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Alla ricerca degli assenti

4 Aprile 2022 - Ancora una preghiera per la pace, per la tragedia umanitaria della martoriata Ucraina, “sotto i bombardamenti”. Ancora una volta quella parola “sacrilega” per questa guerra scesa come la notte sull’umanità: “non stanchiamoci di pregare e di aiutare chi soffre” dice Papa Francesco nelle parole che pronuncia all’Angelus nel piazzale di granai di Floriana, a Malta. Due giorni nell’isola, scoglio in mezzo al Mediterraneo lungo quella rotta che i migranti compiono, lasciate le coste africane, per raggiungere l’Europa. E proprio a loro dedica l’ultimo incontro prima di rientrare in Vaticano: “l’altro – dice il Papa – non è un virus da cui difendersi, ma una persona da accogliere”. Ecco i temi del 36mo viaggio: “il vento gelido della guerra che porta solamente distruzione e odio” – come ha detto nel suo discorso al Palazzo del governo – e l’accoglienza di quel popolo che fugge da conflitti e miseria e attraversa il mare nostrum diventato un cimitero liquido. E non è un caso che Francesco citi Giorgio La Pira in un tempo in cui “le seduzioni dell’autocrazia dei nuovi imperialismi, dell’aggressività diffusa, dell’incapacità di gettare ponti e di partire dai più poveri”. Francesco che ai giornalisti, sull’aereo che lo portava a Malta, ha detto che “in agenda” c’è il viaggio a Kiev. Viaggio che non potrà non coinvolgere anche la chiesa ortodossa, e il patriarca di Mosca Kirill, con il quale è possibile, forse già quest’anno, un altro incontro: parola del Metropolita Hilarion. Pensando ai colloqui del Mediterraneo del Sindaco santo di Firenze, il Papa chiede di tornare “a riunirsi in conferenze mondiali per la pace, dove sia centrale il tema del disarmo” e destinare i fondi per gli armamenti in progetti di sviluppo, salute e cibo. La guerra non è mai la strada, dice il vescovo di Roma mettendo in guardia da chi parla di Dio ma poi lo smentisce nei fatti: “la Chiesa non deve usare la lingua della politica, ma il linguaggio di Gesù”. E nell’omelia a Floriana, la città che si trova oltre la cinta muraria della Valletta, Francesco commenta il brano del Vangelo: da un lato, la donna accusata di adulterio e dunque condannata alla lapidazione secondo i dettami della legge mosaica; dall’altro scribi e farisei che “pensano di sapere già tutto e di non aver bisogno dell’insegnamento di Gesù”. Negli accusatori dell’adultera, egli scorge quanti fanno della fede “un elemento di facciata, dove ciò che risalta è l’esteriorità solenne, ma manca la povertà interiore”; costoro “si vantano di essere giusti, osservanti della legge di Dio, persone a posto e perbene”. Non riconoscono Gesù e lo vedono “come un nemico da far fuori”, pervasi dal “tarlo dell’ipocrisia” e dal “vizio di puntare il dito”. In ogni tempo e in ogni comunità “c’è sempre il pericolo di fraintendere Gesù, di averne il nome sulle labbra ma di smentirlo nei fatti”. In realtà “chi crede di difendere la fede puntando il dito contro gli altri – afferma – avrà pure una visione religiosa, ma non sposa lo spirito del Vangelo, perché dimentica la misericordia, che è il cuore di Dio”. Ecco le parole di perdono di Gesù: “neanche io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più”. La vita della donna cambia grazie al perdono. Il Signore, dice il Papa, ci chiede di diventare “testimoni instancabili di riconciliazione, di un Dio per il quale non esiste la parola irrecuperabile”. Se imitiamo Gesù “non saremo portati a concentrarci sulla denuncia dei peccati, ma a metterci con amore alla ricerca dei peccatori. Non staremo a contare i presenti, ma andremo in cerca degli assenti. Non torneremo a puntare il dito, ma inizieremo a porci in ascolto. Non scarteremo i disprezzati, ma guarderemo come primi coloro che sono considerati ultimi”. Un’ultima immagine: Gesù che si china a scrivere con il dito per terra mentre gli accusatori lo interrogano con insistenza. Immagine forte, i Vangeli non ci dicono cosa abbia scritto per terra, per di più è l’unica volta che questo gesto viene raccontato. Di Gesù sappiamo che parlava alle folle, insegnava nella Sinagoga, ma non conosciamo suoi testi scritti; sono gli evangelisti che scrivono di lui e ci fanno conoscere le sue parole. In quel gesto, commentava Benedetto XVI citando sant’Agostino, si manifesta “come il legislatore divino”; Dio infatti “scrisse la legge con il suo dito sulle tavole di pietra”. (Fabio Zavattaro - SIR)

Dio: Padre misericordioso

28 Marzo 2022 - Città del Vaticano - È passato più di un mese dall’inizio di questa “guerra crudele e insensata” in Ucraina, “atto barbaro e sacrilego”, ricorda Papa Francesco nel dopo Angelus, rivolgendosi ai presenti in una piazza san Pietro dove si vedono bandiere ucraine e una lunga bandiera della pace. Ogni guerra “rappresenta una sconfitta per tutti noi; per questo il vescovo di Roma chiede di convertire “lo sdegno di oggi nell’impegno di domani”; di ripudiare “la guerra, luogo di morte dove i padri e le madri seppelliscono i loro figli, dove gli uomini uccidono i loro fratelli senza averli nemmeno visti, dove i potenti decidono e i poveri muoiono”. Che cos’è la guerra? È bestialità; è un bambino su due in Ucraina sfollato, “questo vuol dire distruggere il futuro, provocare traumi drammatici nei più piccoli e innocenti tra di noi”. Non può essere “qualcosa di inevitabile. Non dobbiamo abituarci alla guerra”. Da questa vicenda non possiamo uscire come prima, altrimenti “saremo in qualche modo tutti colpevoli. Di fronte al pericolo di autodistruggersi l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia”. La guerra “non devasta solo il presente, ma anche l’avvenire di una società”. Ancora un appello, accorato, sofferto, dopo la preghiera di venerdì, consacrazione a Maria, regina della pace, dell’umanità, dell’Ucraina e della Russia. Preghiera per chiede la fine del conflitto – “ogni giorno di guerra peggiora la situazione per tutti” – e per invitare i responsabili politici a fermare il conflitto: “tacciano le armi, si tratti seriamente per la pace”. Appello, preghiera, nella domenica in cui la liturgia ci propone l’invito a lasciarci riconciliare con Dio, a avere fiducia nella sua promessa. Luca ci propone la famosa parabola del figlio prodigo, o forse dovremmo dire del padre misericordioso, e ci rivela così un altro aspetto del volto del nostro cammino in questo tempo dell’anno liturgico. Da un lato c’è il figlio minore che si allontana con la parte del patrimonio che gli spetta e che sperpera; e c’è un padre che ha il coraggio e la forza di non fare niente, non lo va a cercare come il pastore che si mette in cerca della pecora smarrita, ma resta a casa, e ne attende il ritorno: non è rassegnazione o disinteresse, ma attesa sempre vigile. La parabola, inoltre, ci dice che Dio non legge la storia con i nostri occhi, che non vede servi ma figli e che rifiuta di essere trattato da padrone. Rifiuto che è segnato dai gesti che ordina ai servi: portare al figlio l’abito lungo, l’abito della festa, l’abito del signore della casa e non del servo; mettere l’anello al dito del figlio che viene così reinserito nella sua dignità filiale. Infine, i sandali, segno che si tratta di un uomo libero: il servo non indossa calzari nuovi. C’è poi la figura del figlio maggiore, il quale, dice Francesco, “nel rapporto con il Padre basa tutto sulla pura osservanza dei comandi, sul senso del dovere. Può essere anche il nostro problema con Dio: perdere di vista che è Padre e vivere una religione distante, fatta di divieti e doveri. E la conseguenza di questa distanza è la rigidità verso il prossimo, che non si vede più come fratello”. Siamo un po’ tutti dei figli maggiori nei nostri comportamenti; non ci rendiamo conto che nella festa del ritorno, il padre, Dio, ridà all’uomo, mediante il suo perdono, la dignità perduta, la dignità del figlio. Il padre cerca di far capire al figlio maggiore che “per lui ogni figlio è tutta la sua vita”. Così gli esprime due bisogni “che non sono comandi – dice il Papa – ma necessità del cuore: far festa e rallegrarsi”. Far festa per “aiutare a superare la paura e lo scoraggiamento, che possono venire dal ricordo dei propri peccati, offrire una calda accoglienza, che incoraggi ad andare avanti. Dio non sa perdonare senza fare festa”. E poi rallegrarsi perché “chi ha un cuore sintonizzato con Dio, quando vede il pentimento di una persona, per quanto gravi siano stati i suoi errori, se ne rallegra. Non rimane fermo sugli sbagli, non punta il dito sul male, ma gioisce per il bene, perché il bene dell’altro è anche il mio”. Una parabola, ricordava Benedetto XVI che “costituisce un vertice della spiritualità e della letteratura di tutti i tempi. Che cosa sarebbero la nostra cultura, l’arte, e più in generale la nostra civiltà senza questa rivelazione di un Dio padre pieno di misericordia”. (Fabio Zavattaro- Sir)

La pazienza di Dio

21 Marzo 2022 - Città del Vaticano - Ogni luogo è buono per ascoltare e accogliere la parola di Dio: può essere un luogo un po’ misterioso e ricco di fascino in cui incontrarlo nell’intensità di un dialogo misto a stupore, come accaduto a Mosè sul monte di Dio, l’Oreb, davanti al roveto ardente, è il libro dell’Esodo. Oppure nella quotidianità della nostra vita, segnata anche da ferite e eventi drammatici, come Saulo che lungo la via che porta a Damasco diventa Paolo. L’importante è cogliere un senso, una presenza che interpella e che ci chiama a una reale conversione. “Siamo nel cuore del cammino quaresimale” ricorda Francesco all’Angelus, che dice: “è il peccato che produce la morte; sono i nostri egoismi a lacerare le relazioni; sono le nostre scelte sbagliate e violente a scatenare il male”. Conversione, dunque, sempre ma soprattutto in questo tempo difficile, tempo in cui gli avvenimenti, terribili e incredibili, alle porte dell’Europa, contengono la parola insistente di un Dio che chiede la pace, che ama la vita. Così Francesco anche in questa domenica rinnova il suo appello per la fine del conflitto; parla di “violenta aggressione”, di “guerra ripugnante” e di “crudeltà disumane e sacrileghe”. Ogni giorno si ripetono “scempi e atrocità” e “non c’è giustificazione per questo”, afferma il Papa, nel consueto appuntamento domenicale. Chiede alla comunità internazionale di impegnarsi per far cessare la guerra. Ricorda, quindi, la sua visita all’ospedale Bambino Gesù, parla di bambini feriti, di missili e bombe che si sono abbattuti su civili, anziani, madri incinte; parla di “milioni di rifugiati ucraini che devono fuggire lasciando indietro tutto e provo un grande dolore per quanti non hanno nemmeno la possibilità di scappare. Tanti nonni, ammalati e poveri, separati dai propri familiari, tanti bambini e persone fragili restano a morire sotto le bombe, senza poter ricevere aiuto e senza trovare sicurezza nemmeno nei rifugi antiaerei. Tutto questo è disumano! Anzi, è anche sacrilego”, va contro la sacralità della vita umana “che va rispettata e protetta, non eliminata, e che viene prima di qualsiasi strategia!”. E in quel “sacrilego” vi è un chiaro riferimento alla citazione del Vangelo di Giovanni fatta da Putin nella manifestazione di venerdì a Mosca. Parla dell’urgenza dell’accoglienza il Papa, non solo nell’emergenza, perché poi “l’abitudine ci raffredda un po’ il cuore e ci dimentichiamo”. Parla di proteggere donne e bambini dagli “avvoltoi” della società. Infine, invita fedeli e comunità a unirsi in preghiera, venerdì 25 marzo, per il solenne Atto di consacrazione dell’umanità, specialmente della Russia e dell’Ucraina, al Cuore immacolato di Maria, preghiera alla Regina della pace. Nelle parole che hanno preceduto l’appello per l’Ucraina, Francesco commenta il brano di Luca e si sofferma sul fatto di cronaca riportato, ovvero la repressione romana per volere di Pilato e i morti per il crollo della torre di Siloe, per dire: “quando il male ci opprime rischiamo di perdere lucidità e, per trovare una risposta facile a quanto non riusciamo a spiegarci, finiamo per incolpare Dio”, e quante volte “attribuiamo a lui le nostre disgrazie, attribuiamo le sventure del mondo a lui che, invece, ci lascia sempre liberi e dunque non interviene mai imponendosi, solo proponendosi; a lui che non usa mai violenza e, anzi, soffre per noi e con noi”. Da Dio, afferma il Papa, “non può mai venire il male perché non ci tratta secondo i nostri peccati, ma secondo la sua misericordia. È lo stile di Dio”. Ecco il secondo episodio che troviamo nel testo lucano; lo “possiamo leggere nella prospettiva di un tempo donato all’uomo per cambiare, per convertirsi”, è il tempo per Francesco “della pazienza di Dio che sa ascoltare, attendere”. L’albero di fico che non da frutto e che il padrone chiede venga tagliato; “lascialo ancora quest’anno finché gli avrò zappato attorno, vedremo se porterà frutti…” risponde il contadino. Il racconto di Luca finisce qui, ma quello che conta, nel racconto, è la capacità di accogliere la proposta, cioè la possibilità di un tempo ulteriore per portare frutto. Lo sguardo del contadino è lo sguardo del Signore che va oltre il fallimento evidente e concede i tempi supplementari, diremmo con una immagine calcistica. È “il Dio di un’altra possibilità”, per Papa Francesco. (Fabio Zavattaro - Sir)

La luce di Dio

14 Marzo 2022 - Città del Vaticano - “In nome di Dio fermate questo massacro”. Per la terza domenica consecutiva è la parola pace a risuonare con forza in piazza San Pietro. Ma sembra, quella del Papa, la voce di colui che grida nel deserto, voce inascoltata da chi potrebbe mettere fine a questi “fiumi di sangue e di lacrime”. C’è una città che porta il nome di Maria, Mariupol, che “è diventata una città martire della guerra straziante che sta devastando l’Ucraina”. Ancora una volta si alza il grido di Francesco: “davanti alla barbarie dell’uccisione di bambini, di innocenti e di civili inermi non ci sono ragioni strategiche che tengano: c’è solo da cessare l’inaccettabile aggressione armata, prima che riduca le città a cimiteri”. Seconda domenica di Quaresima; la liturgia ci propone il racconto della Trasfigurazione sul monte Tabor. Così se la prima domenica di quaresima ci parla della prova nel deserto, le tre tentazioni, ciò che dobbiamo lasciare, in un certo senso; questa domenica ci mostra ciò che dobbiamo accogliere, vedere. E quel salire il monte, faticosa prova, altro non è che itinerario necessario nel nostro cammino verso Gerusalemme, verso la Pasqua. Angelus all’indomani della conclusione degli esercizi spirituali, nel giorno in cui il Pontificato di Francesco entra nel decimo anno. Ma sono ancora le ferite di una guerra che si consuma alle porte dell’Europa, in primo piano. “Col dolore nel cuore – dice il Papa – unisco la mia voce a quella della gente comune, che implora la fine della guerra. In nome di Dio, si ascolti il grido di chi soffre e si ponga fine ai bombardamenti e agli attacchi! Si punti veramente e decisamente sul negoziato, e i corridoi umanitari siano effettivi e sicuri. In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro”. Torniamo al Vangelo. Sul monte Tabor con Gesù ci sono Pietro, Giovanni e Giacomo, e Luca ci dice che i tre “erano oppressi dal sonno”. E, dunque, si addormentano, come accadrà anche nel Getsemani. Afferma Francesco: “stupisce questa sonnolenza in momenti tanto importanti”. Ma questo sonno fuori luogo dice il vescovo di Roma “non somiglia forse a tanti nostri sonni che ci vengono durante momenti che sappiamo essere importanti? Magari alla sera, quando vorremmo pregare, stare un po’ con Gesù dopo una giornata trascorsa tra mille corse e impegni. Oppure quando è ora di scambiare qualche parola in famiglia e non si ha più la forza. Vorremmo essere più svegli, attenti, partecipi, non perdere occasioni preziose, ma non ci riusciamo”. La Quaresima “è un’opportunità in questo senso. È un periodo in cui Dio vuole svegliarci dal letargo interiore, da questa sonnolenza che non lascia esprimere lo Spirito”. Pietro, Giovanni e Giacomo si svegliano durante la Trasfigurazione: “possiamo pensare – dice il Papa – che fu la luce di Gesù a ridestarli. Come loro, anche noi abbiamo bisogno della luce di Dio, che ci fa vedere le cose in modo diverso; ci attira, ci risveglia, riaccende il desiderio e la forza di pregare, di guardarci dentro, e di dedicare tempo agli altri. Possiamo superare la stanchezza del corpo con la forza dello Spirito di Dio”. Una nube “li coprì con la sua ombra”, scrive Luca. Ma mentre copre, rivela la gloria di Dio, come avvenne per il popolo pellegrinante nel deserto. Gli occhi non possono più vedere, ma gli orecchi possono udire la voce che esce dalla nube: questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. L’imperativo della sequela è l’ascolto. Il racconto evangelico parla di Gesù solo e Benedetto XVI commentava: “Gesù solo è tutto ciò che è dato ai discepoli e alla Chiesa di ogni tempo: è ciò che deve bastare nel cammino. È lui l’unica voce da ascoltare, l’unico da seguire, lui che salendo verso Gerusalemme donerà la vita e un giorno trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”. In questo tempo di Quaresima Francesco ci invita alla preghiera, a guardare il crocifisso “e meravigliarci davanti all’amore folle di Dio, che non si stanca mai di noi e ha il potere di trasfigurare le nostre giornate, di dare loro un senso nuovo, una luce diversa, una luce e inattesa”. E chiede di essere aperti all’accoglienza e di pregare per la pace perché “Dio è solo Dio della pace, non è Dio della guerra, e chi appoggia la violenza ne profana il nome”. (Fabio Zavattaro - Sir)

Con il diavolo non si dialoga

7 Marzo 2022 - Città del Vaticano - “Non si tratta solo di un’operazione militare, ma di guerra, che semina morte, distruzione e miseria”. Non usa mezzi termini Papa Francesco per condannare l’intervento militare russo in Ucraina: in questa terra “scorrono fiumi di sangue e di lacrime”. Nuovo appello per la pace, perché “si assicurino davvero i corridoi umanitari”; perché sia possibile “l’accesso degli aiuti alle zone assediate, per offrire il vitale soccorso ai nostri fratelli e sorelle oppressi dalle bombe e dalla paura”. In questo decimo giorno di guerra “cessino gli attacchi armati e prevalga il negoziato, e prevalga pure il buon senso. E si torni a rispettare il diritto internazionale”. In piazza San Pietro ci sono bandiere dell’Ucraina; il Papa, all’Angelus, le indica chiedendo di pregare, un’Ave Maria, per le tante persone che soffrono, e che sono costrette a lasciare le proprie case: “la guerra è una pazzia. Fermatevi, per favore. Guardate questa crudeltà”. In Ucraina si sono recati due cardinali, l’elemosiniere Krajewski e il prefetto del dicastero per lo sviluppo umano integrale Czerny, ricorda il Papa che ringrazia i giornalisti che “per garantire l’informazione mettono a rischio la propria vita”; e dice: la Santa Sede “è disposta a fare di tutto, a mettersi al servizio per questa pace”. Prima domenica di Quaresima, tempo di conversione, di preghiera per la pace. Luca, nel Vangelo, ricorda le tre tentazioni, le tre strade che il mondo propone promettendo grandi successi, ma in realtà, ricordava Francesco, sono strade per confonderci: l’avidità di possesso, la gloria umana, ovvero l’inganno del potere, e la strumentalizzazione di Dio. Tentazioni cui si è sottoposto anche Gesù, in quei quaranta giorni nel deserto tentato dal diavolo. Quaranta giorni di digiuno; quaranta come i giorni del diluvio, come il tempo trascorso nel deserto da Mosè con il suo popolo, come il tempo impiegato dal profeta Elia per giungere al monte Oreb. Cosa c’entra il digiuno, il cibo, con i problemi etici, politici, e religiosi del nostro tempo? Con le difficoltà di un dialogo che, a più livelli, sembra dimenticare l’altro, i suoi diritti, a volte la sua stessa dignità? Con la crisi terribile che si sta consumando alle porte dell’Europa? Una risposta viene dal brano di Luca: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto”. Non aveva bisogno di altro, confidava totalmente in Dio. Così questi quaranta giorni di preparazione alla Pasqua sono occasione per rileggere la nostra vita, per confidare nella forza della preghiera, anche invocazione urgente per la pace, soprattutto nella martoriata Ucraina, ma non solo. In questo tempo di Quaresima, il Papa chiede di prendere “spazi di silenzio e di preghiera, durante i quali fermarci e guardare ciò che si agita nel nostro cuore. Facciamo chiarezza interiore, mettendoci davanti alla Parola di Dio nella preghiera, perché abbia luogo in noi una benefica lotta contro il male che ci rende schiavi, una lotta per la libertà”. E poi il deserto – altro segno di questo tempo assieme al digiuno e alla cenere, simbolo della precarietà della vita – luogo del silenzio, ma anche della “lotta contro le seduzioni del male” dice il vescovo di Roma. Il diavolo tenta Gesù con proposte seducenti, ma queste portano “alla schiavitù del cuore”, rendono “ossessionati dalla brama di avere”, e tutto si riduce “al possesso delle cose, del potere, della fama. È il nucleo delle tentazioni. È ’il veleno delle passioni’ in cui si radica il male”. Davanti alle tentazioni seguiamo l’esempio di Gesù che “si oppone in modo vincente alle attrattive del male” e lo fa “rispondendo con la Parola di Dio”. Per il Papa felicità e libertà “non stanno nel possedere, ma nel condividere: non nell’approfittare degli altri, ma nell’amarli; non nell’ossessione del potere, ma nella gioia del servizio”. Le tentazioni ci accompagnano nel cammino della vita, e il diavolo “sa persino travestirsi di motivazioni sacre, apparentemente religiose”; e “se cediamo alle sue lusinghe, finisce che giustifichiamo la nostra falsità, mascherandola di buone intenzioni”. Gesù non dialoga con il diavolo, mai. Così noi, dice Francesco, non dobbiamo “mai entrare in dialogo con il diavolo: è più astuto di noi”. (Fabio Zavattaro - Sir)

Lo sguardo cieco

28 Febbraio 2022 - Città del Vaticano - Ci sono le bandiere dell’Ucraina in piazza San Pietro, immagine simbolo di questi giorni in cui il rumore della guerra alle porte dell’Europa ci ha fatto dimenticare la pandemia dalla quale, comunque, non siamo ancora usciti. Ha il “cuore straziato” il Papa per le vittime dell’invasione russa, per quelle immagini che hanno portato nelle nostre case volti di uomini e di donne segnati dalle ferite, dal dolore; volti rigati dalle lacrime; volti di bambini che nel loro pianto c’è tutta la tragedia di una ingiusta e inutile guerra. A Firenze, dove Papa Francesco avrebbe dovuto essere questa domenica se non si fosse acuito il dolore al ginocchio, 60 vescovi di 20 paesi e 65 sindaci delle città i cui territori sono bagnati dal mare Mediterraneo, forte si è levata la voce per dire sì alla pace e al dialogo per fermare il conflitto. In piazza San Pietro Francesco ricorda che “Dio sta con gli operatori di pace e non con chi usa la violenza”. Il vento agita quelle bandiere celesti e gialle; su volti si legge sofferenza, preoccupazione, tristezza, paura. “Siamo stati sconvolti da qualcosa di tragico: la guerra” dice il vescovo di Roma: "più volte abbiamo pregato perché non fosse imboccata questa strada e non smettiamo di supplicare Dio più intensamente”. Appello, quasi preghiera, perché siano messe da parte le armi e si apra la strada del dialogo: “chi fa la guerra dimentica l’umanità – ha proseguito - non parte dalla gente, non guarda alla vita concreta delle persone, ma mette davanti a tutto gli interessi di parte e di potere. Si affida alla logica diabolica e perversa delle armi che è la più lontana dalla volontà di Dio e si distanzia dalla gente comune che vuole la pace. In ogni conflitto - ha aggiunto - la gente comune è la vera vittima che paga sulla propria pelle le follie della guerra. Penso agli anziani a quanti in queste ore cercano rifugio, alle mamme in fuga con i loro bambini. Sono fratelli e sorelle per i quali è urgente aprire corridoi umanitari e che vanno accolti”. Angelus che Francesco ha aperto ricordando le parole del Vangelo di questa domenica, il rischio di essere concentrati più sulla pagliuzza nell’occhio del fratello piuttosto che nella trave presente nel nostro occhio. Vangelo che, in un certo senso, conclude la riflessione iniziata due domeniche fa, con le beatitudini e proseguita con l’amore per i nemici. “Tante volte – ha detto il Papa – ci lamentiamo per le cose che non vanno nella società, nella Chiesa, nel mondo, senza metterci prima in discussione e senza impegnarci a cambiare anzitutto noi stessi”. Così “il nostro sguardo è cieco. E se siamo ciechi non possiamo pretendere di essere guide e maestri per gli altri”. Gesù ci invita a riflettere, nel brano proposto da Luca, sul nostro sguardo e ci chiede “di guardare dentro di noi per riconoscere le nostre miserie. Perché se non siamo capaci di vedere i nostri difetti, saremo sempre portati a ingigantire quelli altrui. Se invece riconosciamo i nostri sbagli e le nostre miserie, si apre per noi la porta della misericordia”. Ma ci chiede anche di pensare bene alle cose che diciamo, perché le parole che usiamo “dicono la persona che siamo”. Corrono veloci le parole, dice Francesco: “Troppe veicolano rabbia e aggressività, alimentano notizie false e approfittano delle paure collettive per propagare idee distorte”. E lo vediamo anche nei nostri giorni: messaggi, fake news, che hanno l’unico obiettivo di criticare e condannare delle affermazioni per il solo motivo di non essere d’accordo. Usiamo le parole “in modo superficiale” dice ancora il vescovo di Roma; “ma le parole hanno un peso: ci permettono di esprimere pensieri e sentimenti, di dare voce alle paure che abbiamo e ai progetti che intendiamo realizzare, di benedire Dio e gli altri”. Ma, nello stesso tempo, “con la lingua possiamo anche alimentare pregiudizi, alzare barriere, aggredire e perfino distruggere; con la lingua possiamo distruggere i fratelli: il pettegolezzo ferisce e la calunnia può essere più tagliente di un coltello”. Restano le immagini di quelle bandiere che il vento agita. E resta il desiderio di pace che sarà ancora più forte, Mercoledì delle Ceneri, nel digiuno e nella preghiera per l’Ucraina. (Fabio Zavattaro- Sir)

La domenica del Papa: porgi l’altra guancia

21 Febbraio 2022 - Roma - Dopo aver ascoltato il discorso della pianura, discorso di benedizioni e minacce, le beatitudini così come Luca le propone, l’evangelista porta a conclusione le parole che Gesù ha pronunciato davanti la folla che lo ha seguito ai piedi del monte – per Matteo, infatti, è il discorso della montagna – nei pressi del lago di Tiberiade; parole che il Signore rivolge a coloro che hanno già scelto di seguirlo, abbandonando tutto. In questa domenica in primo piano è l’amore per i nemici, la rinuncia alla vendetta e alla violenza: “ma a voi che ascoltate io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano…” E c’è quella parola che sempre con maggiore difficoltà ascoltiamo nei momenti di difficoltà, di torti e ‘ferite’ subite: perdono. Quante volte sentiamo dalla viva voce di persone che hanno vissuto una ferita lacerante, un lutto: non posso perdonare, deve pagare per quello che ha fatto. Guai a non rispettare quel dolore vissuto, a mettere in secondo piano quella ferita lacerante. Ma la parola perdono non è un impedimento al cammino della giustizia, non cancella la colpa. Gesù arrestato, deriso, schiaffeggiato, ferito e morto sulla croce ci dice che il male, la violenza non si vincono con altro male; l’odio può essere vinto dall’amore. Il Vangelo oggi ci ricorda: “non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati”. Ecco il comandamento ‘altro’ e ‘alto’ che Gesù propone al credente: “amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano”. Parole quanto mai importanti in questi giorni in cui soffiano venti di guerra alle porte dell’Europa: “com’è triste, quando persone e popoli fieri di essere cristiani vedono gli altri come nemici e pensano a farsi guerra”, dice Papa Francesco all’Angelus. Proprio nei momenti più difficili il cristiano è chiamato a “non cedere all’istinto e all’odio, ma a andare oltre”. Ecco che torna quel porgere l’altra guancia, spesso così difficile da mettere in pratica. Francesco si domanda: davvero il Signore ci chiede cose impossibili, anzi ingiuste? “Porgere l’altra guancia – dice il Papa – non significa subire in silenzio, cedere all’ingiustizia. Gesù con la sua domanda denuncia ciò che è ingiusto. Però lo fa senza ira né violenza, anzi con gentilezza. Non vuole innescare una discussione, ma disinnescare il rancore: spegnere insieme l’odio e l’ingiustizia, cercando di recuperare il fratello colpevole”. La risposta più forte è la mitezza, e porgere l’altra guancia “non è il ripiego del perdente, ma l’azione di chi ha una forza interiore più grande, che vince il male col bene, che apre una breccia nel cuore del nemico, smascherando l’assurdità del suo odio. Non è dettata dal calcolo, ma dall’amore”. Certo non è facile amare i propri nemici, ma non mancano uomini che lo hanno fatto, come il cardinale François-Xavier Van Thuàn, che ha trascorso 13 anni nelle carceri vietnamite senza giudizio, e ai carcerieri che gli chiedevano perché li amasse, rispondeva: “Gesù me lo ha insegnato; e se io, come cristiano, non vi amo, non sono degno di portare il nome di cristiano”. O, ancora, il Mahatma Gandhi, Martin Luther King, e Nelson Mandela che hanno fatto della non violenza la loro bandiera. “Se dipendesse solo da noi”, afferma ancora Papa Francesco all’Angelus, “sarebbe impossibile” amare i propri nemici. Ma “quando il Signore chiede qualcosa, vuole donarla. Quando mi dice di amare i nemici, vuole darmi la capacità di farlo”. È dunque grazie allo Spirito di Gesù che “possiamo rispondere al male con il bene, amare chi ci fa del male. Così fanno i cristiani”. Quando ci fanno un torto, qualcosa di male, afferma ancora il vescovo di Roma, “andiamo subito a raccontare agli altri e ci sentiamo vittime”. Invece “preghiamo per quella persona, per chi ci ha fatto del male”. Pregando “viene meno questo sentimento di rancore; pregare per chi ci ha trattato male è la prima cosa per trasformare il male in bene”. Una preghiera, infine, Francesco la chiede per i tanti medici, infermieri, volontari che stanno vicino, curano e aiutano gli ammalati, a volte subendo anche violenze. Dice: “comportamento eroico nel tempo del Covid, ma questa eroicità rimane tutti i giorni”. (Fabio Zavattaro - SIR)

Con la gioia nel cuore

14 Febbraio 2022 - Città del Vaticano - Somiglianze e differenze tra due evangelisti. Luca, nella pagina del Vangelo di domenica, ci fa riflettere sul discorso che Gesù propone ai suoi discepoli, più che alla folla, giunta da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Siro e di Sidone: è il discorso della pianura, discorso di benedizioni e minacce. Discorso parallelo a quello della montagna, o discorso sul monte, che troviamo in Matteo, il primo dei cinque grandi discorsi sul Regno: le nove beatitudini. In Matteo Gesù si rivolge ai presenti dall’alto di un monte. Anzi “del monte”: non luogo generico, dunque, ma una altura che evoca il Sinai. Nella Bibbia sono molte le ‘vette di Dio’, non solo il Sinai, ma anche il Nebo, dove Mosè vede la terra promessa, senza però raggiungerla. E poi l’Ararat, dove si sarebbe fermata l’arca di Noe; il Moira, il monte della prova di Abramo; il Tabor, l’altura della trasfigurazione, e gli Ulivi. Luca, invece, fa parlare Gesù “in un luogo pianeggiante”, dopo essere salito sul monte e aver pregato in solitudine tutta la notte; è sul monte che chiama i discepoli e ne sceglie dodici “ai quali diede anche il nome di apostoli”. Dodici come le tribù di Israele. Li sceglie, dunque, e con essi scende per fermarsi “in un luogo pianeggiante”. Papa Francesco, all’Angelus, fa notare che Gesù, pur essendo attorniato da una grande folla, parla rivolgendosi ai suoi discepoli. Le beatitudini, infatti, “definiscono l’identità del discepolo” e “possono suonare strane, quasi incomprensibili” a chi non lo è. Fermandosi a riflettere sulla prima – “beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio” – il vescovo di Roma afferma che “sono beati perché poveri”, nel senso che “il discepolo di Gesù non trova la sua gioia nel denaro, nel potere o in altri beni materiali, ma nei doni che riceve ogni giorno da Dio: la vita, il creato, i fratelli e le sorelle”. Anche i beni che possiede “è contento di condividerli, perché vive nella logica di Dio”. Luca sembra dirci che Gesù scendendo nella pianura in realtà scende, anzi raggiunge ogni uomo; è a lui vicino per consolarlo nei molti luoghi delle nostre povertà, mancanze, afflizioni. In Luca, le beatitudini privilegiano l’interesse per i poveri e gli afflitti. E quello scendere in un luogo pianeggiante è un andare verso l’uomo che, affermava Benedetto XVI, “non ha soltanto bisogno di essere nutrito materialmente o aiutato a superare i momenti di difficoltà, ma ha anche la necessità di sapere chi egli sia e di conoscere la verità su sé stesso, sulla sua dignità”. I Vangeli ci ricordano che la logica del Signore non è quella dell’uomo, e Luca, afferma il Papa, ci dice che la logica di Dio è la gratuità: “il discepolo ha imparato a vivere nella gratuità. Questa povertà è anche un atteggiamento verso il senso della vita, perché il discepolo di Gesù non pensa di possederlo, di sapere già tutto, ma sa di dover imparare ogni giorno”; di più “è una persona umile, aperta, aliena dai pregiudizi e dalle rigidità”. Pietro, è il Vangelo di domenica scorsa, “lascia la barca e tutti i suoi beni per seguire il Signore”, si dimostra docile, “e così diventa discepolo. Invece, chi è troppo attaccato alle proprie idee, alle proprie sicurezze, difficilmente segue davvero Gesù”. Lo segue solo “nelle cose in cui è d’accordo con lui e lui è d’accordo con me”. Ma non è un discepolo, è una persona “triste perché i conti non gli tornano, perché la realtà sfugge ai suoi schemi mentali e si trova insoddisfatto. Il discepolo, invece, sa mettersi in discussione, sa cercare Dio umilmente ogni giorno”. Il discepolo “accetta il paradosso delle Beatitudini”. La logica umana porta a pensare in un altro modo: “è felice chi è ricco, chi è sazio di beni, chi riceve applausi ed è invidiato da molti, chi ha tutte le sicurezze”. È un “pensiero mondano”, dice Francesco: “non è Dio a dover entrare nelle nostre logiche, ma noi nelle sue”. Il discepolo di Gesù “è gioioso” perché “il Signore, liberandoci dalla schiavitù dell’egocentrismo, scardina le nostre chiusure, scioglie la nostra durezza, e ci dischiude la felicità vera, che spesso si trova dove noi non pensiamo”. Lasciamoci “scardinare dentro dal paradosso delle beatitudini” per “uscire dal perimetro delle nostre idee”, ci chiede il Papa, che aggiunge: “il tratto saliente del discepolo è la gioia del cuore”. (Fabio Zavattaro - SIR)

La Domenica del Papa: il volto e la parola

7 Febbraio 2022 - Città del Vaticano - Il volto e la parola. L’evangelista Luca e Isaia, la prima lettura, ci presentano due modi per rispondere alla chiamata di Dio. Il profeta vede il Signore seduto su un alto trono circondato da serafini: quel volto lo cambia, le sue labbra vengono purificate. Luca racconta una storia straordinaria, quella di un giovane che viene da una località di campagna, Nazareth, un posto di contadini e pastori, per di più figlio di un falegname, che dice a un vecchio, esperto pescatore di Cafarnao di gettare le reti in acqua. Immaginiamo la scena. C’è una grande folla, anonima nel racconto, e tutto sembra occasionale: la gente, le due barche, il desiderio di parlare. Gesù, sulla riva del lago di Galilea, individua un volto, vede Simon Pietro, mentre sta sistemando le reti. Una notte di pesca mancata. Gesù sale sulla sua barca e gli chiede di allontanarsi un po’ da terra perché vuole parlare alla gente da lì. Quindi una nuova richiesta: “prendete il largo e gettate le vostre reti per la pesca”, leggiamo in Luca. La barca, è una bella immagine anche per noi, dice il Papa all’Angelus: “ogni giorno la barca della nostra vita lascia le rive di casa per inoltrarsi nel mare delle attività quotidiane; ogni giorno cerchiamo di ‘pescare al largo’, di coltivare sogni, di portare avanti progetti, di vivere l’amore nelle nostre relazioni. Ma spesso, come Pietro, viviamo la ‘notte delle reti vuote’, la delusione di impegnarci tanto e di non vedere i risultati sperati”. Pietro sicuramente avrà pensato: non sa nulla di pesca questo giovane; non ha nemmeno preso in considerazione l’inutile fatica notturna, le ceste vuote: “maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. Eppure, dalla sua bocca non viene un ‘no’: “sulla tua parola getterò le reti”. Così esce, guadagna il largo, e pesca una quantità enorme di pesci. Interessante notare che Simone, prima di questo segno, si rivolge a Gesù chiamandolo maestro; dopo, lo chiama Signore: “è la pedagogia della chiamata di Dio, che non guarda tanto alle qualità degli eletti, ma alla loro fede”, diceva Benedetto XVI. Torniamo, allora, alla barca. Già perché il Signore, afferma Francesco, ama salire sulla “barca della nostra vita quando non abbiamo nulla da offrirgli; entrare nei nostri vuoti e riempirli con la sua presenza; servirsi della nostra povertà per annunciare la sua ricchezza, delle nostre miserie per proclamare la sua misericordia”. Dio non vuole “una nave da crociera”, gli basta “una povera barca sgangherata, purché lo accogliamo. Ma noi lo facciamo salire sulla barca della nostra vita? Gli mettiamo a disposizione il poco che abbiamo? È il Dio della vicinanza: non cerca perfezionismo, ma accoglienza”. Il cristiano è il popolo della via, dello stare in mezzo alla gente, del volto da cogliere e della parola da ascoltare, parola che entra nella vita dell’uomo, e con essa inizia un dialogo che diventa chiamata, missione. Con Gesù, dice ancora Francesco, “si naviga nel mare della vita senza paura, senza cedere alla delusione quando non si pesca nulla e senza arrendersi al ‘non c’è più niente da fare’. Sempre, nella vita personale come in quella della Chiesa e della società, c’è qualcosa di bello e di coraggioso che si può fare. Sempre possiamo ricominciare, sempre il Signore ci invita a rimetterci in gioco perché Lui apre nuove possibilità”. Scacciamo “il pessimismo e la sfiducia”, afferma il Papa. Nella domenica di Francesco, domenica in cui la Chiesa italiana celebra la Giornata per la vita, c’è l’immagine di un popolo, a Tamrout in Marocco, che “si è aggrappato per salvare un bambino”; il piccolo Rayan, purtroppo, non ce l’ha fatta. Ma la mobilitazione di tutti è un esempio di cosa vuol dire custodire ogni vita. Un impegno che “vale per tutti” ha detto Francesco: per gli anziani, i malati, i bambini cui è impedito di nascere. Per le donne schiave dei trafficanti e per le bambine vittime delle mutilazioni genitali “pratica che umilia la dignità della donna”. Infine, un pensiero per una storia di solidarietà: un giovane ghanese, John 25 anni, immigrato ben inserito nel mondo del lavoro nel Monferrato, scopre di essere malato di cancro e l’intero paese si mobilita, e gli paga il viaggio per andare a morire tra le braccia del padre. Per il Papa sono “i santi della porta accanto”. (Fabio Zavattaro - Sir)

La Domenica del Papa: costruire cammini

31 Gennaio 2022 - Città del Vaticano - “Passando in mezzo a loro si mise in cammino”. La Chiesa è immagine di una comunità in cammino, “cantiere aperto”, che prende sul serio l’invito del Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes, di fare posto “nel cuore” alle gioie e speranze, alle tristezze e angosce degli uomini di oggi. Cammino “di fratellanza, di amore, di fiducia”, disse Papa Francesco affacciandosi dalla loggia centrale della basilica di San Pietro il giorno della sua elezione, 13 marzo 2013. Torna spesso, nelle parole del vescovo di Roma, il termine cammino, come a Firenze, al convegno ecclesiale, quando parlò di cambiamento d’epoca, di cammino sinodale, di una chiesa “inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti”; una chiesa, una comunità, che non costruisce “mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”; che non ha paura degli ostacoli, perché le sfide diventano occasioni, nella certezza che Deus caritas est, Dio è amore. Il Vangelo di questa domenica ci porta ancora nella sinagoga di Nazareth, tra le persone che lo hanno conosciuto fin dalla nascita. Gesù ha consegnato il rotolo della legge, dopo aver letto il passo del profeta Isaia, l’annuncio di un anno di grazia, ovvero il lieto messaggio ai poveri, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi. Parole che affascinano e stupiscono, ma anche inquietano, forse spaventano. Questo giovane, il figlio del carpentiere Giuseppe, annuncia una parola difficile da ascoltare per i suoi concittadini. Difficile soprattutto perché viene, come dire, da uno di casa, noto a tutti. All’inizio è la meraviglia: “gli occhi di tutti erano fissi su di lui”, scrive Luca nel Vangelo; e più avanti: “tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Poi ecco lo sdegno “all’udire queste cose”. Esito amaro, dice Papa Francesco all’Angelus, “anziché ricevere consensi, Gesù trova incomprensione e anche ostilità. I suoi compaesani, più che una parola di verità, volevano miracoli, segni prodigiosi. Il Signore non ne opera e loro lo rifiutano, perché dicono di conoscerlo già da bambino, è il figlio di Giuseppe. Così Gesù pronuncia una frase diventata proverbiale: nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Per le persone presenti nella sinagoga egli doveva essere soprattutto colui che curava le loro infermità e colmava i loro bisogni: “quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria”, leggiamo sempre in Luca. Gli abitanti di Nazareth hanno saputo quanto Gesù ha già compiuto, i segni già operati e ciò che chiedono è appunto altri segni che risolvano i loro problemi, lì dove è la sua casa, la sua gente, la sua patria. Ma Gesù mette in primo piano l’altro termine, profeta; come per dire di essere pronto a compiere segni e guarigioni ma non per soddisfare solamente alcuni bisogni e richieste, piuttosto per rivelare che la parola, la promessa di Dio ha iniziato ad attuarsi nella storia: “oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito…” Allora, perché andare incontro a questo esito, quando l’insuccesso “non era del tutto imprevisto”; Gesù “conosceva i suoi, conosceva il cuore dei suoi e sapeva il rischio che correva”. Perché “davanti alle nostre chiusure, non si tira indietro: non mette freni al suo amore. Davanti alle nostre chiusure, lui va avanti”, e oggi, afferma all’Angelus il Papa, “invita anche noi a credere nel bene, a non lasciare nulla di intentato nel fare il bene”. L’importante è come accogliere: “non lo trova chi cerca miracoli”, dice Francesco, “chi cerca sensazioni nuove, esperienze intime, cose strane; chi cerca una fede fatta di potenza e segni esteriori. No, non lo troverà. Soltanto lo trova, invece, chi accetta le sue vie e le sue sfide, senza lamentele, senza sospetti, senza critiche e musi lunghi”. Il Signore “sempre ci sorprende” e ci chiede “di accoglierlo nella realtà quotidiana che vivi; nella Chiesa di oggi, così com’è; in chi hai vicino ogni giorno; nella concretezza dei bisognosi, nei problemi della tua famiglia, nei genitori, nei figli, nei nonni, accogliere Dio lì”. C’è bisogno di costruire cammini nuovi, “ricucire” i rapporti personali, le relazioni tra gli Stati, dice i Papa ai ragazzi dell’Acr. È la Chiesa del Concilio, popolo di Dio in cammino. (Fabio Zavattaro - Sir)