Tag: Mobilità umana e migrazioni

È morto don Sergio Aldigeri

19 Agosto 2019 - Roma - Apprendiamo con ritardo nella distrazione ferragostana la morte di un benemerito sacerdote, don Sergio Aldigeri  avvenuta il 31 luglio scorso nella Clinica delle Piccole Figlie in Parma dopo oltre un mese  di lenta e dolorosa malattia in età di 87 anni e 64 di sacerdozio. Era  nato il 19 luglio 1955 a Neviano degli Arduni (PR) ed ha svolto con zelo diversi compiti pastorali prima di esprimere dal 1982 in pienezza con generosità, serenità di spirito ed intelligenza la sua paterna sollecitudine nel servizio parrocchiale a San Ulderico  nel centro città. Don Aldigeri ha dedicato le sue attenzioni anche ai migranti, già e ben presto come Direttore diocesano e poi per oltre vent’anni fino al 2015 anche come Direttore regionale per l’Emilia-Romagna. Ed in effetti nella sua città e diocesi ha organizzato una articolata assistenza agli immigrati: anglofoni, eritrei, ivoriani, camerunensi, polacchi, tutti con un sacerdote  assistente incaricato, riservando per se stesso i molti emigrati parmensi all’estero ed e i filippini in diocesi. Il saveriano p.  Raimondo Sommacal che lo stava aiutando da  diversi anni per gli immigrati e che lo ha assistito nella malattia ha commentato: “ si è spento con spirito cristiano e sacerdotale”. Significativo un recente ricordo dell’ultima messa domenicale quando nel suo usuale accompagnamento all’organo nell’ultima Messa ha con vigore intonato “ Andrò a  vederla un dì” (Maria Ss.ma). I funerali di venerdì 2 agosto, presieduti dal Vescovo Mons. Enrico Solmi con molti Confratelli ed in una chiesa stracolma di persone anche rientrate dalle ferie, hanno mostrato di quanta stima godesse e con quale riconoscenza. La Migrantes di unisce al suo Vescovo ed alla sua comunità parrocchiale, nonché ai suoi parenti, con preghiere e ringraziamenti a Dio per la testimonianza fedele di don Sergio. (sr)

Papa Francesco: “non vivere in maniera ipocrita”, ma con “scelte coerenti”

19 Agosto 2019 - Città del Vaticano- “Non vivere in maniera ipocrita, ma essere disposti a pagare il prezzo di scelte coerenti”. È questo “l’atteggiamento che ognuno di noi dovrebbe cercare nella vita: coerenza – pagare il prezzo di essere coerenti col Vangelo”. Lo ha spiegato il Papa, che durante l’Angelus di ieri ha parlato di “coerenza con il Vangelo” come cartina di tornasole del nostro essere cristiani. “Perché è buono dirsi cristiani, ma occorre soprattutto essere cristiani nelle situazioni concrete, testimoniando il Vangelo che è essenzialmente amore per Dio e per i fratelli”, ha precisato Francesco, esortando ciascuno a “scelte decise e coraggiose” nella propria vita. Gesù, ha ricordato il Papa, è venuto a “separare col fuoco”, cioè a “separare il bene dal male, il giusto dall’ingiusto”: è venuto a “dividere”, a “mettere in crisi – ma in modo salutare – la vita dei suoi discepoli, spezzando le facili illusioni di quanti credono di poter coniugare vita cristiana e mondanità, vita cristiana e compromessi di ogni genere, pratiche religiose e atteggiamenti contro il prossimo. Coniugare, alcuni pensano, la vera religiosità con le pratiche superstiziose”. “Quanti sedicenti cristiani vanno dall’indovino o dall’indovina a farsi leggere la mano!”, ha esclamato il Santo Padre: “E questa è superstizione, non è di Dio”. “Abbandonare ogni atteggiamento di pigrizia, di apatia, di indifferenza e di chiusura per accogliere il fuoco dell’amore di Dio”, l’invito del Papa, secondo il quale “la testimonianza del Vangelo si è propagata come un incendio benefico superando ogni divisione fra individui, categorie sociali, popoli e nazioni. La testimonianza del Vangelo brucia, brucia ogni forma di particolarismo e mantiene la carità aperta a tutti, con la preferenza per i più poveri e gli esclusi”. “Adorazione a Dio e disponibilità a servire il prossimo”, il binomio raccomandato da Francesco, che ha esortato a “scoprire la bellezza della preghiera dell’adorazione e di esercitarla spesso”. “Servire il prossimo”, l’altra consegna del Papa, che ha espresso “ammirazione” per le “tante comunità e gruppi di giovani che, anche durante l’estate, si dedicano a questo servizio in favore di ammalati, poveri, persone con disabilità”. (Sir)  

Novecento bambini separati dalle famiglie al confine degli Stati Uniti

2 Agosto 2019 - Washington - Continua il dramma dei bambini migranti separati dai propri genitori al confine tra Stati Uniti e Messico. L’American Civil Liberties Union (Aclu) - organizzazione che si occupa di diritti civili - ha dichiarato che nell’ultimo anno, più di 900 bambini migranti, di cui un quinto sotto i cinque anni, sono stati separati dai propri genitori o tutori, nonostante una sentenza che chiedeva di ridurre tale pratica. I dati pubblicati dall’Aclu comprendono, come accennato, il periodo successivo alla presunta fine delle separazioni familiari. Lo scorso giugno un giudice federale aveva infatti ordinato di riunificare le famiglie e ridurre drasticamente la pratica delle separazioni, iniziate nella primavera del 2018 nell’ambito della politica di «tolleranza zero» imposta dal Presidente Trump. La questione era scoppiata a maggio dello scorso anno, quando l’amministrazione statunitense aveva riconosciuto di aver perso la traccia di 1.500 minori privi di documenti. Difatti, con l’applicazione della «tolleranza zero» ogni adulto che tenta di entrare negli Stati Uniti in modo irregolare e senza le corrette procedure di asilo viene considerato un criminale e, pertanto, perseguito. Poiché i minori non possono finire in prigione, né rimanere in detenzione per più di 21 giorni, vengono di conseguenza separati dalle loro famiglie. Nonostante il provvedimento del giudice, le separazioni negli ultimi mesi invece che diminuire sembrerebbero essere aumentate - probabilmente come conseguenza del gran numero di famiglie di migranti entrate negli Stati Uniti in primavera - e in molti casi «giustificate» da reati, anche se lievi, nel passato dei genitori. A causa di queste motivazioni, considerate pretestuose, l’Aclu ha chiesto lunedì scorso a un giudice californiano di chiarire gli standard secondo cui si possono operare tali separazioni, anche in virtù del fatto che, proprio questo mese, il segretario per la sicurezza interna, Kevin McAleenan, aveva dichiarato che le separazioni erano «rare» e compiute solo «nell’interesse del bambino». Un appello a interrompere la pratica delle separazioni familiari arriva anche dal Guatemala. Mercoledì, a margine di una visita di McAleenan nel Paese, il capo dell’Ufficio del difensore civico per i diritti umani guatemalteco, Jordán Rodas, ha chiesto agli Usa di intraprendere azioni efficaci per fermare sia la detenzione di bambini e adolescenti sia la separazione dai loro genitori. (Osservatore Romano)

Geografie umane

1 Agosto 2019 - Roma - L’innovazione digitale, “con la diffusione dell’uso dell’intelligenza artificiale anche nel mondo della comunicazione, interpella, in maniera intensa, su temi che vengono messi in discussione, come la libertà, la dignità delle persone, la dimensione della riservatezza”. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrando la scorsa settimana l’associazione stampa parlamentare, ha tracciato coordinate “geografiche” e, soprattutto, “umane” per vivere con responsabilità le frontiere aperte dal digitale. In particolare, ha evidenziato: “Non esistono ‘non luoghi’: si tratta comunque di spazi, sia pure virtuali, in cui interagiscono persone e si registrano attività umane; e anche la dimensione digitale deve rispettare principi e regole frutto delle conquiste democratiche”. Il richiamo coinvolge ciascuno in un uso responsabile di ciò che la tecnologia offre: social network, piattaforme digitali, canali multimediali… In gioco, più che la questione tecnica, è l’impegno etico e democratico verso le persone più deboli; è il rispetto per l’altro; è l’appartenenza a una comunità. Sono pensieri che sollecitano riflessioni non più rinviabili. Cercheremo di coglierle nel nuovo anno pastorale. Intanto, a tutti auguriamo di vivere un’estate serena. (Ufficio Comunicazioni Sociali CEI)  

Biagio Conte: “Europa, non chiudere i cuori”

31 Luglio 2019 -   Milano – Mi faccio clandestino per mettermi nei panni di tutti i migranti e i discriminati, compresi gli italiani costretti ad emigrare all'estero per trovare un lavoro. Voglio scuotere l'Europa percorrendola a piedi e andando a Strasburgo e Bruxelles”. Biagio Conte, 55 anni, il missionario laico fondatore della "Missione di speranza e carità" a Palermo, è il protagonista della copertina del numero di Famiglia Cristiana in edicola da domani. Il settimanale cattolico l'ha seguito in Lombardia, fino a Seveso, in una tappa del cammino che lo vede ogni giorno macinare circa 25 chilometri, a piedi, il saio liso, i sandali ai piedi, il bastone in mano,  affidandosi alla Provvidenza e digiunando: beve solo acqua e porta con sé un cartello con cui chiede “solidarietà e rispetto per ogni cittadino”, anche se straniero, povero, emarginato. Partito l'11 luglio scorso da Genova, dove è arrivato da Palermo su un traghetto, simbolo dei barconi che solcano il Mediterraneo, Biagio Conte ha deciso di compiere questo pellegrinaggio penitenziale per protestare contro la politica dei muri nel cuore dell'Unione Europea: “Se siamo una società aperta per l'economia dobbiamo esserlo anche per gli uomini, soprattutto i poveri. Non accetto le ingiustizie e la divisione dei popoli, l'intolleranza e la discriminazione”. Nel suo cammino, il missionario è intenzionato a toccare Svizzera, Germania, Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Danimarca, forse Romania e Ungheria, passando per le sedi istituzionali europee.  Nell’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana, Conte racconta la sua conversione, nel 1990, la guarigione miracolosa a Lourdes, come si è preparato a questo cammino e rivela: “Davanti al Parlamento europeo dirò che siamo tutti fratelli e sorelle. I muri sono già stati condannati dalla storia. La vera Unione europea da costruire è quella che rispetta gli uomini e l'ambiente. Come dice papa Francesco, non dobbiamo lasciarci rubare la speranza da nessuno”.

L’ Italia capovolta

30 Luglio 2019 - Londra - Londra, Trafalgar square. Lo senti ridere nel retrobottega, guardandosi la foto. Il responsabile inglese del ristorante non riesce a trattenersi e si eclissa dietro… È appena passata una ragazza italiana, una delle centinaia di giovani che sbarcano ogni giorno a Londra, nella sua maratona quotidiana di curriculum da presentare per un impiego. La foto, quasi un’attricetta in posa, nasconde una pretesa di seduzione. Viene proprio da chiedersi come gli ultimi tempi hanno educato da noi le giovani generazioni…No, qui non si seduce. Anzi, non si mette neppure la foto nel curriculum. Si guarda alla sostanza. A quello che sai fare. Altro mondo qui, pragmatico, attento alle cose, ai fatti. La forza della cultura inglese si chiama, appunto, concretezza. « È l’Italia capovolta », mi fa Cinzia, londinese ormai da un paio d’anni e me lo spiega. « Non devi sgarrare, nè scoraggiarti. Gli inglesi ti osservano, ti fanno salire sempre più in alto, ti danno delle opportunità. Ma guardano sempre quanto vali. Le raccomandazioni qui non hanno presa ! » La seduzione, invece, è il nostro stile. Quasi un nostro handicap permanente. Perfino nella politica. E questo ha un rapporto con l’estetica, il gusto del bello, che troviamo nel nostro stesso DNA di italiani. Un leader da noi ce la mette tutta per sedurre, incantare, promettere, sorridere, « incartare » l’altro. Alcuni ne sono un vero modello. Il nostro popolo, poi, è sensibilissimo alla seduzione di un capo. Si lascia trasportare. Perde la testa, neutralizza lo spirito critico. Ma la seduzione non porta affatto lontano. Il pifferaio magico della favola di Grimm seduce con le sue note i topi del villaggio per poi, senza farsi accorgere, annegarli nell’acqua del fiume vicino… Sedurre,- etimologicamente, condurre con sè - ha tuttavia anche un altro senso, ben più alto. Nobile, anzi. Quando un leader si nutre di valori, ha una visione davanti a lui, qualcosa di grande e di bello che lo incanta. Lo illumina. Con questa luce sa trascinare un popolo. E viene in mente Mosè, mentre scendeva luminoso dalla montagna. Una vera forza per trascinare poi verso la terra promessa tutto un popolo. Ci viene in mente un papa venuto dal fondo del mondo, che ha rubato il nome al figlio più bello e più povero di Assisi. A Francesco, infatti, altro non restava. Ecco leaders che hanno una visione. Non curano i propri interessi. Non coltivano ambizione, nè arroganza. Non mettono gli uni contro gli altri come tribuni o capifazione. Il vero leader conduce verso la « terra promessa di Dio », cioè la fratellanza tra gli uomini. Fa di elementi dispersi di un popolo una comunità vera. Sa intravedere le forze migliori, le qualità negli altri. Le energie nascoste. Le sa stimolare, risvegliare, rimettere in cammino. Esercita l’arte della maieutica, del « dare alla luce ». Il leader che si profila da superuomo, invece, non sarà mai un vero leader. Ma un uomo di potere. Il vero leader è uomo di servizio : serve un ideale, una comunità, un cammino arduo da fare tutti insieme. Sì, un leader sarà sempre un direttore d’orchestra. L’anima di una bella sinfonia. L’artefice di una straordinaria unità tra strumenti e talenti differenti. Ma un direttore d’orchestra si mostrerà solo di spalle. Non è una primadonna. L’umiltà resterà, nonostante tutto, la sua dote più grande. Un leader, come insegna papa Francesco, inizia sempre dagli ultimi, da chi è rimasto indietro… I giovani. I poveri. Gli emigranti. Per ricostruire l’umanità del nostro mondo. (Renato Zilio – Direttore regionale Migrantes Marche)

8xmille a Piacenza: nel Paese dei progetti realizzati farsi prossimo, anche con la scuola d’italiano

29 Luglio 2019 - Piacenza - In classe vengono da Iraq, Perù, Moldavia, Afghanistan, Senegal e Ghana. È la sequenza delle ondate migratorie degli ultimi anni. Sono rifugiati, badanti, lavoratori in cerca di un impiego migliore. I primi passi per imparare la nostra lingua fanno parte dei servizi di orientamento lavorativo, assistenza legale e segretariato sociale. Le lezioni sono necessarie per trasmettere una nuova cultura, la conoscenza di diritti e doveri, dare opportunità sul territorio, favorire la crescita personale. Tutti strumenti di base per costruire dialogo e integrazione. Quest'opera fa parte della campagna informativa 8xmille promossa dal Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa della CEI. Scopri altri progetti sulla mappa 8xmille.

Mons. Staglianò: l’amore più forte delle manette

25 Luglio 2019 - Milano - Le suore, preti e laici che la polizia americana ha arrestato nei giorni scorsi per essersi riuniti a Washington, per opporsi, pregando il Rosario, al trattamento “inumano” inflitto dall’amministrazione di Donald Trump ai bambini immigrati al confine tra gli Usa e Messico “sapevano di correre questo rischio ma a volte, come in questo caso, si arriva al momento in cui l’indignazione nei confronti del degrado umano che attraverso le leggi dello Stato viene perpetrato su esseri umani innocenti deve indurre i cattolici a dare testimonianza della propria fede anche rischiando il carcere”. A scriverlo è il vescovo di Noto e delegato della Conferenza Episcopale della Sicilia per le Migrazioni, Mons. Antonio Staglianò -  in un commento apparso oggi sulle pagine di Famiglia Cristiana ricordando che è quello che è accaduto agli inizi del cristianesimo quando per predicare Gesù Cristo gli apostoli “venivano incarcerati e trascinati davanti ai tribunali affermando che il loro compito era obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Quando il bambino non è rispettato e viene trattato da criminale per la sola ragione di essere migrante – scrive Mons. Staglianò - o viene ucciso nel grembo, vuol dire che il degrado umano è arrivato al massimo della sua espressione”. Per il presule siciliano queste persone hanno “compiuto un gesto spirituale e mistico, qual è la preghiera, che è valso il carcere. In questo modo hanno dimostrato concretamente che la fede cristiana non è qualcosa di intimistico ma ha una grande rilevanza pubblica. Bisogna creare coordinate culturali perché certi gesti possano essere compresi e giustificati e questi religiosi e uomini di buona volontà con la loro protesta mite lo hanno fatto. Non hanno annacquato il cristianesimo e hanno resistito all’inumanità che le politiche migratorie sovraniste della chiusura dei confini e dell’innalzamento dei muri stanno creando in tutto il mondo”. La testimonianza di Gesù – prosegue Mons. Staglianò dalle pagine del settimanale dei Paolini -  è stata quella di un amore sconfinato che ha corso scientemente il rischio di consegnarsi alla legge per essere condannato a morte, così mostrando l’amore vero, l’unico capace di custodire l’umanità tra gli uomini”.

Mons. Delpini: serve “gente di pace”

24 Luglio 2019 -

Milano - Celebrazione molto speciale quest’anno per la festa di san Charbel, grazie alla presenza dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini alla Messa celebrata domenica scorsa nella chiesa di Santa Maria della Sanità, affidata, dal novembre 2014, dalla diocesi ambrosiana alla comunità maronita. All’Eucarestia, celebrata in arabo, italiano e aramaico (la lingua parlata da Gesù), partecipano centinaia di fedeli, in stragrande maggioranza milanesi, preceduti dal consolo generale del Libano, Walid Haidar. Segno, questo, della grande devozione in Italia nei confronti di san Charbel Makhluf (1828-1898), monaco del Monte Libano che Paolo VI ha voluto beatificare alla vigilia della chiusura del Concilio Vaticano II, il 5 dicembre 1965 e, poi, canonizzare, il 9 ottobre 1977.

«Alcuni testimoni riferirono di aver visto una luce abbagliante uscire dalla tomba di san Charbel», ha esordito l’arcivescovo, riferendosi al primo dei tantissimi miracoli (oltre 1300 guarigioni ricevute grazie alla sua intercessione) operati dal santo che ha trascorso la sua intera vita eremitica «nell’umiltà e nel nascondimento», ma che tuttavia «ha rivelato tutta la sua potenza al popolo maronita e a tutti coloro che nel mondo ricorrono a lui». «Celebriamo – ha aggiunto Delpini – la festa di san Charbel, uomo trasfigurato in luce e preghiamo che interceda per noi, perché anche noi siamo avvolti dalla luce. Invochiamo la luce che ci aiuti ad essere gente di pace, anche nei momenti in cui sembra inevitabile dare sfogo all’esasperazione, anche nelle terre dove sembra che la zizzania abbia invaso tutto il campo». «La santità di san Charbel – ha concluso l’arcivescovo di Milano – è dono di riconciliazione per il suo popolo; la sua intercessione ha ottenuto al suo popolo di essere un popolo che ama la pace, anche là dove si vive tra le guerre, laddove ci sono ingiuste prepotenze e dove la minaccia è sempre incombente». La celebrazione secondo la liturgia antiocheno-maronita ha visto anche il rito di benedizione dell’acqua – molti i fedeli arrivati con ampolle e bottiglie –, la processione all’interno della chiesa con la statua lignea del santo, e la benedizione con la sua reliquia arrivata dal Libano. «Un’immagine concreta della Chiesa dalle genti», ha sottolineata don Assaad Saad, guida della comunità libanese, richiamando il Sinodo minore diocesano. La chiesa di Santa Maria della Sanità è, infatti, diventata «un’oasi che raccoglie diversi fedeli di lingua araba del Medio Oriente che vivono a Milano e in Lombardia: libanesi, siriani, giordani, iracheni; e quindi non solo maroniti, ma anche caldei, melchiti, latini e grecoortodossi. Sentiamo la bellezza dell’unità nella diversità e di essere un piccolo laboratorio del Sinodo». Don Assaad ha ricordato ancora la prima reazione dei milanesi alla concessione della chiesa alla sua comunità. «Chi sono i maroniti? Sono cattolici? La loro Messa è valida anche per noi ambrosiani? Qualcuno, vedendo delle scritte in arabo sul portone della chiesa, si domandava se fosse stata data in gestione ai musulmani».

Mons. Lorefice a Biagio Conte: il tuo messaggio di speranza e accoglienza possa raggiungere le nazioni e gli organismi europei, così bisognosi di una rinnovata conversione

24 Luglio 2019 - Palermo - “Condivido pienamente ciò che hai scritto e unisco il mio dolore al Tuo per i tanti, troppi, fratelli scartati da questa società che sembra sempre più assumere l’istanza della chiusura come suo peculiare ‘statuto’”. E’ quanto scrive in un messaggio l’arcivescovo di Palermo, Mons. Corrado Lorefice a Biagio Conte sostenendo il suo pellegrinaggio a piedi verso le istituzioni europee. Mons. Lorefice dice di aver “letto con particolare commozione” le parole che Conte gli ha scritto nei giorni scorsi “in questo pellegrinaggio ‘profetico’ che stai percorrendo sulle strade della nostra Europa”: “accompagnerò ogni tuo passo con la mia paterna preghiera e la mia costante attenzione”. “Lo spirito di arroganza e discriminazione non può essere accolto da chi ha scelto di vivere la propria esistenza secondo l’insegnamento del Signore Gesù che per noi si è spogliato di ogni cosa divenendo Lui stesso uno straniero, un pellegrino. Noi cristiani – scrive Mons. Lorefice - siamo discepoli di un Maestro che non ha nido né tana, come i tanti fratelli e sorelle lasciati oltre i muri e i confini imposti dall’uomo e in cui siamo chiamati a riconoscere, come sottolinea il Vangelo di Matteo, i Suoi stessi lineamenti, ‘l’avete fatto a me’”. Infine, da Mons. Lorefice una benedizione su Biagio Conte, perché “sia il Signore stesso a guidarti lungo questo cammino e il tuo messaggio di speranza e accoglienza, impregnato di profumo evangelico, possa raggiungere le nazioni che visiterai e gli organismi europei, così bisognosi di una rinnovata conversione”.