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Auxilium: “parole del Papa su ‘inimmaginabile inferno’ in Libia sollecitano Europa a non essere complice”

9 Luglio 2020 - Roma - “Bisogna essere grati a Papa Francesco per aver voluto, ancora una volta, richiamare l’Italia, l’Europa e il mondo su quell’’inimmaginabile inferno’ che vivono centinaia di migliaia di migranti nei ‘lager di detenzione’ in Libia. Una tragedia epocale che molti vogliono ignorare, come se non riguardasse la nostra umanità e la nostra responsabilità verso il futuro dell’Italia e dell’Europa”. Lo afferma Angelo Chiorazzo, fondatore della Cooperativa Auxilium, intervenendo sulle parole che Papa Francesco ha pronunciato ieri nell’omelia della Messa dedicata ai migranti, nel settimo anniversario della sua visita a Lampedusa. “Quando sette anni fa Papa Francesco andò a Lampedusa e denunciò la ‘globalizzazione dell’indifferenza’, anche per noi che lavoravamo da alcuni anni nell’accoglienza dei migranti fu un cambio completo di orizzonte, l’inizio di un nuovo modo di affrontare la situazione per ‘accogliere, proteggere, promuovere, integrare’ tanti nostri fratelli, che sembrano avere il solo torto di essere nati dalla parte sbagliata del Mediterraneo”, evidenzia Chiorazzo. Aggiunge il fondatore di Auxilium: “Oggi, mentre in Libia e nel Mediterraneo uomini, donne e bambini in fuga da guerre e miseria continuano a morire, la globalizzazione dell’indifferenza si sta radicalizzando. Papa Francesco ci chiede di far sbarcare chi è in mare, ma soprattutto ci chiede di cambiare. Questo è il tempo di cambiare politica, di affrontare con coraggio il fenomeno migratorio, senza calcoli elettorali e guardando alle persone. I corridoi umanitari devono riprendere al più presto per mettere in salvo le persone più fragili, ma deve cambiare la politica migratoria e quella dell’accoglienza. L’Europa unita può governare con umanità e giustizia il fenomeno migratorio, non può, invece, continuare ad essere complice di questi crimini contro l’umanità”. La Cooperativa Auxilium gestisce e sviluppa servizi sanitari, socio assistenziali, sociali ed educativi in tutta Italia, perseguendo la promozione umana e l’integrazione sociale. La Cooperativa opera in molti settori del welfare al servizio di anziani, malati, disabili e minori. Dal 2007 Auxilium opera anche nel sistema nazionale di accoglienza dei migranti.

Lampedusa: incontro di preghiera al santuario nel VII anniversario visita del Papa

8 Luglio 2020 -   Lampedusa – Un incontro di preghiera per ricordare l’anniversario del viaggio del Papa a Lampedusa di un anno fa. Lo promuove questa sera la parrocchia di Lampedusa all’aperto al santuario della Madonna di Porto Salvo. “La maggior parte dei lampedusani ricorda questo momento con orgoglio e ne tiene viva la memoria – dice al Sir don Carmelo La Magra, parroco di San Gerlando a Lampedusa – perché è stato un momento significativo per la vita dell’isola. Ma nemmeno qui mancano gli attacchi al Papa: c’è chi gli attribuisce la colpa di aver dato il via ad una migrazione più libera, come se avesse detto ‘venite tutti, vi aspettiamo’”. Per il sacerdote “sembra essere passato tanto tempo dal viaggio del Papa ma i nostri comportamenti non sono cambiati anzi sono peggiorati. Sono ancora in vigore i decreti sicurezza, c’è ancora tante gente che muore in mare e persone lasciate giorni e giorni in attesa sulle navi senza capire perché, visto che prima o poi dovranno sbarcare”. “Il Papa quel giorno chiese se qualcuno avesse pianto per le sofferenze dei migranti – ricorda don La Magra -. Invece siamo ancora concentrati sui nostri problemi. Nemmeno la pandemia ci è servita per imparare a sentirci tutti sulla stessa barca”.

Papa Francesco: cercare Dio “nel volto dei poveri, degli ammalati, degli abbandonati e degli stranieri”

8 Luglio 2020 - Città del Vaticano – “La Vergine Maria, Solacium migrantium, ci aiuti a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra per tante ingiustizie da cui è ancora afflitto il nostro mondo”. Così ha pregato papa Francesco questa mattina al termine della liturgia, celebrata nella cappella di Casa Santa Marta nel settimo anniversario del suo viaggio apostolico a Lampedusa, l’8 luglio 2013, il primo del pontificato di papa Bergoglio. Alla celebrazione  il personale della sezione rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. “Oggi – ha detto - ricorre il settimo anniversario della mia visita a Lampedusa. Alla luce della Parola di Dio, vorrei ribadire quanto dicevo ai partecipanti al meeting ‘Liberi dalla paura’ (promosso dalla Fondazione Migrantes, dalla Caritas Italiana e dal Centro Astalli, ndr) nel febbraio dello scorso anno: ‘L’incontro con l’altro è anche incontro con Cristo. Ce l’ha detto Lui stesso. È Lui che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito’”. Per il papa l’incontro personale con Gesù Cristo è “possibile anche per noi, discepoli del terzo millennio. Protesi alla ricerca del volto del Signore, lo possiamo riconoscere nel volto dei poveri, degli ammalati, degli abbandonati e degli stranieri che Dio pone sul nostro cammino. E questo incontro diventa anche per noi tempo di grazia e di salvezza, investendoci della stessa missione affidata agli Apostoli”. Nella sua omelia il pontefice ha sottolineato come la “cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza”, ripetendo le stesse parole pronunciate nell’isola siciliana in quel primo viaggio del suo ministero petrino. “La ricerca del volto di Dio è garanzia del buon esito del nostro viaggio in questo mondo, che è un esodo verso la vera Terra Promessa, la Patria celeste”, ha detto il papa aggiungendo che “il volto di Dio è la nostra meta ed è anche la nostra stella polare, che ci permette di non perdere la via”. Il papa ha anche ricordato i campi di detenzione in Libia e gli abusi e violenze di cui sono “vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti. Tutto quello che avete fatto... l’avete fatto a me”. E a braccio ha detto che quel giorno alcuni migranti gli hanno raccontato quello che vivevano, “quanto avevano sofferto per arrivare lì. C'erano degli interpreti e uno raccontava cose terribili e l'interprete sembrava tradurre bene, ma questo prima parlava lungo e invece la traduzione era troppo breve. Quando sono tornato a casa, nella reception c'era una signora, figlia di etiopi. Mi ha detto che quello che ha detto il traduttore non era che la quarta parte delle sofferenze che hanno vissuto loro. Mi hanno dato la versione distillata. Questo succede con la Libia, voi non immaginate l'inferno che si vive là, in quei lager di detenzione. Questa gente soltanto vive con la speranza di incrociare il mare”.

Raffaele Iaria

Dov’è tuo fratello?

8 Luglio 2020 - Città del Vaticano - «Dov’è tuo fratello?, la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi». Sono passati sette anni dalla visita di Papa Francesco a Lampedusa e da quella domanda rivolta all’umanità nella Messa celebrata al campo sportivo dell’isola nel cuore del Mediterraneo. Un viaggio durato poche ore e che però è stato in qualche modo “programmatico” per il Pontificato. Lì, nella punta Sud dell’Europa, Francesco ha mostrato cosa intenda quando parla di “Chiesa in uscita”. Ha reso visibile l’affermazione che la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro. In mezzo ai migranti fuggiti dalla guerra e dalla miseria, ha fatto toccare con mano il suo sogno di una “Chiesa povera e per i poveri”. A Lampedusa, d’altro canto, parlando di Caino e Abele, ha anche posto in primo piano l’interrogativo sulla fratellanza. Domanda fondamentale per il nostro tempo. O forse, di ogni tempo. Sull’asse della fratellanza ruota tutto il Pontificato di Francesco. “Fratelli” è proprio la prima parola che ha rivolto al mondo da Papa, la sera del 13 marzo del 2013. La dimensione della fratellanza è, se così si può dire, nel Dna di questo Pontefice che ha scelto il nome del Poverello d’Assisi, un uomo che per sé ha voluto come unico titolo quello di “frate”, frater, fratello appunto. Fraterno è anche il modo in cui definisce il suo rapporto con il Papa emerito Benedetto XVI. Dopo la firma del Documento sulla Fratellanza umana, tale cifra del Pontificato appare certamente più marcata ed evidente a tutti. Eppure, ripercorrendo all’indietro i primi sette anni di Pontificato di Francesco, si ritrovano diverse pietre miliari sul cammino che ha condotto alla firma, assieme al Grande Imam di Al Azhar, dello storico documento ad Abu Dhabi, il 4 febbraio del 2019. Un percorso che ora prosegue, perché quell’avvenimento in terra araba è stato un punto di arrivo, certo, ma anche di un nuovo inizio. Ritornando alla “domanda di Lampedusa”, è particolarmente significativo che il Papa riprenda le stesse parole in un’altra visita fortemente simbolica, quella che compie al Sacrario militare di Redipuglia nel centenario dell’inizio della Prima guerra mondiale. Anche qui, nel settembre del 2014, torna a risuonare con tutta la sua drammaticità il dialogo tra Dio e Caino, dopo l’uccisione del fratello Abele. «A me che importa? Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4, 9). Per Francesco, in quel rifiuto di sentirsi custode del fratello, di ogni fratello, sta la radice di tutti i mali che scuotono l’umanità. Questo atteggiamento, sottolinea il Papa, «è esattamente l’opposto di quello che ci chiede Gesù nel Vangelo», «Chi si prende cura del fratello, entra nella gioia del Signore; chi invece non lo fa, chi con le sue omissioni dice: “A me che importa?”, rimane fuori». Con lo scorrere del Pontificato, vediamo che la comune appartenenza alla fratellanza umana viene declinata in tutta la sua multiforme dinamicità, spaziando dal terreno ecumenico a quello interreligioso, dalla dimensione sociale a quella politica. Ancora una volta è il poliedro la figura che meglio rappresenta il pensiero e l’azione di Francesco. La fratellanza, infatti, ha tante sfaccettature. Tante quanti sono gli uomini e le relazioni tra loro. Francesco parla di fratelli nell’incontro di preghiera e di pace nei Giardini Vaticani con Shimon Peres e Abu Mazen. «La vostra presenza», sottolinea rivolgendosi al leader israeliano e a quello palestinese, «è un grande segno di fraternità, che compite quali figli di Abramo, ed espressione concreta di fiducia in Dio, Signore della storia, che oggi ci guarda come fratelli l’uno dell’altro e desidera condurci sulle sue vie». Nel nome della fratellanza, vivificata dalla comune fede in Cristo, si realizza anche l’incontro, impensabile fino a pochi anni prima, del Vescovo di Roma con il Patriarca di Mosca, evento benedetto dal Patriarca di Costantinopoli, il fratello Bartolomeo I. A Cuba, Francesco e Kirill firmano un documento comune che, nel suo incipit, sottolinea: «Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per “parlare a viva voce”». Fratellanza è pure la parola chiave che ci permette di decodificare uno degli atti più forti e sorprendenti del Pontificato: il gesto di inginocchiarsi a baciare i piedi dei leader del Sud Sudan convocati in Vaticano per un ritiro spirituale e di pace. «A voi tre, che avete firmato l’Accordo di pace — dice il Papa con parole accorate — vi chiedo come fratello, rimanete nella pace. Ve lo chiedo con il cuore. Andiamo avanti». Se dunque il Documento di Abu Dhabi è stato come la fioritura di semi piantati all’inizio e poi lungo il Pontificato, certamente il “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo, accelerato dalla pandemia, rende improrogabile l’assunzione di responsabilità rispetto alla questione della fratellanza umana. «Dov’è tuo fratello?». Quella domanda-appello, levata nella mattina assolata dell’8 luglio 2013 a Lampedusa, è oggi “la” domanda. Il mondo, convinto di poter fare da sé, di poter andare avanti nella logica egoista del “si è sempre fatto così”, si è invece ritrovato a terra, incredulo e impotente di fronte ad un nemico invisibile e inafferrabile. E ora fa fatica a rialzarsi perché non trova la base giusta per sorreggersi. Questa base, ci ripete Francesco, è la fratellanza. Lì sono le uniche fondamenta su cui costruire una casa solida per l’umanità. Il coronavirus ha mostrato drammaticamente che, per quanto siano differenti i livelli di sviluppo tra le nazioni e di reddito all’interno delle nazioni, siamo tutti vulnerabili. Siamo fratelli sulla stessa barca, agitata dalle onde di una tempesta che colpisce tutti e ciascuno indistintamente. «Con la tempesta — afferma il Papa sotto la pioggia il 27 marzo nella piazza San Pietro vuota — è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli». Ecco cosa può risvegliare le nostre coscienze un po’ anestetizzate dinnanzi alle tante “pandemie”, come la guerra e la fame, che hanno bussato alle nostre porte, ma di cui non ci siamo curati perché non sono riuscite ad entrare in casa. «Ci sono tante altre pandemie che fanno morire la gente — ha ricordato Francesco nella Messa a Santa Marta del 14 maggio — e noi non ce ne accorgiamo, guardiamo da un’altra parte». Oggi come sette anni fa a Lampedusa, il Papa ci dice che non dobbiamo guardare dall’altra parte, perché se veramente ci sentiamo fratelli, membra gli uni degli altri, l’altra parte non esiste. L’altra parte siamo noi. (Alessandro Gisotti - Osservatore Romano)  

Papa Francesco celebra in occasione della sua visita a Lampedusa

6 Luglio 2020 - Città del Vaticano - Mercoledì 8 luglio 2020, alle ore 11.00, nell’anniversario della sua visita a Lampedusa nel 2013, papa Francesco celebrerà la Santa Messa nella cappella di Casa Santa Marta. Vista la situazione sanitaria - spiega il Direttore della Sala Stampa della Santa, Matteo Bruni,  alla Messa parteciperà solo il personale della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. La celebrazione sarà trasmessa in diretta televisiva da Vatican Media e in streaming sul sito di Vatican News. L'8 luglio 2013 papa Franceco a Lampedusa venne accolto dal card. Francesco Montenegro, allora Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes. Si trattava del primo viaggio del pontificato di Papa Bergoglio. Nella maggiore delle Pelagie, il Pontefice, dopo avere lanciato in mare una corona di fiori in memoria dei migranti morti nel Mediterraneo, incontrando alcuni giovani migranti sul Molo Favarolo, luogo di approdo dei migranti, parlò di globalizzazione dell’indifferenza e di una società che ha dimenticato l’esperienza di piangere…

Raffaele Iaria

 

Don La Magra: “la violenza non risolve i bisogni di tutti, no a capri espiatori”

10 Giugno 2020 -  Lampedusa - “Nessuno ha rivendicato questi gesti ma il messaggio sembra chiaro. Fa rabbia l’idea che si usi la violenza per rivendicare i diritti della popolazione, perché non sono i migranti ad ostacolare ciò che è giusto per i lampedusani, né c’è una competizione tra i diritti delle persone”. A distanza di alcuni giorni dagli incendi ai “cimiteri dei barconi” a Lampedusa e dall’oltraggio alla Porta d’Europa, monumento simbolo dell’accoglienza alle persone migranti, don Carmelo La Magra, parroco di San Gerlando, unica parrocchia dell’isola, esprime al Sir la sua amarezza: “Certamente è qualcosa che nasce all’interno dell’isola. Non credo sia una sommossa popolare ma l’iniziativa di poche persone che cercano di farsi sentire usando metodi violenti”. Nella piccola comunità di Lampedusa, ammette, “un po’ di tensione si avverte, perché si soffre per la crisi economica provocata dalla chiusura delle attività e non si sa ancora se si riuscirà a lavorare quest’estate. Perciò è facile trovare un capro espiatorio".

Migranti: nuovi sbarchi, in 400 nell’Agrigentino

25 Maggio 2020 - Lampedusa - Circa 400 migranti sono sbarcati sulla battigia di Palma di Montechiaro, nell’Agrigentino. Una nave madre li avrebbe lasciati a pochi metri dall’arenile, prima di riprendere il largo. Polizia e carabinieri stanno rastrellando l’area e un elicottero si è levato in volo. I migranti sbarcati a piccoli gruppi, sono in fuga lungo le strade e le campagne. Tanti si sono riversati sulla statale 115, in direzione Agrigento. Chiedono acqua agli automobilisti in transito e di salire a bordo delle auto. Almeno tre le motovedette della Guardia costiera impegnate nella ricerca della nave madre. Polizia, carabinieri e militari della Capitaneria di porto stanno setacciando – fra strade e campagne – tutta l’area prossima al luogo dello sbarco.

Parroco Lampedusa: “occuparsi di tutti, anche dei migranti”

23 Aprile 2020 - Lampedusa - “Forse non abbiamo ancora capito la lezione che dovremmo apprendere dal Coronavirus: se continuiamo a pensare solo a noi, a vedere le cose solo secondo la nostra prospettiva e a prendere provvedimenti esclusivamente per la nostra sicurezza – ad esempio chiudere i porti ai migranti – non ne usciremo mai. La soluzione non è proteggere solo noi ma occuparci di tutti”: sono le parole di don Carmelo la Magra, parroco di Lampedusa, che descrive oggi al Sir la situazione nell’isola, anche rispetto ai recenti sbarchi in autonomia. L’ultimo di pochi giorni fa, con 32 migranti avvistati dalla guardia costiera in acque italiane e fatti sbarcare al Molo Favaloro. Siccome a Lampedusa non ci sono strutture per la quarantena e l’hotspot è già al completo con 116 persone, le persone “hanno dovuto trascorrere mezza giornata e poi una notte all’addiaccio e al freddo sul molo in attesa della nave ma non è certo la scelta migliore”, afferma il parroco. Le autorità locali hanno annunciato che una seconda nave-quarantena sarà ancorata tra Lampedusa e Porto Empedocle, probabilmente dalla prossima settimana. L’unico caso di migrante trovato positivo al primo tampone a Pozzallo è risultato negativo. E tutti i 150 migranti a bordo del traghetto Rubattino, in rada davanti a Palermo per la quarantena dopo aver accolto le persone salvate dalle navi Ong Alan Kurdi e Aita Mari, sono risultati negativi. Intanto nella comunità di Lampedusa l’unico caso di contagio – una donna che tornava  da un’altra zona d’Italia – è stato guarito con successo e si è riusciti a bloccare la diffusione nell’isola. “Siamo in isolamento nell’isolamento – racconta don Carmelo -. I lampedusani amano vivere in una dimensione di socialità che ora è impedita ma finora siamo stati bravi a rispettare le regole”. La grande preoccupazione, spiega, “è l’aumento delle persone in difficoltà a causa del blocco del turismo, che da noi in genere partiva a Pasqua. Sempre più lampedusani vengono a chiederci aiuto in parrocchia, molti li vediamo per la prima volta”. Se le attività turistiche non riprenderanno, avverte, “rischiamo di avere grossi problemi nei prossimi mesi, perché qui si vive in inverno di ciò che si guadagna in estate”.  

Quel mattino a Lampedusa

24 Gennaio 2020 -   Brescia - “Eravamo in otto sulla “Gamar”, la mia barca. Poco prima delle due di notte ci siamo addormentati. Volevamo uscire più tardi per una battuta di pesca. Dopo qualche ora un mio amico ha sentito delle grida. Pensavo che fossero dei gabbiani […]. Alla fine ci siamo resi conto che non erano uccelli, erano urla”. Inizia così il racconto da parte di Vito Fiorino del naufragio di 545 persone all’alba del 3 ottobre 2013 al largo di Cala Tabaccara (Lampedusa); un naufragio che si trasforma nel giro di poche ore in una tragedia del mare: 358 le vittime, 20 i dispersi, 155 i superstiti, tra cui 41 minori. “Abbiamo cominciato a prendere tutti quelli che potevamo e a metterli in barca. Ci siamo ritrovati in 55 su un barchino di nove metri, con a bordo tutti questi ragazzi dai 13 ai 20 anni”. Un racconto drammatico quello di Vito Fiorino, falegname in pensione e pescatore per passione, che Antonio Umberto Riccò, scrittore e autore teatrale, sceglie di intrecciare con quelli di altri protagonisti di quel mattino a Lampedusa. Una la certezza di fronte alla “globalizzazione dell’indifferenza che si rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto” (papa Francesco, Lampedusa, 8 luglio 2013): “raccontare quel naufragio significa non dimenticarlo”. L’esito: una lettura scenica che cuce magistralmente insieme testimonianze di soccorritori, di migranti, di lampedusani; immagini di repertorio; musiche scritte ad hoc da Francesco Impastato. Inedita nondimeno la messa in scena del racconto: a dar voce alle tante testimonianze sono di volta in volta persone diverse a seconda dei contesti in cui viene proposto. Così sarà a Monticelli Brusati, nell’ambito della Settimana educativa dedicata al tema dell’accogliere, sabato 25 gennaio alle ore 20.30, presso la Sala della comunità, dove a “ricordare per non dimenticare” sarà presente anche Vito Fiorino, nominato lo scorso anno nel Giardino dei Giusti di Milano. (Chiara Buizza – La Voce del Popolo)  

Le mamme tunisine a Lampedusa

17 Dicembre 2019 - Lampedusa - Alcune donne tunisine che avevano segnalato la scomparsa dei loro quattro figli migranti coinvolti nel naufragio di Lampedusa del 7 ottobre, sono state convocate presso la procura della Repubblica di Agrigento per il riconoscimento dei loro familiari. Due mamme, Zakia e Soulaf, hanno potuto  riconoscere i loro figli, i cui corpi verranno presto riportati in Tunisia. Le altre due mamme, Hamida e Gamra, hanno invece appreso che i corpi dei loro cari sono rimasti in mare, data l’impossibilita di recuperarli. Lo rende noto un cartello di associazioni che commenta: “Questa giornata è stata solo l’ultimo passaggio di una procedura di ricerca lunga e travagliata per le mamme e per gli attivisti che se ne sono occupati: dalle prime ore successive al naufragio, il nostro lavoro è andato avanti per più di due mesi interpellando la Cri, l’Ambasciata italiana a Tunisi e le istituzioni”.