Tag: Mobilità umana e migrazioni

Un corso on line sulle migrazioni in Italia

3 Aprile 2020 - Roma - Un corso on line intitolato "Un secolo di migrazioni in Italia, 1920-2020" è stato promosso, in questo momento di permanenza a casa a causa del coronavirus. Si tratta di un progetto pensato soprattutto a fini didattici ma non solo e vuole rispondere ad alcune domande sul tema delle migrazioni oggi nel nostro Paese: quando, come e perché sono emigrati all’estero i cittadini italiani? Da chi e come è composta l’immigrazione straniera in Italia? Quali sono le principali traiettorie delle migrazioni interne? Risponderanno a queste e ad altre domande i ricercatori del Cnr – Ismed in collaborazione con Biblioteche di Roma. Ogni lezione dura circa 20 minuti, avrà inizio alle 12 ed è corredata da suggerimenti bibliografici e tabelle esplicative. Le lezioni resteranno a disposizione sul canale You Tube del Cnr Ismed. A partire da martedì scorso, 31 marzo, ogni martedì per sei settimane verrà caricata una lezione sulle piattaforme comunicative di Biblioteche di Roma e dell’Ismed Cnr. I ricercatori forniranno i propri indirizzi di posta elettronica per rispondere alle domande del pubblico. Il coordinamento scientifico di questa iniziativa è composto da Michele Colucci, Francesco Di Filippo e Stefano Gallo.  

“Cammina umilmente con il tuo Dio”: una testimonianza missionaria

18 Marzo 2020 - Loreto - L’immagine mi ha sempre colpito. Quella del dialogo come un ponte che si oltrepassa per entrare nel territorio dell’altro, per poi rientrare, sano e salvo, nella propria terra. Ritornare, tuttavia, trasformato, cambiato. Vi trovo il valore della curiositas, un’attitudine che mi ha sempre inseguito e stimolato. L’attenzione e l’interesse per un altro mondo, per altre culture mi hanno accompagnato a lungo e in varie occasioni. E mi ricorda che chi ama veramente la propria cultura (per me la cultura veneta, con tutti i suoi sapori, dissapori e valori) riesce a valorizzare la cultura dell’altro e comprendere quanto l’altro la possa amare. Questa apertura di cuore e di mente all’alterità mi sembra una qualità essenziale del carisma scalabriniano. Anche se il nostro carisma muove i suoi primi passi dal "principio di identità ", dalla cura e dall’interesse per  "i nostri", per la gente della nostra terra, della nostra lingua e cultura. Ma l’apertura all’altro sa costruire degli esseri "porosi", non impermeabili. Sensibili, empatici e capaci di dialogo. Ricordo ancora con riconoscenza l’ormai lontana esperienza fatta nel primo anno di teologia all’Università teologica di Friburgo, dove mi trovavo: un viaggio di studi in Cina e Giappone. Esperienza intensa, accuratamente preparata durante un anno dal Dipartimento di Missiologia e da noi studenti. Sì, mettersi in ascolto e in dialogo con una civiltà altra, totalmente differente, esige tempo. Mi ha dato la convinzione che l’intelligenza non è tanto il riempirsi di nozioni e di conoscenze, quasi un insediarsi in una torre d’avorio, rifiutando forse il novum, la sorpresa e l’alterità. Quanto, piuttosto, il trovarsi sempre sulla pista di decollo, pronti a partire… di fronte a ogni evento o incontro. Non restare, quindi, accampati sulle proprie posizioni, ma essere disposti a mettersi in cammino con l’altro, per ascoltare le sue ragioni di vita. La chiamerei "mobilità del pensiero" e la trovo una grande dote scalabriniana, una premessa ad ogni dialogo. Un vero cammino di Emmaus, in fondo, l’arte di farsi interrogativo… Dal punto di vista della fede e della religione, invece, scoprivo che non si poteva dirsi veramente "cattolici" se non si conosce la religione di milioni e milioni di altri esseri umani. Meditare tra i monaci buddisti zen per ore, tutti insieme allineati di fronte alle pareti del monastero fu esperienza intensa, esigente, indimenticabile. Come rivestirsi di un’altra umanità, di un’altra spiritualità. Ammirare, poi, quei paesaggi montuosi tipici di laggiù, che sfumano su orizzonti e profili di montagne azzurrine, impercettibili, all’infinito… quasi facendo comprendere come il mistero fa parte della realtà. Ed è questa una regola d’oro per l’antica cultura cinese, innervata profondamente nel principio ying e yang, a cominciare dal respiro. Dove l’espirazione, lo svuotarsi, ne è movimento chiave, fondamentale. La respirazione acquista in Oriente una valenza fisica, psichica e perfino spirituale. Punto di partenza sempre il vuoto, il silenzio. Un essere pieno di sè, per esempio, non avrà nulla da imparare, alcun interesse al dialogo… Come scalabriniano, questo senso del mistero come parte della realtà, dell’ascolto, della kenosi e dello sguardo contemplativo mi è rimasto dentro, quasi in un dialogo interiore. Il trovarmi di fronte a una cultura antichissima sorta migliaia di anni prima di Cristo, mi faceva vivere il senso dello stupore di fronte all’alterità. Non di giudizio o di condanna. Ma di apertura dei sensi, di fronte a qualcosa più grande di sè. Mi faceva comprendere, pure, come una cultura è semplicemente un punto di vista – perchè situata in uno spazio/tempo particolari - sulla vita, la morte, il tempo, l’educazione, il corpo e l’amore, … maturato per secoli nel cammino di un popolo. Come, in un altro caso, l’osservare una città : lo si può fare da tre punti di vista differenti, dal di dentro, dall’alto o dal di fuori, punti tutti ugualmente importanti e complementari. Ridursi a un unico punto di vista, impoverisce lo sguardo. In questo senso, il carisma scalabriniano tenderà a valorizzare la cultura di una comunità. Ma, allo stesso tempo, a relativizzarla. A metterla in relazione con altre, con altri punti di vista. "La differenza crea il senso", ricorda una regola d’oro della semiotica. E così, penso ai giovani universitari della nostra Missione, che, dopo aver compreso questo, venivano spontaneamente a chiedermi – per una loro personale iniziativa, progetto o idea – il mio punto di vista, anche se esterno. Non assolutizzare il proprio punto di vista, ma ricostruirlo continuamente con l’apporto dell’altro, dell’alterità, lo trovo una grande conquista, un’esemplare prova di umiltà, un tratto interessante del carisma. La missione, poi, mi ha portato a vivere una decina d’anni in un Centro di accoglienza a Ecoublay, in regione parigina, per gruppi di giovani di varie nazionalità, di parrocchie, di movimenti o di migranti. Era il tempo di vivere il dialogo nelle sue dimensioni di spogliazione di sè, di far posto all’altro, di disponibilità senza limiti. Trovando, pure, i modi e i tempi per far conoscere il senso di un carisma, di entrare in dialogo. Ho imparato a coltivare la nostra humilitas, a mettere in valore l’altro nell’atteggiamento di servizio, a praticare in ogni suo aspetto l’ospitalità. A far sentire l’altro "a casa sua", nota tipica e benefica della sensibilità scalabriniana, nella sua erranza. Erano i miei primi anni di missionario e le energie, dieu merci! non mancavano, assieme al DNA veneto come attivismo e contatto umano. Mi sono trovato per vari anni in terra francese e francofona in comunità di emigranti, - italiani, portoghesi e capoverdiani - come leader. Questa figura la definirei "colui che cammina accanto, un passo innanzi". Colui che accompagna una comunità, ma che la precede con lo sguardo, il pensiero, la progettualità, non restandovi in full immersion. È vero, il ritrovarsi per una comunità di emigranti è vitale, nel duplice movimento di dispersione e di comunione, come sistole e diastole nel movimento del cuore. Ritrovare i propri simili, in fondo, è ritrovare se stessi. Ma dovrebbe a volte aggiungersi anche una dinamica di avanzamento verso il Regno, ritrovandosi con altri, di ogni cultura e nazionalità. Come missionario, trovavo importante avere una presenza nella comunità migrante, ma anche nella comunità di accoglienza, con una duplice responsabilità e reconnaissance. Una posizione scomoda, ambivalente, dialogica, ma particolarmente feconda. Dove le attese, le speranze, i progetti degli uni potevano, così, intessersi con quelli degli altri. Dove l’incontro con l’altro diventa il senso della propria opera, nel costruire Chiesa, cioè una comunità di comunità. Ricordo la gioia di un vescovo francese quando per la metà della sessantina di giovani cresimandi erano i nostri portoghesi, dopo un lungo cammino di preparazione tutti insieme, affiancati da animatori per metà francesi e portoghesi. Adulti e giovani di comunità differenti erano, così, impegnati a tessere le fila della comunione, del dialogo tra sensibilità spirituali diverse : i francesi più riflessivi, i portoghesi più oranti. Maturavo la convinzione che il missionario scalabriniano ha il compito del direttore d’orchestra, colui che fa suonare strumenti, talenti differenti e ne sa creare l’armonia. Fa vivere un insieme, la sua presenza fa nascere l’unità, la sua missione è la comunione delle diversità. Mettendo in valore, così, una minoranza, ma relativizzando una presenza preponderante. Questo tratto mi ha sempre accompagnato e stimolato: la valenza spesso profetica e pedagogica di una minoranza, qualsiasi essa sia. E ció puó connotare, pure, il nostro stesso carisma. Il passaggio, poi, dal mondo francofono a quello anglosassone, da Ginevra a Londra, non fu semplice. Mi diede, tuttavia, altre possibilità, aprì altre finestre nella dinamica del dialogo con l’altro in un nuovo contesto multiculturale e multireligioso. Come il vivere nel nostro quartiere di Brixton Road l’annuale interreligious walk, quando buddisti, musulmani, induisti, anglicani del quartiere si visitano reciprocamente in una marcia comune nei differenti luoghi di culto del quartiere (templi, chiese, pagode o moschee...) per far esprimere ad ognuno il senso di una presenza e gli aspetti della propria comunità. Originale pareva, per davvero, spiegare il carisma di Scalabrini a dei buddisti o a dei musulmani convenuti nella nostra Missione cattolica di migranti italiani, portoghesi e filippini. Raccontando che all’origine vi era la missione cattolica degli italiani, poi, allargando la sua tenda, accoglieva una comunità filippina e successivamente una portoghese. Ognuno trovandosi nei vari spazi come "own at home", ma svolgendo anche iniziative o processioni comuni : il miracolo di sentirsi tutti migranti ! Le religioni o le culture si sono costruite come realtà autonome, sicure di sè, centrate in sè stesse. Come un superbo grattacielo ogni religione ha sviluppato radici profondissime, grandi fondamenti e svetta nel cielo con i suoi insegnamenti, i suoi testi sacri. Ma oggi, in cui l’uomo si incontra con l’altro in maniera nuova, rapida, sorprendente, ogni religione è invitata a farsi tenda : spazio aperto, accogliente, ricco di senso per l’umanità. Dove si viva, in fondo, il mistero di Dio e il suo incontro.  "Per comprendere l’altro non bisogna conquistarlo - scriveva Louis Massignon - bisogna farsi, invece, suo ospite : la verità si trova nell’ospitalità". Non mi sarà facile dimenticare l’invito a Chennai (Madras), metropoli di 7 milioni di abitanti (India), dell’anziano pastore anglicano indiano nostro vicino, con cui si collaborava, Rev. Canon John, e trovarmi a mezzanotte dell’ultimo giorno di dicembre in una cattedrale anglicana stracolma per la preghiera del thanksgiving, mentre lui stesso teneva il sermone. E con lui conoscere parrocchie, associazioni e iniziative di solidarietà del mondo anglicano, in terra indiana. Il carisma scalabriniano mi sembrava spingere sempre alla frontiera, con la sua valenza di "ponte-fice" del costruire ponti, del coltivare l’ospitalità. La frontiera è luogo teologico, che relativizza le costruzioni dell’essere umano, l’assoluto delle sue conquiste, la centralità totalizzante del suo mondo. La frontiera è luogo per eccellenza dell’incontro e del confronto, dell’autonomia e della simbiosi, dell’identità e dell’alterità che si danno appuntamento. In fondo, è occasione di scoprire nell’altro un dono e "lo straniero come un fratello  che non hai mai incontrato" dice un proverbio africano. Tuttavia, come scalabriniano dove mi sembra avere vissuto maggiormente il dialogo e l’incontro è stato nel Maghreb, terra di emigrazione : emigrazione di partenza, di arrivo e di transito. Ho avuto la possibilità di passarvi anche periodi relativamente lunghi, o di accompagnare nel Sahara per il ritiro quaresimale per vari anni gruppi di giovani, figli di emigranti, ma nati all’estero. Educarli, così, all’incontro con l’alterità, al dialogo con un’altra cultura. Era per loro fare il salto mortale dei loro genitori nell’avventura migratoria : cambiare mondo. Entrare nel mondo musulmano, dove ogni città è come un grande monastero, dove lo spazio e il tempo sono segnati dalla presenza di Dio. Avere, così, come facilitator - ma anche oasi di riposo, di accoglienza e di scambio - piccole comunità cristiane in terra d’Islam. Veri discepoli del Signore sulla terra del Profeta. Coscienti della loro fragilità, ma anche della forza del dialogo, della preghiera e dello spirito di servizio, vissuti senza misura. Consapevoli, pure, che l’unico vangelo che i musulmani possono leggere è la loro stessa vita. I nostri giovani comprendevano, in questo modo, come viaggiare non era tanto "conoscere nuove terre, ma avere nuovi occhi" (Proust). Si celebrava, allora, l’eucaristia sulla duna più alta, nel silenzio più assoluto del deserto del Sahara... una messa sul mondo! Come dimenticare quando al momento del perdono posavano l’orecchio su questa sabbia rossa, in pieno Sahara, per auscultare la terra... Era per provare a sentire il pianto di milioni di uomini, di donne e bambini, di esistenze infelici sulla terra, impossibili da vivere, miserabili, sradicate dagli eventi e forse migranti. Per chiedere perdono a Dio di avere un cuore insensibile alle tragedie del mondo : Signore, pietà ! Al momento della pace era vedere questi giovani affondare le mani e le braccia il più possibile nella sabbia tenerissima, nel tentativo, in mezzo al deserto, di dare la mano a tutti gli uomini della terra, per esprimere le lunghe solidarietà che avrebbero voluto far nascere... Penso con commozione a questi tanti giovani che il deserto ha consolidato o trasformato nei loro aspetti più sani e più belli. Alcuni sono ritornati in Africa per un periodo di volontariato, altri, per lo stesso motivo, in Brasile,... Una lezione del deserto, che in loro ha saputo fiorire e dare frutto. Un dialogo interiore con se stessi e con l’alterità, che si è fatto realtà. "La Chiesa del Marocco - ci spiegava il vescovo di Rabat - è insignificante per numeri, ma significativa. I cattolici, tutti stranieri (ma non stranieri a questo popolo !) provenienti da 100 nazionalità differenti, sono 25-30mila su 37 milioni di musulmani, pari allo 0,08%. Come dice il Papa, non è un problema essere pochi, il problema sarebbe essere insignificanti, essere sale che ha perso il suo sapore, essere luce che non illumina. Il problema è non essere autentici". Una Chiesa a servizio del Regno di Dio, non di se stessa, aggiungeva, poi, con forza, non autoreferenziale e questo insieme ai musulmani stessi, per costruire tutti la pace, la dignità della donna, un avvenire migliore. Insomma, una Chiesa del dialogo e dell’incontro, come si autodefinisce volentieri e con convinzione. Particolarmente impegnata nella sua passione e compassione per le migliaia di migranti subsahariani, che, d’altronde, fanno rinascere le comunità cristiane in terra d’Islam. Un lavoro immane per la Caritas Maroc, ma anche in tutte le parrocchie. In quella di Oujda, per il sovrafollamento, trovavo ogni volta una coppia di subsahariani accampata anche in sacrestia, mentre sul tappeto dell’altare vi era sempre disteso qualcuno nel sonno, appena arrivato da un lungo viaggio e crollato per la fatica. Mi resta profondamente nello spirito questa fraternità universale, che proviene dalla spiritualità di Charles de Foucauld, eredità per tutto il Maghreb e che struttura l’anima di questa Chiesa : i musulmani sono fratelli e sorelle da amare, semplicemente. I migranti, invece, sono due volte fratelli, anche per la loro doppia marginalizzazione in questo Paese musulmano (essere neri ed essere cristiani). Quanto prezioso per il missionario scalabriniano il sentirsi fratello universale, al di là di appartenenze etniche, culturali, religiose ! Risponde, anche, all’affermazione del Fondatore che "per il migrante la patria è il mondo". E l’umanità la sua famiglia. "O caminho se faz caminhando", infine, mi sembra profondamente un’assioma scalabriniano. E dopo una lunga itineranza mi sembra di aver costruito in me una identità plurale, fatta di culture, di spiritualità e di volti incontrati. In dialogo continuo tra di loro. A volte mi risuonano le parole del mistico arabo Ibn Arabi : "Il mio cuore è divenuto capace di accogliere ogni forma: è un pascolo per le gazzelle, un convento per i monaci cristiani, un tempio per gli idoli, la Ka’ba del pellegrino, le tavole della Torah, il libro del sacro Corano. Io seguo la religione dell’amore, quale sia la strada che prende la sua carovana: questo è mio credo e mia fede".                                          

La Quaresima a un metro di distanza

12 Marzo 2020 - Roma - Come trasformare in una opportunità l’esperienza ansiosa generata dalla presenza del virus, che gira quasi in tutto il mondo, al di là dei confini di ogni Stato? In che modo stiamo vivendo l’invito a rallentare il passo, per poter custodire noi e gli altri? Come ci stiamo rendendo conto del grande dono dell’esistenza ricevuta dal Datore di ogni bene, per viverla integralmente, anche quando sperimentiamo la nostra fragilità? In questi giorni tutti siamo invitati a fissare la distanza di un metro l’uno dall’altro. Ci siamo chiesti: dobbiamo rispettare un metro lineare o un metro quadrato? Se è un metro lineare rischiamo di guardare solo secondo una prospettiva, se quadrato avremo più possibilità di allargare gli orizzonti e renderci più conto in modo reale di chi ci sta vicino, non per difenderci, ma per divenire persone capaci di relazione. Agganciati dalla frenesia dei contatti virtuali con tutto il mondo, spesso ignoriamo chi ci sta vicino, collocato ad un metro di distanza: non vediamo nessuno, non percepiamo la presenza dell’altro. In questo tempo ci sembra si sentir parlare per la prima volta dello spazio salutare, al di là della sua forma geometrica, che può intercorrere tra una persona e l’altra. Sembra che tutti siamo atterrati in questi giorni per la prima volta sulla terra e ci sentiamo incapaci di situarci in uno spazio dove ognuno riconosce la propria esistenza e quella dell’altro. La gente è preoccupata e sta vivendo drammaticamente il disagio, perché causato da un evento che sfugge al controllo: in molti vanno in confusione. Abituati a prevedere e a conoscere anticipatamente tutto, ormai non riusciamo ad accettare che possa accadere qualcosa al di fuori della nostra portata. Mentre alcuni individui sembrano quasi schizzati nei movimenti e si guardano attorno con sospetto, altri minimizzano a tal punto che si rifiutano di riconoscere il pericolo e, per esorcizzare la paura inconscia, negano l’evidenza, bypassando persino le restrizioni indicate per la custodia del bene comune. E se scegliessimo di individuare e di accogliere la realtà così com’è, che comprende anche un’esperienza sgradevole da vivere, che cosa succederebbe? Probabilmente avremmo un contatto diverso con noi stessi e con gli altri: ci scopriremmo persone capaci di gestire con dignità la difficoltà generalizzata, di stare a distanza debita dall’altro, senza oltrepassare il confine fissato. Ad un metro di distanza si può decidere di rispettare la propria e altrui esistenza. Com’è difficile, a volte, fermarsi davanti alla persona che ci sta di fronte, occhi negli occhi, come accadde ad Adamo ed Eva, per riconoscere nella relazione il suo diritto di esistere. In questi giorni non si sa come strutturare il tempo, come riempire i vuoti, in che modo vivere le relazioni ravvicinate e costanti con persone reali e non solo con quelle virtuali. Si ripresenta il “dilemma dei porcospini” (A. Schopenhauer), i quali, un giorno d’inverno, sentendo il bisogno di riscaldarsi, cercarono di avvicinarsi. Si accorsero, però, che la troppa vicinanza causava ferite a causa degli aculei, perciò si sforzarono più volte di trovare la giusta distanza che permettesse loro di riscaldarsi. Il contatto diretto con le persone di carne richiede anche a noi di trovare la distanza che custodisca la vita e, per far questo, occorre allenamento. Dove sta Dio in tutto questo? Lo stiamo cercando? Come ci sta animando la fede, per vivere intensamente questo evento senza sentirci abbandonati da Lui? Dove abbiamo relegato la preghiera? Come valorizzare questo periodo per diventare sempre più persone umane capaci di vivere non solo per se stesse, ma per donarsi agli altri come ci ha insegnato Gesù? In questo tempo di corsa planetaria attraverso i contatti virtuali, gli eventi della storia non determinati da algoritmi programmati, oggi ci interpellano: fermati, riprendi la tua vita tra le mani, ascolta il silenzio e il palpitare dell’esistenza, godi dei momenti di solitudine e ascolta Dio che ti parla, senti la terra sotto i piedi, godi del tuo esserci e dell’esserci degli altri, scopri di essere abitato dall’amore, chiediti che senso ha la tua vita, struttura il tempo vivendolo con te stesso, con gli altri, guarda le stelle, l’alba e il tramonto, vivi l’ordinarietà della vita, senti il profumo dell’altro, dei fiori, guarda e gioisci per la bellezza del creato, porta il tuo contributo responsabile all’umanità, per edificare la società dell’amore fondata sulla giustizia, sulla pace, sulla solidarietà, scopri nella tua vita la presenza di Dio che ti ama. Accogliendo questa Quaresima alternativa come risorsa, possiamo scoprire il ritmo del tempo cadenzato costantemente dall’amore di Dio. Allora tutto acquista un senso, anche il virus che ci spinge a ritrovare i confini dell’esistenza abitata dallo Spirito, mentre riscopriamo la bellezza della vita in profondità e in relazione con gli altri. (Diana Papa - Sir)  

Bogotá: domani vertice degli episcopati della regione boliviariana sull’emergenza migranti

10 Marzo 2020 - Roma - La crisi migratoria, soprattutto per l’emergenza in Venezuela, sarà l’argomento che verrà affrontato dai partecipanti all’incontro delle Conferenze Episcopali della regione bolivariana, previsto per domani, 11 marzo, a Bogotá. Vi prenderanno parte, tra gli altri – informa il Sir - il Presidente del Consiglio Episcopale Latino-Americano (Celam) e della Conferenza Episcopale Peruviana, Mons. Miguel Cabrejos Vidarte, il Segretario generale dello stesso organismo, Juan Carlos Cárdenas Toro, Vescovo ausiliare di Cali, vescovi e rappresentanti degli episcopati di Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia. In tutto saranno presenti nove vescovi. Il fenomeno migratorio, anche alla luce di un recente incontro svoltosi a Cúcuta (città colombiana alla frontiera con il Venezuela), verrà affrontato dal punto di vista pastorale e sinodale, attraverso un dialogo aperto. L’analisi sulla crisi sociopolitica venezuelana e sulla crisi migratoria di portata regionale sarà offerta dal teologo ed esperto del Celam Rafael Luciani. È prevista poi una riflessione sulla rete continentale Clamor e sull’opportunità del suo rafforzamento, come meccanismo di articolazione ecclesiale che consentirà l’elaborazione di una proposta complessiva su tale questione.  

Papa Francesco: i sacerdoti portino l’Eucaristia ai malati

10 Marzo 2020 - Città del Vaticano – La celebrazione mattutina presieduta da Papa Francesco da Casa Santa Marta continua ad essere trasmessa in video dai media vaticani (e anche da Tv2000) ogni giorno alle 7,00. Anche oggi il pontefice ha chiesto di pregare per gli ammalati, per gli operatori sanitari e per “tanta gente che soffre per questa epidemia”. Preghiamo anche per i sacerdoti perché “abbiano il coraggio di uscire e andare dagli ammalati portando la forza della Parola di Dio e l'Eucaristia e accompagnare gli operatori sanitari, i volontari, in questo lavoro che stanno facendo”, ha detto il pontefice. Comment Oggi il Signore chiama noi peccatori a dialogare con Lui perché il peccato ci rinchiude in noi stesi, ci fa nascondere la nostra verità. È quello che è successo ad Adamo ed Eva. Il Signore chiama, venite, discutiamo, parliamo dei tuoi peccati, non avete paura. Io sono capace di cambiare tutto, non abbiate paura di venire a parlare, dice il Signore". Per papa Francesco occorre “avere il coraggio di andare con le nostre miserie a parlare con il Signore”. (R.I.)  

Salesiani e UNHCR uniti per i rifugiati e migranti del Venezuela

10 Marzo 2020 - Lima – L’America Latina è diventata quasi interamente un luogo per i rifugiati. Secondo gli ultimi dati dell’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) “i Venezuelani continuano a fuggire dalla violenza, dall'insicurezza e dalle minacce, così come dalla mancanza di cibo, medicine e servizi essenziali… È il più grande esodo della storia recente nella regione”. Chiunque abbia conosciuto il Venezuela di qualche anno fa, e che lo abbia visitato negli ultimi anni, sicuramente non lo riconosce, scrive l’agenzia dei salesiani Ans spiegando che il Venezuela è stato per decenni il Paese più ricco dell’America Latina. Grazie alle sue enormi ricchezze naturali e, in particolare, alle sue esportazioni di petrolio, è stato in testa all’America Latina, tra i grandi Paesi. Tuttavia, il crollo politico, economico e sociale degli ultimi anni ha fatto sprofondare il Paese nelle classifiche regionali e, secondo i dati e le stime del Fondo Monetario Internazionale, è già uno dei Paesi più poveri dell’America Latina in termini di PIL pro capite. Secondo i dati dell’UNHCR, i venezuelani migranti e rifugiati in altri Paesi sono più di 4,5 milioni. La Colombia è il primo Paese per numero di venezuelani accolti, circa 1,3 milioni. Il Perù è il secondo con circa 768.148. Di fronte a questa situazione, i Salesiani di Magdalena del Mar, Lima, hanno aperto una casa per i giovani che arrivano in Perù, dove viene offerto loro vitto e alloggio. In considerazione del gran numero di Venezuelani, il Ministero degli Affari Esteri ha chiesto ai salesiani – spiega l’agenzia - di firmare un accordo e di utilizzare le sale dell’istituto salesiano nel quartiere di Breña, a Lima, per l’allestimento di uffici temporanei di assistenza ai migranti. Si prevede di ricevere una media di 1.000 persone al giorno. Don José Valdivia, Economo Ispettoriale del Perù e responsabile della Casa per i Giovani Venezuelani, ha spiegato che l’accordo di cooperazione è stato fatto attraverso l’UNHCR, un alleato strategico dei salesiani e del Ministero degli Affari Esteri, e ha anche aggiunto che l'80% dei richiedenti asilo in Perù sono Venezuelani. A sostegno di quest’operazione si sono uniti i giovani che appartengono alla Casa Don Bosco per i giovani migranti e rifugiati venezuelani che vivono nel quartiere di Magdalena del Mar, sempre a Lima. Per quattro giorni i giovani venezuelani hanno lavorato, con il supporto di alcuni rappresentanti dell’UNHCR, per allestire nell’opera di Breña gli spazi destinati a diventare gli uffici di assistenza a migranti e rifugiati. L’accordo riflette l’impegno dell’Ispettoria salesiana nella difficile situazione in cui versano migliaia di giovani migranti venezuelani.  

Coronavirus: messe e preghiere in diretta su Tv2000

10 Marzo 2020 - Roma - Tv2000 incrementa gli appuntamenti religiosi per accompagnare e rendere un servizio a telespettatori e fedeli in questo momento delicato per l’emergenza Coronavirus. Le messe quotidiane in diretta su Tv2000 diventano tre. Oltre a quella delle 8,30 trasmessa attualmente dalla Cappella del Policlinico Gemelli (dal lunedì al venerdì) e dalla Chiesa del Crocifisso di Cosenza (sabato e domenica), da lunedì 9 marzo, alle ore 7, viene mandata in onda la messa celebrata da Papa Francesco nella cappella di Santa Marta. Da mercoledì 11 marzo alle ore 19, inoltre, ci sarà una messa dal Santuario del Divino Amore celebrata per tutta la prima settimana dal vicario del Papa per la Diocesi di Roma, il card. Angelo De Donatis. Con lo stesso spirito di vicinanza e servizio per telespettatori e fedeli, da lunedì 16 a venerdì 20 marzo, durante il programma ‘Bel tempo si spera’, in onda a partire dalle 7.30, saranno inoltre guidati gli Esercizi spirituali a cura del teologo don Armando Matteo. Confermati agli stessi orari i programmi di preghiera già in onda: l’Angelus alle ore 12; la Coroncina alla Divina Misericordia alle 15; il Rosario da Lourdes alle 18; il Rosario a Maria che scioglie i nodi alle 20. “In questo momento delicato per tutto il Paese – spiega il direttore di Tv2000, Vincenzo Morgante – abbiamo deciso di dare il nostro contribuito ed essere sempre più vicini e uniti ai nostri telespettatori e fedeli. Rafforziamo gli appuntamenti religiosi in diretta del nostro palinsesto convinti che anche questo faccia parte di un buon servizio pubblico ai cittadini”. “Con grande sacrificio la Conferenza Episcopale Italiana – sottolinea il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI, Vincenzo Corrado - ha accolto l’indicazione del governo. È un’indicazione molto restrittiva che provoca sofferenza e difficoltà tra vescovi, sacerdoti e fedeli. Siamo però coscienti che questo è il nostro apporto per la tutela della salute pubblica. La fede non si spezza ma in questi momenti di difficoltà si rafforza. Ringraziamo Tv2000 per questo prezioso servizio alla Chiesa e al Paese”.

ISS: diffuso un vademecum su dubbi sul coronavirus

9 Marzo 2020 - Roma – Un “vademecum” su ciò che bisogna fare in caso di dubbi sul coronavirus è stato pubblicato oggi dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con lo European Centre for Disease Control e il Ministero della Salute. Nel vademecum i sintomi a cui fare attenzione, i numeri da chiamare, come proteggere i familiari, dove fare il test. Un documento dedicato in particolare alle persone cha hanno sintomi tali da suscitare il sospetto di contagio da COVID-19 e che possono trovare in questa guida tutte le informazioni per avere assistenza, si legge in una nota dell’ISS. (R.I.)​

Cinesi a Roma donano 10mila mascherine al 118

9 Marzo 2020 - Roma - La comunità cinese di Roma ha voluto donare 10 mila mascherine all'Ares118. La notizie è stata data dall'assessorato alla Sanità della Regione Lazio attraverso la sua pagina facebook. "Un gesto di solidarietà importante - ha detto l'assessore Alessio D'Amato - che rinsalda l'amicizia" tra Roma e la comunità cinese che vive nella Capitale. "Grazie!"  

Perugia: Università per Stranieri bandisce 5 borse di studio a cittadini stranieri o italiani residenti all’estero

9 Marzo 2020 - Perugia - Per il 2020 l'Università per Stranieri di Perugia mette a concorso n. 5 borse di studio destinate a cittadini stranieri o italiani residenti all'estero che abbiano i requisiti per accedere agli esami DILS-PG e che desiderino partecipare ai corsi di formazione e di preparazione a questa certificazione glottodidattica. Accedendo al sito web si possono reperire tutte le informazioni utili sulla DILS-PG e sui relativi corsi https://www.unistrapg.it/node/1782 (bando, modulo di domanda, requisiti di accesso agli esami e i programmi dei corsi previsti nel mese di luglio 2019). L’Università per Stranieri di Perugia, attiva sin dalla sua fondazione nel campo della formazione e aggiornamento degli insegnanti di italiano L2 - oltre che, dagli inizi degli anni ‘90, in quello delle certificazioni linguistiche – nell’intento di rispondere alla crescente richiesta di prove che certifichino le competenze glottodidattiche degli insegnanti del settore, propone, all’interno dell’offerta del CVCL, una certificazione in “Didattica dell’Italiano Lingua Straniera (DILS-PG)”.