ucciso da un uomo che pare già essersi costituito alle forze dell’ordine, scrive il giornale diocesano “Il Settimanale: “sacerdote da sempre in prima linea accanto alle persone in difficoltà, schivo e defilato nello stile, non faceva mai mancare il suo sostegno a chi incontrava lungo la strada, costantemente e senza risparmio al servizio di ogni forma di fragilità umana”. Don Malgesini era nato a Morbegno nel 1969. Ordinato sacerdote nel 1998, era stato vicario prima a Gravedona e poi a Lipomo, dal 2008 era collaboratore della comunità pastorale Beato Scalabrini. Questa sera la Diocesi di Como si riunirà in preghiera in Cattedrale, alle ore 20.30, per la recita del Santo Rosario. Si pregherà per don Roberto Malgesini e anche per il suo assassino.  

Migrantes Roma: un osservatorio per i minori fragili

15 Settembre 2020 - Roma – Un Osservatorio per la tutela e il sostegno dei minori fragili è stato promosso a Roma dall’Ufficio Migrantes della diocesi insieme a “Dorean Dote” e Medicina Solidale”. L’Osservatorio è particolarmente attivo nelle periferie della città e nei campi rom. Durante il periodo della pandemia, ancora in corso, i promotori dell’Osservatorio sono stati particolarmente vicini alle famiglie più deboli con pacchi viveri e assistenza medica gratuita

Como: ucciso sacerdote impegnato nell’assistenza agli ultimi

15 Settembre 2020 - Como – Accoltellato e ucciso questa mattina a Como il sacerdote don Roberto Malgesini, conosciuto come il prete degli ultimi. L’aggressione è avvenuta intorno alle 7 di oggi in piazza san Rocco, vicino ala sua parrocchia. 51 anni, il sacerdote è stato trovato a terra, con ferite di arma da taglio, nella strada accanto alla chiesa. Poco distante gli uomini della polizia scientifica hanno ritrovato un coltello sporco di sangue, riferiscono le agenzie. Don Malgesini era impegnato nell'assistenza ai più bisognosi: portava la colazione ai senzatetto e ai migranti e assisteva tutti coloro che vivevano in situazioni di marginalità. Appena avuta la notizia è arrivato sul posto anche il vescovo di Como, Mons. Oscar Cantoni.  

Don Arjan Dodaj: arrivo su un barcone, poi cappellano degli albanesi e oggi vescovo

14 Settembre 2020 -

Roma - La notte del 15 settembre del 1993, a 16 anni, Arjan Dodaj lascia l’Albania su una barca affollata da tanti altri ragazzi come lui, in cerca di un futuro migliore in Italia. Esattamente 27 anni dopo essere salpato dal suo piccolo paese d’origine, Lac–Kurbin, il prossimo 15 settembre, quel giovane migrante, che nel nostro Paese ha incontrato la fede, verrà ordinato vescovo, dopo la nomina del 9 aprile scorso ad ausiliare di Tirana– Durazzo. 

"C’è una trama nella mia storia guidata dal Signore – dice con emozione –. Attraversando l’Adriatico, subito dopo la caduta del regime comunista, mi resi conto che stavo portando con me la mia vecchia vita ma che, contemporaneamente, tutto stava cambiando". Giunto in Italia, don Arjan si stabilisce a Cuneo dove fa il saldatore e "tanti altri lavori nel campo dell’edilizia" e dove incontra, partecipando ad un gruppo di preghiera, la Comunità Casa di Maria, che "mi ha fatto sentire realmente a casa". Così il futuro vescovo si avvicina alla fede cristiana, "i cui semi erano stati instillati in me da mia nonna, mentre i miei genitori subivano totalmente il regime ateo del comunismo», spiega.

Pochi mesi dopo la sua sistemazione nella provincia cuneese, il 30 ottobre del 1994, Dodaj riceve i sacramenti dell’iniziazione cristiana; quindi, maturata la vocazione sacerdotale, nel 1997 si trasferisce a Roma per la formazione e nel 2003 è ordinato sacerdote da Giovanni Paolo II per la Fraternità dei Figli della Croce. Dapprima assegnato come vicario parrocchiale alla comunità di San Domenico di Guzman, a Tor San Giovanni, don Dodaj nel 2004 diventa cappellano della comunità albanese a Roma e dall’anno seguente viene trasferito nella parrocchia di San Raffaele Arcangelo, dove "ha curato la pastorale dei giovani, lasciando un segno profondo con la sua capacità di essere un vero educatore alla fede", dice don Alessandro Cavallo, parroco della comunità del Trullo. Il sacerdote fa sapere che "come comunità parrocchiale, in segno di riconoscenza e di affetto, abbiamo donato a don Arjan una bella croce pastorale ma è importante soprattutto aiutarlo a portarla, sostenendolo nel suo nuovo incarico con la preghiera". 

Dal 2017, su richiesta dell’arcivescovo di Tirana George Anthony Frendo, Dodaj ha fatto ritorno nel suo Paese come sacerdote fidei donum, per "essere anche in quei luoghi, vera terra di missione, testimone efficace specialmente per i giovani, in virtù della sua chiarezza di giudizio di fede", sottolinea il superiore della comunità Casa di Maria don Giacomo Martinelli. Don Dodaj esprime "gratitudine per il nuovo incarico cui Papa Francesco mi ha chiamato" e lo affida a Maria, "presenza centrale nella mia vita, autentica luce nel mio ministero". Per questo il motto episcopale scelto recita “Ecce Mater tua”, "testamento e dono di Gesù sulla croce", dice. Ancora, don Arjan sottolinea "la grazia di essermi formato nella Chiesa di Roma, respirando quella vera cattolicità che mi aiuterà ad allargare lo sguardo, facendomi vero servo di Cristo". Proprio per ricordare il legame del sacerdote albanese con la Chiesa romana, alla sua ordinazione episcopale sarà presente, quale concelebrante, il vescovo ausiliare della diocesi mons. Gianpiero Palmieri, delegato Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio. (M.A. - RomaSette)

Sport: nasce l’Osservatorio contro le discriminazioni

14 Settembre 2020 -

Roma - L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, insieme a Uisp e Lunaria, ha presentato a Roma l’Osservatorio contro le discriminazioni nello sport. Nato dopo molti anni di lavoro, sarà intitolato a Mauro Valeri, sociologo che ha concentrato i suoi studi sui fenomeni del razzismo collegati al mondo dello sport e scomparso nel novembre scorso. Qual è l’obiettivo che si pongono i promotori di questa iniziativa unica in Europa, che ci pone all’avanguardia nella lotta al razzismo? La risposta nelle parole di Triantafillos Loukarelis, direttore dell’Unar. Alla nascita dell'osservatorio è dedicato uno speciale del Giornale Radio Sociale. Madrina dell’osservatorio è stata Beatrice Ion, atleta paralimpica della nazionale di basket femminile, aggredita nei giorni passati con minacce e insulti razzisti. Beatrice ha evidenziato quanto sia difficile raccontare le discriminazioni subite, mentre è rassicurante sapere che c’è qualcuno pronto ad ascoltare e a tutelarti.