Tag: Mobilità umana e migrazioni

Migrantes: il cordoglio e la vicinanza alla diocesi di Como per la morte di don Malgesini

15 Settembre 2020 - Roma - "La morte di don Malgesini, prete accanto agli ultimi, ci addolora e siamo vicini alla sua diocesi e al vescovo, mons. Oscar Cantoni". Lo scrive in una nota la Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei. La figura di don Malgesini rappresenta, come ha detto mons. Cantoni ,"il santo della porta accanto", al servizio dei più deboli ed emarginati. "Ha lavorato e si è prodigato - aggiunge la nota - con opere di solidarietà mettendo al centro il primato e la dignità della persona con attività di accoglienza di migranti e senza fissa dimora. Preghiamo il Signore per questo sacerdote che ha dato la vita per il bene del prossimo e che la sua testimonianza di vita non venga dimenticata".

Pace, unità, concordia

15 Settembre 2020 -  Roma - Infine alla stessa concordia alla quale abbiamo invitato i popoli, i loro capi, le classi sociali, invitiamo pure, con animo paterno, tutte le famiglie, perché la cerchino e la consolidino. Se infatti non c’è pace, unità e concordia nelle famiglie, come potrà aversi nella società civile? (Giovanni XXIII, Lettera enciclica Ad Petri Cathedra, cap. II, 29 giugno 1959).   Nello stesso anno 1959, papa Giovanni scrive la sua prima enciclica che introduce con queste parole: “Questi tre beni - la verità, l’unità e la pace - da conseguire e promuovere secondo lo spirito della carità cristiana, formeranno l’argomento di questa Nostra prima enciclica, sembrandoCi che, nel momento presente, questo sia particolarmente richiesto dal Nostro apostolico mandato”. E in questo contesto, nel secondo capitolo dell’enciclica ecco il passo dedicato alla famiglia. Un convincimento forte che sia essa la cellula nevralgica della società civile e anche della Chiesa, il nucleo che per primo deve coltivare tutte le virtù necessarie per trovare la concordia nella verità. La pace deriva da questa ricerca che si opera nella carità. Un circolo virtuoso che, nel prosieguo del suo dire, il Papa affida in primo luogo agli sposi, uniti dal vincolo indissolubile e chiamati alla santità e poi singolarmente al padre, a cui chiede di precedere gli altri “non solo con l’autorità, ma anche con l’esempio di una vita integra”; alla madre, che guidi i figli insieme al marito “con fortezza e soavità”; infine ai figli a cui è chiesta obbedienza e capacità di saper amare i genitori e anche aiutarli con l’avanzare dell’età. Se manca concordia nelle famiglie non si può sperare che reggano “i fondamenti stessi della civile convivenza”. Le parole del Papa sono ancora esortazione perché le famiglie trovino al loro interno le risorse per una concordia che non viene da sé ma è frutto della libertà degli uomini e delle donne cristiane e dono dello Spirito Santo. In questa prima enciclica, non dedicata direttamente alla famiglia, sono gettati i semi di una riflessione che negli anni a seguire si amplia ed approfondisce molto. La famiglia non è solo soggetto a cui si chiede di vivere in un certo modo, ma anche oggetto di studio e di analisi delle sue caratteristiche nel tempo, della sua evoluzione o involuzione, delle risorse e delle difficoltà. Giovanni XXIII non dedicherà un documento squisitamente dedicato alla famiglia, ma – come vedremo – non mancherà occasione di confermare i suoi convincimenti sulla centralità del matrimonio per la vita del mondo e della Chiesa. È questa continuità nel magistero dei Papi che ci interpella ancora oggi e ci invita a mantenere uno sguardo privilegiato sulle nostre famiglie, cogliendone tutte le potenzialità e le stesse fragilità da affrontare con coraggio e determinazione. La vita pastorale delle nostre comunità sa valorizzare le energie sane che scaturiscono dalle famiglie? Nella loro quotidianità, nell'amore che circola fra i loro membri, nella capacità di fare rete fra loro e saper portare un contributo di pace a tutta la collettività, le nostre famiglie sono oggi protagoniste? Dare risposta o lasciarsi comunque interpellare da queste domande ci porta a proseguire il cammino seguendo le parole dei nostri pontefici. (Giovanni M. Capetta – Sir))

Mons. Cantoni: “profondo dolore e disorientamento” per la morte di don Malgesini

15 Settembre 2020 - Como - Il vescovo di Como Mons. Oscar Cantoni, recatosi a San Rocco appena appresa la notizia dell’uccisione di don Roberto Malgesini, esprime “profondo dolore e disorientamento per quanto accaduto”, ma anche “orgoglio verso questo nostro prete, che ha da sempre lavorato su campo fino a dare la sua vita per gli ultimi”. Il sacerdote, 51 anni, questa mattina, martedì 15 settembre, poco dopo le 7 è stato trovato privo di vita a San Rocco ucciso da un uomo che pare già essersi costituito alle forze dell’ordine, scrive il giornale diocesano “Il Settimanale: “sacerdote da sempre in prima linea accanto alle persone in difficoltà, schivo e defilato nello stile, non faceva mai mancare il suo sostegno a chi incontrava lungo la strada, costantemente e senza risparmio al servizio di ogni forma di fragilità umana”. Don Malgesini era nato a Morbegno nel 1969. Ordinato sacerdote nel 1998, era stato vicario prima a Gravedona e poi a Lipomo, dal 2008 era collaboratore della comunità pastorale Beato Scalabrini. Questa sera la Diocesi di Como si riunirà in preghiera in Cattedrale, alle ore 20.30, per la recita del Santo Rosario. Si pregherà per don Roberto Malgesini e anche per il suo assassino.  

Migrantes Roma: un osservatorio per i minori fragili

15 Settembre 2020 - Roma – Un Osservatorio per la tutela e il sostegno dei minori fragili è stato promosso a Roma dall’Ufficio Migrantes della diocesi insieme a “Dorean Dote” e Medicina Solidale”. L’Osservatorio è particolarmente attivo nelle periferie della città e nei campi rom. Durante il periodo della pandemia, ancora in corso, i promotori dell’Osservatorio sono stati particolarmente vicini alle famiglie più deboli con pacchi viveri e assistenza medica gratuita

Como: ucciso sacerdote impegnato nell’assistenza agli ultimi

15 Settembre 2020 - Como – Accoltellato e ucciso questa mattina a Como il sacerdote don Roberto Malgesini, conosciuto come il prete degli ultimi. L’aggressione è avvenuta intorno alle 7 di oggi in piazza san Rocco, vicino ala sua parrocchia. 51 anni, il sacerdote è stato trovato a terra, con ferite di arma da taglio, nella strada accanto alla chiesa. Poco distante gli uomini della polizia scientifica hanno ritrovato un coltello sporco di sangue, riferiscono le agenzie. Don Malgesini era impegnato nell'assistenza ai più bisognosi: portava la colazione ai senzatetto e ai migranti e assisteva tutti coloro che vivevano in situazioni di marginalità. Appena avuta la notizia è arrivato sul posto anche il vescovo di Como, Mons. Oscar Cantoni.  

Don Arjan Dodaj: arrivo su un barcone, poi cappellano degli albanesi e oggi vescovo

14 Settembre 2020 -

Roma - La notte del 15 settembre del 1993, a 16 anni, Arjan Dodaj lascia l’Albania su una barca affollata da tanti altri ragazzi come lui, in cerca di un futuro migliore in Italia. Esattamente 27 anni dopo essere salpato dal suo piccolo paese d’origine, Lac–Kurbin, il prossimo 15 settembre, quel giovane migrante, che nel nostro Paese ha incontrato la fede, verrà ordinato vescovo, dopo la nomina del 9 aprile scorso ad ausiliare di Tirana– Durazzo. 

"C’è una trama nella mia storia guidata dal Signore – dice con emozione –. Attraversando l’Adriatico, subito dopo la caduta del regime comunista, mi resi conto che stavo portando con me la mia vecchia vita ma che, contemporaneamente, tutto stava cambiando". Giunto in Italia, don Arjan si stabilisce a Cuneo dove fa il saldatore e "tanti altri lavori nel campo dell’edilizia" e dove incontra, partecipando ad un gruppo di preghiera, la Comunità Casa di Maria, che "mi ha fatto sentire realmente a casa". Così il futuro vescovo si avvicina alla fede cristiana, "i cui semi erano stati instillati in me da mia nonna, mentre i miei genitori subivano totalmente il regime ateo del comunismo», spiega.

Pochi mesi dopo la sua sistemazione nella provincia cuneese, il 30 ottobre del 1994, Dodaj riceve i sacramenti dell’iniziazione cristiana; quindi, maturata la vocazione sacerdotale, nel 1997 si trasferisce a Roma per la formazione e nel 2003 è ordinato sacerdote da Giovanni Paolo II per la Fraternità dei Figli della Croce. Dapprima assegnato come vicario parrocchiale alla comunità di San Domenico di Guzman, a Tor San Giovanni, don Dodaj nel 2004 diventa cappellano della comunità albanese a Roma e dall’anno seguente viene trasferito nella parrocchia di San Raffaele Arcangelo, dove "ha curato la pastorale dei giovani, lasciando un segno profondo con la sua capacità di essere un vero educatore alla fede", dice don Alessandro Cavallo, parroco della comunità del Trullo. Il sacerdote fa sapere che "come comunità parrocchiale, in segno di riconoscenza e di affetto, abbiamo donato a don Arjan una bella croce pastorale ma è importante soprattutto aiutarlo a portarla, sostenendolo nel suo nuovo incarico con la preghiera". 

Dal 2017, su richiesta dell’arcivescovo di Tirana George Anthony Frendo, Dodaj ha fatto ritorno nel suo Paese come sacerdote fidei donum, per "essere anche in quei luoghi, vera terra di missione, testimone efficace specialmente per i giovani, in virtù della sua chiarezza di giudizio di fede", sottolinea il superiore della comunità Casa di Maria don Giacomo Martinelli. Don Dodaj esprime "gratitudine per il nuovo incarico cui Papa Francesco mi ha chiamato" e lo affida a Maria, "presenza centrale nella mia vita, autentica luce nel mio ministero". Per questo il motto episcopale scelto recita “Ecce Mater tua”, "testamento e dono di Gesù sulla croce", dice. Ancora, don Arjan sottolinea "la grazia di essermi formato nella Chiesa di Roma, respirando quella vera cattolicità che mi aiuterà ad allargare lo sguardo, facendomi vero servo di Cristo". Proprio per ricordare il legame del sacerdote albanese con la Chiesa romana, alla sua ordinazione episcopale sarà presente, quale concelebrante, il vescovo ausiliare della diocesi mons. Gianpiero Palmieri, delegato Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio. (M.A. - RomaSette)

Sport: nasce l’Osservatorio contro le discriminazioni

14 Settembre 2020 -

Roma - L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, insieme a Uisp e Lunaria, ha presentato a Roma l’Osservatorio contro le discriminazioni nello sport. Nato dopo molti anni di lavoro, sarà intitolato a Mauro Valeri, sociologo che ha concentrato i suoi studi sui fenomeni del razzismo collegati al mondo dello sport e scomparso nel novembre scorso. Qual è l’obiettivo che si pongono i promotori di questa iniziativa unica in Europa, che ci pone all’avanguardia nella lotta al razzismo? La risposta nelle parole di Triantafillos Loukarelis, direttore dell’Unar. Alla nascita dell'osservatorio è dedicato uno speciale del Giornale Radio Sociale. Madrina dell’osservatorio è stata Beatrice Ion, atleta paralimpica della nazionale di basket femminile, aggredita nei giorni passati con minacce e insulti razzisti. Beatrice ha evidenziato quanto sia difficile raccontare le discriminazioni subite, mentre è rassicurante sapere che c’è qualcuno pronto ad ascoltare e a tutelarti.

Fino a quando assenti?

14 Settembre 2020 - Roma - Si pensava, si diceva e si scriveva che la tragedia provocata da un virus sconosciuto avrebbe fatto nascere una società migliore e avrebbe lasciato qualche traccia buona anche nella cultura. Si pensava e si diceva e si scriveva che tutto sarebbe andato bene. Si pensava, si diceva, si scriveva… Non era sbagliato quel pensare, quel dire, quello scrivere. Il trovarsi di fronte a una misura inattesa di rancore, di odio e di violenza ha però profondamente sconcertato anche se non ha cancellato le molte e straordinarie storie di umanità. Non ci si aspettava un rigurgito così devastante. Non è serio addossare il lievitare del male esclusivamente ai media, ai loro titoli, ai loro racconti e alle loro immagini. Ci sono media che fedeli all’etica professionale scelgono di raccontare la realtà, anche la più sconvolgente, con il rispetto della dignità di persone e comunità lacerate dal dolore. Andrebbe al riguardo aperta una riflessione anche sul ruolo critico dell’opinione pubblica. In una lettera al direttore di un quotidiano nazionale un giovane scrive: “La violenza di Colleferro è l’estrema conseguenza di una cultura della movida che è ormai istituzionalizzata in Italia”. Partendo dall’assassinio di Willy la lettera al giornale è un appello a conoscere le radici di una brutalità mostruosa e a non trasformare un lutto in occasione politica. La paternità di tanto male è nel nulla che avanza, senza farsi troppo notare, nella vita di molti. Un nulla che è parente stretto della noia e nel quale convivono la perdita di senso, la debolezza di pensiero, il rifiuto dell’altro, la violazione della dignità dell’altro che è poi violazione della propria dignità. La movida preoccupa per il rischio di far avanzare un virus sconosciuto e preoccupa per la presenza di un male che non è meno oscuro e aggressivo. Colleferro lo ha confermato e una prima risposta è stata quella di aumentare le misure preventive e repressive. Non bastano. L’impegno urgente è quello per la formazione della coscienza attraverso solide alleanze educative e attraverso una rinnovata comunicazione intergenerazionale. Willy, come qualcuno ha detto, è diventato un riferimento contro l’indifferenza, contro il chiamarsi fuori quando sono in pericolo la dignità e la vita di un altro. Questo ragazzo pone qualche domanda agli adulti e agli stessi suoi coetanei: “Dove eravate prima che io venissi ucciso, dove eravate mentre mimetizzandosi cresceva la cultura di morte, dove eravate nei Colleferro di questo Paese? Resterete ancora assenti?” (Paolo Bustaffa – Sir)

Migrantes Gaeta: lunedì un webinar con il Direttore Migrantes don Giovanni de Robertis

11 Settembre 2020 - Gaeta - Si intitola “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni“. E’ il webinar organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali e Ufficio Migrantes della diocesi di Gaeta in vista della Giornata Mondiale del prossimo 27 settembre. Andrà in onda lunedì 14 settembre alle ore 19.30 sulla pagina Facebook della diocesi. I lavori saranno introdotti da  don Maurizio Di Rienzo, direttore Ucs Gaeta, e saluterà gli ospiti Mons. Luigi Vari, arcivescovo di Gaeta. Modera il webinar Maria Giovanna Ruggieri, direttore dell’ufficio diocesano Migrantes. Due saranno gli ospiti che dialogheranno insieme: don Giovanni De Robertis, Direttore generale della Fondazione Migrantes, e Angela Caponnetto, giornalista Rai e autrice del libro “Attraverso i tuoi occhi” (edizioni Piemme).  

Migrantes Genova: “voler bene al nostro territorio parte dal non fare sentire più nessuno straniero”

11 Settembre 2020 - Genova – “Dopo il responsabile ripensamento della Prefettura di Genova affinché l'accoglienza dei richiedenti asilo potesse essere una vera opportunità, anziché la gestione di un problema, la Chiesa genovese presenterà un progetto che parte dalle intuizioni di Papa Francesco”. Così Mons. Giacomo Martino, direttore dell'Ufficio Migrantes della diocesi di Genova, in merito alla situazione legata all'accoglienza dei richiedenti asilo. “L'odierna situazione dei richiedenti asilo presenta una criticità dovuta alla visione semplicemente alloggiativa e assistenziale aggravatasi dall'ultimo decreto governativo sulla sicurezza", afferma il sacerdote genovese in un editoriale pubblicato dal settimanale cattolico di Genova, "Il Cittadino". A causa delle attuali normative, “molte persone, uomini, donne e figli, usciti alla fine del percorso di emergenza delle nostre realtà non hanno più potuto accedere, come prima, ai percorsi integrativi dello Sprar (ora Siproimi), che aiutavano un inserimento abitativo e lavorativo quanti avevano avuto il permesso”. La situazione, dice il sacerdote, è diventata via via sempre più difficile perché “la stragrande maggioranza di quanti erano ospitati nelle nostre case genovesi, non avendo ricevuto i documenti perché è stato cancellato il permesso per 'motivi umanitari', sono diventati dei senzatetto che vagano per le strade, anche in questo momento di rischio di contagio, senza trovare un letto per dormire, senza documenti per lavorare e quindi, spesso, nelle mani di chi li sfrutta illegalmente per dare loro il minimo per la sopravvivenza. Senza documenti, però, non si può affittare una casa, avere un contratto di lavoro, pagare le tasse e davvero non si potrà mai integrarsi vivendo sempre come una minoranza sfruttata, legata al disagio economico e al colore della pelle e al Paese di provenienza". A tutto questo, vuol provare a rispondere la Chiesa genovese con un progetto "che parte dalla persona e dalla relazione di amicizia, con tante idee e cose concrete, con suggerimenti e innovazioni, ma senza mai prescindere dalle persone" perché "volere bene al nostro territorio, alla nostra città, al nostro quartiere parte proprio dal non fare sentire più nessuno straniero".