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La Parola di Dio come antitodo all’indifferenza

27 Gennaio 2020 -

Roma - La Chiesa italiana ha celebrato la Domenica della Parola di Dio, come proposto da Papa Francesco già a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia, poi istituita con la lettera apostolica “Aperuit illis”. Una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio: “non una volta all’anno, ma una volta per tutto l’anno”.

Il presidente dei Vescovi italiani, card. Gualtiero Bassetti, introducendo i lavori del Consiglio Permanente, aveva dichiarato l’adesione convinta a questa proposta come occasione per riscoprire la centralità della Parola di Dio e “tornare a un incontro personale e comunitario con la Parola. Parola mai ovvia, mai banale, tesoro inesauribile, che non afferreremo mai nella sua ricchezza e profondità”. Inoltre, il presidente aveva richiamato come “della Parola vive ogni discepolo; per la Parola crede; sulla Parola poggia la pietà, la catechesi e la fede vissuta; dalla Parola si riversano sugli altri i gesti della carità e si genera e rigenera la comunità”.

Da qui, l’auspicio che questa occasione non sia stata solo un appuntamento tra tanti. Il ritornare alla fonte della buona notizia è l’unica possibilità per ritrovare freschezza, coraggio e desiderio di vivere personalmente e comunitariamente nel quotidiano la consapevolezza di un Dio che cammina con noi e con ogni creatura.

La Parola di Dio è un antidoto per non lasciarsi travolgere dall’indifferenza o dall’autoreferenzialità rispetto ad un vissuto quotidiano che desidera ascoltare buone notizie. In questo consiste la missione della comunità cristiana: facilitare l’incontro tra la Parola di Dio e ogni uomo e ogni donna. È la via per rigenerare comunità credibili e testimoni autorevoli. Ma in tutto questo è indispensabile la capacità di ascoltare per lasciarsi provocare dalla Parola.

L’uomo è un essere che ascolta fin dal grembo materno. L’ascolto vero produce delle trasformazioni, mettendo l’uomo in condizione di uscire da sé per andare incontro all’Altro e agli altri. L’ascolto diventa obbedienza, non nel senso morale ma nella capacità di accogliere una parola che dà vita. Così come non c’è dialogo senza ascolto.

Che stia declinando oggi una cultura dell’ascolto è evidente: tutti preoccupati di parlare ma non forse di ascoltare le parole dell’altro.

Ci si dimentica che ascoltare ed essere ascoltati significa esserci, perché l’accettazione dell’altro inizia con l’ascolto. L’ascolto esige che l’altro sia accolto con pazienza, lasciandogli spazio, dedicandogli del tempo. Avere molta umiltà e disponibilità.

Nel libro dell’Apocalisse, l’autore rivolgendosi alle comunità cristiane del suo tempo, ricordava la delicatezza della parola detta da Dio che necessita dell’ascolto: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). La domenica della Parola di Dio dovrebbe generare e nutrire questa consapevolezza: un Dio che è presente e che sta sulla soglia della porta della vita di ciascuno, sussurrando e proponendo con delicatezza gesti e parole belle. Ma l’altro aspetto è che Dio entra solo nel rispetto della libertà della sua creatura e se la sua creatura gli permette di entrare.

È la dinamica della vita cristiana, della missione, dell’Evangelizzazione: Dio e l’umano che si parlano e si ascoltano. A ben vedere, il ritornare senza indugio alla fonte, alla Parola di Dio, come del resto auspicava già il Concilio Vaticano II, è l’unica via possibile per un improrogabile rinnovamento personale e comunitario.

(Valentino Bulgarelli - direttore dell’Ufficio catechistico della Cei)

Nella gioia del Battesimo oltre le frontiere: due incontri a Padova per parlare di migrazioni, diritto alla protezione internazionale e accoglienza

23 Gennaio 2020 - Padova – “Nella gioia del Battesimo… oltre le frontiere” è la proposta che il Coordinamento ecclesiale richiedenti protezione umanitaria (formato dai rappresentanti di diverse realtà e uffici diocesani: Caritas, Pastorale Migrantes, Pastorale della Missione, Pastorale Sociale, Missionari Comboniani), e Acli Padova offrono in particolare ai membri degli organismi di comunione delle parrocchie della diocesi patavina, ma aperta a quanti interessati ad approfondire il fenomeno delle migrazioni, avere strumenti per interpretarlo e spunti di azione sul fronte dell’accoglienza. Dopo i primi tre incontri di novembre e dicembre, altri due appuntamenti sono in programma tra gennaio e febbraio 2020. Il promo questa sera, giovedì 23 gennaio, alle ore 20.45 nel centro parrocchiale di Saccolongo (Pd) cui seguirà un ulteriore incontro venerdì 7 febbraio alle ore 20.45 nel centro parrocchiale di Vigodarzere (Pd). Durante le due serate si parlerà di immigrazione, diritti e integrazione con gli interventi di Elena Spanache, responsabile Sportello Immigrazione di Acli Padova (Strumenti di interpretazione del fenomeno migratorio e dati dal territorio); Giovanni Barbariol, dell’associazione Avvocato di strada (Il diritto alla protezione internazionale alla luce della normativa italiana ed europea) e don Elia Ferro, direttore Migrantes di Padova (Non di solo pane) e il coordinamento di Gianni Cremonese, presidente Acli Padova.

Greco Cattolici: il Coordinatore in Italia, Mons. Cristian Dumitru Crişan, è vescovo

22 Gennaio 2020 - Città del Vaticano - E’ stato nominato oggi vescovo ausiliare dell’Arcieparchia di Făgăraş e Alba Iulia (Romania) don Cristian Dumitru Crişan dal 2018 Coordinatore Nazionale Migrantes  della Pastorale dei greco-cattolici in Italia. La nomina è del Sinodo della Chiesa Arcivescovile Maggiore Greco-Cattolica Romena alla quale Papa Francesco aveva concesso il suo assenso, assegnandogli la sede titolare di Abula. Nato l’11 ottobre 1981 a Reghin, nella contea di Mureş, nell’Arcieparchia di Făgăraş e Alba Iulia, Mons. Dumitru Crişan, dopo il suo ingresso in Seminario, dal 2000 al 2003 ha studiato nella Facoltà di Teologia greco-cattolica a Blaj e successivamente è stato inviato a Roma per l’Anno Integrativo Propedeutico, organizzato dalla Congregazione per le Chiese Orientali presso il Pontificio Istituto Orientale. Nel 2007 ha conseguito il Baccalaureato in Teologia presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, a Roma e nel 2012 il Dottorato in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense. Dal 2016 al 2017 ha studiato nella Facoltà di Scienze dell’Educazione all’Istituto Cattolico di Parigi in co-tutela con l’Università Paris IV Sorbonne e nel 2018 ha ottenuto il Certificato “Emouna – l’Anfiteatro delle Religioni” presso l’Università di Scienze Politiche di Parigi.  È stato ordinato sacerdote l’11 maggio 2008 a Bucarest.  Nel 2012 è stato nominato Parroco di “San Giorgio” di Parigi e Rettore della Missione greco-cattolica Romena in Francia. Dal 2013 è notaio del Sinodo dei Vescovi della Chiesa greco-cattolica Romena. Il 9 aprile 2018 è stato nominato Visitatore Apostolico per i fedeli greco-cattolici Romeni in Europa. A Mons. Dumitru Crişan gli auguri della Fondazione Migrantes e della nostra testata per un proficuo ministero episcopale.

Migrantes Rieti: sensibilizzare sulla realtà migratoria

22 Gennaio 2020 - Rieti – L’azione pastorale del servizio diocesano Migrantes della diocesi di Rieti, diretto da suor Luisella Maino, punta anche a sensibilizzare i reatini riguardo la realtà migratoria, anche attraverso testimonianze di italiani che vivono l’esperienza di emigrati condividendo diverse realtà: da quelle povere nel continente africano, come avvenuto attraverso l’incontro con Benedetta Tatti, giovane reatina che a dicembre aveva raccontato della propria esperienza nel Mali dove lavora come capitano dell’Esercito (che ha aiutato a capire le difficoltà di quelle terre da cui molti fuggono) a quelle delle opulente e secolarizzate società dell’Occidente: in questo caso New York. A portare la testimonianza di italiana negli Usa è stata, nell’incontro svolto l’altra settimana nel teatrino parrocchiale della Madonna del Cuore, Claudia Calì, giovane musicista di Perugia, che è volata oltre oceano nel 2006, “ancora prima che si sollevasse quest’onda di italiani che fuggono all’estero, la cosiddetta fuga dei cervelli”. Claudia si è dunque presentata come “una emigrata dall’Italia e un’immigrata negli Stati Uniti, e faccio parte di quella cosiddetta schiera di Italiani nel mondo”: una condizione, ha tenuto a precisare, non certo come quella drammatica di chi parte da Paesi in guerra o sfugge alle oppressioni, alla fame, alla miseria. Ma comunque un’esperienza che ti mette ugualmente in grado di comprendere che cosa significhi lasciare casa, affetti per ricominciare da capo in una terra non tua. Essere emigrati significa certamente “avere la possibilità di sbocciare, perché si ha l’occasione di venire a contatto con persone di culture e di lingue diverse e, quindi, di avere possibilità nuove che chiamano a mettersi in gioco con i propri carismi, la propria cultura, la propria personalità”. Una sfida che lei ha accettato nella sua esperienza musicista/pianista, impegnandosi per ottenere un dottorato di ricerca e giungere a insegnare all’università. Certo non mancano le difficoltà, “a partire dalla solitudine che si sperimenta soprattutto nei primi momenti e che potrebbe talvolta diventare determinante per lasciarsi andare e mollare tutto. Si avvertono le difficoltà della lingua, della necessità di cambiare alimenti, di organizzare la propria giornata e il proprio tempo in maniera completamente diversa. Inoltre è forte il richiamo delle origini, alimentato anche da una certa idealizzazione del proprio paese quando si vive lontani da casa”. Con quel senso di estraneità alla realtà in cui ti trovi e in cui fai del tutto per sentirti inserito, non senza affrontare i pregiudizi che, nella società statunitensi, permangono verso i non anglosassoni, italiani in primis. Ad arricchire l’incontro suor Piera Cori, la pastorella “cantautrice di Dio” in passato di stanza alla Madonna del Cuore, con alcune canzoni in tema nel ricordare che dinanzi a Dio si è tutti uguali figli a prescindere da colore della pelle, etnia e nazionalità. (C.V. – Lazio Sette)

Centro Missionario–Migrantes Roma: incontro con Gianni Valente.

20 Gennaio 2020 - Roma - La “missio ad gentes” come paradigma dell’evangelizzazione: sarà questo il tema del secondo incontro di formazione promosso dal Centro missionario diocesano e dall’Ufficio Migrantes del Vicariato di Roma e in programma per sabato 25. Al centro dell’appuntamento una riflessione a partire dall’intervista rilasciata da Papa Francesco al giornalista Gianni Valente nel libro “Senza di lui non possiamo far nulla”. Ad intervenire, oltre al giornalista autore del libro, Stella Morra, docente alla Pontificia Università Gregoriana, e suor Enza Carini, Segretaria generale delle Missionarie Comboniane.  

Cristianesimo e Islam per una Città plurale: incontri a Messina

20 Gennaio 2020 - Messina - La Comunità Islamica di Messina e la diocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, rappresentata da Consulta delle Aggregazioni laicali, Caritas, Ufficio Migrantes e Ufficio per il Dialogo interreligioso, ripropongono, dopo la “positiva” esperienza delle precedenti edizioni, nuovi incontri sul “Cristianesimo e Islam per una Città plurale” con lo scopo di continuare e “progredire nella conoscenza, nel riconoscimento reciproco e nella convivenza pacifica, consapevoli che la comprensione di affinità e differenze aiuti a stabilire un clima di maggiore dialogo e serenità per la realizzazione di una Città plurale”. Il primo appuntamento è previsto per domani, martedì 21 gennaio, presso il “Salone delle bandiere” di Palazzo Zanca. Il tema di questo primo incontro sarà: “La fraternità originaria dei popoli”. L’incontro propone di “riscoprire – si legge in una nota - insieme l’orizzonte della fraternità universale, in questo nostro tempo di disincanto e disinteresse, in cui anche il credente rischia di essere irrilevante. Per l’uomo che crede, smentire la fraternità tra i popoli equivale a smentire l’originario progetto del Creatore, del Dio dell’Alleanza, del Signore dei mondi. L’umanesimo fraterno e universale – prosegue la nota -  è un cantiere, un incessante ritorno alle relazioni umane, una carovana in pellegrinaggio per cui è vitale il riconoscimento e la custodia reciproca, insieme al servizio nei confronti dell’Altissimo”. A relazionare saranno Joseph Levi, , Rabbino capo della Comunità ebraica di Firenze e della Toscana centro-orientale dal 1996 al 2017; Mons. Giuseppe Costa, professore ordinario di Sacra Scrittura presso l’Istituto Teologico “S. Tommaso” di Messina e Abdelhafid Keith, presidente della Comunità islamica siciliana e Imam della Moschea di Catania.

L’ecumenismo della gentilezza: da domani la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

17 Gennaio 2020 - Roma – Dal 18 al 25 gennaio si celebra in tutte le diocesi italiane la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “Ci trattarono con gentilezza” (At 28,2) è il tema scelto per questa edizione. Per l’animazione è stato prodotto un sussidio, preparato dalle Chiese cristiane di Malta e Gozo, che offre alla meditazione alcuni testi biblici. La presentazione italiana del sussidio porta le firme di Mons. Ambrogio Spreafico, Vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e Presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, del Pastore Luca Maria Negro, Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, e del Metropolita Gennadios, Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta ed Esarca per l’Europa Meridionale. “L’ospitalità – vi si legge – è una virtù altamente necessaria nella ricerca dell’unità tra cristiani. È una condotta che ci spinge ad una maggiore generosità verso coloro che sono nel bisogno. La nostra stessa unità di cristiani sarà svelata non soltanto attraverso l’ospitalità degli uni verso gli altri, pur importante, ma anche mediante l’incontro amorevole con coloro che non condividono la nostra lingua, la nostra cultura e la nostra fede”.

Siracusa: concluso il corso di formazione “Badabene” per donne straniere

17 Gennaio 2020 - Siracusa – Si è concluso, presso i saloni della parrocchia di S. Rita a Siracusa, il primo corso regionale di formazione per badanti, intitolato ‘BadaBene’. Sono stati conferiti gli attestati di partecipazione a 12 ragazze provenienti da Colombia, Polonia e vari paesi dell’Africa, che hanno frequentato un trimestre di lezioni ed esercitazioni pratiche e superato l’esame finale. Il corso, patrocinato dal Comune di Siracusa, dalla diocesi, dalla Caritas diocesana e dalla Fondazione Migrantes, è nato per iniziativa delle Suore scalabriniane di S. Carlo Borromeo ed è stato tenuto da professionisti di tre settori di competenza: un medico, per la parte igienico-sanitaria, un informatico, relativamente all’uso delle tecnologie informatiche e della comunicazione, un’avvocatessa, per l’ambito giuridico e di educazione civica. La formazione umana e spirituale nonché la guida pratica alla cura dell’anziano sono state svolte da suor Angelina Preci. Questo progetto finalizzato all’integrazione reale di donne straniere nel tessuto sociale siracusano ha decisamente raggiunto gli obiettivi prefissati, dal momento che alcune ragazze – dice sr. Angelina - sono state già inserite in contesti familiari per l’assistenza domiciliare agli anziani, mentre per altre sono in corso di definizione proposte lavorative. Il corso si è sviluppato con l’intento di far incontrare in modo proficuo domanda e offerta di lavoro, in un settore, quello dell’assistenza all’anziano, estremamente delicato perché si tratta di affidare “i nostri anziani a persone estranee, le quali talvolta diventano persino custodi della vita di questa categoria fragile. Da un lato, dunque, si è constatata la pressante richiesta da parte delle famiglie di figure professionali affidabili, cui delegare il compito di ‘accompagnare’ i propri congiunti anziani e dall’altro lato si è individuata un’opportunità concreta di lavoro per le donne straniere, altrimenti costrette a subire la logica assistenzialista della prima fase di gestione del fenomeno migratorio”. Ognuno dei professionisti coinvolti ha cercato, quindi, di trasmettere un adeguato know-how alle ragazze che consentisse loro di conoscere le basilari regole di pronto soccorso, le norme di buon comportamento in casa dell’anziano e all’esterno (dal medico generico, in farmacia, alla Asl, al supermercato), di comprendere che lo Stato italiano, per cultura e tradizione, è uno Stato d’accoglienza e riconosce costituzionalmente lo status di straniero, ma che a pari diritti corrispondono altrettanti doveri. Dal punto di vista operativo, poi, le ragazze hanno svolto delle sessioni pratiche presso case di riposo per anziani, mettendo così a frutto sul campo quanto imparato in teoria. Al termine dell’esperienza i responsabili del progetto hanno redatto delle schede descrittive delle peculiari caratteristiche di ogni allieva, così da costituire un data-base per rispondere alle richieste del mercato del lavoro in maniera solerte ed oculata. Si è trattato “certamente di un’iniziativa pilota da reiterare, quale apprezzabile esempio di accoglienza ed integrazione delle donne migranti”, conclude la religiosa.

La comunicazione è comunione

17 Gennaio 2020 - Roma - Babele o Pentecoste? La domanda, dal sapore amletico, fotografa in modo nitido il momento attuale della comunicazione.  La Sacra Scrittura, del resto, ci dona continuamente parole e immagini con cui leggere la storia degli uomini. Ecco, allora, che al caos della Babele, in cui a regnare è l’incomprensione vicendevole, si contrappone l’armonia della Pentecoste, dove la comunione ricompone le diversità nella comprensione dell’unico messaggio da parte di tutti. È una grande lezione, questa, per tutti gli operatori della comunicazione che vedono la qualità del loro lavoro messa a dura prova. Eppure l’efficacia della parola pronunciata sta proprio nella capacità di generare comunione. D'altronde, comunicazione è comunione! Quasi cinquant'anni dopo, conserva ancora tutta la sua attualità l’invito dell’Istruzione pastorale Communio et Progressio: “La comunicazione, per la quale gli uomini divengono prossimi fra di loro, si trasformi davvero in comunione” (n. 12). Un auspicio che apre un cammino da percorrere nell'ascolto gli uni degli altri. (Vincenzo Corrado)  

L’italiano spiegato alla scuola migranti in un docufilm

16 Gennaio 2020 - Milano - La scuola, nella sua urgenza e nelle sue contraddizioni, continua a essere il tema del racconto di cineasti di tutto il mondo. E con Marco Polo - Un anno tra i banchi di scuola arriva nei cinema il documentario di Duccio Chiarini, che narra, dopo novanta ore di riprese e un anno scolastico intero trascorso tra i banchi, le infinite possibilità che la formazione e l’educazione creano. Presentato in anteprima alla scorsa edizione di “Alice nella città” (la sezione indipendente della Festa di Roma), Marco Polo - Un anno tra i banchi di scuola si ispira al nome dell’omonimo istituto tecnico fiorentino ed è una scuola particolare, esemplare: nel pomeriggio professori e studenti si impegnano a insegnare la lingua italiana ai migranti grazie al modello della Penny Wirton (la scuola gratuita ideata dallo scrittore Eraldo Affinati insieme all’insegnante Anna Luce Lenzi). «Da tempo volevo realizzare un documentario di pura osservazione – spiega Duccio Chiarini – seguendo l’esempio del cineasta americano Frederick Wiseman. Volevo trovare un luogo che mettesse al centro della narrazione scene vere di vita vissuta, senza la mediazione filmica della voce fuori campo o delle interviste. Quando ho intercettato l’istituto Marco Polo, che avevo conosciuto per un progetto iniziale che è non stato più sviluppato, ho iniziato a lavorare in maniera “neutra”: prima ho voluto incontrare tutti gli insegnanti per spiegare il progetto filmico e, di conseguenza, capire, dialogando con loro, come essere rispettoso del lavoro e degli spazi. Poi, senza telecamera, ho trascorso un mese alla ricerca delle classi che avrebbero potuto creare spunti adatti a far emergere i contrasti, l’energia e la spontaneità dei ragazzi». Girare un film in una scuola non è un’operazione semplice. La sfida principale è creare una fiducia tale da rendere trasparente la presenza del regista e degli operatori nelle classi, nei corridoi e negli uffici scolastici: «La provocazione della naturalezza – continua Chiarini – è quotidiana, anche quando non utilizziamo le videocamere: indossiamo maschere, recitiamo ruoli per dimostrare chissà cosa. Affiancando gli adolescenti nella mia precedente esperienza cinematografica ho scoperto come la spontaneità nell’essere sé stessi li ha abituati alla presenza della macchina da presa. Nel film ci sono scene a contenuto emozionale più elevato rispetto ad altre, ma molto naturali, mai finzionali, anche quando ho ripreso il rimprovero del preside ad una ragazza contro la sua assenza ingiustificata». Nel film si alternano le lezioni in classe più varie, dallo studio del cinese allo studio della storia e prevale, spesso, l’importanza che i professori di storia e educazione civica conferiscono allo studio dell’Europa unita o della politica del passato. Ma non mancano anche i momenti di tensione quando una professoressa accusa un ragazzo di non aver compreso lo studio dell’economia e di aver “forse” sbagliato indirizzo scolastico: «È stata un’occasione importante – spiega il regista – che mi ha riportato indietro negli anni quando i professori manifestavano, rispetto a oggi, una durezza maggiore. Mi sembrava di vivere un momento alla Jane Austen, in cui lo stesso ragazzo accusato dall’insegnante cambia le carte in tavola e conduce l’adulto in un dialogo dell’assurdo. Quando la macchina da presa era spenta ho cercato di non commentare alcunché con i protagonisti e di evitare, durante le riprese, l’incrocio degli sguardi con gli stessi alunni e professori. Ci sono stati solo due momenti in cui ho spento la telecamera. La prima volta è accaduta nel giorno in cui si sarebbe votato, a livello europeo, sul diritto d’autore: sono intervenuto dopo aver ascoltato delle imprecisioni sulla censura della libertà di YouTube. E l’ultima volta quando, durante un’interrogazione sul primo governo del dopoguerra, un ragazzo si è rivolto a me perché rispondessi alla domanda». Mentre si intrecciano, come un naturale fluido, i momenti delle lezioni in e fuori dalla classe emerge come la personalità dell’insegnante sia sottoposta a una continua sfida educativa: «Ho ripreso la lezione – spiega il regista – che uno psicologo rivolge ai professori: il suo era un discorso affascinante, teorico sui ragazzi e sui buoni propositi in classe. Durante questo anno di riprese ho ammirato molto gli insegnanti che devono avere molte diverse competenze e mantenere, allo stesso tempo, uno stile stratificato, ovvero pedagogico, umano, culturale e privato. E aggiungerei pubblico, che è il filtro narrativo che ho utilizzato nel girare questo documentario: nella scuola infatti si impara la relazione pubblica, la stessa che, da studente, non percepivo perché provavo la sensazione che la scuola fosse un edificio chiuso rispetto al mondo reale. Diventando più grande ho compreso come la scuola possa diventare una finestra sulla realtà. E questo avviene presso il Marco Polo. La scuola per immigrati, ad esempio, si dedica all'immigrazione non dal punto di vista teorico ma pratico. Affronta perciò un problema che è la quintessenza del nostro secolo: insegnare la nostra lingua aiuta studenti e professori a diventare utili anche socialmente a chi, come i migranti, arriva nel nostro Paese senza conoscere una parola italiana». (Emanuela Genovese – Avvenire)