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Fratellanza e migrazione nelle parole di Papa Francesco

6 Maggio 2021 - Torino - “Verso un ‘noi’ sempre più grande” è il titolo scelto da Papa Francesco per il suo messaggio che annuncia la prossima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, la 107esima, che si terrà domenica 26 settembre 2021. Il richiamo evidente è all’enciclica “Fratelli tutti”, perché alla fine non ci siano più ‘gli altri’, ma solo un ‘noi’ universale, tutti temi emersi anche nel recente viaggio iracheno. La migrazione è un tema ricorrente nelle parole del pontefice. Solo qualche settimana fa, di ritorno dal viaggio in Iraq, il papa aveva dichiarato ai giornalisti presenti sul suo aereo: “La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare. Questa gente non ha nessuno dei due, perché non possono non migrare, ma non sanno come farlo. E non possono migrare perché il mondo ancora non ha preso coscienza che la migrazione è un diritto umano.” Il Papa sa benissimo anche che “la migrazione” viene vissuta “come un’invasione.” Per questo aveva voluto ricevere il papà di Alan Kurdi, “bambino, che è un simbolo, un simbolo che va oltre un bambino morto nella migrazione, un simbolo di civiltà che muoiono, che non possono sopravvivere, un simbolo di umanità”. E poi aveva aggiunto: “servono urgenti misure perché la gente abbia lavoro nei propri Paesi e non debba migrare, e poi misure per custodire il diritto di migrazione. È vero che ogni Paese deve studiare bene la capacità di ricevere perché non è soltanto la capacità di ricevere e lasciarli sulla spiaggia. È riceverli, accompagnarli, farli progredire e integrarli. L’integrazione dei migranti è la chiave”. Non essere più “altri”, essere tutti “noi”. Anche gli atti del papa sono simboli, sono atti che mirano a rendere concreto il messaggio della fratellanza universale. Prendiamo ad esempio il recente viaggio in Iraq, il primo compiuto da un pontefice in una regione del mondo dove i cristiani, che un tempo erano una cospicua minoranza, sono stati in gran numero costretti alla fuga e alla migrazione. Non per caso, il romanziere e poeta iracheno Younis Tawfik, originario di Mosul ma da tanti anni in Italia, ha dichiarato all’Avvenire, lo scorso 9 marzo: “Il tempo cancella inesorabilmente ciò che passa, ma gli uomini giusti non possono venire cancellati. Francesco rimarrà per sempre nella memoria degli iracheni come un uomo giusto”. A circa due mesi dallo storico viaggio in Iraq di papa Francesco riecheggiano nel cuore di molti iracheni, di giovani, adulti, famiglie musulmane, cristiane, yazide, mandee, caldee le parole di un “uomo giusto” che ha scelto di lasciare la propria terra e di andare a far visita a un popolo martoriato da anni di violenza, di minacce, di torture, di morte. “Finalmente qualcuno s’interessa a noi” e papa Francesco ha scelto di raggiungere questi fratelli come pellegrino penitente, portatore di pace, assolutamente disarmato, inerme, uomo giusto che con gesti semplici ma profetici ed eloquenti e con parole umane e profonde, è stato un balsamo di vita per questa gente, ma balsamo anche per tutti coloro che hanno colto la profondità del messaggio. Il viaggio in Iraq è stato per Francesco una scelta, quasi una vocazione, ad andare proprio in quella terra, meta già ambita e desiderata dal defunto Papa S. Giovanni Paolo II che al tempo di Saddam Hussein avrebbe voluto recarsi in pellegrinaggio nella terra di Abramo: un ulteriore passo all’insegna della fratellanza. Due anni prima, infatti, ci fu l’incontro storico di Papa Francesco con il Grande Imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb in cui si firmò il documento sulla Fratellanza umana “una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli” (Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019). In questo documento entrambe le autorità religiose, insieme alle rispettive comunità, dichiaravano di “adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”. Si è trattato quindi di un secondo passo per dare seguito a “un’inquietudine della fratellanza”, come ha espresso Papa Francesco durante la conferenza stampa ai giornalisti nel suo viaggio di ritorno. E uno dei momenti più significativi, ma non unico di questo viaggio,  è stato l’incontro con l’ayatollah Sayyid Ali al-Husayni al-Sistani, persona influente e molto rispettata nel mondo sciita, avvenuto proprio a Najaf, la città santa degli sciiti, luogo sacro dove vi è la tomba di ‘Ali, il loro primo Imam e di molti loro fedeli. Un incontro a porte chiuse ma di grande intensità dove due uomini di fede si sono ritrovati l’uno accanto all’altro riconoscendosi credenti, si sono ascoltati nel pieno rispetto della vita e nell’accoglienza della fede dell’altro, eloquente infatti è stato il gesto dell’ayatollah di accogliere nella sua casa, in piedi, l’ospite di grande riguardo. Papa Francesco, secondo il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, ha ringraziato l’ayatollah al-Sistani per l’impegno assunto “in difesa dei più deboli e perseguitati affermando la sacralità della vita e l’importanza dell’unità del popolo iracheno”. Ha assicurato vicinanza e preghiera e chiesto “al Dio Creatore di tutti, pace e fraternità non solo per gli iracheni ma per il Medio Oriente e il mondo intero”. Nel successivo incontro interreligioso avvenuto nella piana di Ur, luogo benedetto, che riporta alle origini delle tre fedi monoteiste, dove visse Abramo, figura significativa per ebrei, cristiani e musulmani, Papa Francesco ha esortato questi uomini di fede ma anche l’intera umanità, ad avere sempre due sguardi: uno rivolto al cielo e uno alla terra ricordando   che la vera “fratellanza” nasce nella misura in cui facciamo spazio in noi alla dimensione trascendente, ci fidiamo dell’Altro, ci abbandoniamo all’Oltre di Dio che ci fa riscoprire la ricchezza del fratello che ci vive accanto. Perché quanto più alziamo lo sguardo al Cielo tanto più siamo in grado di elevarci dalle “bassezze della terra”, riusciamo ad uscire dalla “schiavitù dell’io” che ci costringe ad occuparci soltanto del nostro piccolo mondo, aprendo gli occhi su un mondo ben più ampio e umano. Questa “linfa vitale” chiamata “fratellanza” è per tutti, e ha spinto “delle stelle nel cielo” a brillare nel buio della notte più oscura della storia irachena: giovani volontari musulmani di Mosul che hanno saputo costruire amicizie fraterne sulle macerie dell’odio risistemando e restaurando insieme a giovani cristiani, le moschee e le chiese distrutte. E’ necessario quindi educarci a quella vera fraternità, educarci a “guardare le stelle” facendo insieme qualcosa di buono e di concreto. Forte e coinvolgente è stata la parola del pontefice rivolta non solo agli uomini di fede, ma anche a tutti coloro che pensano di poter essere costruttori di pace in questo tempo così problematico com’è quello che stiamo vivendo: “sta a noi, umanità di oggi, convertire gli strumenti di odio, in strumenti di pace…; sta a noi mettere a tacere le accuse reciproche per dare voce al grido degli oppressi e degli scartati sul pianeta: troppi sono privi di pane, di medicine, istruzione, diritti e dignità…sta a noi ricordare al mondo che la vita umana vale per quello che è e non per quello che ha, e che le vite di nascituri, anziani, migranti, uomini e donne di ogni colore e nazionalità sono sacre sempre e contano come quelle di tutti”! Attraverso queste parole forti Papa Francesco ci richiama a una verità non così scontata per noi oggi: la migrazione di tanti fratelli e sorelle che lasciano la “loro terra” in cerca il più delle volte di un “benessere” reale, non solo economico, può aiutarci a scoprire il valore profondo del “migrare” dal nostro piccolo mondo a quello del “fratello” che ci è prossimo. Infatti il cammino della “fratellanza”, come ha ricordato Papa Francesco, è sempre un “cammino in uscita” che comporta un “lasciare” la propria “terra”, le proprie sicurezze, legami e attaccamenti, il proprio gruppo, per “peregrinare alla scoperta del volto dell’altro”. Infine, un ultimo messaggio che può scuotere anche le nostre coscienze è quello del Papa che di fronte alle rovine di una città distrutta come quella di Mosul, ha colto l’occasione per richiamare una verità che tocca l’umanità: per ricostruire un paese ferito, distrutto da anni di guerre, violenze, morte non basta fare memoria o ricostruire semplicemente gli edifici, ma è necessario un vero e proprio “disarmo interiore” che solo può portare intere famiglie, gruppi appartenenti a confessioni religiose diverse a riconciliarsi, a riscoprire la propria gente non più come “nemica”, rivale da combattere, ma come amica, fraterna. Questo cammino potrebbe diventare anche il cammino di ogni uomo e donna di buona volontà che scelga di intraprendere il lento e doloroso processo di liberazione da egoismi, da stereotipi, da sensi di onnipotenza e superiorità, passando dalla logica dell’ “io” alla logica del “noi”, da quella della competizione e della rivalità a quella della riconoscenza dell’altro, della comunione e compassione. Questo sarà possibile nella misura in cui saremo in grado di avviare nei vari ambiti della vita, piccoli processi capaci di coinvolgere ogni persona con i suoi valori, le sue ricchezze, e potenzialità  costruendo una società più degna di essere vissuta, più umana. (Migrantes Torino - www.migrantitorino.it)

Valle di Susa: le traversie dei migranti ai confini con la Francia

27 Aprile 2021 - Torino - Nell’ultimo anno l’epidemia di Covid ha stravolto la mobilità in tutto il mondo, ma non per tutti. Ci sono migliaia e migliaia di persone che, anche in questi mesi di chiusure, lockdown e confinamento, hanno continuato senza sosta a spostarsi, spinti dalle guerre, dal bisogno, dalla ricerca di un posto migliore. Chi migra non può fare a meno di viaggiare, nonostante gli ostacoli, le fatiche, i pericoli che trova lungo la strada e, almeno per quel che riguarda i passaggi in valle di Susa, nessuno si è ammalato di Covid. Abbiamo visto le peripezie che la rotta balcanica comporta, ma, una volta giunti in Italia, le fatiche non sono finite. Per quasi tutti coloro che arrivano dalle frontiere orientali, l’Italia è solo un luogo di passaggio, per andare più a ovest e più a nord. Uno dei punti di transito più frequentati è l’alta valle di Susa, con i valichi del Monginevro e del Frejus. Passare di lì però è tutt’altro che scontato. La PAF, la polizia di frontiera francese, spesso blocca le persone intenzionate a passare, le ferma ai confini, impedisce le richieste d’asilo, le respinge verso l’Italia. Qui un mezzo della Croce Rossa, allertato dalla polizia italiana, li prende in consegna e porta gli sfortunati nel rifugio di Oulx, qualche chilometro più a valle. Da dove nei giorni successivi ritenteranno la sorte. Invece che sulla via principale, provano ad attraversare la frontiera passando per i sentieri o per le piste da sci, affondando nella neve, faticando a ogni passo e allungando di molto la strada e il tempo di percorrenza. Il freddo è ancora intenso e nel corso dell’inverno in qualche occasione è intervenuto il soccorso alpino ad aiutare gruppi in difficoltà. Chi alla fine riesce ad arrivare in Francia, ha come prima tappa Briançon, dove un rifugio analogo a quello di Oulx fornisce un primo aiuto. Ma restiamo in Italia. Dalla scorsa estate e fino al 21 marzo scorso a Oulx i migranti potevano contare anche sulla casa cantoniera occupata da gruppi dei cosiddetti antagonisti. Dopo lo sgombero ordinato dalla prefettura, il flusso si è addensato tutto intorno al rifugio della comunità Massi, vicino alla stazione ferroviaria. Le presenze ammontano ad alcune decine al giorno, fino a mille in un mese. Si parla di presenze e non di persone, perché ci sono i ritorni di coloro che sono stati respinti alla frontiera, come la bambina afgana di cui hanno parlato i giornali prima di Pasqua, che è stata ricoverata al Regina Margherita, colpita da una grave crisi da stress post-traumatico. Il comportamento dalla polizia francese che ha tirato fuori le armi l’ha fatta ripiombare nel terrore che aveva vissuto con la polizia croata e prima ancora nel suo paese. Numerosi episodi riguardanti adulti e minori sono ben raccontati nel sito Vie di fuga. (www.viedifuga.org). Oggi i migranti che transitano per la valle sono soprattutto famiglie, che arrivano dall’Afghanistan dall’Iran o dalla Siria, che hanno percorso la rotta balcanica, sono in cammino da mesi se non da anni; ci sono bambini, vecchi, donne incinte o che hanno partorito da poco, persone che anno subito violenze, e torture. Sono anche, per la maggior parte, persone istruite, che conoscono bene almeno un’altra lingua, in genere l’inglese, che a casa loro avevano una professione o un’attività e che hanno dovuto abbandonare tutto per salvarsi la vita. In questo viaggio senza fine hanno riversato tutte le risorse della famiglia, si sono indebitati. È del tutto incomprensibile che non gli venga concesso il diritto d’asilo, che è uno dei diritti umani fondamentali, e nemmeno il diritto a un viaggio “normale”, come quello che può fare chiunque sia in possesso di un passaporto “forte”. I cosiddetti canali umanitari aperti tra i paesi in guerra e quelli che dovrebbero accogliere i profughi sono drammaticamente sottili e inadeguati al numero di persone nel bisogno. Succede poi che anche chi pensava di fare un “viaggio normale”, ad esempio con un Flixbus o con il treno, spesso viene fermato al traforo del Frejus o alla stazione di Bardonecchia, perché ha un documento scaduto o inadeguato, o perché gli manca il tampone anti-Covid molecolare. Si tratta in genere di persone singole, per lo più giovani provenienti dal nord Africa o dai paesi dell’Africa occidentale, che sono in Italia da tempo, sono passati attraverso i sistemi di accoglienza, hanno frequentato corsi di lingua e di formazione, hanno lavorato, spesso in nero, per datori di lavoro italiani, magari hanno perso il lavoro causa Covid e non riescono a ottenere ristori o cassa integrazione, oppure gli è scaduto il permesso di soggiorno o qualche altro documento e hanno deciso di tentare la fortuna in un altro paese. Franca De Ferrari è una volontaria che dà il suo aiuto al Rifugio di Oulx. “Con lo sgombero della casa cantoniera, una delle prime cose che abbiamo cercato di organizzare è stato di tenere aperto il rifugio della Comunità Massi per tutto il giorno e non solo dalle 4 del pomeriggio alle 10 del mattino. Vedere vecchi e bambini tremare di freddo senza nemmeno a disposizione un servizio igienico, dato che i bar sono chiusi per la zona rossa, non era sopportabile. Fortunatamente, il numero di chi si offre volontario per aiutare nella gestione del rifugio è cresciuto”. C’è anche chi, come Piero Gorza di Medu (Medici per i diritti umani), ha ospitato in casa un’intera famiglia, per toglierli dalla strada e dal freddo. “I migranti in arrivo dalla rotta balcanica”, dice Piero Gorza, “sono sempre più fragili, con problematiche mediche non indifferenti, bisognosi di cure, ci sono donne che hanno partorito nei boschi, bambini piccoli, anziani con principi di congelamento; alcuni presentano fratture o ferite mal guarite. I bisogni sono cambiati e occorre farvi fronte. Soprattutto se pensiamo che il tappo della rotta balcanica prima o poi salterà e il numero di chi passerà da queste parti sarà molto più elevato”. Il rifugio Massi nasce nel 2017, quando in valle di Susa il passaggio dei migranti inizia a costituire un’emergenza: sono soprattutto ragazzi dell’Africa occidentale, che cercano di arrivare in Francia. I respingimenti della polizia francese li obbliga a tentare altre vie, più in alto, ben sopra i duemila metri, con tutte le difficoltà che l’alta montagna comporta, specie per chi non la conosce. Il rifugio raccoglie i “respinti”, li rifocilla e dà loro un posto per dormire, sapendo che il giorno dopo cercheranno nuovamente di attraversare la frontiera. A volerlo fortemente, trovare i finanziamenti da una fondazione privata, è don Luigi Chiampo, parroco molto attivo nella valle. “Oggi i bisogni sono un po’ cambiati”, conferma Luca Guadagnetto, della Comunità e braccio destro di don Chiampo, “abbiamo a che fare con famiglie, con persone più fragili e con numeri più alti, soprattutto da quando la casa cantoniera non è più agibile. Così abbiamo aumentato i posti disponibili nel rifugio, a 55, fino a sessanta in caso di necessità, abbiamo assunto un altro operatore grazie a dei fondi messi a disposizione dalla Prefettura, per restare aperti tutto il giorno. Non vogliamo lasciare nessuno per la strada. Certo senza l’aiuto dei volontari questo non sarebbe possibile, ma un operatore in più è una garanzia di continuità. Stiamo cercando altre strutture di appoggio nella valle, come il convento delle suore missionarie francescane a Susa, soprattutto per chi ha bisogno di maggiori cure. Adesso ci abbiamo mandato due famiglie numerose provenienti dall’Afghanistan. E stiamo pensando a usare una struttura della Protezione civile della media valle, in caso di necessità”. È il risultato di un incontro tenutosi nella diocesi di Susa, alla presenza dell’arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia, del responsabile della Migrantes per il Piemonte e la Val di Susa Sergio Durando, del direttore della Caritas di Susa Alessandro Brunatti, del vicario della Diocesi di Susa Mons. Daniele Giglioli, di don Luigi Chiampo in veste di rappresentante della Fondazione Talità Kum Budrola onlus e della Migrantes diocesana, dei sindaci dei comuni interessati, di un rappresentante della Prefettura e di realtà del volontariato della valle. In progetto anche un punto d’accoglienza al Traforo del Frejus per coloro che vengono fatti scendere dai bus; e uno analogo a Clavière. Perché è chiaro che, con l’avvicinarsi della bella stagione, il numero di persone di passaggio sulla rotta alpina è destinato a salire. Rimane una domanda, forse ingenua: se prima o poi i migranti in Francia riescono a passare, anche a costo di lunghe e faticose camminate, a che pro i continui respingimenti, che richiedono pattuglie, personale, mezzi? Non varrebbe la pena e sarebbe meno costoso per tutti, migranti e poliziotti di frontiera, organizzare flussi regolari, ammettendo le richieste di asilo e favorendo la mobilità? Domande che non valgono soltanto per la frontiera italo-francese, dove a respingere è la polizia francese, ma anche per quella italo-slovena dove a respingere è la polizia italiana… (Migrantes Torino - ww.migrantitorino.it).    

Migranti Valsusa: incontro diocesi con istituzioni

9 Aprile 2021 - Torino - Il 7 aprile scorso negli uffici della curia vescovile di Susa si è tenuta una riunione convocata dall’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, mons. Cesare Nosiglia, per confrontarsi sulla situazione dei migranti alla frontiera della Val di Susa: un incontro voluto dalla Chiesa locale con le istituzioni e le associazioni che operano in questo ambito, per provare ad individuare percorsi e soluzioni condivise, fa sapere oggi la diocesi in una nota. A livello istituzionale erano presenti per la Prefettura di Torino il viceprefetto aggiunto Paolo Cosseddu e il funzionario Assistente Sociale Donatella Giunti. I territori di frontiera erano rappresentati dal sindaco del comune di Oulx, Andrea Terzolo, quello di Claviere, Franco Capra, e dall’assessore alle politiche sociali del comune di Bardonecchia Marchello Piera. Il mondo del volontariato era rappresentato dalla CRI - comitato di Susa, con la presidente Grazia Rapaggi ed il responsabile della sezione di Bussoleno Michele Belmondo, da Paolo Narcisi, presidente della associazione Rainbow for Africa Onlus, e dal volontario Luca Guglielmetto.  Per la Chiesa locale erano presenti il direttore Migrantes di Torino e del Piemonte, Sergio Durando, il direttore della Caritas di Susa, Alessandro Brunatti, il vicario della diocesi di Susa mons. Daniele Giglioli e don Luigi Chiampo in veste di rappresentante della Fondazione Talità Kum Budrola onlus e della Migrantes diocesana, che gestisce il Rifugio Fraternità Massi di Oulx, nonché responsabile dell'Ufficio Migrantes della diocesi di Susa L’incontro - spiega oggi la diocesi -  ha permesso di fare il punto sull’evoluzione del fenomeno migranti negli ultimi anni, a partire dai primi passaggi a Bardonecchia nel 2017 per arrivare alla situazione attuale, che coinvolge principalmente i comuni dell’Alta Valle, geograficamente in prima linea, ma che interroga profondamente e che chiama all’azione tutto il territorio della Valle. Negli ultimi mesi i passaggi si sono intensificati e sono ormai prevalenti gli arrivi dalla rotta balcanica di famiglie con bambini piccoli e di soggetti fragili, la capacità di accoglienza è concentrata nel comune di Oulx con i 55 posti del Rifugio Fraternità Massi che è il riferimento principale per la rete informale di associazioni e volontari che opera a favore dei migranti. Lo sgombero della casa cantoniera occupata di Oulx, che, se pure al di fuori della legalità, garantiva un punto di appoggio ulteriore ai flussi di passaggio, ha messo in luce l’esigenza di affiancare alla volontà e alla generosità dei privati una risposta istituzionale più forte come anticipato da mons.  Nosiglia nella sua lettera del 25 marzo. Stimolati dall’arcivescovo a una progettualità di più ampio respiro, i partecipanti hanno condiviso un progetto di azione per il rilancio delle attività a sostegno dei migranti basato su alcuni punti fondamentali: la riorganizzazione del Rifugio di Oulx, con il contributo di fondi pubblici, per consolidare questo nodo logistico della accoglienza; l’estensione della capacità di accoglienza ad altri comuni della media valle grazie alla disponibilità di strutture private e della protezione civile da utilizzare quando necessario; il potenziamento della rete di soccorso e assistenza, di base e sanitaria, su tutto il territorio dell’ Alta valle, riconoscendo e supportando il ruolo delle associazioni che già operano sul territorio e l’impegno della diocesi  che ha profuso locali e fondi della Caritas. In particolare, il passaggio da una azione locale e gestita con risorse private ad una azione di territorio con il contributo della prefettura e del ministero dell’interno, deve segnare un salto di qualità nella gestione di un fenomeno che non diventa di ordine pubblico solo se si lavora in modo coordinato alla salvaguardia e alla tutela delle persone in transito, dei loro diritti e necessità di base. Mons. Nosiglia ha concluso ribadendo il ruolo importante che hanno e che possono avere le comunità parrocchiali della diocesi di Susa e di Torino, con il loro capitale umano e la naturale capacità di accoglienza, e d’intesa con i rappresentanti della Prefettura si è impegnato a sollecitare una risposta rapida da parte delle istituzioni.

Migrantes Torino: dal 21 aprile un corso per famiglie che desiderano accogliere

9 Aprile 2021 - Torino - Un corso per famiglie che desiderano accogliere. Lo propone, dal prossimo 21 aprile, l'Ufficio Migrantes di Torino ed è rivolto a chi è interessato all'accoglienza dei rifugiati che necessitano ancora di un supporto per poi poter proseguire in autonomia il loro percorso di integrazione nel nostro paese. Si tratta di un percorso di formazione, con il confronto con chi ha già vissuto questa esperienza, rivolto a singoli e famiglie che vogliono sperimentare l’accoglienza di un rifugiato nella propria casa. Il corso è articolato in quattro incontri di approfondimento dedicati ai temi delle aspettative, dei diritti e dell’esperienza di accoglienza. Il corso, promosso dalla Migrantes di Torino, si avvale della collaborazione dell’Associazione Famiglie Accoglienti, nell’ambito del progetto Rifugio Diffuso promosso dall’Ufficio Stranieri di Torino.

Migrantes Torino: il 24 la presentazione di “Rifugio diffuso”

18 Febbraio 2021 - Torino - Un «ponte» tra la comunità e l’autonomia. Un «ponte» che rassicura, ma al tempo stesso stimola a quell’autonomia e quell’integrazione che sono il cuore e l’obiettivo di ogni accoglienza. Questo «ponte» sono state e saranno le famiglie, le coppie, i singoli che si metteranno a disposizione per il progetto «Rifugio diffuso» che il Comune di Torino con la Pastorale Migranti (Migrantes) porta avanti da anni e che il 24 febbraio intende rilanciare con una serata on line di presentazione e testimonianze. Il progetto di accoglienza di un rifugiato nella propria casa (con supporto economico e accompagnamento) può durare da 6 a 12 mesi ed è finalizzato ad offrire alla persona la testimonianza di una vita che non ha i ritmi e i sostegni (ma neanche i limiti) di una comunità. «Abbiamo una trentina di posti», spiega Miriam Carretta dell'Ufficio Migrantes, «per persone dalle provenienze e dalle storie più diverse. Negli anni abbiamo visto che per molti si instaura con chi accoglie un legame di affetto che non si esaurisce con la fine del progetto e che resta a testimonianza preziosa di come l’accoglienza sia un arricchimento reciproco». Accoglienza in casa e non assistenzialismo, affetto e relazione che comunque non s’improvvisano ma si costruiscono anche con la formazione, per questo all’incontro per chi aderisce, sono previsti appuntamenti di orientamento «anche perché», prosegue, «non facciamo abbinamenti casuali, ma si cerca di far ‘incontrare’ il più possibile esigenze e caratteristiche di chi accoglie e di chi è accolto». Gli inserimenti inizieranno in primavera. Per partecipare all’incontro è sufficiente collegarsi sul canale YouTube dell’Ufficio Pastorale Migranti alle 20.30. Informazioni: rifugiodiffuso@upmtorino.it . (F.BEL.)  

Migrantes Torino: ieri la Festa dei Popoli con mons. Nosiglia

7 Gennaio 2021 -

Torino - Ieri mattina il Duomo di Torino ha accolto una rappresentanza delle Cappellanie etniche della diocesi nella celebrazione della Messa dell'Epifania. Come ogni anno la Migrantes di Torino organizza la Festa dei Popoli che solitamente ha inizio con la celebrazione eucaristica e prosegue nel pomeriggio con le esibizioni delle comunità tra musica, danza e teatro. Quest'anno, vista l'emergenza sanitaria, la giornata dedicata ai popoli è stata celebrata con la sola funzione religiosa presieduta dall'Arcivescovo e co-celebrata da alcuni dei sacerdoti a capo delle singole cappellanie. Erano presenti le comunità filippina, romena, latino-americana, anglofona, francofona, lusofona, brasiliana, peruviana, srilankese, ucraina, ecumenica. Ad animare la celebrazione il coro multietnico e le preghiere dei fedeli nelle diverse lingue. L'arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia nell'omelia ha ringraziato le comunità etniche ricordando il grande legame di fratellanza che ci unisce e la Migrantes per la testimonianza di unità e fede che dà nel suo lavoro quotidiano accanto alle sorelle e ai fratelli migranti. «Sul territorio colgo 'segni di speranza'», a partire dalle famiglie, dalle aziende, dalle nostre comunità che si «aprono» all'altro. Mons. Nosiglia ha richiamato le parole dell'enciclica "Fratelli tutti" e la frase di Papa Francesco "Siamo tutti sulla stessa barca", a proposito del difficile periodo che la pandemia ci costringe a vivere e della necessità di sentirsi parte di un'unica umanità.  

«Siamo più poveri, ma più solidali - ha affermato Sergio Durando, direttore della Migrantes di Torino -. L'anno appena trascorso è stato difficile, ma ci siamo scoperti capaci di trovare nuove forme per restare accanto a chi ha bisogno"». Durando, al termine della celebrazione, ha lanciato una provocazione affermando che l'accoglienza non basta più. È giunto il momento di valorizzare le ricchezze culturali dei nostri fratelli, di andare oltre allo stereotipo che vede il migrante, in quanto tale, appartenere alla categoria degli 'svantaggiati'. Siamo chiamati a un altro compito: quello di rendere cittadini i migranti!».

Festa dei Popoli: ieri celebrazioni in tante diocesi italiane

7 Gennaio 2021 - Roma - Celebrazioni Eucaristiche e momenti all’insegna dell’essenzialità ieri in tante diocesi italiane per la Festa dei Popoli. Occasioni che annualmente – quest’anno in modo molto limitato a causa della pandemia - richiamano non solo gli stranieri presenti ma anche molti fedeli italiani. Anche ieri da Nord a Sud ci si è ritrovati per pregare insieme. In questi giorni su www.migransonline.it abbiamo dato alcuni appuntamenti. In questo pezzo oggi raccontiamo qualche celebrazione come a Vicenza dove il vescovo, mons. Beniamino Pizziol, ha celebrato in Cattedrale evidenziando che si è trattato di «una celebrazione meno solenne ma non meno intensa, perché i nostri cuori sono uniti». Alla celebrazione, promossa dall’ufficio diocesano Migrantes, un centinaio di migranti residenti in città a causa della pandemia che hanno animato la liturgia con canti e preghiere nelle varie lingue con una particolare attenzione agli ammalati di Covid e agli operatori sanitari, alle famiglie, al Papa, ai giovani. «Voi – ha detto il presule - arricchite la Chiesa con la vostra presenza, la vostra cultura e le vostre tradizioni». Con il vescovo hanno celebrato p. Domenico Colossi, direttore dell’ufficio Migrantes e i cappellani che seguono le singole comunità cattoliche di nazionalità straniera, circa 15 di fede cattolica che risiedono nel territorio diocesano. «Voi fratelli immigrati portate il dono della vostra fede, che è cresciuta con voi e che ora si manifesta in questa città che vi accoglie, conservando la vostra fede con generosità ed evitando che i vari Erodi possano metterla in discussione o scalfirla», ha detto il card. Crescenzio Sepe, amministratore apostolico della diocesi di Napoli, nella celebrazione in cattedrale.  Alla celebrazione, organizzata dall’Ufficio diocesano Migrantes, diretto da don Pasquale Langella, erano presenti alcuni gruppi etnici che vivono a Napoli. Nella tradizione della festa della Befana, poi, ai figli degli immigrati, sono stati donati giocattoli offerti dal Movimento Cristiano Lavoratori e dall’Ordine di Malta. Festa dei Popoli anche nella cattedrale di Torino su iniziava dell’ufficio Migrantes diocesano diretto da Sergio Durando e che ha visto, pur con tutte le limitazioni dovute alle normative vigenti, la presenza di diverse comunità etniche. «La Chiesa ha sempre visto il pellegrinaggio dei Magi sotto il segno di quell’anelito di tutta l’umanità verso Cristo Signore perché ogni uomo è stato creato per Cristo e il desiderio più forte, che ha in sé stesso, è trovarlo e riconoscerlo come suo Creatore e Signore» ha detto l’arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia, nell’omelia della liturgia. Il presule, che anche amministratore apostolico di Susa, ha celebrato anche qui una liturgia per le comunità migranti. A Rimini celebrazione con il vescovo, mons. Francesco Lambioasi in varie lingue mentre la festa è stata rinviata a domenica 26 settembre, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Alla celebrazione hanno partecipato sacerdoti stranieri che prestano servizio in diocesi per sottolineare «l’universalità del Vangelo e della Chiesa dove ognuno si deve sentire accolto, desiderato e amato», ha detto il direttore Migrantes, Cesare Giorgetti. Per mons. Lambiasi la festa dell’Epifania è «manifestazione di Cristo ai pagani, è la festa della fede, offerta a tutto il mondo». (Raffaele Iaria)      

Migrantes Torino: domani la festa dei Popoli con mons. Nosiglia

5 Gennaio 2021 -
Torino – Mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e Susa  presidierà la Santa Messa dell’Epifania del Signore e della Festa dei Popoli nel duomo del città domani, mercoledì 6 gennaio alle10.30.
Per esigenze di sicurezza potranno entrare in chiesa al massimo 200 persone, pertanto la celebrazione sarà limitata ai rappresentanti delegati dalle diverse comunità etniche, spiega una nota della Migrantes di Torino.

Migrantes Torino: il 6 gennaio la festa dei Popoli con mons. Nosiglia

24 Dicembre 2020 - Torino - Mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e Susa  presidierà la Santa Messa dell’Epifania del Signore e della Festa dei Popoli nel duomo del città mercoledì 6 gennaio alle10.30. Per esigenze di sicurezza potranno entrare in chiesa al massimo 200 persone, pertanto la celebrazione sarà limitata ai rappresentanti delegati dalle diverse comunità etniche, spiega una nota della Migrantes di Torino.