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I talenti che l’Italia ancora non vuole

14 Settembre 2022 -

Milano - Nella piazza di Chiari, intitolata a Giuseppe Zanardelli, la diciassettenne Great Nnachi si è inerpicata con l’asta fino a quota 4.25, eguagliando il suo primato. Con questa misura sarebbe arrivata quarta al recente Mondiale Juniores di Cali, ma la saltatrice in Colombia non è andata, nonostante fosse campionessa tricolore Under 20. Great è nata a Torino il 15 settembre 2004, ha vinto titoli nazionali da cadetta, allieva e Junior, ma ancora non può vestire la maglia azzurra perché non ha la cittadinanza, in quanto figlia di nigeriani. Suo papà, ex dipendente della Fiat, è mancato quando aveva cinque anni, suo fratello minore gioca nelle giovanili della Juventus e lei è stata nominata Alfiere della Repubblica dal Presidente Mattarella «per le qualità di atleta, affinate pur tra difficoltà, e per la disponibilità che mostra nell’aiutare i compagni e nel collaborare alla formazione e all’allenamento dei più piccoli».

La storia di Great è la più emblematica, ma non è l’unica. Si contano almeno una dozzina di atleti, tra i 16 e i 22 anni, che non possono essere convocati in Nazionale perché privi della cittadinanza italiana. Partecipano, e magari vincono anche, ai campionati tricolori, fanno gli stage e i raduni con i colleghi azzurri, ma sul più bello vedono sfumare il proprio sogno. Colpa dell’attuale sistema normativo che si ritorce contro chi è nato in Italia da genitori stranieri, oppure è arrivato da piccolo nel nostro Paese. Una situazione complessa che impedisce di fatto a talenti della nostra atletica di poter disputare le competizioni internazionali. «Chi nasce in Italia da stranieri può chiedere la cittadinanza dopo il compimento della maggiore età. La procedura si può velocizzare solo se i genitori fanno richiesta e ottengono la cittadinanza, che in questo caso si trasmette anche al minore. Chi invece arriva in Italia da bambino deve avere almeno 10 anni consecutivi di residenza con regolare permesso di soggiorno, prima di poter fare la domanda», racconta Antonio Andreozzi, vicedirettore tecnico della Fidal e responsabile delle Nazionali giovanili. Great Nnachi diventerà quindi italiana domani, al compimento della maggiore età. Le basterà giurare davanti al suo Sindaco, per poter poi finalmente rappresentare l’Italia anche all’estero. Tra gli altri atleti che hanno vinto un titolo nazionale, pur non potendo rivestirsi d’azzurro, i casi più eclatanti sono tre. La triplista pordenonese Baofa Mifri Veso ha conquistato il tricolore Under 18, ma non è potuta andare agli Europei Allievi di Gerusalemmme, dove avrebbe ambito al podio. Ha sempre vissuto da noi, ma avendo genitori congolesi dovrà aspettare di compiere i 18 anni a dicembre dell’anno prossimo. La marciatrice veronese Alexandrina Mihai, classe 2003, è nata in Moldavia, ma è giunta in Italia quando aveva cinque anni. È la migliore interprete italiana del tacco e punta a livello giovanile, ma siccome i genitori quando era minorenne non hanno ottenuto la cittadinanza, ha dovuto aspettare l’anno scorso per fare la domanda. Sono passati dieci mesi dalla richiesta, ma ad oggi, oltre alla conferma della ricezione, non ha avuto ancora risposta. Il toscano Abderrazzak Gasmi, campione italiano Under 23 delle siepi, di anni ne ha 21, ma siccome i genitori non erano in regola, ha dovuto aspettare la maggiore età per chiedere il permesso di soggiorno: dovrà attendere altri sette anni per indossare la casacca azzurra.

Senza cittadinanza questi atleti non possono entrare nei gruppi militari, pertanto un plauso va alle società civili che li sostengono: «I club sono la colonna portante del nostro sistema, senza di loro questi ragazzi avrebbero smesso». A differenza di altri sport, l’atletica è più propensa ad accogliere i nuovi italiani: «Il nostro è uno sport universale, quindi non di nicchia, e allo stesso tempo non costoso, perciò alla portata di tutti. In più molti ragazzi di origini straniere hanno caratteristiche e qualità che si addicono con le specialità della corsa, dei salti o dei lanci». Ragazzi e ragazze che vincono lungo lo Stivale, ma non possono esprimersi oltreconfine: «L’auspicio è che diventi legge lo Ius Scholae, che riconoscerebbe la cittadinanza a chi è nato in Italia, o è arrivato prima dei 12 anni, e ha frequentato regolarmente almeno 5 anni di studio. Solo così potremmo metterci al passo con gli altri Paesi ». Già, perché allargando lo sguardo, chi nasce in Germania ha subito la cittadinanza tedesca e a 18 anni può scegliere se mantenerla o meno, così come anche in Francia si può avere la doppia cittadinanza e poi decidere da maggiorenni. «Rispetto ad altre nazioni siamo penalizzati, non potendo schierare dei talenti che si sentono italiani a tutti gli effetti e che avrebbero potuto conquistare anche medaglie a Mondiali o Europei di categoria», conclude Andreozzi. Per Great Nnachi il conto alla rovescia è agli sgoccioli, per altri la burocrazia è ancora lunga, in un Paese che fatica a decidere su un tema finito pure nel tritacarne della campagna elettorale. (Mario Nicoliello - Avvenire)

Ibtissam: italiana e non cittadina, sogno voto e viaggi

28 Giugno 2022 -
Bologna - Votare. E viaggiare. Se Ibtissam riuscisse ad ottenere la cittadinanza italiana, sono le prime due delle tante "porte" che vorrebbe aprire sulla sua vita e che oggi, invece, per lei restano chiuse. Ibtissam ha 23 anni, è arrivata in Italia e vive a Bologna da quando ne aveva dieci: la sua è una delle testimonianze raccolte in occasione di "Italiani di diritto: la riforma che serve", un incontro sulla legge di cittadinanza che si è svolto nei giorni scorsi a Bologna su iniziativa dell'Associazione nazionale oltre le frontiere (Anolf) dell'Emilia-Romagna. "Sono arrivata per ricongiungimento familiare, per raggiungere il babbo. Ho fatto tutto il mio percorso scolastico, sia elementari che medie e superiori- racconta Ibtissam allì'agenzia "Dire"- e mi sono diplomata in marketing. Purtroppo ancora non ho il diritto di poter avere la cittadinanza italiana, nonostante mi senta italiana al 100%, siccome ormai ho passato più di metà della mia vita qui. Mi piacerebbe tanto usufruire di questo diritto, che mi aprirebbe un sacco di porte": a livello lavorativo, ma non solo, perchè "ad esempio mi permetterebbe anche, una cosa che per molti è banale, esprimere il mio voto". E' proprio su questo aspetto che Ibtissam farebbe leva se avesse l'occasione di parlare con chi è contrario ad agevolare l'acquisizione della cittadinanza, attraverso riforme come quelle sullo Ius soli o sullo Ius scholae: "Mi sento di far parte di questo Stato e mi piacerebbe esprimere il mio voto per poter decidere il futuro del mio Paese". Poter votare "per me è una cosa meravigliosa. Poter esprimere la propria opinione e il proprio voto è qualcosa che ti permette anche di crescere e sentirsi ascoltati. Poter dare la propria opinione in un Paese che ormai sento mio", dice Ibtissam. Intanto, qualche anno fa Ibtissam ha sposato un ragazzo con cittadinanza italiana ma "ad oggi ancora io non ce l'ho", spiega. Da un lato, "non posso richiedere quella per residenza, non avendo il Cud - continua Ibtissam- perchè non lavoro. Non riesco a trovare il lavoro che mi piace, più adatto a me, siccome non posso fare richieste ai concorsi pubblici, non avendo la cittadinanza". Allo stesso tempo, "per richiedere la cittadinanza con mio marito, quindi per matrimonio, bisogna sposarsi, stare insieme per due anni, avere una residenza in comune e per poterla richiedere - continua Ibtissam - bisogna avere un permesso di soggiorno Ue, che ancora non ho". Per Ibtissam, così, la cittadinanza resta ancora un sogno. Per poter votare, certo, ma non passa tutto per la tessera elettorale: "La cittadinanza mi darebbe la possibilità di poter viaggiare, perchè ora non riesco mai a farlo avendo sempre il permesso di soggiorno scaduto".