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Migrantes Tivoli: sabato la Festa dell’Integrazione

11 Giugno 2019 - Tivoli – L’Ufficio pastorale Migrantes della diocesi di Tivoli organizza anche quest’anno una festa dell’integrazione interculturale, che si terrà sabato prossimo nella parrocchia Santa Maria del Popolo di Villalba di Guidonia. Questa festa è un evento ecclesiale e cittadino che si propone come luogo di incontro, di conoscenza e di condivisione della ricchezza culturale tra i vari gruppi dei migranti presenti nel nostro tessuto comunitario e sociale insieme al popolo italiano che accoglie. Come nelle procedenti edizioni, la festa si svolgerà in tre momenti essenziali: un convegno, una celebrazione Eucaristica e una festa dei popoli. Quest’anno il convegno propone una riflessione sul tema “Migranti e Rifugiati: un’opportunità di arricchimento interculturale”; la Messa sarà il momento centrale della comunione in Cristo e sarà animata da varie espressioni liturgiche e dai canti delle comunità etniche; infine la serata sarà allietata con musiche, balli e gastronomia dei vari popoli. Con questo evento si mira a raggiungere alcuni degli obiettivi di cui la Migrantes si fa carico nel cammino della Chiesa. Innanzitutto sensibilizzare la comunità Cristiana affinché, anche la realtà del migrante, possa essere parte integrante di essa come occasione di comunione e di cattolicità senza dimenticare che essa rappresenta anche un significativo luogo di evangelizzazione. Dall’altra parte offrire ai migranti l’espressione di quella premura pastorale che la Chiesa, maestra in umanità, non può far mancare a nessuno dei figli di Dio; così pure la promozione di un’integrazione autentica come la definisce papa Francesco: “Il verbo integrare si traduce in aprire spazi di incontro interculturale, favorire l’arricchimento reciproco e promuovere percorsi di cittadinanza attiva”. Infatti, la promozione dell’integrazione è prima di tutto professare la nostra fede di essere Chiesa costituita da Cristo, il quale ci ha redenti “uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e ha fatto di noi” la sua Chiesa ( Apocalisse 5,9–10). Pertanto riconoscere la ricchezza reciproca, che siamo gli uni per gli altri, diventa esigenza primaria del nostro cammino ecclesiale. Questa festa è in effetti un’occasione per creare comunione attraverso quelle fraterne relazioni che permettono di vederci negli occhi come fratelli e di accoglierci come uomini e donne che amano la vita, la solidarietà e la voglia di stare insieme. Obiettivo dell’incontro è quello di abbassare il muro della diffidenza, della paura e dello sguardo dallo straniero. In questo modo ognuno porta lo zaino della vita, con l’esperienza del proprio vissuto e con il cuore che è abitazione di amicizia e di verità. Il difficile cammino dell’integrazione nasce dall’incontro, dalla stretta di mano, dal sorriso che offriamo come sincera volontà di stare insieme nella pace e nello scoprire che l’altro è dono, anzi perla preziosa che circonda come un diadema luminoso il cammino della mia vita. Le varie culture che ci contraddistinguono e che dipingono di speranza il nostro cammino di vita si devono trasformare in volani di progresso, volani di accesso e volani d’integrazione. È nella cultura che si superano i conflitti. È nella cultura che ci ritroviamo tutti, uomini e donne, in cerca di una civiltà dell’accoglienza, della reciproca responsabilità e dell’armoniosa convivenza. Nel contesto odierno in cui la realtà dell’immigrazione è diventata una delle maggiori sfide della società, la testimonianza della Chiesa può essere provvidenziale per non alimentare gli eccessi in un senso o in un altro ma portare la luce di Cristo che ci chiama alla fede, alla carità e alla speranza. (don Denis Kibangu Malonda - Direttore Ufficio Migrantes Tivoli)

Centro Astalli: dolore e cordoglio per le vittime di oggi davanti all’isola di Lesbo

11 Giugno 2019 - Roma – “Esprimiamo dolore e cordoglio per le vittime di questa ennesima tragedia in mare”. E’ quanto scrive in una nota il Centro Astalli commentando la notizia della morte di almeno 7 persone, in un naufragio nel mar Mediterraneo. Le vittime, due bambine, 4 donne e un uomo, viaggiavano su un barcone affondato questa mattina davanti alle coste dell’isola di Lesbo, in Grecia. Al momento dei soccorsi 57 migranti sono stati tratti in salvo dalla Guardia Costiera greca, intervenuta sul posto. “La perdita di queste vite umane – scrive il Centro Astalli - è prezzo troppo alto da pagare. La vita e la dignità delle persone non possono essere ignorate. Già vittime di guerre, violazioni dei diritti umani e disuguaglianze nei loro paesi, sono vittime anche dell’indifferenza e degli atteggiamenti di chiusura dei governi europei. Chiediamo nell’immediato operazioni di salvataggio coordinate che salvino chi è costretto a fuggire dalla guerra, l’attivazione di vie legali per chi ha diritto di chiedere asilo, visti e quote di ingresso che permettano di gestire in sicurezza i flussi migratori verso l’Europa”.

Barcone affonda davanti a Lesbo: sei morti

11 Giugno 2019 - Roma - Un barcone carico di migranti è affondato questa mattina davanti alle coste dell'isola di Lesbo, in Grecia, provocando la morte di almeno sei persone: lo riportano i media internazionali, che citano la Guardia Costiera greca. Almeno 57 persone sono state tratte in salvo.(Ansamed).  

Papa Francesco: “gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza”

11 Giugno 2019 - Città del Vaticano - “Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini”. A denunciarlo ancora una volta è stato il Papa, ricevendo in udienza, ieri, i membri della Roaco, in occasione della loro plenaria. “Questa è l’ipocrisia di cui ho parlato”, ha commentato a braccio papa Francesco: “Siamo qui consapevoli che il grido di Abele sale fino a Dio, come ricordavamo proprio a Bari un anno fa, pregando insieme per i nostri fedeli in Medio Oriente”. “Insieme al lamento e al pianto, sentirete in questi giorni voci di speranza e consolazione”, ha proseguito il pontefice: “Sono gli echi di quella instancabile opera di carità che è resa possibile anche attraverso ciascuno di voi e gli organismi che rappresentate. Essa manifesta il volto della Chiesa e contribuisce a renderla viva, in particolare alimentando la speranza per le giovani generazioni. I giovani hanno il diritto di sentirsi annunciare la parola affascinante ed esigente di Cristo e, come abbiamo avuto modo di condividere durante l’Assemblea del Sinodo dei Vescovi dello scorso ottobre, quando incontrano un testimone autentico e credibile non hanno paura di seguirlo e di interrogarsi sulla loro vocazione”. “Vi prego di proseguire e aumentare l’impegno perché nei Paesi e nelle situazioni che sostenete i giovani possano crescere in umanità, liberi da colonizzazioni ideologiche, con il cuore e la mente aperti, apprezzando le proprie radici nazionali ed ecclesiali e desiderosi di un futuro di pace e di prosperità, che non lasci indietro nessuno e nessuno discrimini”: “Quest’anno, i giovani dell’Etiopia e dell’Eritrea – dopo la tanto sospirata pace tra i due Paesi – abbandonando le armi sentono vere le parole del Salmo: ‘Hai mutato il mio lamento in danza’”. “Sono certo che i giovani sentono forte il richiamo a quella fraternità sincera e rispettosa di ciascuno, che abbiamo richiamato con il Documento sottoscritto ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Ahzar”, ha concluso il Papa: “Aiutatemi a farlo conoscere e a diffondere quella alleanza buona per il futuro dell’umanità in esso contenuto. E impegniamoci tutti a preservare quelle realtà che ne vivono il messaggio già da anni, con un particolare pensiero alle istituzioni formative, scuole e università, tanto preziose specie in Libano e in tutto il Medio Oriente, laboratori autentici di convivenza e palestre di umanità a cui tutti possano facilmente accedere”.

Axel ce l’ha fatta: ora è in Usa, studia e cammina di nuovo

10 Giugno 2019 - Milano - Posa con l’abito del diploma della Hogg Middle School appena ottenuto, a fianco alla bandiera del suo Nicaragua. Axel Palacio Molina sorride fiero. Non solo per il successo scolastico conseguito. Finalmente, dopo oltre dieci mesi di calvario, il 15enne ha abbandonato stampelle e sedia a rotelle. Nello scatto appare ben ritto sulle sue gambe. “Guarda come me le hanno aggiustate bene!”, dice il ragazzino. A rimetterlo in piedi sono stati i medici dell’ospedale pediatrico di Houston che hanno effettuato un delicato intervento, finanziato dalla chiesa protestante Ecclesia, per estrarre il proiettile conficcato nell’anca destra. “Lo sapevo che se fossi arrivato negli Usa, avrei potuto correre di nuovo”, afferma raggiante. E’ stata questa convinzione granitica a dare la forza a lui e al resto della famiglia di camminare – nel senso letterale del termine – per oltre 4mila chilometri. In buona parte insieme alla Carovana che, lo scorso autunno, ha raccolto migliaia di disperati del Centroamerica. Uomini, donne, bimbi e adolescenti in fuga dalla violenza delle bande criminali che tengono in ostaggio interi pezzi della regione, dalla corruzione che divora l’economia, dal cambiamento climatico che secca i raccolti. Axel e la sua famiglia scappavano dalla feroce repressione di Daniel Ortega. Erano stati i suoi sgherri a soffocare nel sangue la protesta civica a Diriamba, città a una quarantina di chilometri da Managua, l’8 luglio scorso. Una rivolta pacifica, portata avanti in gran parte da giovani e giovanissimi, come Axel e il suo amico Josué. “Noi lo chiamavamo ‘Fetito’, perché era piccolo e magro. Era il mio migliore amico. La polizia di Ortega è arrivata all’alba, armata fino a denti. Hanno sparato ad altezza d’uomo. ‘Fetito’ era stato colpito ed era caduto a terra. Si sono avvicinati e l’hanno finito con un proiettile di Kalashnikov al torace. Ho cercato di fargli scudo con il mio corpo e sono stato ferito”, racconta Axel che si è salvato per un soffio. Altri manifestanti l’hanno portato via in braccio e l’hanno tenuto nascosto. “Non ci hanno messo molto a venire a casa ha cercarlo. Hanno fatto tre irruzioni. Ogni volta dicevano: ‘Tuo figlio è un terrorista. Dove sono le armi?’. Ovviamente non c’era nessun arma. Ero una maestra, al limite potevano trovare qualche quaderno.. Mio figlio non aveva ancora compiuto 15 anni, come poteva essere un terrorista? – aggiunge la madre, Idania Molina -. La terza volta, si sono scagliati su mia figlia di 17 anni. ‘Ora la facciamo parlare’, dicevano. Sapevo che cosa significava, non potevo permetterlo. Allora li ho supplicati: ‘Fate quello che volete a me, ma lei lasciatela stare…’ Allora si sono accaniti su di me”. A quel punto, la vita dei Palacio Molina era segnata. Restare significava la morte. Per questo, attivisti per i diritti umani e sacerdoti hanno aiutato Idania a raggiungere Managua con l’altra figlia, Chely, di 12 anni, per denunciare. “Là siamo rimaste nascoste in attesa di ricongiungerci con Axel e il marito di Idania, Lester, e lasciare il Paese, ovviamente di nascosto. La cosa peggiore è stata dover lasciare la mia figlia maggiore. Era troppo sorvegliata ed è dovuta rimanere con mia madre. Non sa quanto mi manca..”. Per seminare la polizia orteguista, la famiglia ha cambiato cinque “case sicure”, come vengono chiamati i luoghi in cui si nascondono i dissidenti. Poi, alla fine di agosto, una volta riunita la famiglia, l’esilio. Prima l’Honduras, poi il Guatemala quindi il Messico, dove ha incontrato la Carovana. “I fratelli centroamericani sono stati molto solidali. Sono rimasti commossi dalla nostra storia. Dato che non riuscivo a camminare mi hanno portato a spalle per lunghi tratti. Poi, insieme alle autorità del Chiapas, hanno fatto una colletta per comprare una sedia a rotelle. Mi dicevano: “Almeno tu devi farcela”. E’ anche grazie a loro se sono qui. Grazie a loro e ai giornali che hanno scritto di me”, afferma Axel. Già perché la storia del piccolo nicaraguense che marciava verso gli Usa in sedia a rotelle ha conquistato i media internazionali, tra cui Avvenire, tra i primi a raccontarla e a cercare di aiutare a distanza i Palacio Molina. “Quando, finalmente, abbiamo raggiunto il confine tra Matamoros e Brownsville, gli agenti avevano sentito parlare di noi. Così ci hanno fatto restare ‘solo’ un giorno accampati sul ponte in attesa di poter presentare domanda di asilo”, sottolinea Idania. Da quando, dalla primavera 2018, Donald Trump ha imposto una stretta sulle istanze di rifugio, le richieste vengono accettate con il contagocce. Le persone attendono mesi alla frontiera prima di poterla sottoscrivere e, in genere, vengono rispediti ad aspettare la risposta in Messico. Per i Palacio Molina, però, alcune guardia coraggiose hanno fatto un’eccezione. Quel 7 gennaio, in bilico tra Messico e Usa, Idania lo ricorda perfettamente. Il terrore di essere divisi o respinti. Il freddo pungente della notte. I passi marziali dell’uomo di guardia. E, alla fine, quelle parole di salvezza pronunciate in un misto di inglese e spagnolo: “E’ il ragazzino della sedia a rotelle. Loro devono passare”. Certo, si tratta solo di un primo passo. Non poco, però, nell’epoca di muri a oltranza, fisici e legali, per fermare il flusso dei rifugiati. I Palacio Molina hanno presentato istanza e sono stati ascoltati in una prima udienza. Ne occorrono, però, almeno altre due per sapere se potranno restare sul suolo statunitense. Nel frattempo, però, grazie a Ecclesia, hanno trovato una prima sistemazione a Houston. Idania fa le pulizie ad ore, Lester qualche lavoretto di tanto in tanto, Chely frequenta la scuola. Come Axel che, allo studio, abbina continui esercizi di riabilitazione. “Sono stati mesi duri, durissimi. Ma ne è valsa la pena. Ormai cammino senza troppo sforzo, sto imparando l’inglese e ho terminato la terza media. A scuola, professori e compagni hanno cercato di darmi una mano per inserirmi, così sono riuscito a prendere dei buoni voti. Quando mi chiedono che cosa vorrei fare da grande, rispondo il Marine. Per ripagare questo Paese che mi ha accolto. E con i risparmi, vorrei fare dei regali a quanti mi hanno aiutato quando non avevo niente. Ci vorrà tempo lo so. Ma la Carovana mi ha insegnato la pazienza. Si avanza così: un passo alla volta”. (Lucia Capuzzi – Avvenire)

Chaire Gynai compie un anno: il progetto di integrazione “a tempo” per migranti

7 Giugno 2019 - Roma - Accogliere, proteggere, promuovere ed integrare: i 4 verbi della migrazione, lanciati da Papa Francesco, si fanno sintesi in Chaire Gynai (Benvenuta donna), un progetto voluto dallo stesso Pontefice e abbracciato dalla Congregazione delle suore missionarie scalabriniane. Si tratta di un percorso di integrazione “a tempo” per donne migranti, rifugiate e per i loro piccoli che sabato 1 giugno, giorno in cui ricorre la festa liturgica del beato Giovanni Battista Scalabrini, ha compiuto un anno. Chaire Gynai è un progetto realizzato con la collaborazione della Congregazione per gli Istituti di vita Consacrata e le Società di vita apostolica, la Uisg (Unione italiana superiore generali), l’Ufficio Migrantes della Diocesi di Roma e grazie al sostegno dell’Istituto delle Suore missionarie del Sacro Cuore di Gesù (Cabriniane) che hanno messo a disposizione le loro strutture e tutto l’impegno necessario per la realizzazione. “E’ un progetto di semiautonomia fondato sull’accoglienza, la protezione, la promozione e l’integrazione per percorsi di vita autonoma e di processi di cittadinanza e inclusione sociale, aiutandole a superare la paura con la speranza”, spiega suor Eleia Scariot, la scalabriniana coordinatrice del progetto. Nelle due case messe a disposizione per Chaire Gynai (una in via Pineta Sacchetti, in zona Gemelli, l’altra in via Michele Mercati, ai Parioli), sono passate quest’anno diverse migranti, alcune delle quali hanno già terminato il loro percorso di semi autonomia e hanno già lasciato le loro case. Loro ora lavorano e sono integrate nella città di Roma. “Sentiamo i frutti di questo progetto e ne siamo contente – dice suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Scalabriniane – E’ un anno pieno di gratitudine per i volontari, le istituzioni e per tutte le congregazioni che hanno partecipato in un progetto che per noi era un sogno ma che è diventato realtà”. “E’ un privilegio portare avanti questo progetto, con una profonda azione di comunione”, commenta Suor Barbara Louise Staley, superiora delle suore missionarie del Sacro Cuore di Gesù.

Papa in Romania: la riflessione di don Miclaus

6 Giugno 2019 - Torino - Tre giorni di grazia, gioia e pace sotto il segno della pioggia purificante e del sole della speranza. La visita di Papa Francesco in Romania avviene a vent’anni dalla visita del Santo Papa Giovanni Paolo II e a trent’anni da quando il popolo romeno si è liberato dal Regime comunista. Se la prima visita di Wojtyla ha avuto un carattere politico ed ecumenico, questo viaggio apostolico ha avuto un carattere prevalentemente pastorale. Francesco ha incontrato le autorità dello Stato e anche i fratelli ortodossi, ma in modo speciale ha voluto visitare e confortare i cattolici, lì dove vivono, nelle tre province storiche Muntenia, Moldavia e Transilvania. La visita di Papa Bergoglio, come abbiamo visto, è stata preparata in tutti i dettagli e ha avuto un grande successo. Per molti dei nostri cattolici è stato un sogno che è diventato realtà. Finalmente la gente ha potuto incontralo, vederlo e ascoltarlo. Tutti siamo stati impressionati dalla sua umiltà, dalla semplicità, dalla bontà che si vedeva sul suo viso sorridente, ma soprattutto siamo stati impressionati dalle sue parole sagge e profonde che sono rimaste nei nostri cuori. In un Paese multietnico e multiconfessionale come la Romania, il Papa ci ha aiutato a cambiare in meglio, a guardare l’altro non con sospetto ma con amore, a saper ascoltare anche il vicino che non ha le stesse idee politiche o che è di un’altra religione o etnia. Ci ha invitati tutti a camminare insieme con «la consapevolezza della centralità della persona umana e dei suoi diritti inalienabili». Il Papa ha toccato diversi temi importanti e vorrei fermarmi su due, che sono di stretta attualità: quello dei migranti e quello dei rom. Le parole del Papa sui migranti sono state una consolazione per centinaia di migliaia di persone che vivono all’estero e a volte sono discriminate, derise sia nel Paese di partenza, sia in quello di arrivo. Nel suo primo discorso nel Palazzo Cotroceni, a Bucarest, davanti alle autorità politiche e al corpo diplomatico, Papa Francesco ha detto: «Rendo omaggio ai sacrifici di tanti fi gli e figlie della Romania che, con la loro cultura, il loro patrimonio di valori e il loro lavoro arricchiscono i Paesi in cui sono emigrati e con il frutto del loro impegno aiutano le loro famiglie rimaste in patria. Pensare ai fratelli e alle sorelle che sono all’estero è un atto di patriottismo, è un atto di fratellanza, è un atto di giustizia». Nell’ultimo giorno, a Blaj, dopo la Messa con i grecocattolici, durante la quale ha beatificato sette vescovi martiri del regime comunista, il Papa ha voluto incontrare anche la comunità rom radunata nel cortile e nella loro chiesa greco-cattolica per incoraggiarla e anche per chiedere perdono: «Chiedo perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata (…) e non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità. Anche voi», ha continuato il Papa, «come popolo avete un ruolo da protagonista da assumere e non dovete avere paura di condividere e offrire quelle specifiche caratteristiche che vi costituiscono e che segnano il vostro cammino, e delle quali abbiamo tanto bisogno: il valore della vita e della famiglia in senso allargato (cugini, zii…); la solidarietà, l’ospitalità, l’aiuto, il sostegno e la difesa dei più deboli all’interno della loro comunità; la valorizzazione e il rispetto degli anziani, un grande valore che voi avete; il senso religioso della vita, la spontaneità e la gioia di vivere». Nel viaggio di ritorno, rispondendo alle domande dei giornalisti, il Papa ha espresso l’ammirazione per il bellissimo paesaggio romeno: «Che bello, di una bellezza che non ho mai visto prima». Non posso dimenticare la sua promessa: «Porterò i vostri volti nella mia memoria e anche nelle mie preghiere». Nel suo messaggio preparatorio Papa Francesco aveva detto che sarebbe venuto come «pellegrino» e «fratello» per «camminare insieme» in modo da lasciar «cadere le barriere che ci separano dagli altri». Come romeno spero che il desiderio del Papa si realizzi al più presto, per il bene del nostro Paese e dell’Europa unita. (don George Miclaus, cappellano dei cattolici romeni della Diocesi di Torino – La Voce e il Tempo)

Il salvagente di un bimbo donato al Papa

6 Giugno 2019 - Roma - Un salvagente indossato da un piccolo migrante durante un’operazione di salvataggio. È il dono consegnato a Papa Francesco ieri mattina, al termine dell’udienza generale. Lo scrive l’Osservatore Romano nell’edizione di oggi. A portare il dono è stata l’associazione 'Salvamento marittimo umanitario' (Smh) di Gipuzkoa in Spagna che si occupa dal 2015 di aiuti e soccorsi in mare. I volontari spagnoli che operano in particolare tra l’Egeo e la Grecia (diventata nuovamente prima meta di approdo per migliaia di migranti) attraverso il presidente Inigo Mijangos Churruca hanno voluto esprimere al Papa il loro ringraziamento e la loro riconoscenza per tutto quello che fa e dice a favore dei migranti.  

Guardateli negli occhi e non dimenticate

6 Giugno 2019 - Roma - Sono notizie che non ci escono dalla testa: una donna e il suo bambino morti in mare mentre cercavano di arrivare in Europa. 25 persone disperse, 73 e 85 persone 'salvate' dalla Guardia costiera libica e quindi, detta in termini reali: respinte e riportate tra i tormenti dalle milizie libiche. Questa tragedia mi ha fatto risuonare nel cuore la poesia 'Se questo è un uomo'. Mi domando: cosa direbbe Primo Levi, che aveva chiesto a tutti noi di non dimenticare quello che è stato e di non permettere che si ripetesse? Lui si era rivolto a tutti noi che stiamo sicuri nelle nostre case, che troviamo tornando a sera il cibo caldo e visi amici, e ci aveva ammonito: «Meditate che questo è stato:/ vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa andando per via,/ coricandovi, alzandovi./ Ripetetele ai vostri figli». Cosa direbbe oggi Primo Levi? Penso che la risposta la sappiamo tutti nei nostri cuori. Eppure continuiamo a stare zitti, colpevolmente silenziosi, davanti a queste tragedie che continuano a ripetersi. Siamo risucchiati nella «globalizzazione dell’indifferenza», che Papa Francesco continuamente denuncia. Non abbiamo colto il monito lanciato l’estate scorsa dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice: «Se settant’anni fa si poté invocare una mancanza di informazione, oggi no. Non lo possiamo fare, perché ci sono le prove». E quante volte 'Avvenire' ha raccolto, documentato e raccontato quello che accade nell’inferno dei profughi. Mi sento di fare un augurio a tutti quanti: che tutti possano guardare negli occhi questi fratelli e sorelle che arrivano attraverso il mare. Non dimenticherò mai il grido delle 30 persone migranti che abbiamo soccorso con la 'Mare Jonio' il 9 maggio scorso quando Maso Notarianni, il nostro incaricato di approcciarli per primo, ha chiesto loro: « Where are you from? » (da dove venite?). La risposta è stata: « From the hell » (dall’inferno). Così come non dimenticherò mai l’espressione di Alima, la bambina che abbiamo salvato insieme ai suoi genitori. Il suo sguardo, inizialmente perso e poi apertosi a quella gioia tipica dei bambini, quando il nostro ufficiale Davide Di Nicola l’ha fatta ridere con una pernacchia, è rimasto impresso nei cuori di tutti noi e, tramite le foto, ha commosso centinaia di migliaia di persone. Ebbene, pensare che poche ore fa quelle persone, costrette a lasciare l’Africa della quale, come ha detto Lorefice, «siamo noi i predoni», persone che fuggivano dall’inferno proprio come quelle che abbiamo salvato noi, sono state deportate in Libia e che un bambino come Alima è morto insieme a sua madre, annegati solo perché non c’era nessuno a salvarli, è inaccettabile. E mi fa risuonare nel cuore il grido dei giusti nell’Apocalisse: «Fino a quando, Signore, lo permetterai?». Ma sento nel cuore anche che il Signore ci risponde e ci interroga: «Fino a quando, uomini, lo permetterete?». Le tragedie infatti non avvengono per caso, ma per colpe ben precise degli uomini. E siamo noi che assistiamo indifferenti alla morte di queste persone e alla loro deportazione in Libia senza protestare con i potenti della terra. Fino a quando lo permetteremo? Per fortuna ci sono persone che hanno deciso di non accettare tutto questo, di levarsi e di mettersi in gioco direttamente per salvare queste vite. Prego che 'Sea Watch', 'Open Arms', 'Mare Jonio' e tutti gli altri possano tornare presto a compiere la loro missione in mare. E prego anche per tutti coloro che sono colpevoli di questo sangue, perché si convertano e si possano redimere per questi gravi crimini. Prego infine per tutti noi, perché possiamo finalmente capire che il senso della nostra vita lo troviamo solo amando, nell’amore verso tutti e soprattutto verso chi è solo e abbandonato. In gioco infatti non c’è soltanto la vita di queste persone: c’è il senso della vita di tutti. Nessuno escluso. (Lettera di don Mattia Ferrari, Sacerdote, già imbarcato sulla 'Mare Jonio', al quotidiano Avvenire)    

Fiori, sogni e quell’abbraccio: il vero miracolo dei corridoi umanitari

5 Giugno 2019 - Roma - Nel viaggio che li ha portati da Beirut a Roma hanno imparato a ringraziare nella nostra lingua e ad esprimere la loro gioia con poche parole: “Viva l’Italia” . Lo gridano i bambini, quando entrano nel gate dell’aeroporto di Fiumicino tenendo in mano palloncini colorati e lo striscione 'Benvenuti in Italia'. Per 58 profughi siriani da anni nei campi di accoglienza libanesi, la metà bambini, il sogno di una nuova vita si è avverato grazie ai corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche (Fcei) e Tavola valdese, in collaborazione con Viminale e Farnesina. Dal 2015 con questo modello legale e sicuro del Mediterraneo sono arrivate in Italia più di 2.500 persone, alle quali vanno aggiunte quelle giunte grazie ai 'corridoi' promossi dalla CEI. Accoglienza diffusa che si fa integrazione. Per ora, la parola giusta è ricongiunzione. Di famiglie e di coppie. Come quella Simon, 25 anni, originario di Homs, arrivato con un corridoio umanitario due anni fa. Accolto dalla Comunità di Sant’Egidio, oggi parla italiano e lavora in un ristorante. Freme nel vedere la porta chiusa degli arrivi, in mano ha un mazzo di fiori. Sono per la sua fidanzata Rodeina, anche lei di Homs. Bloccata in Libano dal 2017, Simon ha fatto di tutto per farla arrivare e, ora che è al sicuro in Italia, la stringe a sé tra le lacrime. Il sogno di questi due giovani è quello di tutti i ragazzi della loro età: sposarsi ed essere una famiglia. Ma c’è un altro mazzo di fiori tra chi attende l’arrivo del volo. Lo tiene in mano Majd, che insieme al marito Naher e la loro figlioletta di un anno Razan, aspettano un pezzo della loro famiglia. Sono arrivati in Italia sei mesi fa con un altro corridoio umanitario e per ringraziare l’Italia Majd indossa un velo con i monumenti di Roma. Sono qui a Fiumicino per accogliere la sorella di lei e i suoi 4 figli. Per loro è già pronta una casa grande a Fiano Romano, “dove potremo finalmente vivere insieme”. Arrivano invece da Aleppo Waafà e Mohammad Dib e i loro tre figli. In Libano da sette anni, non avevano i soldi per poter mandare a scuola i bambini e dare loro le migliori cure. «Siamo felicissimi di essere finalmente in Italia – dicono – Lo speravamo da tanto”. Tra le storie che si intrecciano nella sala d’attesa di Fiumicino c’è anche quella di una solidarietà speciale. Anna Pagliaro di Cosenza che nel 2017 ha 'adottato' una famiglia siriana armena, oggi perfettamente integrata in Calabria, ed ora è qui per accogliere in una casa tutta loro una coppia di giovani musulmani scappati da Idlib, Maher e Fatima, e i loro quattro figli. Aveva sentito parlare dei corridoi dalla tv e il progetto l’ha subito convinta. “Il mio è un atto di fede – racconta – ma ho trovato subito grande risposta da parte di tante associazioni” . Il messaggio per chi volesse fare lo stesso “tuffo nel buio” è chiaro: “È possibile osare, perché oltretutto ne vale la pena”.  Firenze, Genova, Roma, Cosenza, Benevento le città che li accoglieranno, dimostrando che se “il mondo sul tema dei profughi è diviso”, oggi “trovate ad aspettarvi un Paese unito – dice il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo – i corridoi umanitari mostrano la nostra grande tradizione umanistica, civile e cristiana”. Come sono anche la dimostrazione che “fare bene il bene è possibile”. Chi è appena atterrato, infatti, è “una piccola fonte di speranza che vorremmo diventi un grande fiume di solidarietà europeo”. Un modello che “la Farnesina sostiene con forza – spiega il sottosegretario agli Esteri Emanuela Del Re – e che vogliamo portare in Europa”. Come nella parabola del buon samaritano, aggiunge Luca Maria Negro, presidente della Fcei, “non possiamo voltare la faccia dall’altra parte e dando il benvenuto a queste persone ci viene da pensare a chi non ce l’ha fatta”. I corridoi umanitari invece, aggiunge Alessandra Trotta della Tavola valdese, rispondono “a criteri umanitari di giustizia, efficace, sostenibile, quindi replicabile”. (Alessia Guerrieri – Avvenire)