Tag: Mobilità umana e migrazioni

Focsiv: domani la Tavolaitalianasenzamuri

14 Giugno 2019 -

Roma - Oltre 5000 persone in 25 città italiane, da Alessandria a Catania passando per Roma, su iniziativa della Focsiv, si siedono nella stessa giornata a tavola nelle piazze e nelle vie simbolo cittadino per ribadire che nel nostro Paese nessuno è escluso.

A Roma la Tavolata sarà imbandita in Via della Conciliazione, tra Via Traspontina e Via Rusticucci come lo scorso 20 ottobre, un lungo tavolo di 270 metri per ospitare 1300 persone, abitanti e non nella città eterna. Tutti insieme per consumare un pasto frugale, offerto dalle organizzazioni, condividendo un pensiero comune: che la città come il resto di Italia condivide, integra, include, mescola culture, tradizioni, lingue, storie e cibi nessuno escluso.

Trecento i volontari di tante associazioni nazionali e locali che garantiranno la buona riuscita dell'evento e tanti gruppi di artisti di strada italiani e stranieri per sottolineare la multiculturalità della Tavolata. Per info http://www.tavolataitalianasenzamuri.it/

Vescovi Usa: “servono politiche più umane”

14 Giugno 2019 - New York - È l’arcivescovo di Los Angeles Josè H. Gomez, Vicepresidente della Conferenza Episcopale Americana, ad aggiornare l’assemblea dei vescovi riuniti a Baltimora sulla politica migratoria del Paese e sulle scelte fatte dalla Chiesa. Mons. Gomez, riferisce il Sir, comincia con i numeri: a maggio di quest’anno sono 84.542 le famiglie arrivate negli Usa dal confine meridionale, ben 30mila in più rispetto a marzo; mentre i singoli migranti arrivati in maggio sono 144mila; in gennaio erano appena 58mila. “Abbiamo bisogno del vostro sostegno, abbiamo bisogno della vostra voce contro azioni ostili verso i migranti e serve impegno a favore di politiche più umane”, è l’appello che l’arcivescovo lancia ai confratelli. Le comunità di El Paso, Rio Grande, Laredo, Yuma, Tucson si trovano a fronteggiare situazioni drammatiche senza ricevere alcun supporto dal governo e “abbiamo bisogno di più volontari” insiste Mons. Gomez. Occorrono servizi legali, assistenza umanitaria e soprattutto “serve una tregua” da viaggi sfibranti, minacce per la vita, miseria. Ai porti di ingresso, gli unici autorizzati a ricevere le richieste d’asilo, le file sono lunghe e i tempi di attesa insostenibili. Ciò che preoccupa la Chiesa americana non sono solo le frontiere, poiché anche i migranti, già stabili nel Paese, si sentono minacciati costantemente da una legislazione che non tutela le famiglie e sta erodendo la protezione dei minori. Anche chi è regolare è penalizzato nell’accesso alla casa e ai benefici sociali, mentre i richiedenti asilo vedono allungarsi all’infinito i tempi processuali che li costringono ad una vita in bilico e all’incertezza costante.  

Oratori, la forza di una proposta

14 Giugno 2019 - Roma - La chiusura della scuola – scrive Avvenire – rende l’oratorio ancor più un bene prezioso messo a disposizione dell’intera società. Un luogo inclusivo, che rinsalda relazioni e costruisce comunità. Un servizio che affianca e accompagna la famiglia con una proposta a tutto tondo, attenta a parlare i linguaggi dei ragazzi e della loro cultura digitale. Un “laboratorio dei talenti” – lo definiva un documento della CEI di qualche anno fa – che educa soprattutto con la forza delle relazioni personali: in un contesto “segnato dalla consumazione immediata del presente, dal continuo cambiamento, dalla frammentazione delle esperienze”, l’incontro con educatori attenti aiuta “a superare il rischio, oggi tutt'altro che ipotetico, della frammentazione e della dispersione”. (Ivan Maffeis)

Da Oriente e Occidente e in ogni lingua del mondo

13 Giugno 2019 - Milano – “Verranno dall’Oriente e dall’Occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli!” (Mt 8,11). Per alcuni secoli, le comunità cristiane del Mediterraneo furono composte da ex-pagani, favoriti nel loro approdo alla salvezza (come dice san Paolo) da una provvisoria e parziale infedeltà dell’Antico Israele. Ma una volta insediata nel mondo greco-romano, la Chiesa non ha visto nella profezia di Gesù una pericolosa eventualità da scongiurare con muri e porti chiusi. Ha invece inviato messaggeri fino ai popoli più lontani per favorire la loro entrata nel Regno. Al Nord un monaco inglese di nome Winfrid (poi Bonifacio) irraggia la vita cristiana in tutta la Germania. A Est vanno Cirillo e Metodio, come maestri di fede e di una lingua scritta, base per la memoria dei popoli. Anche Federico Barbarossa venerava nei Magi evangelici le avanguardie di quei pagani dei quali si riconosceva erede e nel 1160 – certo poco rispettoso dello spirito di Betlemme – portava a Colonia come bottino le loro 'reliquie'. Francesco Saverio in Giappone e Matteo Ricci in Cina, come lo sforzo missionario di Ottocento e Novecento, pur tra ombre ed errori, testimoniano che mai l’orizzonte cristiano si è fermato ai confini di uno Stato, di un popolo, di una lingua. Oggi, mi domando, quanti cristiani conoscono il brano di Matteo da cui siamo partiti? Quanti avvertono la minaccia con cui quel brano si chiude “i figli del regno” – fattisi padroni abusivi della salvezza – “saranno gettati fuori”? Probabilmente molto pochi. Di questa diffusa ignoranza siamo tutti colpevoli. Ma a questo si aggiunge altro veleno. Giorni fa, in un dibattito televisivo, un tale ha affermato – non contraddetto – che “i sovranisti sono comunitari” e “i progressisti sono elitari”. A parte gli equivoci contenuti nei termini 'sovranista' e 'progressista', il messaggio è chiaro: chi predica la chiusura dei confini (etnici, culturali, religiosi) ama la sua comunità; chi chiede apertura e accoglienza (e per questo lavora), non è amico del popolo, il quale vuole tenersi stretto quello che possiede e non essere disturbato da discorsi troppo elevati. Con ogni evidenza, due falsità di bassa lega. Viene fatta una obiezione più seria: le affermazioni del Vangelo non sono soluzioni già pronte per i problemi del momento. Vero. Ci permettono però di giudicare idee e proposte. E ci indicano sempre una 'via d’uscita', che non distrugge la giusta sovranità e indirizza il progresso. Insegnare l’italiano ai profughi è un inizio di annuncio, se è vero – come è evangelicamente vero – che, ce lo ricorda papa Francesco, “si deve partire sempre dagli ultimi”. Pretendere che sia riconosciuta una civile e controllabile residenza ai richiedenti asilo è difesa evangelica della dignità umana. Trattare con amore ogni povero è obbedire a Lui. Ricordare ai nostri piccoli greggi, a Pentecoste e non solo, che il Cristo ha “altre pecore che non sono di questo ovile” e che il suo desiderio è quello di “un solo ovile e un solo pastore” è dovere di chi serve la Parola. Che risuona senza confini, in tutte le lingue del mondo. Realizzare i progetti di Cristo è impresa difficile e lunga. Ma contraddire i suoi desideri sarebbe semplicemente rinnegare il nostro essere cristiani. (Sandro Lagomarsini – Avvenire)  

Torino: “Balon Mundial” con 40 squadre in campo

12 Giugno 2019 - Torino - Quaranta squadre di calcio si sfidano a Torino in Balon Mundial, considerata la Coppa del Mondo delle comunità dei migranti. Dal 15 giugno al 21 luglio giocheranno sui campi della Colletta 32 selezioni maschili e 8 femminili, in rappresentanza di 32 comunità di migranti presenti nel capoluogo piemontese. Parteciperanno all'iniziativa mille atleti. La manifestazione, giunta alla 13/a edizione – scrive AnsaMed - avviene per la seconda volta con la partnership del Museo Egizio, la cui sede ha ospitato ieri il sorteggio dei gironi. Per l'occasione, ha annunciato la presidente del Museo, Evelina Christillin, l'Egizio aprirà le sue porte a tutti i giocatori, che potranno visitare le sue sale insieme a un accompagnatore al prezzo simbolico di 1 euro. E il 15 giugno, giorno di partenza dell'iniziativa, ci sarà un'apertura speciale con ingresso gratuito per tutti fino alle 23,30. “Lo sport, come la cultura - ha rimarcato Christillin - uniscono: noi siamo per i ponti, non per i muri. Anche queste manifestazioni, all'insegna dell'esserci come comunità, sono un modo per fare politica”.  

Svezia: dal Consiglio delle Chiese no alla legge che limita permesso di residenza e ricongiungimenti familiari ai richiedenti asilo

12 Giugno 2019 - Roma - L’ufficio di presidenza del Consiglio delle Chiese svedese ha scritto oggi una lettera ai membri del parlamento a pochi giorni del voto del 18 giugno su una possibile estensione della validità della legge del 2016 che limitava le possibilità di ottenere la residenza in Svezia e i ricongiungimenti familiari per richiedenti asilo. Nella lettera - riferisce il Sir - che invita i membri del Riksdag a votare contro l’estensione della legge, si legge che “quando nel 2016 è stata introdotta la legge sulla restrizione, l’intenzione dichiarata dal governo era di ridurre il numero degli arrivi di richiedenti asilo in Svezia. È indiscutibile che questo numero sia diminuito, ma il nesso causale tra l’introduzione della legge e il numero nettamente in calo dei richiedenti asilo è tutt’altro che chiaro”. Sarebbe infatti legato ad altri fattori, come la chiusura della rotta dei Balcani occidentali e l’accordo Ue-Turchia. Secondo i leader delle Chiese la legge in questione avrebbe avuto “molte altre conseguenze negative” sulle possibilità di “una buona integrazione”, proprio per aver di fatto sostituito i permessi di soggiorno permanenti con permessi a “scadenza”, aver posto severi limiti ai ricongiungimenti famigliari e aver ridotto i diritti dei richiedenti asilo ad aiuti economici e sociali. Le Chiese sostengono quindi il no a un’estensione della legge, il ritorno alla legge ordinaria legge per lavorare negli anni a venire a una nuova legislazione.

…E non riuscimmo a riveder le stelle

11 Giugno 2019 - Roma - “Non è ignota ai migranti l’esperienza del dover cercare la vita altrove, dove si pensa che ci possa essere ancora un futuro, una speranza, sapendo i rischi a cui si va incontro. Rischia invece di rimanere vaga e lontana, per chi non ne fa diretta esperienza, l’asprezza di perdere tutti i propri riferimenti, insieme alle persone care e magari a tanti innocenti”. Lo scrive il Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nella prefazione al volume “…E non riuscimmo a riveder le stelle” di Salvatore Martino edito da Tau e inserito nella collana Testimonianze e Esperienze delle Migrazioni della Fondazione Migrantes. Per il cardinale le notizie dei drammi, che “non cessano, producono a volte nella nostra cultura un senso di assuefazione e quasi di inflazione, con relativa perdita di valore. Analogamente, interrogandosi a posteriori sulle possibili concause del numero impensabile di vittime dell’Olocausto, George Steiner lo collegava all’inerzia prodotta dal fatto che le cifre elevate avessero perso, nei bollettini dell’epoca, ogni significato”. Il volumetto raccoglie 18 poesie che raccontano il dramma che oggi vivono migliaia di uomini e donne alla ricerca di un futuro diverso per loro e le loro famiglie e che vuole “sensibilizzare al tema della mobilità” che richiede “sicuramente il parlare ai cuori e nulla può, come le poesie, riuscire a porsi alla stessa altezza del sentimento umano”, scrive il direttore generale della Fondazione Migrantes, Don Giovanni de Robertis: il tema dell’arrivo di tanti uomini e donne via mare che sfuggono alla guerra si dipana attraverso fotogrammi, pennellate donate da parole semplici, dirette, oserei definirle nude”. E alle parole si accompagnano immagini che il fotografo Romano Siciliani ha messo al “servizio delle poesie, testi e immagini che per un lettore di fede possono trasformarsi in preghiere”. La lettura politica delle migrazioni, nonostante il tema sia di estrema attualità e segno dei tempi, “sembra essere guidata – scrive De Robertis – con sempre più miopia: si respingono le persone in fuga da crisi e da conflitti che arrivano via mare permettendo di fatto, attraverso le leggi approvate, un ingresso solo irregolare in Italia”. (R.Iaria)  

Consiglio d’Europa: migranti e minoranze sono usati come “capri espiatori”

11 Giugno 2019 - Strasburgo - “Il populismo xenofobo continua a segnare l’attuale clima politico in Europa. Alimenta una retorica ostile ai migranti, che spesso nutre discorsi di odio razzista, spezza tabù e provoca altre espressioni di odio. Questa banalizzazione contrasta nettamente con le norme che erano state finora rigorose nel discorso pubblico ed è un fenomeno molto inquietante”. È il rapporto annuale della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri – organismo del Consiglio d’Europa) pubblicato, riferisce il Sir, oggi che fotografa questa situazione. Motivo di particolare preoccupazione sono “le intenzioni di figure politiche populiste, che cercano di dividere le società in base a criteri nazionali, etnici o religiosi”. “L’ideologia loro/noi”, si legge ancora nel rapporto, “mette in pericolo le società inclusive e rischia di compromettere i principi basati sulla tolleranza, fondamento delle società democratiche europee”. Questo pensiero oggi si respira anche “nei partiti politici tradizionali e nei governi nazionali”, non più solo in quelli estremisti. L’Europa, segnala ancora il rapporto, “incontra una crescente opposizione all’idea un tempo data per acquisita, per cui il multiculturalismo è un elemento positivo e desiderabile per le nostre società”. Migranti e minoranze sono usati come “capri espiatori” per rispondere alle “crescenti preoccupazioni dell’opinione pubblica per il cambiamento economico, geopolitico e tecnologico”. A mancare secondo l’Ecri è una “reazione rapida con un chiaro messaggio di segno contrario”.  

Costituzione e Migrazioni: un dibattito domani a Roma

11 Giugno 2019 - Roma - “Poiché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto’ Costituzione, città, migrazioni”. Questo il tema di un incontro che si svolgerà domani sera presso la Chiesa di San Francesco del Caravita all’interno degli eventi della mostra Exodus esposta nella Chiesa. A partire dal libro "La Costituzione: un manuale di convivenza", edito da Paoline dialogheranno Mons. Guerino Di Tora vescovo ausiliare di Roma e presidente della CEMi e della Fondazione Migrantes; Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale e autore del volume, Alberto Quadrio Curzio, presidente emerito dell'Accademia Nazionale dei Lincei e Rocco Buttiglione, già parlamentare e docente universitario. Modererà l’incontro Angelo Zema, Direttore del settimanale “RomaSette”

Axel ce l’ha fatta: ora è in Usa, studia e cammina di nuovo

10 Giugno 2019 - Milano - Posa con l’abito del diploma della Hogg Middle School appena ottenuto, a fianco alla bandiera del suo Nicaragua. Axel Palacio Molina sorride fiero. Non solo per il successo scolastico conseguito. Finalmente, dopo oltre dieci mesi di calvario, il 15enne ha abbandonato stampelle e sedia a rotelle. Nello scatto appare ben ritto sulle sue gambe. “Guarda come me le hanno aggiustate bene!”, dice il ragazzino. A rimetterlo in piedi sono stati i medici dell’ospedale pediatrico di Houston che hanno effettuato un delicato intervento, finanziato dalla chiesa protestante Ecclesia, per estrarre il proiettile conficcato nell’anca destra. “Lo sapevo che se fossi arrivato negli Usa, avrei potuto correre di nuovo”, afferma raggiante. E’ stata questa convinzione granitica a dare la forza a lui e al resto della famiglia di camminare – nel senso letterale del termine – per oltre 4mila chilometri. In buona parte insieme alla Carovana che, lo scorso autunno, ha raccolto migliaia di disperati del Centroamerica. Uomini, donne, bimbi e adolescenti in fuga dalla violenza delle bande criminali che tengono in ostaggio interi pezzi della regione, dalla corruzione che divora l’economia, dal cambiamento climatico che secca i raccolti. Axel e la sua famiglia scappavano dalla feroce repressione di Daniel Ortega. Erano stati i suoi sgherri a soffocare nel sangue la protesta civica a Diriamba, città a una quarantina di chilometri da Managua, l’8 luglio scorso. Una rivolta pacifica, portata avanti in gran parte da giovani e giovanissimi, come Axel e il suo amico Josué. “Noi lo chiamavamo ‘Fetito’, perché era piccolo e magro. Era il mio migliore amico. La polizia di Ortega è arrivata all’alba, armata fino a denti. Hanno sparato ad altezza d’uomo. ‘Fetito’ era stato colpito ed era caduto a terra. Si sono avvicinati e l’hanno finito con un proiettile di Kalashnikov al torace. Ho cercato di fargli scudo con il mio corpo e sono stato ferito”, racconta Axel che si è salvato per un soffio. Altri manifestanti l’hanno portato via in braccio e l’hanno tenuto nascosto. “Non ci hanno messo molto a venire a casa ha cercarlo. Hanno fatto tre irruzioni. Ogni volta dicevano: ‘Tuo figlio è un terrorista. Dove sono le armi?’. Ovviamente non c’era nessun arma. Ero una maestra, al limite potevano trovare qualche quaderno.. Mio figlio non aveva ancora compiuto 15 anni, come poteva essere un terrorista? – aggiunge la madre, Idania Molina -. La terza volta, si sono scagliati su mia figlia di 17 anni. ‘Ora la facciamo parlare’, dicevano. Sapevo che cosa significava, non potevo permetterlo. Allora li ho supplicati: ‘Fate quello che volete a me, ma lei lasciatela stare…’ Allora si sono accaniti su di me”. A quel punto, la vita dei Palacio Molina era segnata. Restare significava la morte. Per questo, attivisti per i diritti umani e sacerdoti hanno aiutato Idania a raggiungere Managua con l’altra figlia, Chely, di 12 anni, per denunciare. “Là siamo rimaste nascoste in attesa di ricongiungerci con Axel e il marito di Idania, Lester, e lasciare il Paese, ovviamente di nascosto. La cosa peggiore è stata dover lasciare la mia figlia maggiore. Era troppo sorvegliata ed è dovuta rimanere con mia madre. Non sa quanto mi manca..”. Per seminare la polizia orteguista, la famiglia ha cambiato cinque “case sicure”, come vengono chiamati i luoghi in cui si nascondono i dissidenti. Poi, alla fine di agosto, una volta riunita la famiglia, l’esilio. Prima l’Honduras, poi il Guatemala quindi il Messico, dove ha incontrato la Carovana. “I fratelli centroamericani sono stati molto solidali. Sono rimasti commossi dalla nostra storia. Dato che non riuscivo a camminare mi hanno portato a spalle per lunghi tratti. Poi, insieme alle autorità del Chiapas, hanno fatto una colletta per comprare una sedia a rotelle. Mi dicevano: “Almeno tu devi farcela”. E’ anche grazie a loro se sono qui. Grazie a loro e ai giornali che hanno scritto di me”, afferma Axel. Già perché la storia del piccolo nicaraguense che marciava verso gli Usa in sedia a rotelle ha conquistato i media internazionali, tra cui Avvenire, tra i primi a raccontarla e a cercare di aiutare a distanza i Palacio Molina. “Quando, finalmente, abbiamo raggiunto il confine tra Matamoros e Brownsville, gli agenti avevano sentito parlare di noi. Così ci hanno fatto restare ‘solo’ un giorno accampati sul ponte in attesa di poter presentare domanda di asilo”, sottolinea Idania. Da quando, dalla primavera 2018, Donald Trump ha imposto una stretta sulle istanze di rifugio, le richieste vengono accettate con il contagocce. Le persone attendono mesi alla frontiera prima di poterla sottoscrivere e, in genere, vengono rispediti ad aspettare la risposta in Messico. Per i Palacio Molina, però, alcune guardia coraggiose hanno fatto un’eccezione. Quel 7 gennaio, in bilico tra Messico e Usa, Idania lo ricorda perfettamente. Il terrore di essere divisi o respinti. Il freddo pungente della notte. I passi marziali dell’uomo di guardia. E, alla fine, quelle parole di salvezza pronunciate in un misto di inglese e spagnolo: “E’ il ragazzino della sedia a rotelle. Loro devono passare”. Certo, si tratta solo di un primo passo. Non poco, però, nell’epoca di muri a oltranza, fisici e legali, per fermare il flusso dei rifugiati. I Palacio Molina hanno presentato istanza e sono stati ascoltati in una prima udienza. Ne occorrono, però, almeno altre due per sapere se potranno restare sul suolo statunitense. Nel frattempo, però, grazie a Ecclesia, hanno trovato una prima sistemazione a Houston. Idania fa le pulizie ad ore, Lester qualche lavoretto di tanto in tanto, Chely frequenta la scuola. Come Axel che, allo studio, abbina continui esercizi di riabilitazione. “Sono stati mesi duri, durissimi. Ma ne è valsa la pena. Ormai cammino senza troppo sforzo, sto imparando l’inglese e ho terminato la terza media. A scuola, professori e compagni hanno cercato di darmi una mano per inserirmi, così sono riuscito a prendere dei buoni voti. Quando mi chiedono che cosa vorrei fare da grande, rispondo il Marine. Per ripagare questo Paese che mi ha accolto. E con i risparmi, vorrei fare dei regali a quanti mi hanno aiutato quando non avevo niente. Ci vorrà tempo lo so. Ma la Carovana mi ha insegnato la pazienza. Si avanza così: un passo alla volta”. (Lucia Capuzzi – Avvenire)