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OIM: 641mila i migranti in Libia

12 Luglio 2019 - Tunisi - Sono almeno 641.398 i migranti censiti in Libia dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) nella 25ma edizione della raccolta dati del Displacement Tracking Matrix (Dtm) pubblicata ieri e relativa al trimestre marzo-maggio 2019. Secondo detto rapporto, riferisce Ansamed, i migranti in Libia provengono da oltre 39 diverse nazioni e risultano presenti in tutti i 100 comuni libici, distribuiti in 565 delle 667 comunità della Libia. “Il conflitto armato, iniziato il 4 aprile 2019 a Tripoli sud, ha mostrato un impatto sostanziale sulla situazione dei migranti nelle aree colpite da scontri durante il periodo di riferimento - si legge nella sintesi - Più specificamente, ha aumentato la vulnerabilità dei migranti presenti in queste aree, innescando movimenti di gruppi di migranti verso le aree vicine nella Libia occidentale e ha anche portato a una diminuzione delle opportunità di lavoro segnalate per i migranti”. Secondo il rapporto il 9% dei migranti sono minori, di cui il 34% non accompagnati. Il 13% sono donne. Il 65% di questi migranti proviene dall'Africa sub-sahariana, il 29% dal Nord Africa e il 6% da Paesi asiatici o mediorientali. Il Niger è il paese di maggior provenienza, seguito da Egitto e Ciad (15% ognuno), Sudan (11%) e Nigeria (9%). Sempre secondo il rapporto dell'OIM il 57% dei migranti vive in locali presi in affitto e pagati a proprie spese, il 12% in campi informali, il 10% in case messe a disposizione dai datori di lavoro e l'8% direttamente sul posto di lavoro. Il 20% dei migranti identificati abita nell'area di Tripoli, l'11% nella regione di Agedabia e il 9% in quella di Murzuq, nel Fezzan.  

Card. Osoro: “nel forestiero il volto di Cristo crocifisso e resuscitato”

11 Luglio 2019 - Madrid - In occasione del sesto anniversario della visita di Papa Francesco a Lampedusa, il cardinale arcivescovo di Madrid, Carlos Osoro, dedica la sua nuova lettera settimanale alla “mobilità umana che riguarda tutti per motivazioni differenti”. In un testo pieno di riferimenti alla Parola di Dio e al magistero della Chiesa, il porporato ricorda “il valore inalienabile della persona umana, fonte di tutti i diritti umani e ogni ordine sociale”, ed evidenzia che l’ospitalità dello straniero è “una manifestazione primordiale e specifica del grande comandamento di amare il prossimo”. Senza perdere questo punto di riferimento, il cardinale indica la necessità di cooperare tra i Paesi per regolare i flussi migratori e a garantire sempre i diritti dei migranti, soprattutto dei richiedenti asilo e dei rifugiati. “Alla globalizzazione del fenomeno migratorio bisogna rispondere con la globalizzazione della carità e della cooperazione”, sostiene l’arcivescovo di Madrid. “Umanizzare e dare dignità al villaggio globale in un tempo di forti spostamenti forzati di persone, impegna la Chiesa ad assumersi l’impegno di scoprire nel forestiero il volto stesso di Cristo crocifisso e resuscitato”.

Montepulciano: da oggi “Luci sul lavoro” sul tema immigrazione

11 Luglio 2019 - Montepulciano - Un ampio approfondimento, attraverso diverse prospettive, del tema immigrazione è in programma da oggi al 13 luglio alla Fortezza di Montepulciano (SI). L’occasione è offerta dall’edizione 2019 di “Luci sul Lavoro”, organizzata da Eidos (Istituto Europeo di documentazione e studi sociali) e dal Comune di Montepulciano. Lavoro dei cittadini stranieri in Italia, integrazione, co-sviluppo e nuove generazioni sono gli argomenti che verranno approfonditi anche grazie agli eventi organizzati dalla Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di inclusione del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali insieme ad Anpal Servizi. Tra i principali incontri domani “Partenariato per l’integrazione. Attori a confronto” in mattinata e nel pomeriggio la presentazione del IX Rapporto annuale “Gli stranieri nel mercato del lavoro”, che approfondisce il ruolo e le dinamiche dell’occupazione dei cittadini comunitari e non comunitari in Italia, valorizzando e incrociando fonti di diversa natura, come il Sistema Informativo Statistico delle Comunicazioni Obbligatorie e i dati su popolazione residente, forza lavoro, ammortizzatori sociali, previdenza, infortuni e imprese con titolari stranieri. Un contributo curato dall’Ocse dona a questa edizione anche una prospettiva internazionale, con un confronto tra la situazione dell’Italia e quella di altri Paesi. In serata “Il protagonismo delle nuove generazioni italiane”, evento organizzato dal Coordinamento Nazionale delle Nuove Generazioni Italiane, che riunisce oltre 30 associazioni di giovani con background migratorio. Sarà l’occasione per presentare il “Manifesto delle Nuove Generazioni Italiane” 2019, che racchiude punti di vista e proposte su: scuola; lavoro; cultura, sport e partecipazione; cittadinanza e rappresentanza politica; comunicazione e media; cooperazione internazionale. Il 13 luglio “Il ruolo delle migrazioni per uno sviluppo sostenibile”.

Sami: in Italia “crescono i pregiudizi”

11 Luglio 2019 - Roma - Quali sono i rischi, le vulnerabilità, i sogni e i bisogni dei minori stranieri non accompagnati (Msna), ospiti dei centri di prima e seconda accoglienza in Italia? La risposta arriva dal rapporto “L’ascolto e la partecipazione dei minori stranieri non accompagnati in Italia”, frutto di un lavoro congiunto dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Il dossier è stato presentato martedì 9 luglio a Roma. Facciamo il punto della situazione dei Msna in Italia, e non solo, con Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr per il Sud Europa. Qual è la condizione dei Msna nel nostro Paese? La situazione dei minori stranieri non accompagnati dal punto di vista della tutela legislativa in Italia è positiva anche se devono essere ancora implementate le ultime norme che garantiscono appieno la tutela dei minori stranieri e, in particolare, dei Msna. Per noi è molto importante che, nonostante gli aspetti più critici delle ultime decisioni legislative, in particolare del decreto sicurezza, vengano garantiti la tutela e l’accesso ai progetti di integrazione. Il rapporto di Agia-Unhcr evidenzia come sia estremamente importante garantire ai Msna l’ascolto e la partecipazione. I minori stranieri non accompagnati presenti in Italia sono adolescenti, che si avvicinano alla maggiore età: per loro è fondamentale entrare in relazione con i coetanei italiani, non sentirsi discriminati e conoscere molto bene le procedure legali che li riguardano. Due le priorità: essere sicuri di essere protetti dal punto di vista legale e poter accedere all’educazione o, comunque, a una formazione in vista di un lavoro. Attualmente in Italia i Msna sono circa 8mila, collocati in diverse strutture, che, per circa il 30%, si trovano in Sicilia. È frequente il fenomeno della loro “sparizione” dai centri? Rispetto a questo problema, è fondamentale per i Msna sapere il percorso che dovranno affrontare, i tempi necessari per avere i documenti che permettono di vivere in maniera regolare in Italia, il percorso educativo e formativo e il supporto dato. Le informazioni sono fornite in termini di difficile comprensione per loro, per questo bisogna sviluppare degli strumenti di informazione il meno tecnici possibile, in modo da aiutare il minore a capire che l’Italia è un Paese che lo può proteggere; altrimenti, i minori ‘scompaiono’ nel senso che si mettono in movimento per cercare di raggiungere altri Paesi europei. E qui si apre un altro elemento: il fatto che la riunificazione familiare sia molto difficile nonostante sia prevista dal regolamento di Dublino. Molti minori hanno la famiglia in altri Paesi: sarebbe opportuno che la riunificazione avvenisse in maniera legale in modo tale che i Msna non si spostassero da soli, esponendosi a dei rischi gravissimi. Si hanno numeri sul fenomeno? No, sappiamo che negli anni passati il numero dei minori in transito è stato molto alto. Abbiamo organizzato diversi workshop con i servizi sociali, soprattutto nel Nord Italia, perché lì sono le frontiere che cercano di attraversare – sia Ventimiglia sia alla frontiera Nord tra Piemonte e Francia –, per favorire una conoscenza anche tra gli operatori sociali sul modo di intervenire e su come garantire nel miglior modo possibile protezione e informazione. Abbiamo anche attivato, soprattutto nei mesi invernali, dei team di mediatori culturali nelle stazioni e alle frontiere per informare i minori sui rischi che corrono. I minori cosa pensano dell’accoglienza in Italia? Noi lavoriamo con centinaia di minori e tutti riferiscono di un peggioramento del clima e dell’atteggiamento nei loro confronti. Si dovrebbe favorire l’incontro tra ragazzi italiani e minori stranieri. Spesso, poi, quando un adulto parla a un minore straniero, soprattutto se proveniente da un Paese africano, è uso per quest’ultimo abbassare la testa. Questo, talvolta, viene considerato dagli italiani come una mancanza di rispetto, mentre per il minore è il contrario. Tante volte i Msna ci riferiscono che salutano le persone e viene loro risposto: ‘Non ti do soldi’. Percepiscono, in qualche maniera, un pregiudizio nei loro confronti, basato sempre su una mancata conoscenza. Quello che noi cerchiamo di stimolare attraverso le scuole e i comuni, dove i centri si trovano, sono occasioni di scambio. Lega e M5s hanno trovato un accordo sugli emendamenti al Decreto sicurezza bis, con un inasprimento delle multe alle Ong (fino a un milione) e l’immediata confisca per le imbarcazioni che violano lo stop all’ingresso nei mari e porti italiani. Cosa dire del clima che si respira in Italia? Ci preoccupa molto. Siamo stati molto chiari nel ribadire alcuni punti fermi, che attengono al mandato di Unhcr di monitorare affinché gli Stati emanino leggi in linea con il diritto internazionale. Nel Mar Mediterraneo esiste un problema di elevata rischiosità per coloro che in mano ai trafficanti si trovano spesso alla deriva. Esiste un rischio accresciuto: siamo passati da una persona che moriva ogni 23 nel 2018 a una ogni 6 nel 2019, dovuto al fatto che non solo l’Italia ma tutti gli Stati europei hanno ritirato i loro assetti navali e in questo momento non c’è nessuno che faccia ricerca e salvataggio, eccetto le Ong che svolgono un’attività umanitaria. Abbiamo chiesto che il Decreto sicurezza bis venga rivisto in Parlamento in modo tale da non proseguire la penalizzazione costante delle attività delle Ong. Chiediamo, soprattutto, che nessuno torni in Libia perché significherebbe rientrare in un circuito di detenzione di massa dove vengono costantemente violati i diritti umani. E ai Paesi europei di finire questo approccio barca per barca, porti chiusi-porti aperti, ma di mettere in piedi un sistema di sbarchi sicuri condiviso da tutti i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo e un sistema di distribuzione all’interno dei Paesi. Sbarco e accoglienza sono due passaggi che vanno tenuti distinti. Questa politica dei porti chiusi non risolve il problema. Il 90% dei pochissimi arrivi in Italia via mare (3mila contro i quasi 19mila della Grecia e i quasi 15mila della Spagna) sono avvenuti in maniera o spontanea o accompagnati da autorità. Le persone salvate da Ong che hanno portato a queste tensioni equivalgono a una porzione veramente minima. Intanto, si chiude il Cara di Mineo… La struttura era stata aperta durante l’emergenza nel periodo delle Primavere arabe: abbiamo sempre sottolineato con molteplici rapporti la situazione molto critica che si era creata nel centro. Chiaramente ci sono delle persone in stato di vulnerabilità, in particolare con problemi psichiatrici, che necessitano di assistenza. D’altra parte, il Cara di Mineo, come tutte le strutture grandi, con forti concentrazioni, sarebbero da superare. Che possibilità hanno le persone che escono dal sistema? Questo è un problema. Molte persone sono state trasferite in altri centri. Noi ci auguriamo che a tutte le persone che abbiano un titolo a restare in Italia venga garantito il diritto di accedere all’accoglienza e al supporto, con un’attenzione alle vulnerabilità. I malfunzionamenti nell’applicazione delle norme vigenti o la mancanza di informazioni tra migranti, rifugiati e richiedenti asilo possono avere come conseguenza l’abbandono dei centri da parte delle persone benché abbiano diritto a essere accolte, esponendole a dei rischi. Vediamo che ci sono persone, che cercando lavoro o un tetto, vanno ad accrescere gli insediamenti informali, vicino alle campagne ma anche nelle città, dove le condizioni sono inaccettabili per un Paese come l’Italia. Tutto ciò necessita di un occhio molto attento delle autorità sull’impatto: occorre tutelare la legalità, che include il riconoscere a chi ha dei diritti di goderne, il prevedere per chi non ha diritto a restare il rientro nel proprio Paese nel rispetto i diritti umani e il comprendere che la creazione di decine di migliaia di irregolari comporta un grosso peso per i luoghi dove queste persone si trovano a vagare. Sono stati liberati a Tripoli i 350 migranti del campo di detenzione di Tajoura, bombardato una settimana fa… Per noi è una decisione estremamente positiva: sono migranti e rifugiati che hanno subito quello a cui nessun essere umano dovrebbe essere esposto. Tra loro ci sono donne, bambini molto piccoli, bambini soli, feriti: sono mesi che facciamo un appello affinché siano evacuati i 4mila rifugiati che si trovano nei centri di detenzione libici. Purtroppo, su questo non c’è la necessaria attenzione. Sono solo 4mila persone: chiudere i centri non rappresenta una minaccia per nessuno. (Gigliola Alfaro – Sir)  

Mons. Reali incontra la comunità nigeriana a Cesano

10 Luglio 2019 - Cesano – “Le doniamo la statua di un’aquila come ricordo per la sua visita pastorale, abbiamo un detto che dice ‘In an eagle there is all the wisdom of the world’ ( in un’aquila c’è tutta la sapienza del mondo, ndr). Con questo simbolo le auguriamo la divina sapienza per guidare il suo gregge”:  così Emeka Jason Emejuru ha accolto il vescovo Reali a nome della comunità cattolica nigeriana di Porto–Santa Rufina riunita domenica scorsa a Cesano nella parrocchia di San Giovanni Battista. Cinquanta famiglie, divise in due gruppi, qui alla periferia di Roma e a Ladispoli nella parrocchia della Santissima Annunziata, si incontrano ogni settimana per la Messa e le attività pastorali nella loro lingua e secondo le loro tradizioni. «Grazie di cuore per averci mandato un cappellano che ha un cuore di buon pastore, don Matthew Eze, – ha continuato Emejuru – attraverso di lui e i suoi collaboratori (Emeka Ago, Chigozie Unogu, Davison Uzosike, Raymond Onyemechara, Monday Ariboke ndr) la nostra comunità vive nella gioia del Vangelo. Grazie ancora per il direttore Migrantes, il diacono Enzo Crialesi, e la nostra coordinatrice suor Anna. Grazie per l’accoglienza dei nostri parroci, don Vicenzo Mamertino, a Cesano e don Saji Thadathil a Ladispoli e delle comunità parrocchiali. La nostra convivenza con loro è veramente un segno di una comunità viva. Caro vescovo, le chiediamo di ricordare sempre nelle sue preghiere tutti i migranti, in modo particolare quelli che soffrono in questo momento e che rischiano di perdere la speranza». Nell’auditorium l’incontro è stato breve, il vescovo ha ringraziato dell’affetto per lui e per la diocesi: «La Chiesa è la casa di tutti, nella Chiesa dobbiamo tutti sentirci a casa nostra». Un pensiero che il presule invita a rendere sempre più chiaro. Ci sono «delle parole e delle immagini che ci lasciano perplessi», che dimenticano l’esperienza dei migranti: «Voi avete dovuto lasciare il vostro paese, imparare una nuova lingua, accanto a persone che esprimono i loro sentimenti in modo differente dal vostro». Ma, la conoscenza reciproca, la condivisione dei problemi e delle buone iniziative devono essere portate avanti per mostrare che «la verità della Chiesa del Signore Nostro Gesù Cristo è appartenere all’unica famiglia del Padre». Poi l’invito a voler bene a don Matthew e ad aiutare i connazionali: «I cattolici annunciano il Vangelo a tutti. Anche a chi non lo conosce, a chi lo ha perso, a chi se ne è allontanato». Ma, il Vangelo cosa chiede? Nella Messa seguita all’incontro, il vescovo Reali propone una delle risposte, partendo dal fatto che: «La parola di Dio fissa nel testo la nostra fede, ma ogni volta ridiscende in noi come quella parola che abbiamo bisogno di ascoltare in quel preciso momento». La liturgia del giorno parla di vocazione, di tutte le vocazioni, da quella sacerdotale, a quella matrimoniale, a quella dello studio e del lavoro. Nel pellegrinaggio verso Gerusalemme Gesù «Insegna un cammino di amicizia e dialogo, un cammino però deciso e decisivo verso la sua passione». La vocazione chiede l’essenzialità al seguito di Cristo: «Le volpi hanno le loro tane, ma il figlio dell’uomo non ha dove riposare» e la scelta di metterlo prima di ogni cosa, «Lascia che i morti seppelliscano i morti». Si tratta di un percorso di «Continua obbedienza e di condivisione», ha spiegato il vescovo aggiungendo che: «Oggi Gesù chiede a Nora ( Ukaegbu, ndr), che tra qualche minuto battezzerò, di seguirlo in questa strada, assieme ai suoi genitori, al padrino, alla madrina e a tutti noi». (Simone Ciampanella)

Lampedusa: domenica una giornata per ricordare la visita del Papa

10 Luglio 2019 - Lampedusa - Una giornata per ricordare l’anniversario della venuta di Papa Francesco a Lampedusa. Lo ha deciso il card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento per domenica 14 luglio 2019 a sei anni dalla visita del pontefice sull’isola. Fu proprio il porporato, allora Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, ad accogliere Papa Francesco in quella giornata, rimasta storica: primo viaggio del pontificato di Papa Bergoglio. Nella maggiore delle Pelagie, il Pontefice, dopo avere lanciato in mare una corona di fiori in memoria dei migranti morti nel Mediterraneo, incontrando alcuni giovani migranti sul Molo Favarolo, luogo di approdo dei migranti, parlò di globalizzazione dell’indifferenza e di una società che ha dimenticato l’esperienza di piangere… E lunedì scorso, per ricordare la visita, ha celebrato una liturgia eucaristica nella Basilica di San Pietro con 250 persone tra migranti e volontari e durante la quale ha detto che “sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea”. Essi – ha detto – sono “solo alcuni degli ultimi che Gesù̀ ci chiede di amare e rialzare. Purtroppo le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità̀ premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli. Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! “Non si tratta solo di migranti!”, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società̀ globalizzata”. (Raffaele Iaria)

UNHCR: “nella prima metà del 2019 nel Mediterraneo centrale ha perso la vita una persona ogni 6 arrivate in Italia”

10 Luglio 2019 - Roma - “Tra gennaio e giugno del 2019, lungo la rotta del Mediterraneo centrale ha perso la vita una persona ogni 6 arrivate in salvo in Italia, rispetto ad una ogni 18 nello stesso periodo dello scorso anno”. Lo ha affermato l’UNHCR Italia, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel diffondere i dati aggiornati su morti e dispersi nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le coste europee dall’Africa e dal Medio Oriente. Tra gennaio e giugno 2019 sono state 667 le persone morte o disperse nel Mediterraneo (erano state 1.289 nello stesso periodo del 2018): di queste 423 (63%) lungo la rotta del Mediterraneo centrale a fronte di 2.779 migranti sbarcati in Italia, 193 (29%) lungo quella del Mediterraneo occidentale rispetto alle 10.475 giunte in Spagna, 51 (8%) nel Mediterraneo orientale a fronte delle 12.863 arrivate in Grecia. Le stime dicono che nei primi 6 mesi dell’anno sono 128 le persone morte (384 nello stesso periodo del 2018) e 539 quelle disperse (905). A fronte di numeri assoluti in calo, i dati diventano impietosi se si considera il rapporto tra chi non ce l’ha fatta a raggiungere le coste europee dall’Africa e chi le ha raggiunte. Nel 2019 ogni 1.000 arrivi di migranti in Italia, sono stati 152,2 i morti o dispersi (erano 56,6 nel 2018).

Autorità Garante Infanzia e UNHCR: presentato dossier sui Msna

9 Luglio 2019 - Roma - Quali sono i rischi, le vulnerabilità, i sogni e i bisogni dei minori stranieri non accompagnati (Msna) ospiti dei centri di prima e seconda accoglienza in Italia? La risposta arriva dal rapporto L’ascolto e la partecipazione dei minori stranieri non accompagnati in Italia frutto di un lavoro congiunto dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (AGIA) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Il dossier è stato presentato oggi al Museo dell’Ara Pacis a Roma dalla Garante Filomena Albano e dal Portavoce UNHCR per il Sud Europa Carlotta Sami. Ventidue le strutture visitate in 11 regioni per un totale di 203 minorenni coinvolti (età media 17 anni) di 21 nazionalità diverse. Nell’ambito delle visite sono stati realizzati focus group e attività di partecipazione e ascolto. Al termine sono state adottate dall’Autorità garante raccomandazioni che rappresentano la sintesi e la voce dei ragazzi che hanno preso parte all’attività. Tra le problematiche più segnalate, nell’80% dei centri visitati sono state rilevate diffuse e sostanziali carenze nelle informazioni e nelle attività di orientamento destinate ai ragazzi. Nel 53% è stata denunciata la mancanza di attività di socializzazione e nel 47% dei casi è risultato che la permanenza nei centri di prima accoglienza o emergenziali si è protratta ben oltre i 30 giorni massimi fissati dalla legge. I gestori dei centri hanno lamentato tempi lunghi per la nomina dei tutori. Insieme ai ragazzi hanno inoltre segnalato l’impossibilità di far giocare i giovani in squadre di calcio iscritte alla Figc, poiché per il tesseramento è richiesta la firma di autorizzazione da parte di un genitore. L’80% dei minorenni coinvolti poi nelle attività di partecipazione ha chiesto approfondimenti e chiarimenti sulla procedura di richiesta di protezione internazionale e il 60% li ha chiesti sul funzionamento della Commissione territoriale, competente sulla valutazione delle richieste. Il 70% ha dichiarato di aver percepito ostilità o pregiudizi, mentre il 50% ha manifestato l’esigenza di condividere tempo e spazi con i coetanei italiani. Il 40% ha dichiarato di non essersi sentito coinvolto nelle scelte al proprio percorso legale in Italia. “Ascolto e partecipazione sono stati gli assi su cui è stato sviluppato il ricco e articolato piano di lavoro realizzato in questi due anni con UNHCR”, dice Filomena Albano. “Grazie all’ascolto è stato possibile impostare le attività di partecipazione avviate nel 2018. Pur trattandosi di attività sperimentali le azioni hanno rappresentato una grande occasione di crescita. I giovani ospiti del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) di Firenze e Pescara ad esempio hanno portato la loro testimonianza ai corsi di formazione per aspiranti tutori volontari. Quelli di Roma hanno partecipato a laboratori di fotografia che sono stati l’occasione per realizzare la mostra Io So(g)no, in esposizione al Museo dell’Ara Pacis dal 19 giugno. Le attività hanno permesso ai minori di sentirsi parte di un processo in cui loro, al pari degli adulti, sono stati parte attiva”. “Quasi la metà della popolazione rifugiata nel mondo è costituita da bambini, molti dei quali trascorrono tutta la loro infanzia lontano da casa”, dichiara Carlotta Sami. “E’ molto importante collaborare con i minori stessi per garantire loro protezione, rafforzando i meccanismi di partecipazione attiva nelle decisioni che li riguardano, anche attraverso la collaborazione con le autorità nazionali come AGIA”.  

In Sicilia le veglie per chi è in mare

9 Luglio 2019 - Palermo - Tutti in piedi e con lo sguardo rivolto al mare: con un gesto semplice, la preghiera che la comunità cristiana rivolge a Dio per i fratelli defunti. Così è stata fatta memoria non dei migranti, ma di uomini, donne e bambini che hanno un volto e un nome, una storia e dei sogni infranti. Pozzallo, nel Ragusano, è una terra di approdo sul Mediterraneo, ha vissuto gli anni caldissimi degli sbarchi a ripetizione, ha imparato ad accogliere e includere. Per questo venerdì sera l’anfiteatro 'Pietre Nere' era gremito, per la veglia penitenziale in ricordo dei tanti morti del Mediterraneo diventato ormai un cimitero, come ha ricordato il vicario generale della diocesi di Noto, don Angelo Giurdanella. È una delle numerose iniziative che la Chiesa siciliana sta mettendo in campo per tenere alta l’attenzione sul tema dell’accoglienza, anche in occasione delle partecipatissime feste patronali in ogni angolo dell’isola, da Palermo ad Agrigento. La preghiera di Pozzallo è stata organizzata dalla diocesi e dalla Caritas di Noto, da Migrantes, Comunità Missionaria e We Care, sostenuta dall’amministrazione comunale. «Li lasciamo annegare per negare» il titolo della veglia con un carattere penitenziale, per tutte quelle volte che «abbiamo ucciso con le parole», parole di paura e di odio, di astio «verso chi neanche si conosce». «Sono rimasto tre giorni senza bere, in Libia: quell’acqua non si poteva bere, era quella del bagno. Poi ho capito che non avevo altra scelta, e l’ho bevuta. Ora non m’importa se qualcuno mi ferma, mi insulta perché sono nero... io so che sono vivo; lì non pensavo che sarei riuscito a continuare a vivere. C’erano momenti in cui la morte sarebbe stata una liberazione, perché la sofferenza era troppo grande» ha raccontato un giovane. E poi la testimonianza di un altro ragazzo: «Abbiamo visto tanti nostri compagni morire in mare. Un bambino ha bevuto acqua ed è morto... E io non potevo fare nulla. Ma ora noi dobbiamo fare, dobbiamo fare quello che loro non hanno potuto fare, loro sono con noi...». E domenica scorsa è stato il primo giorno di festeggiamenti in onore di San Calogero, compatrono di Agrigento, proprio nel segno dei migranti. «Siamo fieri del nostro santo nero, ma aumenta il numero di coloro che rifiutano e disprezzano quanti arrivano da altre terre – ha detto il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, durante l’omelia –. Senza conoscerli, li definiscono tutti delinquenti e terroristi; molti di loro sono cristiani come noi, allora, mi domando, non potrebbe sbarcare anche qualche santo? Un altro San Calogero, insomma!». Il porporato ha condiviso il suo «stupore» per il fatto che «oggi, solo perché non si condivide il pensiero di alcuni, si diventa oggetto di insulti pesanti. Povera democrazia! ». Nei giorni scorsi, in occasione della presentazione del Festino per Santa Rosalia, la patrona di Palermo, era stato l’arcivescovo monsignor Corrado Lorefice a usare parole forti: «Siamo inquieti e preoccupati per la paura che ai nostri giorni sembra prevalere nel nostro Paese e in Europa e che viene seminata a piene mani da sedicenti profeti di sventure e propugnatori di neonazionalismi». Per giorni, poi, il parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra, aveva trascorso le notti sul sagrato della chiesa di San Gerlando, assieme ad alcuni parrocchiani e attivisti dell’isola, per lanciare un messaggio di coraggio e fiducia ai migranti a bordo della Sea Watch 3. (Alessandra Turrisi – Avvenire)  

Nel ricordo delle vittime del Mediterraneo

9 Luglio 2019 - Città del Vaticano - Festa dei popoli: era espressa già nel canto d’ingresso una delle coordinate della messa per i migranti celebrata da Papa Francesco nella basilica vaticana la mattina di lunedì 8 luglio, nel sesto anniversario della sua visita a Lampedusa. L’altra coordinata era quella del ricordo delle vittime dei naufragi nel Mediterraneo, rievocati durante la preghiera eucaristica, significativamente nella Giornata internazionale dedicata a questo mare, a lungo ponte di collegamento tra l’Europa e l’Africa e oggi purtroppo cimitero a cielo aperto, tomba per tanti disperati in cerca di un presente e di un futuro migliore. Organizzata dalla sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, la celebrazione si è svolta all’altare della Cattedra, in un’atmosfera di grande raccoglimento, a tratti interrotto dal pianto di alcuni dei dieci piccoli, bambini e bambine, seduti nei primi banchi in braccio o accanto alle madri e alle volontarie che se ne prendono cura. Con il Pontefice hanno concelebrato una dozzina di vescovi — tra i quali Guerino Di Tora, ausiliare di Roma e presidente della Fondazione Migrantes, e Melchisédec Sikuli Paluku, di Butembo-Beni, nella Repubblica Democratica del Congo — e una trentina di sacerdoti impegnati ogni giorno su questo fronte pastorale a incoraggiare, sostenere, accompagnare e accogliere: tra questi, i sottosegretari nel dicastero organizzatore, il gesuita Czerny e lo scalabriniano Baggio. Vi hanno partecipato circa 250 persone tra migranti, rifugiati e quanti si sono prodigati per salvare le loro vite. Per volontà del Papa la messa si è svolta in forma riservata, quasi privata, per questo non è possibile raccontare le storie dei protagonisti. Sono approdati in Italia provenienti dall’Africa, soprattutto, ma anche dal Medio oriente, dall’Asia e dall’America latina, per la maggior parte in fuga dalla guerra e dalla miseria. Al termine, nel salutarli tutti personalmente, Francesco è apparso visibilmente commosso. Prendendo posto sotto la statua di san Domenico di Guzmán, fondatore dell’ordine dei predicatori, il Papa ha celebrato usando un pastorale di legno donatogli proprio a Lampedusa, in quella che fu la prima uscita in Italia del Pontificato. Nell’orazione colletta ha invocato «Dio, Padre di tutti gli uomini» — perché, ha spiegato, «per te nessuno è straniero, nessuno è escluso dalla tua paternità» — affinché guardi «con amore i profughi, gli esuli, le vittime della segregazione e i bambini abbandonati e indifesi»; invocando che «sia dato a tutti il calore di una casa e di una patria, e a noi un cuore sensibile e generoso verso i poveri e gli oppressi». Alla preghiera dei fedeli sono state elevate, tra le altre, intenzioni in italiano per il vescovo di Roma «pastore e profeta a favore delle vittime della cultura dello scarto», in portoghese per i soccorritori nel mar Mediterraneo e in inglese per le persone che sono state soccorse «affinché siano accolte da tutti noi con amore, come un dono ricevuto» dal Signore. Il rito è stato diretto da monsignor Marini, maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, coadiuvato dai cerimonieri Peroni e Dubina. Particolarmente espressivi i canti eseguiti dal Grande coro dell’associazione Hope (speranza) di Torino, attiva in seno alla pastorale giovanile della Chiesa italiana. Soprattutto quello iniziale, quando con una toccante immagine auspicava «una vita di fraternità» per dare «ali a una nuova umanità», a questo «mondo che cammina nelle tenebre».(Osservatore Romano)