Tag: Immigrazione e Rifugiati

Viminale: 5.472 i migranti arrivati in Italia nel 2020

8 Giugno 2020 -

Roma - 5.472: questo il numero delle persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Il dato è stato diffuso dal Ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina. Dei quasi 5.500 migranti sbarcati in Italia nel 2020, 1.050 sono di nazionalità bengalese (19%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (839, 15%), Costa d’Avorio (685, 13%), Sudan (456, 8%), Algeria (372, 7%), Marocco (322, 6%), Somalia (228, 4%), Guinea (224, 4%), Mali (167, 3%), Nigeria (123, 2%) a cui si aggiungono 1.006 persone (19%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

 

“Il Mediterraneo e la crisi globale”: parte “Sabir 2020”

1 Giugno 2020 - ROMA – “Sabir 2020 Oltre. Il Mediterraneo e la crisi globale”: questo il titolo scelto per la sesta edizione del Festival diffuso delle culture mediterranee, promosso da ARCI, insieme a ACLI, Caritas Italiana e CGIL, in collaborazione con A Buon Diritto, ASGI e Associazione Carta di Roma, con la presenza di UNHCR e di tante reti e soggetti internazionali, con il sostegno dell’UNAR e con il patrocinio di istituzioni locali e nazionali. Quella di “Sabir 2020 Oltre” sarà – spiegano i promotori - un’edizione straordinaria online anche per dare continuità al lavoro di questi anni e per “costruire alternative possibili al modello diseguale che ha aumentato le distanze tra i Paesi e i popoli che si affacciano sul Mediterraneo. La nuova stagione che ci attende dopo la pandemia sarà migliore se ciascuno di noi metterà in campo tutto il proprio impegno, la propria passione e la propria tenacia. Sabir può e vuole essere lo spazio per costruire insieme un nuovo domani”. Il programma  su www.festivalsabir.it/.  

Insegnare la lingua ai migranti attraverso la musica: dalla Sicilia arriva l’innovazione di Pomelo

21 Maggio 2020 - Roma - Migliorare l’integrazione dei giovani migranti con le comunità locali, promuovendo un percorso di valorizzazione multiculturale attraverso una metodologia innovativa basata sulla musica. Questo l’obiettivo principale del progetto europeo POMELO, lanciato online per la prima volta il 20 maggio per essere testato sul campo da educatori e giovani migranti in Italia, Repubblica Ceca, Grecia, Cipro e Polonia. Essendo notoriamente la musica un collettore di lingue e culture, POMELO nasce per migliorare metodologie e strumenti destinati a giovani e operatori sociali, organizzazioni giovanili, volontari e istruttori che lavorano con giovani locali e migranti, attraverso una forma diversa rispetto a quella dei tipici manuali teorici. Finalizzato ad eliminare barriere e pregiudizi e creare un ambiente che permetta a tutti di esprimersi connettendo lingua e cultura, il progetto offre materiali online gratuiti in grado di esplorare gli effetti della musica sulla coesione sociale. Quattro in particolare gli strumenti innovativi, semplici e divertenti, disponibili gratuitamente sul sito del progetto, in italiano, inglese, ceco, greco e polacco: una guida pratica di formazione per i lavoratori sociali su come servirsi della musica per stimolare i giovani ad esprimersi in dinamiche di gruppo; dei giochi musicali interattivi per i ragazzi, ambientati in diverse culture e tradizioni; un kit di formazione per giovani locali e migranti; una guida multimediale contenente un riepilogo del progetto e delle metodologie utilizzate. Un ruolo di prim’ordine nella realizzazione di POMELO, acronimo di “potere della voce, della melodia e della diversità”, è giocato da realtà siciliane. L’implementazione digitale degli strumenti online è stata infatti sviluppata dalla web agency Moka Adv, ramo aziendale della catanese P.M.F., protagonista della partnership internazionale insieme alla palermitana PRISM, a SAN - Università delle Scienze Sociali (Polonia), a MUS-E (Cipro), all’Autorità Regionale per l’Istruzione RDE-EMTh (Grecia) ed all’associazione PELICAN (Repubblica Ceca).

Tutti i diversi colori essenziali

8 Maggio 2020 -

Milano - Aprendo la porta di casa una volta la settimana trovo una cassetta di frutta e una di verdura, provenienti da un produttore ecologico del territorio e depositate prima dell’alba da un trasportatore di cui conosco solo il nome: Marcos. Chiara l’origine, ispanica.

È passato il 1° maggio, e in vari commenti sono stati ricordati i lavoratori oggi giustamente definiti 'essenziali' che stanno assicurando servizi di vitale importanza per la nostra sopravvivenza in questo tempo sospeso. Lavoratori spesso umili, malpagati, dall’occupazione precaria se non addirittura irregolare. I riflettori però non si sono accesi compiutamente sulle origini di questi lavoratori: su quanto cioè tra i lavoratori essenziali incida la componente di origine straniera.

Se complessivamente gli immigrati rappresentano il 10,6% dell’occupazione regolare del nostro Paese (in cifre, 2,45 milioni), proprio nei settori cruciali per il funzionamento quotidiano della società e nei lavori manuali che li sostengono il loro lavoro è ancora più determinante. L’agricoltura è il caso più noto: 17,9%, senza contare l’occupazione non dichiarata. Allo stesso livello i servizi alberghieri. Ma il dato s’impenna in quelli che l’Istat definisce 'servizi collettivi e personali': 36,6%. Troviamo qui il fenomeno delle assistenti familiari, dette riduttivamente badanti, ma anche altre categorie non adeguatamente riconosciute: in molte regioni, per esempio, gli addetti alle mansioni ausiliarie della sanità e dell’assistenza residenziale. Ricordiamo giustamente i medici in prima linea, spesso gli infermieri (in Lombardia, anche fra di loro uno su tre è immigrato), ma se gli ospedali e le Rsa funzionano è anche grazie al lavoro semi-nascosto di questi operatori di base, che pure si sono esposti al rischio di contagio per attendere ai loro compiti. Pulizie, magazzini, servizi di recapito sono altri settori a elevata incidenza di lavoro immigrato: di tutti stiamo scoprendo la necessità, la scarsa visibilità pubblica, le modeste ricompense. Non sempre l’origine di chi li svolge: se si vuole, il colore.

Negli Stati Uniti, un rapporto del Center for Migration Studies di New York uscito proprio il 1° maggio ha reso noto che gli immigrati stranieri forniscono 19,8 milioni di lavoratori ai settori strutturalmente essenziali, concentrati proprio negli Stati più colpiti dalla pandemia. Sono per esempio il 33% dei lavoratori della sanità dello Stato di New York e il 32% in California. «Nel mezzo della pandemia e nei luoghi in cui sono più necessari, gli immigrati stanno lavorando per fermare la diffusione del Covid-19 e per sostenere i loro concittadini statunitensi, spesso con grande rischio personale – ha dichiarato Donald Kerwin, direttore esecutivo del Centro. Questi stessi lavoratori saranno essenziali per la ripresa economica. Meritano il nostro sostegno e la nostra gratitudine».

Impegniamoci anche noi: prima di tutto, a riconoscere ora il loro apporto più di quanto non sia fin qui avvenuto; poi, a non dimenticarcene quando usciremo dall’emergenza; e infine, a rimuovere ingiustizie e discriminazioni. Per esempio nelle norme sulla cittadinanza. La società sta insieme e funziona se le sue diverse componenti collaborano e si sostengono a vicenda. (Maurizio Ambrosini - Avvenire)

 

Lettera-appello della società civile: “tutelare la salute dei migranti costretti in insediamenti rurali informali”

18 Aprile 2020 - Roma - “Agire subito per tutelare la salute dei migranti costretti negli insediamenti rurali informali e nei ghetti”. È quanto chiesto in una lettera aperta – indirizzata al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio dei ministri, e ai ministri dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Interno, della Salute e del Sud – alcune associazioni, capeggiate da Flai Cgil, da enti e da privati cittadini. Tra i firmatari, vi sono Caritas, Fondazione Migrantes, Acli Terra nazionale, Fabio Ciconte, direttore di “Terra! – campagna #FilieraSporca”, don Luigi Ciotti, presidente nazionale di “Libera” e “Gruppo Abele”. “Esprimiamo profonda inquietudine e sentimenti di estrema preoccupazione per le migliaia di lavoratori stranieri che abitano nei tanti ghetti e accampamenti di fortuna sorti nel nostro Paese”, si legge nella lettera. “Molti di loro sono impiegati nel settore agricolo, più che mai indispensabile per la sicurezza alimentare della cittadinanza e la tenuta collettiva”. “Come è noto – evidenziano i firmatari – le condizioni dei braccianti che oggi raccolgono i prodotti destinati alle nostre tavole sono spesso inaccettabili” e “il rischio è che il Covid-19 arrivi in quegli aggregati, tramutandoli in focolai della pandemia, e motivo di fondata apprensione”. Secondo i firmatari, “i ragguardevoli provvedimenti assunti dal Governo per l’emergenza coronavirus non prendono in considerazione queste realtà”, e “non ci risulta da parte degli organi istituzionali alcun intervento specifico di prevenzione in questi contesti altamente a rischio”. Tale situazione viene definita “una allarmante discrasia che richiede correttivi istituzionali immediati in una cornice di monitoraggio preventivo nonché di presa in carico degli eventuali casi di Covid-19”. Secondo i firmatari, “i Prefetti, alla luce degli ulteriori poteri loro conferiti dal Dpcm del 9 marzo u.s., possono assumere autonomamente iniziative o adottare disposizioni volte alla messa in sicurezza dei migranti e richiedenti asilo presenti sul territorio, mediante l’allestimento e/o la requisizione di immobili a fini di sistemazione alloggiativa”. “Le risorse necessarie per gli eventuali interventi di rifacimento e adeguamento degli immobili requisiti – si suggerisce nella lettera – potrebbero essere attinte dalla dotazione del Piano triennale contro lo sfruttamento e il caporalato”. Nella lettera si pone all’attenzione che “molti stranieri si trovano oggi in condizioni di irregolarità acuite dai decreti sicurezza e non vanno in cerca di lavoro per timore di essere fermate ai posti di blocco”, e per questo “diventa fondamentale una regolarizzazione per far emergere chi è costretto a vivere e lavorare in condizioni di irregolarità”. “È necessario – concludono – rafforzare le misure di contrasto al lavoro nero e favorire l’assunzione di chi sta lavorando in maniera irregolare, applicando i contratti collettivi agricoli” attraverso “soluzioni strutturali che, soprattutto in condizioni di eccezionalità, non possono attendere”.

Milano:  la mostra Presepi del Mondo al villaggio interculturale

10 Dicembre 2019 - Milano - In occasione del Natale l’Associazione COE promuove la mostra di Presepi del Mondo che sarà allestita all’interno del primo villaggio interculturale itinerante di Milano presso il Parco Trotter da sabato 14 a mercoledì 18 dicembre 2019 ad ingresso gratuito. L’inaugurazione è prevista sabato 14 dicembre alle ore 15.00 con la visita guidata. I Presepi del Mondo è come un vero e proprio giro del pianeta per riscoprire la bellezza del Natale attraverso oltre 60 Natività provenienti da 45 Paesi del mondo. L’esposizione presenta solo una parte della significativa collezione di Presepi dell’Associazione COE costruita nei sessant’anni della sua storia.

Migrantes Rieti: uno sguardo al Mali

27 Novembre 2019 - Rieti - Prosegue l’impegno dell’Ufficio diocesano Migrantes di Rieti, guidato da suor Luisella Maino. La settimana scorsa, la partecipazione della religiosa, assieme al vescovo mons. Domenico Pompili, al convegno organizzato dal Lions Club Antrodoco Velina Gens su “Le implicazioni socio–sanitarie dei fenomeni migratori”. Domenica prossima, nel salone della parrocchia Madonna del Cuore, si terrà invece alle 18 un incontro organizzato da Migrantes, dedicato alla situazione dell’Africa occidentale e, in particolare, dello stato del Mali: terra di traffici illeciti, violenze, attacchi, conflitti inter–etnici, povertà, rifugiati interni e migranti. Porterà la propria testimonianza la giovane reatina Benedetta Tatti, ufficiale dell’Esercito Italiano, attualmente impiegata nella Missione integrata multidimensionale dell’Onu per la stabilizzazione in Mali. Sul piano personale, Benedetta aiuta sul posto una congregazione italiana di suore (che, nella martoriata regione di Mopti, sono a servizio della popolazione locale, specie femminile, con corsi di alfabetizzazione ed economia domestica), oltre ad assistere i rifugiati interni, costretti in estrema difficoltà dal crescere della violenza estremista e intercomunitaria

Parroco Lampedusa: “ancora morti annunciate e indifferenza. Aprire vie legali e sicure”

26 Novembre 2019 - Lampedusa - Ad accogliere i superstiti dell’ultimo naufragio sul molo Favarolo di Lampedusa c’era anche don Carmelo La Magra, il parroco della parrocchia San Gerlando dell’isola. “Siamo stati qualche ora, abbiamo portato acqua e coperte termiche”, racconta al Sir. “Avevano bevuto tantissima acqua salata, tremavano di freddo”. Il parroco è riuscito a parlare con una ragazza tunisina che non trovava più i genitori. E con un uomo libico con un bambino che cercava la moglie. “All’inizio erano pieni di speranza perché vedevano arrivare le motovedette dei soccorsi – ricorda -. Erano convinti che presto sarebbero sbarcati anche i propri cari. Invece non c’erano. E’ subentrata la disperazione”. Non è facile rivivere ogni volta scene del genere. “Per me vuol dire toccare con mano le ferite dei poveri, di persone che avevano un sogno”, confida. “Ma significa anche vedere con i propri occhi gli effetti concreti delle politiche di chiusura dell’Europa: non vuole riconoscere che il cammino dei popoli non si può fermare”. Don Carmelo si rende anche conto che “quando i naufragi sono molto ravvicinati nessuno ne parla, non interessa più nessuno”. Di solito i corpi non vengono sepolti nel piccolo cimitero di Lampedusa per motivi di spazio. Si chiede la disponibilità ad altri comuni dell’agrigentino, dove spesso vengono celebrati anche i funerali. La parrocchia, se possibile, propone un momento di preghiera, chiedendo ai familiari delle vittime se vogliono partecipare. “Anche se c’è meno clamore la gente continua ad arrivare e a morire – sottolinea il parroco di Lampedusa -. Finché non sarà permesso di viaggiare in sicurezza ed entrare in Europa attraverso vie legali. Le persone non dovrebbero essere su un barcone ma su aereo”. “Invece – prosegue – le partenze non si sono mai interrotte. Partono sempre, anche d’inverno. Magari prendono il largo con il tempo bello, poi quando arrivano qui peggiora”. “Sono morti annunciate”, conclude, lanciando l’ennesimo, instancabile appello: “Aprire vie legali e sicure”.

L’integrazione nel doposcuola

26 Novembre 2019 - Frosinone – A scuola di integrazione. Anzi: a doposcuola. Succede a Sgurgola, 3.000 abitanti in provincia di Frosinone e in diocesi di Anagni-Alatri, dove alcuni volontari della parrocchia hanno deciso di adoperarsi per un doposcuola assai particolare, rivolto cioè ai bambini figli di stranieri presenti in paese, in particolare appartenenti ad una folta comunità nigeriana. Si tratta di alunni sia delle elementari che delle medie, aiutati dai volontari a fare i compiti, a ripassare le lezioni, a conoscere sempre di più e meglio la lingua italiana, anche attraverso alcuni "espedienti didattici" molto simpatici, come ad esempio usare anche qualche ritornello rap. In effetti, al doposcuola di Sgurgola i compiti vengono alternati al gioco, al divertimento. Tutto nasce da un’esperienza simile già fatta durante la scorsa estate, quando gli stessi volontari della parrocchia avevano deciso di coinvolgere i bambini stranieri (otto in tutto e sempre nigeriani), prima attraverso una migliore conoscenza dell’italiano, e quindi parlando spesso anche in inglese, e poi con un po’ di compiti per le vacanze. Un’integrazione così ben riuscita che al pomeriggio si presentava pure qualche papà di questi bambini, desideroso di approfondire l’italiano anche attraverso i compiti dei figli e la disponibilità dei volontari. (Igor Traboni – Avvenire)

Sinodo Vescovi: Amazzonia terra di migrazioni

8 Ottobre 2019 - Città del Vaticano - Il Sinodo dei vescovi per la regione Pan-Amazzonica che si è aperto domenica con una celebrazione presieduta da Papa Francesco nella Basilica di San Pietro, sul tema “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale”, questa mattina ha toccato anche il tema delle migrazioni. Nel dibattito della seconda giornata, presieduto da Papa Francesco, alcuni interventi hanno evidenziato le Migrazioni sia quelle dei popoli indigeni verso le grandi città, sia quelle delle popolazioni che attraversano l’Amazzonia per raggiungere altri Paesi di destinazione. Da qui deriva l’importanza di una pastorale specifica della Chiesa: la regione amazzonica come zona di flussi migratori, infatti, è una realtà emergente - si è notato in Aula - un nuovo fronte missionario che va affrontato in senso inter-ecclesiale, trovando anche una maggiore collaborazione tra le Chiese locali ed altri organismi impegnati nel settore. Si è ricordato inoltre che dramma delle migrazioni colpisce anche la gioventù dell’Amazzonia, “costretta a lasciare i Paesi originari perché sempre più minacciata da disoccupazione, violenze, tratta degli esseri umani, narcotraffico, prostituzione e sfruttamento”. È necessario, allora, che la Chiesa riconosca, valorizzi, sostenga e rafforzi la partecipazione della gioventù dell’Amazzonia negli spazi ecclesiali, sociali e politici, poiché i giovani sono “profeti di speranza”.