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La mia parrocchia: famiglia di famiglie senza frontiere

26 Dicembre 2020 - Messina - Per questo tempo liturgico, Tempo di Natale, viene proposta una riflessione che ci inviti a guardare con occhi diversi e più vigili alla famiglia migrante, nucleo di uomini e donne costretti costantemente ad armonizzare il proprio mondo con quello del Paese che li ospita e li accoglie. Si tratta di una realtà in continua costruzione che, inevitabilmente, aiuta anche la nostra a non restare uguale a se stessa. Otto spunti da leggere, rileggere e meditare, per una narrazione altra, a tratti scomoda, che ci invita a guardare all’altro in maniera complessa e, per ciò stesso, mai banale. Il peso della responsabilità verso la famiglia di origine. Le persone che decidono di emigrare sono sempre portatrici di un progetto famigliare. Sentono su di sé la responsabilità di rispondere ai bisogni che hanno determinato la decisione di partire e alle attese che la loro partenza ha generato. Si sentono responsabili di un investimento affettivo e anche economico che la famiglia ha fatto su di loro, spesso indebitandosi fortemente. Attualmente, l’impossibilità di ottenere un visto sul passaporto e quindi di poter prendere un normale volo aereo, obbliga ad affrontare viaggi rischiosissimi, di cui spesso al paese di partenza non si è abbastanza consapevoli. Le prove che le persone migranti oggi devono affrontare operano una selezione già alla partenza: partono le persone meglio attrezzate per affrontarle e queste persone sentono sulle proprie spalle tutto il peso della responsabilità di cui sono caricate. Il migrante è un uomo di confine, in tensione fra due mondi.  La frontiera oltrepassata segna profondamente la sua vita: rimane come una ferita di demarcazione fra il “suo” mondo, ormai non più suo, ed il nuovo mondo, il mondo dell’“altro”, che non potrà mai essere veramente suo. Le persone migranti non partono perdenti: investono anzi molta energia nel proprio progetto di riuscita. Esse hanno da affrontare il difficile passaggio dello sradicamento.   Nonostante le pesanti penalizzazioni (dovute spesso alla nostra paura di far posto a un commensale non invitato) di solito realizzano un loro progetto.  A volte anzi accumulano conoscenze ed esperienze umane che portano ad un notevole allargamento degli orizzonti e delle capacità critiche. Nessuno parte per sempre, solitamente si pensa che nel giro di qualche anno si tornerà per migliorare la situazione a casa. E invece per nove persone su dieci il progetto deve cambiare e si deve adattare a una situazione economica e sociale molto diversa da quella sperata. Di qui la necessità di pensare a crearsi una famiglia qui o farsi raggiungere da coniuge e figli che sono rimasti al paese. Le dinamiche della famiglia immigrata sono particolari e aggiungono complessità alla comune vita delle famiglie. È normalmente all’interno delle mura domestiche che l’immigrato coltiva la sua identità di origine, ed è qui che misura la “distanza culturale” che lo separa dal mondo circostante. La famiglia è soprattutto il luogo della trasmissione dei saperi sociali, che vengono attinti molto spesso dalla religione e si basano sul rispetto dei genitori (e degli adulti in genere) e sul senso della comunità. Al paese questa funzione era supportata dall’intero contesto sociale.  Dentro casa il padre faceva rispettare certe regole, fuori casa i figli erano sorvegliati dal gruppo adulto e presi in carico dalla comunità. In emigrazione i genitori sono soli a portare il peso della tradizione e il ruolo della trasmissione della cultura viene spesso compresso fra le mura domestiche.  I modelli esterni incombono come una minaccia per la missione di cui i genitori si sentono investiti.  Come minimo essi tendono ad imporre ai figli la conoscenza e l’uso della lingua domestica, mentre questi la vivono con fastidio.  Il loro più grande smarrimento è costatare che i figli aspirano a essere come i loro coetanei del mondo di fuori.  Nello sforzo di “salvare i figli”, spesso è il richiamo religioso a diventare il simbolo della resistenza “Nell’incontro fra culture, infatti, la religione è l’ultimo baluardo ad arrendersi” (R. Bastide).  È così che molti immigrati, con l’arrivo dei figli, ricuperano un profondo attaccamento alla pratica religiosa prima trascurata. Paradossalmente il problema fondamentale per la famiglia immigrata è la “comunicazione”.  Il suo isolamento, conseguente ai processi di emarginazione, oltre che abitativo è psicologico. Quel che è valorizzato e desiderabile per i genitori è svalorizzato e disprezzato dai figli e viceversa.  Ciò implica non solo conflitto con i genitori, ma anche rottura con il loro sistema di valori. I traguardi divergono.  La scelta dei genitori è innescata su una educazione che li aveva resi adulti partecipi di una società locale, mentre i figli puntano all’affermazione psicologica di sé. I genitori, infatti, anche se emigrando hanno scelto la realizzazione personale, fanno sempre riferimento alla società dove sono stati educati come membri di un gruppo. Inoltre, questa contrapposizione viene aggravata dalla negatività dell’immagine dei genitori rimandata dal contesto locale. E i genitori reagiscono a questo deprezzamento cercando ancor più di tener fermi alcuni punti, per loro fondamentali, della propria cultura. Seduti tra due sedie. I giovani immigrati, soprattutto nella fase scolastica, vivono in due ambiti principali di socializzazione, che sono la scuola e la famiglia.  Sono di conseguenza contesi fra due appartenenze: quella dei genitori (e del gruppo etnico) e quella della scuola (e della società locale): Essi vivono perciò una tensione identitaria che li costringe a dibattersi in una ambivalenza difficilmente risolvibile, per la difficoltà di coniugare le due appartenenze senza disporre di uno spazio “neutro” o di contesti di sostegno per una elaborazione emotivamente più serena. La ricerca di identità corrisponde al bisogno di punti di riferimento stabili per sentirsi sicuri e provare benessere.  Infatti, il cercare di aumentare la propria stima di sé e la stima che si riceve dagli altri è una delle motivazioni fondamentali della vita psicologica e sociale di ciascuno. Sebbene ogni giovane straniero abbia un nome, un ruolo sociale, una precisa origine etnica o una famiglia attraverso cui possiamo identificarlo, viene visto solo come “immigrato”, cioè tramite un filtro stigmatizzante che evoca marginalità ed estraneità.  Mentre vorrebbe sentirsi qui come a casa sua, noi lo etichettiamo a vita come “straniero”: diverso e inferiore. Il vedere in lui anzitutto un immigrato, è un modo per sancirne l’esclusione.  Una tale identità egli non se la sente: la subisce come un ruolo che gli viene imposto.  Insomma, omologando gli stranieri fra loro, li segreghiamo. E noi? A volte sappiamo così poco di loro, che proviamo inquietudine nei loro confronti: una realtà confusa e poco conosciuta mette naturalmente apprensione.  Ma di solito simili pregiudizi cadono quando si instaurano dei rapporti individuali. Occorre dunque anzitutto far emergere dal fondale inquietante indistinto volti che diventino delle persone precise, da cui levare tutte le etichette ingombranti.  E poi scommettere su tutte quelle loro potenzialità che il pregiudizio ci impediva di vedere. Non si tratta di crogiolarsi in ingenui ottimismi o in paternalismi condiscendenti e deresponsabilizzanti.  La vita che i giovani immigrati hanno davanti è dura: non hanno perciò bisogno di alibi o di sentirsi solo ripetere quello che non possono fare, quel che non possono avere, quel che non possono essere.  Hanno bisogno che qualcuno gli dia l’opportunità di fare e di avere qualcosa, di essere finalmente qualcuno.   … alcune domande per lasciarci interpellare
  • La mia parrocchia conosce e trova il modo di avvicinare le persone straniere di fede cristiana che sono sul suo territorio?
  • Le famiglie straniere trovano momenti di vicinanza e accoglienza nella comunità parrocchiale, almeno per i momenti più importanti della nascita di un figlio o del dolore di una perdita?
  • Quando organizziamo eventi della comunità parrocchiale, pensiamo a invitare esplicitamente anche le persone e le famiglie straniere?
  • Le comunità di stranieri possono trovare spazi di incontro nei locali della mia parrocchia?

(Germano Gartatto, coordinatore del progetto educativo "Il viaggio della vita" promosso a Lampedusa dalla Fondazione Migrantes)

  La scheda completa per il Tempo di Natale,  con consigli per la riflessione e la preghiera, curato dall'Ufficio Migrantes di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela è pubblicata sul numero di Gennaio del mensile "MigrantiPress".  

Migrantes Messina-Lipari-S. Lucia del Mela: lunedì la presentazione del Rapporto Diritto Asilo

11 Dicembre 2020 - Messina - Lunedì 14 dicembre 2020, dalle ore 10.30, sulla piattaforma Microsoft Teams sarà possibile partecipare alla presentazione del volume della Fondazione Migrantes “Il diritto d’asilo. Report 2020. Costretti a fuggire … ancora respinti”. L'evento, organizzato dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Messina-Lipari-S. Lucia del Mela e dal Dipartimento COSPECS dell’Università degli Studi di Messina, è inserito tra gli appuntamenti del progetto “Trame migranti” per la diffusione delle tematiche e delle buone pratiche che riguardano le migrazioni e l’accoglienza. Il Diritto d'asilo - Report 2020 prova a dare strumenti di riflessione sia statistici che etici. Spazia dalla dimensione mondiale alle cause che obbligano un numero sempre maggiore di persone a cercare protezione, per arrivare alla dimensione europea e a quella nazionale. Il volume dà spazio anche alle diverse storie che, nonostante il contesto attuale, crescono e fioriscono nel nostro Paese quando le persone si attivano e si incontrano al di là delle norme e delle etichette. Il Rapporto è curato da un'équipe di autori che, oltre ad essere studiosi di questi temi, accompagnano da anni, direttamente e concretamente, richiedenti asilo e rifugiati nei loro percorsi nel nostro Paese; si articola in 12 contributi scanditi in cinque parti: “Con lo sguardo rivolto all’Europa”, “Tra l'Europa e l’Italia”, "Guardando all’Italia”, “Approfondimento: la rotta balcanica” e, novità preziosa di quest'anno, un “Approfondimento teologico” sul principio di destinazione universale dei beni per un approccio integrale alle migrazioni. La presentazione del Rapporto sarà affidata a Mariacristina Molfetta della Fondazione Migrantes e co-curatrice del volume. Ne discuteranno Eduardo Barberis, sociologo del Dipartimento DESP dell'Università di Urbino “Carlo Bo” e Silvia Pitzalis, antropologa del Dipartimento DESP dell'Università di Urbino “Carlo Bo”. Verranno inoltre presentati degli approfondimenti su alcune realtà territoriali, a cura di Massimo Mucciardi, statistico del Dipartimento COSPECS dell'Università di Messina, Maria Jolanda Dezi e Alessandro Fulimeni dell'associazione Nuova Ricerca Agenzia Res. Gli interventi si concluderanno con il racconto di una esperienza di accoglienza in famiglia presentata da Sophia Osayande e Marco Moschini. L'incontro sarà moderato da Andrea Nucita, docente del Dipartimento COSPECS dell'Università di Messina.

GMMR: le iniziative della Migrantes di Messina

24 Settembre 2020 - Messina - In occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, la Migrantes di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela si ritriverà domenica 27 settembre 2020 alle ore 16.00 in Cattedrale per la Celebrazione eucaristica presieduta da don Marco D’Arrigo, vicario foraneo di Messina centro e Messina nord, animata dalle cappellanie srilankese e filippina e dai volontari dell’Ufficio diocesano Migrantes. “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni” è il titolo scelto da Papa Francesco per la Giornata. Il Messaggio consegnato dal Pontefice si concentra sulla pastorale degli sfollati interni, entro i confini del proprio Paese, che oggi nel mondo sono oltre 50 milioni. Sono fra le persone più vulnerabili al mondo. Hanno abbandonato la propria casa per ragioni simili a quelle dei rifugiati, ma restano sotto la protezione del loro governo, anche quando proprio quel governo è la causa delle situazioni che li hanno costretti alla fuga. E in assenza di un mandato generale per la loro assistenza, la maggior parte degli sfollati interni non riceve protezione internazionale. Come risulta evidente dal titolo del Messaggio, la riflessione di Papa Francesco - si legge in una nota della Migrantes diocesana - parte dall’esperienza di Gesù sfollato e profugo assieme ai suoi genitori, per ribadire l’importanza della ragione cristologica dell’accoglienza cristiana. Il Messaggio si sviluppa in sei sottotemi, esplicitati da altrettante “coppie di verbi”: conoscere per comprendere; farsi prossimi per servire; ascoltare per riconciliarsi; condividere per crescere; coinvolgere per promuovere; collaborare per costruire. L’Ufficio diocesano Migrantes di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela raccoglie l’invito di Papa Francesco per "un rinnovato impegno, perché le nostre comunità siano sempre più un luogo di accoglienza, di riconoscimento e di protagonismo per i migranti. Si tratta di una sfida educativa - dice il direttore Santino Tornesi -  che ci vuole protagonisti nella fedeltà al Vangelo, per questo l’equipe formativa dell’Ufficio si mette a disposizione delle comunità parrocchiali e della società civile per preparare, insieme, incontri di conoscenza e riflessione sui temi che riguardano il mondo delle migrazioni e le storie delle persone che ne sono coinvolte". Per la “Settimana diocesana delle Migrazioni”, che va dal 26 settembre al 3 ottobre - aggiunge Tornesi - "abbiamo invitato le librerie cittadine ad allestire uno spazio con i volumi dedicati al tema delle migrazioni". L’iniziativa prende il nome di “LibReriamo una nuova narrazione”, nella "consapevolezza che tante paure e discriminazioni nascono dalla non conoscenza e da un racconto falsato da chi, sulla pelle dei migranti, ricerca consenso attraverso strumentalizzazioni ed analisi faziose". All’iniziativa hanno aderito: Libreria La Feltrinelli Point; Libreria Paoline; Libreria La Casa di Giulia; Libreria La Gilda dei Narratori; Libreria Bonanzinga; Libreria Mondadori-Ciofalo.

Migrantes Messina: domani celebrazione per la Giornata Mondiale del Rifugiato

19 Giugno 2020 - Messina – Domani, sabato 20 giugno 2020 alle ore 18.30, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato indetta dall’ONU, nella Chiesa di Sant’Elia a Messina, su invito dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Messina- Lipari-Santa Lucia del Mela per pregare e riflettere sul fenomeno delle migrazioni forzate e sul dramma di tante persone costrette a scappare in cerca di protezione. Con la celebrazione eucaristica, presieduta dal vescovo ausiliare, mons. Cesare Di Pietro, affideremo al Signore “la vita di questi nostri fratelli e pregheremo affinché la comunità internazionale prenda a cuore la loro condizione, individuando percorsi e fornendo mezzi per assicurare ad essi la protezione di cui hanno bisogno, una condizione dignitosa e un futuro di speranza”. Quest’anno la Giornata Mondiale del Rifugiato cade in “un momento critico per l’umanità, segnato dalla pandemia da COVID-19 e dal protrarsi dei conflitti in tutto il mondo che aggravano l’attuale crisi umanitaria. Un motivo in più – spiega la Migrantes diocesana - come chiedono le Nazioni Unite, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di oltre 70 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati nel mondo che, costretti a fuggire da guerre e persecuzioni, lasciano i propri affetti, la propria casa e tutto ciò che un tempo era la loro vita per cercare salvezza altrove. In questo contesto l’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, ha deciso di promuovere la campagna #WithRefugees, che vuole diffondere un messaggio di solidarietà ed inclusione, ricordando che tutti possiamo fare la differenza per rendere il mondo un posto più sicuro e solidale”. L’Ufficio Migrantes invita le parrocchie della diocesi a ricordare, durante le celebrazioni, il dramma dei rifugiati e dedicare loro un’intenzione nella “preghiera dei fedeli”.