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Mci Annecy: ieri la celebrazione per il primo secolo di storia

11 Marzo 2024 - Annecy - Con una solenne liturgia eucaristica la Missione Cattolica Italiana di Annecy ha celebrato il suo primi secolo di storia. A presiedere, ieri mattina, la liturgia nella parrocchia italiana di San Francesco di Sales il vescovo della diocesi di Annecy, mons. Yves Le Saux  insieme al presidente della Fondazione Migrantes, l'arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego e il missionario italiano don Pasquale Avena. Il presule francese ha incoraggiato la Mci di Annecy a continuare questa missione in spirito di vera missionarietà e prossimità in un tempo in cui c’è molto bisogno di dare risposte concrete alle sfide di oggi. Ricordando poi i i cento anni mons. Yves Le Saux ha sottolineato il ruolo che la Missione Cattolica Italiana di Annecy ha avuto aiutando i tanti emigranti italiani arrivati sul territorio dell’Alta-Savoia, spesso spaesati e soli. La comunità cattolica italiana, attraverso i missionari che si sono succeduti, hanno risposto a queste necessità, aprendo loro la porta della Missione. Il vescovo commentando le letture del giorno, ha parlato della gioia e della luce, quella "gioia" e quella "luce" che i migranti hanno ricevuto bussando alla porta della Missione e di questa chiesa dedicata a un Santo, San Francesco di Sales, che qui in Francia si è fatto prossimo annunciando "il Vangelo dell’amore di Dio". La comunità italiana, di fronte alle difficoltà dell'emigrazione, ha sempre trovato conforto, aiuto e sostegno nella Missione Cattolica Italiana e nei Missionari che si sono succeduti in Alta Savoia, ha detto il parroco, don Avena che ha ringraziato la chiesa locale che "con il Vescovo e tutti i suoi preti, mi ha accolto come uno dei suoi preti e mi ha dato la fiducia per aprire me stesso e i miei amici italiani ai problemi dell'emigrazione globale, per eliminare insieme, se possibile, le cause e le realtà dell'emarginazione dell'uomo, creatura amata dell'unico Dio". "Siamo felici e festeggiamo - ha detto il sacerdote italiano - perché "questa chiesa è il nostro Memoriale. Ci ricorda quello che hanno passato i nostri compatrioti prima di noi: hanno chiesto aiuto, hanno pianto, hanno pregato, si sono incontrati, si sono sposati, hanno battezzato i loro figli e nipoti. Non dimentichiamolo! I tempi sono cambiati, ma non dobbiamo dimenticare!". Sabato sera, a presiedere la liturgia con la comunità italiana, è stato mons. Perego che nella sua omelia ha sottolineato che sono stati cento anni di "vita, di gioie e sofferenze, di tristezze e angosce di un popolo, quello italiano, che, dopo il biennio rosso, viveva l’inizio di una dittatura fascista che l’avrebbe portato alla distruzione e anche a una nuova stagione di migrazione soprattutto per motivi politici, che si aggiungeva alla migrazione economica che al cavallo dei due secoli, Ottocento e Novecento, e, in particolare, nel ‘900 porterà migliaia di italiani a cercare e trovare lavoro in questa terra". "Evangelizzazione e promozione umana - ha aggiunto mons. Perego -  hanno sempre camminato insieme nella pastorale dei migranti in questa terra". In cento anni di storia la missione cattolica di Annecy ha visto "passare molte persone, ha vissute ore drammatiche dopo una guerra e durante una guerra europea fratricida, ha visto la ricostruzione, fatta anche dalle mani degli emigranti, le contestazioni, l’abbandono della fede, ma Dio è sempre stato realmente presente, il Signore ha accompagnato nel bene e nel male questi cento anni di storia. Una storia di fede popolare di persone lontane da casa, ma che si sono sentite a casa nella casa del Signore".  (Raffaele Iaria)  

Semi, Fiori, frutti

15 Novembre 2020 - I talenti sono segni. Qualcuno dice della grazia; qualcuno dice della natura: buon carattere, buona intelligenza, buon fisico,...; qualcun altro li paragona alle 'occasioni' che ci si presentano nella vita: quella del matrimonio, quella di avere un figlio, quella di incontrare una determinata persona ,...,ed altre ancora. Se le sappiamo sfruttare, utilizziamo i talenti che in esse sono nascosti. Ed è la nostra vita che si nutre di 'intuizione' e di 'talento'. Nella parabola di oggi che Gesù ci racconta, vediamo i primi due servi che hanno ricevuto un capitale, uno splendido dono, sarebbero i talenti, e attraverso di essi vedono il mondo, la natura, gli uomini, come un giardino che ha bisogno di essere seminato per fiorire. Il terzo ha ricevuto anche lui il dono, ma ha paura e si astiene. Lo chiude in una buca. Chiude la sua intelligenza, il suo cuore è malato, incapace di produrre, non semina e fa marcire. Il suo desiderio non sente più lo stimolo della vita. Quali servi siamo? Anche a noi è richiesto di moltiplicare i nostri 'talenti', così come la natura moltiplica ogni seme. In questa moltiplicazione c'è il senso della nostra storia e la nostra vita si riempie di gioia e tutto il nostro essere scaturisce energia. Come la natura anche la nostra vita si nutre di un cuore che vuole crescere e di entusiasmo per un progetto di libertà, ma di una libertà che sia generativa, quindi nella responsabilità. E come la natura si ammala se perde il suo equilibrio, così è per ciascuno di noi quando perdiamo il nostro equilibrio e il desiderio perde la speranza, come vediamo ai nostri giorni. Il mondo è il luogo dove siamo immersi nella vita. Siamo semi, fiori, frutti nello spazio di questo mondo e in questo nostro tempo che ci è dato da vivere. Il Padrone della parabola non chiede di produrre per lui, né chiede di produrre per sé stessi, in fondo chiede di partecipare alla vita della creazione, in armonia. Il terzo servo ha reso impossibile ogni progresso, ha nascosto a sé  e agli altri il bene, ha reso inutile il dono. Infatti, la nostra vita è una continua ricerca di felicità, e abbiamo  anche noi doti, doni, 'talenti', per poter camminare verso la vita piena, verso la gioia. Oggi siamo messi alla prova a causa della pandemia. Ma il segreto sta nel trovare in quel poco di immediato che ci è dato, il segno, l'incoraggiamento, l'invito a procedere. Il segreto sta nel non spaventarci quando la gioia immediata non arriva e non si riesce a sperimentarla. Abbiamo bisogno di uno sguardo aperto che ci porti oltre le nostre paure, i nostri disagi e, traendo insegnamento dai disagi che stiamo vivendo in cui scopriamo i nostri veri bisogni, rinsaldiamo il nostro desiderio dell'incontro. Perché la vita è questo incontro d'amore.

don Pasquale Avena

Mci Annecy

     

Ricordati l’olio!

7 Novembre 2020 - Oggi Gesù ci racconta la parabola delle dieci vergini che, invitate ad una festa di nozze, vanno incontro allo sposo. E ad un certo punto dice: “Cinque di esse erano stolte e cinque sagge: le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi”. Gesù racconta le parabole per parlare di altro. È un segno la parabola. E un segno è l'olio. L'olio è qualcosa di interiore. Sull'altare della nostra chiesa, per esempio, ci sono delle lampade ad olio: prima della Messa qualcuno si preoccupa di accenderle e lo può fare perché dentro c'è l'olio. Cari amici, siamo chiamati ad essere portatori di luce in questo nostro tempo di oggi così difficile. Che siamo in un passaggio epocale è sotto gli occhi di tutti. Stiamo vivendo una fase di passaggio. Ed è importante non tralasciare un elemento fondamentale: mettere ordine. A ciascuno di noi è richiesto uno sforzo per cogliere questo momento di passaggio come una grande opportunità di cambiamento, e c'è davvero bisogno di mettere ordine! E lo potremo fare se avremo in noi qualcosa che nella parabola viene chiamato “olio”, ma che in realtà si chiama “fede, speranza, carità, prudenza, giustizia, fortezza, temperanza”. Sì, amici, ho ripensato a queste forze interiori, a queste virtù: alcune ci collegano con il Signore, altre ci consentono di saperci gestire in ogni situazione, con noi stessi, con il Signore, con gli altri, con tutto quello che ci circonda.  Fede, Speranza, Carità ci avvicinano a Dio. Giustizia, che ti permette di essere capace di dare agli altri ciò che è dovuto, per vivere una fraternità degna di questo nome. Prudenza, che ti permette di governare te stesso: come chi deve guidare un carro con molti cavalli, e fare in modo che nessuno vada troppo a destra o troppo a sinistra, né troppo lento, né troppo di corsa, così anche noi dobbiamo fare in modo che le forze, le tendenze che ci spingono procedano con equilibrio. Fortezza, che ti permette di dominare te stesso in ogni momento, anche nei momenti più difficili. Temperanza, che ti permette di godere di ogni bene, usandoli per lo scopo per cui ti sono dati. Si sente un'obiezione in questi tempi: abbiamo tutti il cuore un po' appesantito e qualcuno forse si chiede: “Ma questo Dio dove sta?”. Ci sono momenti in cui a noi piace la natura, e ci sono momenti in cui noi non abbiamo saputo adattarci alla natura, abbiamo messo in evidenza i nostri abusi e diciamo: la natura è contro di noi. Non è la natura contro di noi, siamo noi che non abbiamo capito, che non siamo capaci di contemplare. Bisognerebbe essere capaci veramente, bisognerebbe indagare per trovare i momenti forti per scoprire la bontà di Dio, per scoprire la sua presenza, per scoprire il suo bisogno di avere collaborazione da parte nostra. Le ragazze con le lampade accese sono un invito: partecipa anche tu alla festa!... e ricordati l'olio!

don Pasquale Avena

Mci Annecy

   

Annecy: i balconi silenziosi

4 Novembre 2020 -

Annecy - Questa sera alle 20 sarò sul balcone ad applaudire, come a primavera, ai medici, agli infermieri, a tutti coloro che lavorano in ospedale per dimostrare loro la solidarietà della gente comune”, questo mi ha detto la mia vicina quando ci siamo incontrate in giardino, a debita distanza e con la mascherina. Lei portava fuori il suo cane, io andavo a fare una passeggiata, rigorosamente per solo un’ora e entro il raggio di 1 km. dalla mia abitazione, come prevede il nuovo regolamento COVID, qui in Francia.

A sera ho aperto il balcone e ascoltato: nessuno sui balconi, nonostante la temperatura fosse gradevole solo io e la mia vicina abbiamo applaudito ci ha fatto eco il rumore di una motocicletta che passava sulla strada e l’abbaiare di un cane solitario. Silenzio radio. Che tristezza.

La maggior parte delle persone è arrabbiata o demoralizzata. Non esiste più la solidarietà di questa primavera.

A marzo e aprile si vedeva una luce in fondo al tunnel. Avevamo la speranza di “uscirne” senza troppi danni, ci si sentiva solidali contro le avversità, vedevamo avvicinarsi l’estate e con essa le vacanze, gli “apericena”, le nuotate al mare, le passeggiate sulle montagne.

Ora non più.

Alle ore 20, al tempo della seconda ondata di pandemia, i balconi sono silenziosi, qua e là qualche zucca illuminata da una candela.. E’ Halloween.

Ma non è la stessa cosa.

Vorrei gridare: non perdiamo la speranza, non perdiamo la solidarietà, non nascondiamo i sorrisi dietro le maschere, non è ancora il tempo di abbandonarci e di richiuderci in casa, in noi stessi.

Passerà. Anche questa volta ci rialzeremo. E sarà più bello se il nostro cuore sarà ancora pieno d’amore gli uni per gli altri. (Gabriella Rasi)

 

Mci Annecy: “Io sono il pane vivo”

14 Giugno 2020 - Annecy - “Io sono il pane vivo”: Gesù ci meraviglia a scegliere il pane! Il pane è una realtà santa, indica tutto ciò che fa vivere; e che l'uomo viva è la prima preoccupazione di Dio. No, oggi non è la festa dei tabernacoli o degli ostensori, o la mostra celebrativa di pissidi dorate. Oggi è la festa del “Prendete e mangiate.....Prendete e bevete”. Come ci dice oggi il Vangelo, che si struttura interamente intorno a un verbo concreto: “mangiare”. Gesù sta parlando del sacramento della sua esistenza. E questo perché ci incamminiamo a vivere l'esistenza umana come l'ha vissuta Lui. Capita a tutti di dimenticare, anche a chi è più giovane. Soprattutto ci capita di dimenticare il significato delle cose che abbiamo fatto: magari abbiamo tanti ricordi, portiamo nel cuore tante esperienze, e tuttavia fatichiamo a mettere ordine fra questi ricordi. Succede a volte che il ricordo del passato genera in noi più malinconia che incoraggiamento, ridimensionando ogni speranza per il futuro. Accadde così al popolo d'Israele al termine del cammino nel deserto, come leggiamo nella prima lettura di oggi. Ricordavano soprattutto gli stenti e le fatiche di quegli anni dopo l'uscita dall'Egitto; ma rischiavano di dimenticare il Signore che li aveva guidati. E invece soltanto il ricordo del Signore li avrebbe potuti salvare, come diceva loro Mosè: “Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto...”. Perché era stato Lui, il Signore, a liberarli dalla condizione servile; Lui aveva fatto sgorgare per loro acqua dalla roccia; ancora Lui li aveva nutriti con la manna; ed era Lui dunque che poteva di nuovo liberarli dalle mille insidie di ogni giorno... Anche al tempo di Gesù troviamo tanti Giudei che sono più attenti alle loro opere buone che al ricordo delle opere di Dio. Ed è appunto contro questa dimenticanza che Gesù combatte per tutta la sua vita: nella sua missione Egli non fa altro che ricordare al popolo l'amore potente del Signore, insegnando a confidare in Lui ogni giorno. Soprattutto sulla croce Gesù compie questo ricordo delle opere di Dio: nell'ora della morte, quando tutti lo hanno abbandonato, Egli si ricorda del Padre, affidandosi con fiducia alla sua misericordia. E proprio il ricordo del Padre gli apre la strada verso la risurrezione e la Vita. Ebbene, nella festa odierna Gesù vuole insegnarci a fare altrettanto: ci insegna, infatti, a ricordare le opere che Dio ha compiuto nella nostra vita, per guardare con speranza al futuro. E lo fa attraverso l'Eucarestia, attraverso quel pane che ogni domenica spezziamo e condividiamo. Può sembrarci poca cosa di fronte alla complessità della nostra vita. Eppure questo pane ci ricorda la vita e la morte di Gesù, il suo dono per la vita del mondo. E dunque questo pane, attraverso Gesù, ci ricorda le opere che Dio, il Padre dei cieli, ha compiuto e continua a compiere nella nostra vita, perché anche noi possiamo diventare dono per la vita del mondo. Possiamo allora guardare al futuro con speranza e fiducia: perché la nostra memoria ritrova i desideri e le promesse degli inizi; e noi ci accorgiamo di essere ancora in buone mani,... riprendiamo a vivere. E qui avviene il miracolo, lo stupore, il segno! Il pane mangiato diventa in noi vita, e ci unisce alla stessa vocazione di Gesù: non andarcene da questo mondo senza essere diventati pezzo di pane buono per qualcuno. (don Pasquale Avena - Mci Annecy)    

La forza che ci alimenta

6 Giugno 2020 - Annecy - Oggi il Vangelo è molto breve. Breve non vuol dire che non è importante, anzi! Il testo fondamentale, su cui si muove la liturgia di oggi, è il versetto: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Dio ha tanto amato il mondo, in senso positivo, l'universo, tutte le creature, tutti gli esseri viventi. Noi siamo frutto di questo amore. E con questo vogliamo affermare che credere in Dio significa ritenere che c'è una Vita grande, che c'è una Verità immensa, che c'è un Bene sommo e che una forza positiva ci alimenta. Il nostro futuro è possibile, perché Dio può entrare nella nostra vita. C'è una Realtà profonda che ci sostiene e che rende sensata tutta la nostra esistenza. Come cristiani aggiungiamo che Dio è Trinità. Questa formula è diventata dottrinale, ma non è una formula calata dal cielo, perché usiamo termini umani. Ed ha richiesto secoli per essere formulata, perché nasceva da una esperienza (la sua formulazione è del IV secolo dopo Cristo). E questa esperienza ci porta ad evidenziare il carattere relazionale della nostra esistenza; noi siamo rapporto, per cui diciamo Dio in modo relazionale: Padre, Figlio, Spirito sono termini relazionali. Ci siamo ben resi conto in questi giorni di pandemia come noi siamo costituiti dalle relazioni; non solo con gli altri, ma anche con gli animali, con le piante, con la realtà che ci attornia. In questo senso noi possiamo diventare noi stessi vivendo i rapporti e alimentando le relazioni. Anche nel nostro modo di pensare e di dire Dio. Cosa voglia dire questo riguardo a Dio non lo possiamo capire, lo possiamo solo percepire nelle nostre piccole realtà create. I termini che noi utilizziamo per parlare di Dio sono termini umani: padre, figlio, dono, principio, parola, spirito; e sono tutti termini relazionali, che indicano cioè un rapporto. E qui percepiamo che l'espressione di fede in Dio mette in luce anche una caratteristica della nostra condizione: noi siamo relazione. Il che vuol dire che, se Dio è, per vivere intensamente noi non possiamo evitare il rapporto con Lui. Vivere la relazione con Dio non è accidentale per noi, ma costitutivo. E il viverla consapevolmente ci rende, da un punto di vista umano, compiuti. Chi vive la fede in Dio deve essere consapevole che il suo cammino è verso una compiutezza umana che deve diffondere. Dio ha tanto amato il mondo......il mondo intero, uomini, donne, terra, animali, piante.... E se Lui lo ha amato, anche noi vogliamo amarlo, custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la Vita fiorisca in tutte le sue forme e racconti Dio, Padre, Figlio, Spirito Santo che cammina con noi in questa nostra storia che scopriamo fragile, e ci abbraccia nel Mistero dell'Amore. (d. Pasquale Avena - Mci Annecy)    

Siamo tempo

30 Maggio 2020 -    “La sera di quel giorno...” ci fa notare il Vangelo di oggi, cioè il giorno di Pasqua. Cominciò la sera di Pasqua il rinnovamento nello Spirito dei discepoli di Gesù: quella sera, apparendo ai suoi, Gesù disse: “Ricevete lo Spirito Santo”. Il giorno di Pentecoste, dopo cinquanta giorni, fu il compimento di un processo che avevano già cominciato da tempo. Potremmo chiederci: perché il dono dello Spirito non si espresse subito, già da quella sera di Pasqua, in tutta la sua efficacia come dopo la Pentecoste? I discepoli, come noi, siamo creature soggette al tempo e dobbiamo rispettare i ritmi del tempo per accogliere il dono dello Spirito. Il cambiamento non può avvenire in un solo istante. Lo Spirito Santo viene consegnato interamente, ma noi Lo accogliamo solo passo dopo passo lungo il cammino della nostra vita. Per questo si richiedono molte tappe. E queste alimentano la speranza del compimento, non costituiscono ancora la pienezza. Siamo sempre in processo, in cammino. Per gli Apostoli furono necessari cinquanta giorni per giungere ad essere testimoni del Signore Risorto. E in più, cinquanta giorni preceduti da anni di cammino alla sequela di Gesù. E inoltre, noi siamo figli di Dio non perché acquisiamo perfezioni divine, ma perché portiamo a compimento la perfezione umana che ci è consegnata, corrispondente alla nostra collaborazione con Dio al progetto di umanità che Egli ci ha proposto dall'eternità e che in Gesù ci ha manifestato. I cinquanta giorni vissuti dai discepoli sono il paradigma della nostra piccola storia. Anche su di noi lo Spirito è stato invocato quando siamo nati, quando intorno a noi i nostri genitori, i parenti, gli amici, si sono raccolti per invocare lo Spirito. Il Battesimo è l'inizio di questo cammino. E nell'Eucarestia noi ogni domenica rinnoviamo, richiamiamo questo inizio, finché giunga a compimento. Un compimento che non è solo dovuto al ragionamento, ma sarà il risultato di una esperienza: vivendo l'atteggiamento della fede e accogliendo l'azione dello Spirito, il nostro pensiero e la nostra relazione con Gesù acquistano qualità nuove, che si esprimeranno nelle nostre relazioni quotidiane. È questo il nostro cammino spirituale, di tappa in tappa, di istante in istante. Siamo tempo: nulla del dono dello Spirito vada mai perduto; e il Mistero che ci avvolge costituisca, anche oggi in questi momenti difficili, l'orizzonte quotidiano della nostra piccola e fragile esistenza di esseri umani. Buona e santa festa di Pentecoste a tutti.

don Pasquale Avena

Mci Annecy

 

Prestazioni o relazioni?

24 Maggio 2020 - Annecy - Oggi in Francia si celebra la settima domenica di Pasqua, in quanto l'Ascensione l'abbiamo celebrata giovedì scorso; In Italia invece si celebra oggi. Ma siamo sempre e comunque tutti uniti nella medesima preghiera di Gesù. Infatti, il brano del Vangelo ci riporta l'ultimo grande discorso di Gesù nel Vangelo di Giovanni che ha la forma di una preghiera di addio, nella quale si rivolge non più ai discepoli ma direttamente a Dio. È giunta “l'ora”, quella della croce e del passaggio al Padre. Il momento è quello “cruciale” nel senso più letterale del termine. Si decide il Suo destino. Nonostante Lui insista a parlare di Vita, la morte alza la voce e tutto intorno è cupo. È il momento delle separazioni e della solitudine più estrema: i suoi si allontanano, il Padre sembra sfuggente, le convinzioni si ritirano, le forze abbandonano, la paura opprimente, fino a sudare sangue. Sono così, d'altronde, i veri “momenti cruciali” della vita, come l'attuale, quelli in cui ci si trova di fronte a qualcosa, qualcuno che muore, di noi o fuori di noi. E ora, che c'è una decisione da prendere o da accettare, quando finisce un percorso o si apre una opportunità, quando si affronta una prova.... in queste e molte altre situazioni si provano gli stessi sentimenti di Gesù. La solitudine diventa padrona di casa e pare che l'unica risposta possibile debba porsi sul piano delle, direi, “prestazioni”: la scelta giusta, la risposta puntuale, la forza necessaria, la lucidità adeguata... I “momenti cruciali” sarebbero una questione esclusivamente di “prestazioni”. Invece Gesù ne fa una questione di “relazioni”, e nell'attimo decisivo “si racconta”, con la preghiera d'addio, come “uomo del legame” prima che della prestazione. Il Padre e i suoi: mentre l'istante drammatico rischia di farli sbiadire, Gesù grida forte la loro presenza. Non è un gesto eroico, piuttosto l'unica via possibile. Non è una dichiarazione di forza ma di sorprendente debolezza. Quei legami lo costituiscono e sono i soli a spaccare l'isolamento, che potremmo definire come il secondo nome della morte. Credo che qui ci sia una via tracciata con chiarezza per stare da cristiani nei nostri “momenti cruciali”. Le relazioni contengono un seme di salvezza; le prestazioni, invece, come certe certezze, spesso sono solo illusione. Molti di noi, forse, l’hanno vissuta l’esperienza del crollo delle certezze. Una crepa profonda si è aperta nelle nostre vite anche oggi, e ci ha fatto ripensare tutto, anche la nostra fede. Quella di prima, basata piuttosto sulle regole, scricchiolava, la nostra fede aveva bisogno di una rinascita come quella dei discepoli. Poi, piano piano, abbiamo visto, e ci rendiamo conto ora, che è proprio da quella crepa che la luce può penetrare. Le certezze di prima a volte crollano, per lasciare spazio ad una fede nuova, liberata, più autentica, più pronta forse ad accogliere l’invito di Gesù a farci costruttori di relazioni d’amore tra le persone, ad annunciare la Buona Novella, la Vita, là dove c’è solitudine, oppressione, umiliazione, sofferenza e morte. Con una speranza in cuore che ci viene da quella promessa di Gesù: «Io sono con voi tutti i giorni».

don Pasquale Avena

Mci Annecy

Quando c’è la crisi

17 Maggio 2020 - Annecy - Ogni età dell'essere umano conosce le sue crisi. E i mutamenti di civiltà, di società non si svolgono senza crisi. Le crisi fomentano rivolte, fatalismo, ma possono anche aprire cammini nuovi di rinnovamento a patto di superarle, di non lasciarci scoraggiare, di non rinunciare. In questi ultimi mesi, il mondo sta attraversando un momento difficile. Anche la Chiesa e la comunità dei credenti, vive questa crisi, che diventa una crisi di mutamento. La Chiesa cammina con il mondo, e le gioie e le speranze, le lotte e le sofferenze degli uomini sono le gioie e le speranze, le lotte e le sofferenze della Chiesa. Gesù non ha mai detto ai suoi discepoli di uscire dal mondo, non ha mai promesso luoghi fuori dal mondo dove si trova una perenne tranquillità, indifferente alla storia umana. Pregando il Padre diceva: “Non ti prego di toglierli dal mondo, ma di preservarli dal male”. C'è il pericolo nei momenti di crisi che la Chiesa e le comunità cristiane che la compongono si ripieghino su se stesse, incapaci di leggere con profondità i mutamenti dell'umanità. C'è sempre questa tentazione di distoglierci dalla realtà, di non vedere le cose come sono. La fede ci dà il coraggio di guardare in faccia la realtà. Questo coraggio è il contrario della pigrizia. È capacità di fare le necessarie analisi della situazione. Sovente siamo condizionati dall'opinione pubblica. Gli slogan si sostituiscono alla riflessione seria e serena, e diventano un mezzo per sfuggire la verità degli avvenimenti. Sovente l'emozione sostituisce la riflessione e l'intelligenza. La storia è piena di capovolgimenti delle folle, che bruciano oggi ciò che ieri adoravano. E non mancano i volta-gabbana. Le tentazioni non mancano. Tentazioni di rivolgersi al passato, come rimpiangere un paradiso perduto. Se leggiamo gli autori antichi scopriamo che c'è sempre stato questo rimpianto del passato. I tempi del passato sono belli solo perché sono passati, perché a loro volta non erano belli. L'altra tentazione è di proiettarci in un futuro di sogni, che dipende da uomini provvidenziali che ci daranno pace, sicurezza, salute, felicità, senza coinvolgere le nostre iniziative e la nostra responsabilità. La fede ci farà superare queste tentazioni. Il credente in Gesù Cristo non vive nei sogni, vive nella realtà della sua epoca. Il nostro tempo, con le sue gioie e le sue situazioni drammatiche, è sempre il tempo di Dio, cioè il tempo dell'energia, della lotta, della speranza attiva, coraggiosa, perché radicata nella fede. Sento molto in me quello che ci dice l'apostolo Pietro nella seconda lettura di oggi: “...pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Se il cristiano non è testimone di speranza, che cosa è? Questa speranza che viene dalla fede in Gesù ci fa combattere per l'uomo, per la sua dignità, per i suoi diritti. La crisi che attraversiamo deve renderci più credenti, più convinti della nostra fede. L'apostolo Pietro ce ne dà la testimonianza. (don Pasquale Avena - Mci Annecy)      

La dimora

9 Maggio 2020 - Annecy - Penso che tutti, in un modo o nell'altro, amiamo la nostra casa. Certo, alle volte la sentiamo anche piccola e stretta: e tuttavia sperimentiamo tutti, ogni tanto, la gioia di poterci ritirare in casa, nella nostra camera, chiudendo fuori, almeno per un momento, le molte occupazioni e preoccupazioni che la vita ci presenta. Dunque, il desiderio della casa tocca un po' il cuore di tutti. Proprio come accadeva già in quel tempo ai discepoli radunati attorno a Gesù per l'ultima cena, secondo il racconto del Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato questa domenica (Gv 14,1-12): anche quei discepoli sentivano forte il desiderio di una casa dove trovare pace. Ma ora forse la nostra casa comincia a starci un po' troppo stretta! Certo, ai discepoli ed a noi Gesù fa intravedere un'altra casa – "la casa del Padre mio" (Gv 14,2) – una casa che ha molti posti, un posto per ciascuno di noi, un posto che ci può davvero dare la serenità cercata. Il loro cuore, dice il Vangelo, era "turbato" (Gv 14,1): affannato, agitato, proprio come il nostro cuore quando non riesce a trovare una casa tranquilla in cui riposare. Il nostro cuore rimane turbato, e ci ritroviamo spesso affaticati e spaesati lungo le strade della nostra vita. Perché sarà pure vero che la casa del Padre è bella ed ha molti posti: ma intanto ora ci troviamo su strade ancora piene di affanni e di paure, e non è detto che ci conducano proprio alla casa tanto desiderata. Ma qual è la casa, la dimora di cui parla Gesù? La dimora è vivere lo Spirito. E il fatto di essere stati costretti a stare in casa ci ha fatto scoprire come non un nuovo tempio fatto di pietra, né un tabernacolo per trattenerlo, né un altare per il sacrificio, ma la dimora è la via, la strada-dimora è lui stesso, Gesù,.... la via è seguire Lui, che ci permette di trovare posto per dimorare nello Spirito. Tutto questo significa lasciare che Gesù illumini la nostra vita e che la interroghi con la sua parola. La vita non è la promessa della vita eterna, ma è Gesù stesso, sorgente della vita, che trasmette e fa scorrere, anche nelle tortuosità complicate e accelerate delle nostre giornate, la sua linfa di coraggio, compassione, tenerezza, perdono. Perché Gesù ci insegna con la sua vita che la verità non consiste in cose da sapere o da avere, ma è un modo di vivere, è una persona che offre la vita e che con i suoi gesti libera dal male e trasforma la nostra vita nella sua dimora. Siamo stati coinvolti in una grande epidemia della nostra “casa comune”, che è il nostro mondo, le nostre comunità, il nostro corpo. In molti modi già prima ci è stata annunciata la necessità di cambiare il nostro stile di vita, ma ora ne sperimentiamo tutta la vulnerabilità. Se vogliamo usare la metafora evangelica di domenica scorsa potremmo dire che il gregge ha inquinato i pascoli e i ladri hanno saccheggiato l’ovile. In questi giorni i nostri discorsi si affastellano tra pensieri confusi, sentimenti colmi di paura e comportamenti ancora incapaci di rispondere adeguatamente alla diffusione del male. Oggi il primo passo da compiere verso un nuovo modo d’intendere la nostra esistenza è il risveglio spirituale, è il recupero del senso di meraviglia che la creazione ogni giorno ci offre. Il primo passo è innamorarsi della bellezza della vita, della natura, del cosmo e lì confessare il Dio della vita. Perché il Signore è in questa casa. La sofferenza e il dolore, la morte ci hanno colpito e non possiamo allontanarli. Siamo nella notte oscura, per usare il linguaggio dei Mistici, e il risveglio segna l’inizio di una conversione radicale, di una nuova vita, e la notte è il passaggio dalla disillusione alla speranza. Oggi, come civiltà, stiamo attraversando questa disperazione e abbiamo bisogno di proteggere la nostra casa comune, ma la difesa non viene solo da distanza, mascherine, dal lavoro telematico a casa, test e diagnosi…. E’ necessario recuperare il senso di una rinascita direi creativa, come una risurrezione, per far nascere nuove forze al servizio, protezione e rispetto del nostro mondo, e di tutta la comunità umana, e dello spirito del nostro corpo, che abita in noi. Il desiderio della casa, del dimorare, come dice Gesù, diventa allora il desiderio di una vita nuova: una vita che inizia oggi, nell'incontro con Gesù risorto, il Pastore vero; una vita che sa custodire tutti i doni preziosi in essa nascosti; ma anche una vita che guarda avanti, alla dimora promessa, del Padre.

don Pasquale Avena - Mci Annecy