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Mci Annecy: “Io sono il pane vivo”

14 Giugno 2020 - Annecy - “Io sono il pane vivo”: Gesù ci meraviglia a scegliere il pane! Il pane è una realtà santa, indica tutto ciò che fa vivere; e che l'uomo viva è la prima preoccupazione di Dio. No, oggi non è la festa dei tabernacoli o degli ostensori, o la mostra celebrativa di pissidi dorate. Oggi è la festa del “Prendete e mangiate.....Prendete e bevete”. Come ci dice oggi il Vangelo, che si struttura interamente intorno a un verbo concreto: “mangiare”. Gesù sta parlando del sacramento della sua esistenza. E questo perché ci incamminiamo a vivere l'esistenza umana come l'ha vissuta Lui. Capita a tutti di dimenticare, anche a chi è più giovane. Soprattutto ci capita di dimenticare il significato delle cose che abbiamo fatto: magari abbiamo tanti ricordi, portiamo nel cuore tante esperienze, e tuttavia fatichiamo a mettere ordine fra questi ricordi. Succede a volte che il ricordo del passato genera in noi più malinconia che incoraggiamento, ridimensionando ogni speranza per il futuro. Accadde così al popolo d'Israele al termine del cammino nel deserto, come leggiamo nella prima lettura di oggi. Ricordavano soprattutto gli stenti e le fatiche di quegli anni dopo l'uscita dall'Egitto; ma rischiavano di dimenticare il Signore che li aveva guidati. E invece soltanto il ricordo del Signore li avrebbe potuti salvare, come diceva loro Mosè: “Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto...”. Perché era stato Lui, il Signore, a liberarli dalla condizione servile; Lui aveva fatto sgorgare per loro acqua dalla roccia; ancora Lui li aveva nutriti con la manna; ed era Lui dunque che poteva di nuovo liberarli dalle mille insidie di ogni giorno... Anche al tempo di Gesù troviamo tanti Giudei che sono più attenti alle loro opere buone che al ricordo delle opere di Dio. Ed è appunto contro questa dimenticanza che Gesù combatte per tutta la sua vita: nella sua missione Egli non fa altro che ricordare al popolo l'amore potente del Signore, insegnando a confidare in Lui ogni giorno. Soprattutto sulla croce Gesù compie questo ricordo delle opere di Dio: nell'ora della morte, quando tutti lo hanno abbandonato, Egli si ricorda del Padre, affidandosi con fiducia alla sua misericordia. E proprio il ricordo del Padre gli apre la strada verso la risurrezione e la Vita. Ebbene, nella festa odierna Gesù vuole insegnarci a fare altrettanto: ci insegna, infatti, a ricordare le opere che Dio ha compiuto nella nostra vita, per guardare con speranza al futuro. E lo fa attraverso l'Eucarestia, attraverso quel pane che ogni domenica spezziamo e condividiamo. Può sembrarci poca cosa di fronte alla complessità della nostra vita. Eppure questo pane ci ricorda la vita e la morte di Gesù, il suo dono per la vita del mondo. E dunque questo pane, attraverso Gesù, ci ricorda le opere che Dio, il Padre dei cieli, ha compiuto e continua a compiere nella nostra vita, perché anche noi possiamo diventare dono per la vita del mondo. Possiamo allora guardare al futuro con speranza e fiducia: perché la nostra memoria ritrova i desideri e le promesse degli inizi; e noi ci accorgiamo di essere ancora in buone mani,... riprendiamo a vivere. E qui avviene il miracolo, lo stupore, il segno! Il pane mangiato diventa in noi vita, e ci unisce alla stessa vocazione di Gesù: non andarcene da questo mondo senza essere diventati pezzo di pane buono per qualcuno. (don Pasquale Avena - Mci Annecy)    

La forza che ci alimenta

6 Giugno 2020 - Annecy - Oggi il Vangelo è molto breve. Breve non vuol dire che non è importante, anzi! Il testo fondamentale, su cui si muove la liturgia di oggi, è il versetto: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Dio ha tanto amato il mondo, in senso positivo, l'universo, tutte le creature, tutti gli esseri viventi. Noi siamo frutto di questo amore. E con questo vogliamo affermare che credere in Dio significa ritenere che c'è una Vita grande, che c'è una Verità immensa, che c'è un Bene sommo e che una forza positiva ci alimenta. Il nostro futuro è possibile, perché Dio può entrare nella nostra vita. C'è una Realtà profonda che ci sostiene e che rende sensata tutta la nostra esistenza. Come cristiani aggiungiamo che Dio è Trinità. Questa formula è diventata dottrinale, ma non è una formula calata dal cielo, perché usiamo termini umani. Ed ha richiesto secoli per essere formulata, perché nasceva da una esperienza (la sua formulazione è del IV secolo dopo Cristo). E questa esperienza ci porta ad evidenziare il carattere relazionale della nostra esistenza; noi siamo rapporto, per cui diciamo Dio in modo relazionale: Padre, Figlio, Spirito sono termini relazionali. Ci siamo ben resi conto in questi giorni di pandemia come noi siamo costituiti dalle relazioni; non solo con gli altri, ma anche con gli animali, con le piante, con la realtà che ci attornia. In questo senso noi possiamo diventare noi stessi vivendo i rapporti e alimentando le relazioni. Anche nel nostro modo di pensare e di dire Dio. Cosa voglia dire questo riguardo a Dio non lo possiamo capire, lo possiamo solo percepire nelle nostre piccole realtà create. I termini che noi utilizziamo per parlare di Dio sono termini umani: padre, figlio, dono, principio, parola, spirito; e sono tutti termini relazionali, che indicano cioè un rapporto. E qui percepiamo che l'espressione di fede in Dio mette in luce anche una caratteristica della nostra condizione: noi siamo relazione. Il che vuol dire che, se Dio è, per vivere intensamente noi non possiamo evitare il rapporto con Lui. Vivere la relazione con Dio non è accidentale per noi, ma costitutivo. E il viverla consapevolmente ci rende, da un punto di vista umano, compiuti. Chi vive la fede in Dio deve essere consapevole che il suo cammino è verso una compiutezza umana che deve diffondere. Dio ha tanto amato il mondo......il mondo intero, uomini, donne, terra, animali, piante.... E se Lui lo ha amato, anche noi vogliamo amarlo, custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la Vita fiorisca in tutte le sue forme e racconti Dio, Padre, Figlio, Spirito Santo che cammina con noi in questa nostra storia che scopriamo fragile, e ci abbraccia nel Mistero dell'Amore. (d. Pasquale Avena - Mci Annecy)    

Siamo tempo

30 Maggio 2020 -    “La sera di quel giorno...” ci fa notare il Vangelo di oggi, cioè il giorno di Pasqua. Cominciò la sera di Pasqua il rinnovamento nello Spirito dei discepoli di Gesù: quella sera, apparendo ai suoi, Gesù disse: “Ricevete lo Spirito Santo”. Il giorno di Pentecoste, dopo cinquanta giorni, fu il compimento di un processo che avevano già cominciato da tempo. Potremmo chiederci: perché il dono dello Spirito non si espresse subito, già da quella sera di Pasqua, in tutta la sua efficacia come dopo la Pentecoste? I discepoli, come noi, siamo creature soggette al tempo e dobbiamo rispettare i ritmi del tempo per accogliere il dono dello Spirito. Il cambiamento non può avvenire in un solo istante. Lo Spirito Santo viene consegnato interamente, ma noi Lo accogliamo solo passo dopo passo lungo il cammino della nostra vita. Per questo si richiedono molte tappe. E queste alimentano la speranza del compimento, non costituiscono ancora la pienezza. Siamo sempre in processo, in cammino. Per gli Apostoli furono necessari cinquanta giorni per giungere ad essere testimoni del Signore Risorto. E in più, cinquanta giorni preceduti da anni di cammino alla sequela di Gesù. E inoltre, noi siamo figli di Dio non perché acquisiamo perfezioni divine, ma perché portiamo a compimento la perfezione umana che ci è consegnata, corrispondente alla nostra collaborazione con Dio al progetto di umanità che Egli ci ha proposto dall'eternità e che in Gesù ci ha manifestato. I cinquanta giorni vissuti dai discepoli sono il paradigma della nostra piccola storia. Anche su di noi lo Spirito è stato invocato quando siamo nati, quando intorno a noi i nostri genitori, i parenti, gli amici, si sono raccolti per invocare lo Spirito. Il Battesimo è l'inizio di questo cammino. E nell'Eucarestia noi ogni domenica rinnoviamo, richiamiamo questo inizio, finché giunga a compimento. Un compimento che non è solo dovuto al ragionamento, ma sarà il risultato di una esperienza: vivendo l'atteggiamento della fede e accogliendo l'azione dello Spirito, il nostro pensiero e la nostra relazione con Gesù acquistano qualità nuove, che si esprimeranno nelle nostre relazioni quotidiane. È questo il nostro cammino spirituale, di tappa in tappa, di istante in istante. Siamo tempo: nulla del dono dello Spirito vada mai perduto; e il Mistero che ci avvolge costituisca, anche oggi in questi momenti difficili, l'orizzonte quotidiano della nostra piccola e fragile esistenza di esseri umani. Buona e santa festa di Pentecoste a tutti.

don Pasquale Avena

Mci Annecy

 

Prestazioni o relazioni?

24 Maggio 2020 - Annecy - Oggi in Francia si celebra la settima domenica di Pasqua, in quanto l'Ascensione l'abbiamo celebrata giovedì scorso; In Italia invece si celebra oggi. Ma siamo sempre e comunque tutti uniti nella medesima preghiera di Gesù. Infatti, il brano del Vangelo ci riporta l'ultimo grande discorso di Gesù nel Vangelo di Giovanni che ha la forma di una preghiera di addio, nella quale si rivolge non più ai discepoli ma direttamente a Dio. È giunta “l'ora”, quella della croce e del passaggio al Padre. Il momento è quello “cruciale” nel senso più letterale del termine. Si decide il Suo destino. Nonostante Lui insista a parlare di Vita, la morte alza la voce e tutto intorno è cupo. È il momento delle separazioni e della solitudine più estrema: i suoi si allontanano, il Padre sembra sfuggente, le convinzioni si ritirano, le forze abbandonano, la paura opprimente, fino a sudare sangue. Sono così, d'altronde, i veri “momenti cruciali” della vita, come l'attuale, quelli in cui ci si trova di fronte a qualcosa, qualcuno che muore, di noi o fuori di noi. E ora, che c'è una decisione da prendere o da accettare, quando finisce un percorso o si apre una opportunità, quando si affronta una prova.... in queste e molte altre situazioni si provano gli stessi sentimenti di Gesù. La solitudine diventa padrona di casa e pare che l'unica risposta possibile debba porsi sul piano delle, direi, “prestazioni”: la scelta giusta, la risposta puntuale, la forza necessaria, la lucidità adeguata... I “momenti cruciali” sarebbero una questione esclusivamente di “prestazioni”. Invece Gesù ne fa una questione di “relazioni”, e nell'attimo decisivo “si racconta”, con la preghiera d'addio, come “uomo del legame” prima che della prestazione. Il Padre e i suoi: mentre l'istante drammatico rischia di farli sbiadire, Gesù grida forte la loro presenza. Non è un gesto eroico, piuttosto l'unica via possibile. Non è una dichiarazione di forza ma di sorprendente debolezza. Quei legami lo costituiscono e sono i soli a spaccare l'isolamento, che potremmo definire come il secondo nome della morte. Credo che qui ci sia una via tracciata con chiarezza per stare da cristiani nei nostri “momenti cruciali”. Le relazioni contengono un seme di salvezza; le prestazioni, invece, come certe certezze, spesso sono solo illusione. Molti di noi, forse, l’hanno vissuta l’esperienza del crollo delle certezze. Una crepa profonda si è aperta nelle nostre vite anche oggi, e ci ha fatto ripensare tutto, anche la nostra fede. Quella di prima, basata piuttosto sulle regole, scricchiolava, la nostra fede aveva bisogno di una rinascita come quella dei discepoli. Poi, piano piano, abbiamo visto, e ci rendiamo conto ora, che è proprio da quella crepa che la luce può penetrare. Le certezze di prima a volte crollano, per lasciare spazio ad una fede nuova, liberata, più autentica, più pronta forse ad accogliere l’invito di Gesù a farci costruttori di relazioni d’amore tra le persone, ad annunciare la Buona Novella, la Vita, là dove c’è solitudine, oppressione, umiliazione, sofferenza e morte. Con una speranza in cuore che ci viene da quella promessa di Gesù: «Io sono con voi tutti i giorni».

don Pasquale Avena

Mci Annecy

Quando c’è la crisi

17 Maggio 2020 - Annecy - Ogni età dell'essere umano conosce le sue crisi. E i mutamenti di civiltà, di società non si svolgono senza crisi. Le crisi fomentano rivolte, fatalismo, ma possono anche aprire cammini nuovi di rinnovamento a patto di superarle, di non lasciarci scoraggiare, di non rinunciare. In questi ultimi mesi, il mondo sta attraversando un momento difficile. Anche la Chiesa e la comunità dei credenti, vive questa crisi, che diventa una crisi di mutamento. La Chiesa cammina con il mondo, e le gioie e le speranze, le lotte e le sofferenze degli uomini sono le gioie e le speranze, le lotte e le sofferenze della Chiesa. Gesù non ha mai detto ai suoi discepoli di uscire dal mondo, non ha mai promesso luoghi fuori dal mondo dove si trova una perenne tranquillità, indifferente alla storia umana. Pregando il Padre diceva: “Non ti prego di toglierli dal mondo, ma di preservarli dal male”. C'è il pericolo nei momenti di crisi che la Chiesa e le comunità cristiane che la compongono si ripieghino su se stesse, incapaci di leggere con profondità i mutamenti dell'umanità. C'è sempre questa tentazione di distoglierci dalla realtà, di non vedere le cose come sono. La fede ci dà il coraggio di guardare in faccia la realtà. Questo coraggio è il contrario della pigrizia. È capacità di fare le necessarie analisi della situazione. Sovente siamo condizionati dall'opinione pubblica. Gli slogan si sostituiscono alla riflessione seria e serena, e diventano un mezzo per sfuggire la verità degli avvenimenti. Sovente l'emozione sostituisce la riflessione e l'intelligenza. La storia è piena di capovolgimenti delle folle, che bruciano oggi ciò che ieri adoravano. E non mancano i volta-gabbana. Le tentazioni non mancano. Tentazioni di rivolgersi al passato, come rimpiangere un paradiso perduto. Se leggiamo gli autori antichi scopriamo che c'è sempre stato questo rimpianto del passato. I tempi del passato sono belli solo perché sono passati, perché a loro volta non erano belli. L'altra tentazione è di proiettarci in un futuro di sogni, che dipende da uomini provvidenziali che ci daranno pace, sicurezza, salute, felicità, senza coinvolgere le nostre iniziative e la nostra responsabilità. La fede ci farà superare queste tentazioni. Il credente in Gesù Cristo non vive nei sogni, vive nella realtà della sua epoca. Il nostro tempo, con le sue gioie e le sue situazioni drammatiche, è sempre il tempo di Dio, cioè il tempo dell'energia, della lotta, della speranza attiva, coraggiosa, perché radicata nella fede. Sento molto in me quello che ci dice l'apostolo Pietro nella seconda lettura di oggi: “...pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Se il cristiano non è testimone di speranza, che cosa è? Questa speranza che viene dalla fede in Gesù ci fa combattere per l'uomo, per la sua dignità, per i suoi diritti. La crisi che attraversiamo deve renderci più credenti, più convinti della nostra fede. L'apostolo Pietro ce ne dà la testimonianza. (don Pasquale Avena - Mci Annecy)      

La dimora

9 Maggio 2020 - Annecy - Penso che tutti, in un modo o nell'altro, amiamo la nostra casa. Certo, alle volte la sentiamo anche piccola e stretta: e tuttavia sperimentiamo tutti, ogni tanto, la gioia di poterci ritirare in casa, nella nostra camera, chiudendo fuori, almeno per un momento, le molte occupazioni e preoccupazioni che la vita ci presenta. Dunque, il desiderio della casa tocca un po' il cuore di tutti. Proprio come accadeva già in quel tempo ai discepoli radunati attorno a Gesù per l'ultima cena, secondo il racconto del Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato questa domenica (Gv 14,1-12): anche quei discepoli sentivano forte il desiderio di una casa dove trovare pace. Ma ora forse la nostra casa comincia a starci un po' troppo stretta! Certo, ai discepoli ed a noi Gesù fa intravedere un'altra casa – "la casa del Padre mio" (Gv 14,2) – una casa che ha molti posti, un posto per ciascuno di noi, un posto che ci può davvero dare la serenità cercata. Il loro cuore, dice il Vangelo, era "turbato" (Gv 14,1): affannato, agitato, proprio come il nostro cuore quando non riesce a trovare una casa tranquilla in cui riposare. Il nostro cuore rimane turbato, e ci ritroviamo spesso affaticati e spaesati lungo le strade della nostra vita. Perché sarà pure vero che la casa del Padre è bella ed ha molti posti: ma intanto ora ci troviamo su strade ancora piene di affanni e di paure, e non è detto che ci conducano proprio alla casa tanto desiderata. Ma qual è la casa, la dimora di cui parla Gesù? La dimora è vivere lo Spirito. E il fatto di essere stati costretti a stare in casa ci ha fatto scoprire come non un nuovo tempio fatto di pietra, né un tabernacolo per trattenerlo, né un altare per il sacrificio, ma la dimora è la via, la strada-dimora è lui stesso, Gesù,.... la via è seguire Lui, che ci permette di trovare posto per dimorare nello Spirito. Tutto questo significa lasciare che Gesù illumini la nostra vita e che la interroghi con la sua parola. La vita non è la promessa della vita eterna, ma è Gesù stesso, sorgente della vita, che trasmette e fa scorrere, anche nelle tortuosità complicate e accelerate delle nostre giornate, la sua linfa di coraggio, compassione, tenerezza, perdono. Perché Gesù ci insegna con la sua vita che la verità non consiste in cose da sapere o da avere, ma è un modo di vivere, è una persona che offre la vita e che con i suoi gesti libera dal male e trasforma la nostra vita nella sua dimora. Siamo stati coinvolti in una grande epidemia della nostra “casa comune”, che è il nostro mondo, le nostre comunità, il nostro corpo. In molti modi già prima ci è stata annunciata la necessità di cambiare il nostro stile di vita, ma ora ne sperimentiamo tutta la vulnerabilità. Se vogliamo usare la metafora evangelica di domenica scorsa potremmo dire che il gregge ha inquinato i pascoli e i ladri hanno saccheggiato l’ovile. In questi giorni i nostri discorsi si affastellano tra pensieri confusi, sentimenti colmi di paura e comportamenti ancora incapaci di rispondere adeguatamente alla diffusione del male. Oggi il primo passo da compiere verso un nuovo modo d’intendere la nostra esistenza è il risveglio spirituale, è il recupero del senso di meraviglia che la creazione ogni giorno ci offre. Il primo passo è innamorarsi della bellezza della vita, della natura, del cosmo e lì confessare il Dio della vita. Perché il Signore è in questa casa. La sofferenza e il dolore, la morte ci hanno colpito e non possiamo allontanarli. Siamo nella notte oscura, per usare il linguaggio dei Mistici, e il risveglio segna l’inizio di una conversione radicale, di una nuova vita, e la notte è il passaggio dalla disillusione alla speranza. Oggi, come civiltà, stiamo attraversando questa disperazione e abbiamo bisogno di proteggere la nostra casa comune, ma la difesa non viene solo da distanza, mascherine, dal lavoro telematico a casa, test e diagnosi…. E’ necessario recuperare il senso di una rinascita direi creativa, come una risurrezione, per far nascere nuove forze al servizio, protezione e rispetto del nostro mondo, e di tutta la comunità umana, e dello spirito del nostro corpo, che abita in noi. Il desiderio della casa, del dimorare, come dice Gesù, diventa allora il desiderio di una vita nuova: una vita che inizia oggi, nell'incontro con Gesù risorto, il Pastore vero; una vita che sa custodire tutti i doni preziosi in essa nascosti; ma anche una vita che guarda avanti, alla dimora promessa, del Padre.

don Pasquale Avena - Mci Annecy

   

Italiani ad Annecy nell’epoca del Coronavirus

8 Maggio 2020 - Annecy - La vita spesso ci tempra con esperienze che sono al limite della nostra sopportazione fisica e psicologica. E’ un attimo lasciarci sprofondare nelle sabbie mobili dello sconforto, dell’ansia, della paura e delle preoccupazioni. Prima del Confinamento dovuto al Coronavirus, qui ad Annecy, cittadina situata in Alta Savoia (Francia), la vita sociale era molto vivace ed intensa. Nell’agglomerato esiste una grande comunità di emigrati italiani: tutti più o meno integrati con la comunità francese, ma le cui origini italiane rivestono una grande importanza anche nella vita sociale. Prima dell’11 marzo di questo funesto 2020 miriadi di avvenimenti culturali ed associativi portavano nella nostra vita quotidiana la nostra Bella Italia: nel mese di ottobre di ogni anno, ad esempio, uno degli avvenimenti culturali più importanti è il Festival del Cinema Italiano, manifestazione che ogni anno presenta un ampio panorama della produzione cinematografica italiana ed offre ad un vasto pubblico anteprime di film di registi italiani e la presenza ad Annecy di attori italiani di fama internazionale, come Pierfrancesco Favino nel 2019. Varie associazioni di Annecy organizzano durante tutto l’anno incontri per la visione di Film Cult Italiani, o serate gastronomiche con la degustazione di prodotti o piatti tipici italiani e non mancano le innumerevoli conversazioni, rigorosamente in lingua italiana, concernenti le città, gli artisti e gli autori italiani. Ci si trova la Domenica mattina in Chiesa per partecipare alla Messa in lingua italiana, pregare insieme, sentire il calore dell’amicizia, scambiarci le ultime notizie e progettare gli avvenimenti della comunità della Missione Cattolica. Dall’11 marzo più nulla: tutto si è fermato. Anche qui le strade sono deserte, si esce da soli, a piedi, per poco tempo, con la bocca che, coperta da una mascherina, non può donare nemmeno un sorriso. Ma…siamo italiani…e non possiamo rinunciare a vederci, a parlare, a pregare…Così, tramite i social la nostra vita, seppur cambiata nelle modalità, non è variata nella sostanza. La domenica mattina, alle 11, ci si collega, via internet, alla Missione Cattolica Italiana e si partecipa alla Santa Messa officiata da don Pasquale Avena, il responsabile della Mci: preghiamo insieme, insieme facciamo la Comunione Spirituale, insieme riceviamo la benedizione dal nostro sacerdote che, ogni domenica, ci invia anche sul cellulare la sua omelia sul Vangelo della Domenica. E ci aiuta a riflettere sul nostro cammino di cristiani. E tramite il cellulare o altre piattaforme parliamo con gli anziani, magari soli a casa, o con i nostri famigliari o gli amici, siano essi qui ad Annecy o in Italia o con i parenti che abitano ancora nei nostri luoghi di origine, dove vorremmo tornare, come ogni anno, per le vacanze estive. E siamo consapevoli che ognuno di noi può, con un comportamento responsabile, far sì che la vita riprenda nella sua normalità e che potremo riabbracciare le persone amate, magari con un nuovo modo di vivere, con più attenzione e sensibilità, con un cuore nuovo.

                                                                                                                              Gabriella Rasi

Tante voci…..una voce

4 Maggio 2020 - Annecy - Sono tante, infinite le "voci" che affollano la nostra vita. Ogni giorno ascoltiamo mille pareri, mille punti di vista, mille diverse considerazioni. E se apriamo un giornale, o se guardiamo un telegiornale, o – ancor più – se navighiamo su internet, veniamo quasi sommersi dalle "voci", dalle notizie e dai commenti che incontriamo: tanto che ci rassegniamo a sfogliare, o a fare lo zapping, o a cliccare qua e là, con distrazione e senza mai approfondire più di tanto. Ci troviamo così ad essere sempre indecisi e disorientati davanti alle tante "voci" che affollano la nostra vita. Pensiamo alla tragica pandemia di questi giorni: chi ha davvero ragione? Forse tutti, o forse nessuno. E noi siamo ogni giorno più confusi davanti a queste "voci" così diverse... Siamo appunto come le pecore del discorso di Gesù che abbiamo letto nel Vangelo di ieri: dispersi e confusi dalle "voci" dei tanti pastori che cercano di portarci nel loro ovile. Siamo dispersi e confusi, al punto da sentire in noi il desiderio di una "voce" che riconduca ad unità la nostra vita, di una "voce" familiare ed amica, che parli al nostro cuore, risvegliando quella speranza di un tempo che ormai ci sembra troppo lontana... Anche la folla che ascoltava Pietro nel giorno di Pentecoste sentiva questo desiderio di unità. E quando videro quel pescatore predicare insieme ai suoi amici pensarono di essere di fronte all'ennesima "voce" che si aggiungeva alle tante "voci" già sentite: tanti profeti ed invasati erano infatti già comparsi in quegli anni inquieti. Ma il discorso di Pietro era diverso: non annunciava miracoli straordinari o disastri imminenti, e neanche predicava a favore della pace o contro la guerra, a favore degli invasori romani o contro la loro tirannia; semplicemente il discorso di Pietro raccontava la storia di quel Gesù che era stato crocifisso ma che Dio aveva costituito "Signore e Cristo". Proprio il racconto di quella storia trafisse il cuore della gente che ascoltava: perché quella storia parlava di un uomo che "oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia". Quella storia cioè parlava di un uomo che aveva attraversato con coraggio la dispersione e la confusione della sua vita, che aveva saputo attraversare anche la tragedia di una morte ingiusta e violenta; quella storia parlava di un uomo che, in ultimo, aveva trovato l'unità della sua vita nella giustizia buona del Padre. Appunto il racconto di quella storia trafisse il cuore della gente che ascoltava: perché proprio di una storia simile aveva bisogno la gente. Erano tutti stufi ormai di quei discorsi sulle leggi da osservare, sulle opere buone da compiere, sui valori da custodire. Erano tutti stanchi di belle parole: avevano bisogno della storia di un uomo che fosse stato capace di raccogliere in unità la dispersione della vita. E la trovarono nella storia di Gesù, il Crocifisso diventato Signore. Così può accadere anche per noi, nella dispersione e nella confusione dei nostri giorni. Anche noi possiamo trovare nella storia di Gesù quella "voce" del pastore che ci dà luce e sicurezza, che orienta i nostri pensieri e le nostre scelte, che ci conduce ad una vita vera ed abbondante, come ci ricorda il Vangelo di Giovanni al capitolo 10: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza". E possiamo incontrare la storia di Gesù nella celebrazione domenicale dell'Eucaristia, o nel segreto della nostra camera, senza andare in capo al mondo o alla scuola di chissà quale maestro. Adesso, in questo periodo pasquale, possiamo imparare da Gesù a raccogliere in unità i nostri giorni dispersi. Ma qui ora sorge spontanea una domanda: siamo capaci di tacere per ascoltare la sua voce? (don Pasquale Avena - Mci Annecy)    

Mci Annecy: quando devi andare nel deserto…

22 Marzo 2020 - Annecy - La Parola di Dio, all'inizio della Quaresima, ci invita ad allontanarci dalla routine quotidiana: "Andate nella vostra stanza più lontana, chiudete la porta e pregate il Padre vostro che è presente nel segreto" (Mt 6,6); "Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito" (Mt 4,1); "Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse via" (Mt 17,1). Forse abbiamo anche cantato: "Signore, con te andremo nel deserto". Ora siamo nel deserto. Con la crisi del coronavirus, siamo condotti, nostro malgrado, in una forma inaspettata di deserto, e stiamo vivendo un'insolita Quaresima. Nella Bibbia, il deserto è il luogo della prova. Siamo tutti scossi da ciò che ci sta succedendo. Siamo abituati a un'agenda dove tutto è pianificato in anticipo, dove ogni attività ha il suo posto. Ora i nostri piani sono capovolti: la vita delle famiglie, delle imprese e dei gruppi deve essere riorganizzata. Siamo abituati a muoverci e a stare insieme come vogliamo. Queste sono restrizioni alla nostra amata libertà. Si tratta di difficoltà molto reali per tutti, per non parlare di coloro che sono le prime vittime del coronavirus e di coloro che li stanno curando. Nella Bibbia, il popolo scopre anche un Dio che sostiene il suo viaggio nel deserto: dona manna per ogni giorno, fa scaturire acqua dalla roccia. Il luogo della prova diventa anche il luogo di una promessa di rinnovamento e di conversione. Il profeta Osea dice di sua moglie: "La condurrò nel deserto e le parlerò a cuore aperto" (Osea 2,16). Nel deserto riscopriamo ciò che è vitale: ogni goccia d'acqua diventa importante. Questo viaggio quaresimale attraverso il deserto ci aiuta a riscoprire ciò che è essenziale e vitale. La rapida diffusione del coronavirus e le sue conseguenze sottolineano i rapporti tra i diversi continenti, l'interdipendenza tra l'uomo e la creazione, i legami tra il sociale e l'economico. Nella nostra casa comune, "tutto è collegato". I mezzi utilizzati per limitare e sradicare il virus dimostrano che l'attenzione ai più deboli ha la precedenza sugli interessi economici. Non possiamo vivere questo tempo ripiegati in noi stessi, dimenticando la necessaria fraternità. La nostra fede cristiana è comunitaria. Poiché gli incontri e le celebrazioni sono impossibili, possiamo sottolineare altre forme di preghiera. Poiché non possiamo partecipare alla celebrazione dell'Eucaristia, forse è giunto il momento di meditare e celebrare la Parola di Dio, di pregare in famiglia, di stare liberamente alla presenza del Signore. Tutte le iniziative che viviamo individualmente o come famiglia ci portano, in Cristo, più vicini gli uni agli altri. Anche se non abbiamo raduni visibili per un certo tempo, non siamo dispersi; rimaniamo in comunione nello Spirito. In questo tempo di "deserto", non saremo mai soli nella preghiera. Rimaniamo uniti a tutta l'umanità: uniti a coloro che sono afflitti dalla malattia e a coloro che si prendono cura di loro; uniti a coloro che, in questo tempo, stanno vivendo le prove della solitudine e della disoccupazione; uniti a coloro che, in tutto il mondo, stanno affrontando tragedie ancora più gravi: i migranti ai confini dell'Europa, vittime del terrorismo, etc. Il beato Charles de Foucauld, avendo vissuto a lungo nel deserto, ne ha scritto: "Dio è sempre lì con noi, in mezzo a noi. Dio ci parla là, Dio ci guida sempre là... Dio ci stabilisce là in uno stato di santità, ci rende il suo popolo speciale". (don Pasquale Avena - Resp. Mci Annecy)

MCI: è morto don Giuseppe Carosso

29 Marzo 2017 - Roma  - “Prendi, Signore, il poco che offro, il nulla che sono, donami il tutto che spero”. Questa invocazione testamentaria di don Giuseppe Carosso,89 anni, nativo di Castagnole  di Lanze (AT) ed ivi  deceduto  il giorno di San Giuseppe di quest’anno, manifesta la fede e la fiducia del tenace e combattivo sacerdote che ha speso la sua vita nell’apostolato come cappellano e parroco in patria  e missionario di emigrazione, prima nel Limburgo Belga, a Genk, e poi  nell’Alta Savoia, ad Annecy, in Francia dal 1958 al 1993. Sacerdote dal 1952 come Oblato di San Giuseppe fino al  1976  quando si incardina nella Diocesi di Albano ( Roma) per chiudere  la sua  lunga  e vivace vita sacerdotale nella Diocesi di Alba. Il cui Vescovo Mons. Marco Brunetti ha presenziato la liturgia funebre il 22 marzo nella chiesa di san Bartolomeo della  sua città natale. Alla liturgia ha partecipato anche l’attuale missionario italiano di Annecy, don Pasquale Avena, che  ha ricordato l’instancabile  attività di don Giuseppe. Dottore in teologia morale, è stato anche professore nello  Scolasticato  degli Oblati di San Giuseppe per circa 7 anni. Ha scritto diversi opuscoli in difesa della fede cristiana. Ad Albano ha diretto la rivista diocesana “Vita diocesana” e ad Annecy il periodico della locale Missione Cattolica Italiana, “Campana nostra”. E’ stato anche professore di religione nel Liceo Classico di Albano. Ultraottantenne non ha diminuito il fervoroso ritmo del suo servizio pastorale con l’entusiasmo positivo che gli era spontaneo. La Migrantes  gli è riconoscente per il generoso   fedele apostolato, esprime vicinanza  ai parenti e lo raccomanda a Cristo  Sommo ed Eterno Sacerdote. (sr)