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Non credete ai poveri-untori

4 Agosto 2020 - Milano - Il nesso tra immigrazione e pericolo Covid-19 sta agitando la scena politico-mediatica, oltre che le vacanze degli italiani, assumendo varie sembianze inquietanti: gli sbarchi, anzitutto, ma anche i rientri dall’estero, i focolai di infezioni nei centri di accoglienza, nonché le fughe dagli obblighi di quarantena. Spiace che non solo politici in cerca di facili consensi, ma anche analisti qualificati partecipino alla “caccia agli untori”, mediante usi spericolati dei dati e associazioni improprie tra fenomeni sociali (persone che si muovono attraverso i confini) e aspetti politici (il colore del governo in carica). L’idea che gli immigrati (poveri) portino malattie è una delle leggende nere più ricorrenti e inossidabili. Chi ha un po’ di memoria potrebbe ricordare, per limitarci agli ultimi anni, i tentativi di bloccare l’accoglienza dei profughi a causa dell’epidemia di Ebola in alcuni Paesi africani, oppure l’allarme per la presunta diffusione della Tbc tra le forze dell’ordine che presidiavano gli sbarchi. Voci infondate, eppure di grande impatto mediatico. In realtà, molte volte gli esperti della Simm, Società italiana di medicina delle migrazioni, hanno ricordato che l’immigrazione è un processo selettivo: partono i più attrezzati, anche dal punto di vista sanitario. Le famiglie non investono su persone malate, che difficilmente potranno diventare “soggetti produttivi” in grado di generare rimesse economiche da mandare in patria. È vero, invece, che l’attuale pandemia si propaga anche grazie agli spostamenti delle persone. Tutte però, non solo quelle approssimativamente definite come “migranti”. Che sono pochissime, rispetto al volume complessivo della mobilità umana attraverso i confini: secondo Eurostat (2019), a fronte di 2,4 milioni d’ingressi attribuibili a ragioni d’immigrazione, gli attraversamenti delle frontiere esterne della Ue sono stati circa 400 milioni, considerando soltanto il traffico aereo. Suona paradossale che mentre si lamenta il drastico calo degli arrivi per turismo, s’invochi una chiusura senza appello nei confronti degli sbarchi di profughi. In Italia si può entrare liberamente da Spagna, Regno Unito, Australia, nonostante l’aumento dei contagi. Si può entrare persino dagli Stati Uniti, per ragioni di lavoro o di studio. Quanto ai contagi nei centri di accoglienza, come nel caso di Casier, nel Trevigiano, una lettura appena più attenta dei fatti dovrebbe far comprendere che il virus si propaga laddove non si effettuano controlli tempestivi, non si separano le persone malate dalle altre, non si attrezzano spazi idonei per le quarantene: laddove insomma la gestione è carente. Il sovraffollamento a sua volta deriva dalla dismissione delle strutture esistenti a seguito di precise scelte politiche e dalla lentezza e confusione degli smistamenti, a cui concorre la consueta resistenza di tante amministrazioni locali. L’evocazione-invocazione dell’Esercito e il ricorso alle navi quarantena, in luogo di una gestione più razionale dei necessari controlli, non fanno che alimentare paure e chiusure. La distorsione ideologica di certe analisi si rivela però soprattutto quando si pretende di collegare l’incremento degli arrivi via mare a un “lassismo” italiano. L’accusa non regge per almeno tre motivi. Primo: la crescita è rilevante in percentuale, rispetto ai livelli minimi toccati nel 2019 (11.439), ma lontanissima dai quasi 200mila sbarchi del 2016. L’emergenza non è nei numeri, ma nella mente di chi guarda con occhio prevenuto, e nei ritardi di chi dovrebbe assicurare un’accoglienza dignitosa. Secondo: l’idea che gli arrivi dipendano dalla disponibilità ad accogliere è stretta parente di quella che ne attribuiva la responsabilità ai salvataggi in mare da parte delle Ong. Trascura le ragioni delle partenze: guerre in Medio Oriente, oppressione in Eritrea, ora collasso economico e politico in Tunisia (questo sì aggravato dal Covid-19 e dalla fuga dei turisti). Terzo: che il governo attuale possa essere tacciato di aperturismo indiscriminato è un giudizio degno di un sito sovranista. Semmai il governo attuale ha la responsabilità di non aver riformato ancora praticamente nulla delle chiusure autolesioniste e illiberali del governo precedente, decreti (in)sicurezza e denigrazione-persecuzione delle Ong in primo luogo. Andrebbe infine sommessamente ricordato che la Commissione Ue già nel mese di marzo ha raccomandato l’esenzione dal blocco degli ingressi non solo degli operatori sanitari e dell’assistenza agli anziani, ma anche delle «persone che necessitano di protezione internazionale o in viaggio per altri motivi umanitari». Che una certa politica non voglia adempiere agli obblighi di accoglienza propri di uno Stato democratico non è purtroppo una novità. Che anche qualche studioso di rango si allinei a slogan vuoti eppure pericolosi invece stupisce e inquieta. E allarma che anche leader dell’attuale maggioranza accettino di riportare il discorso pubblico al livello preferito dagli insensati retori dell’«invasione». (Maurizio Ambrosini - Avvenire)

Lesbo: al via la “Vacanza alternativa” dei volontari della Comunità di Sant’Egidio

3 Agosto 2020 - Roma - Fino alla fine di agosto oltre 150 volontari della Comunità di Sant’Egidio, provenienti da diversi Paesi europei, passeranno a turno una “vacanza alternativa” con i profughi residenti a Lesbo, "per non dimenticare e aprire la via ad un futuro diverso". Nell’isola greca sono presenti in questo momento circa 15.900 migranti, tra cui un buon numero di minori non accompagnati, tutti richiedenti asilo oppure in attesa di ricollocamento. Sono quasi il doppio rispetto ad un anno fa, in condizioni di vita precarie, aggravate dal lockdown dettato dalla pandemia. Rispondendo ad una domanda crescente di cibo, i volontari apriranno due “ristoranti solidali” da campo, ma terranno anche corsi di inglese per i profughi e faranno attività di animazione con i numerosi bambini e giovani giunti nell'isola. La loro presenza, durante il mese di agosto, avrà l’obiettivo di mantenere viva la speranza di gente che è fuggita da guerre o da condizioni di vita insostenibili nei loro paesi di origine e che ora si trova in una sorta di “limbo”, qui in Europa, "in attesa di un futuro diverso".

Corte costituzionale: “illegittima” l’esclusione dall’iscrizione anagrafica

3 Agosto 2020 - Roma - Escludere i richiedenti asilo dall’iscrizione anagrafica, “invece di aumentare il livello di sicurezza pubblica, finisce col limitare le capacità di controllo e di monitoraggio dell’autorità pubblica su persone che soggiornano regolarmente nel territorio statale, anche per lungo tempo, in attesa della decisione sulla loro richiesta di asilo. Inoltre, negare l’iscrizione all’anagrafe a chi dimora abitualmente in Italia significa trattare in modo differenziato e indubbiamente peggiorativo, senza una ragionevole giustificazione, una particolare categoria di stranieri”. Per questo motivo la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 13 del primo “Decreto Sicurezza”, n. 113/2018. La Consulta spiega che “la previsione viola l’articolo 3 della Costituzione sotto due distinti profili”. In primo luogo, “è viziata da irrazionalità intrinseca, in quanto, rendendo problematica la stessa individuazione degli stranieri esclusi dalla registrazione, è incoerente con le finalità del decreto, che mira ad aumentare il livello di sicurezza”. In secondo luogo, “riserva agli stranieri richiedenti asilo un trattamento irragionevolmente differenziato rispetto ad altre categorie di stranieri legalmente soggiornanti nel territorio statale, oltre che ai cittadini italiani”. Secondo la Corte costituzionale, “per la sua portata e per le conseguenze che comporta anche in termini di stigma sociale - di cui è espressione, non solo simbolica, l’impossibilità per i richiedenti asilo di ottenere la carta d’identità - la violazione del principio di uguaglianza enunciato all’articolo 3 della Costituzione assume in questo caso anche la specifica valenza di lesione della ‘pari dignità sociale’”. In conseguenza dell’incostituzionalità della norma sul divieto dell’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo, sono state dichiarate incostituzionali anche le restanti disposizioni dell’articolo 13 del primo “Decreto Sicurezza”, che prevedevano, tra l’altro, che il permesso di soggiorno costituisse documento di riconoscimento in luogo della carta d’identità, e che l’accesso ai servizi erogati ai richiedenti asilo fosse assicurato nel luogo di domicilio, anziché in quello di residenza.

Ministero del Lavoro: a inizio 2019 in Italia 3.717.406 cittadini non comunitari regolari

31 Luglio 2020 - Roma - Il Ministero del Lavoro pubblica oggi dati sulla presenza dei migranti nelle città metropolitane, curati dalla Direzione Generale dell'immigrazione e delle politiche di integrazione con ANPAL Servizi S.p.A, aggiornati al 1° gennaio 2019. Si tratta di nove approfondimenti su altrettante città e una sintesi comparativa dedicata alle 14 città metropolitane d'Italia. La distribuzione sul territorio nazionale dei 3.717.406 cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti mostra che Milano e Roma sono le Città metropolitane che accolgono il maggior numero di regolarmente soggiornanti in Italia (rispettivamente il 12,3% e il 9,4%). Seguono Torino, Firenze, Napoli e Bologna con percentuali tra il 3% ed il 2,2%, mentre nelle altre Città metropolitane si trova meno del 2% dei cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti al 1° gennaio 2019. Milano risulta prima anche per incidenza, tra i residenti, dei cittadini non comunitari: su 100 persone iscritte in anagrafe, 12 provengono da un Paese non UE. Seguono Firenze (10,1%), Bologna (8,6%) e Roma e Genova (7,4%). Catania, Palermo e Bari fanno rilevare la minore incidenza. Rispetto ai processi di stabilizzazione delle presenze, la quota di lungosoggiornanti sul totale dei cittadini migranti regolarmente presenti è massima a Venezia (74,9%), Genova (65,4%) e Firenze(62,3%), risultando nelle altre Città metropolitane inferiore alla media nazionale (62,3%). In relazione alle acquisizioni di cittadinanza le Città che accolgono un maggior numero di neocittadini italiani sono invece Milano, Roma e Torino, con rispettivamente 7.630, 5.588 e 3.770 acquisizioni. Tra i cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti si rileva un equilibrio di genere quasi perfetto (uomini 51,7%, donne 48,3%), ma in alcune Città metropolitane, in particolare in quelle del Sud e delle Isole, la composizione di genere della popolazione migrante appare meno equilibrata. L'incidenza dei minori, pari al 21,8% dei regolarmente soggiornanti al livello nazionale, è massima a Venezia, Milano, Torino e Bologna (rispettivamente 23%, 22,6%, 22% e 21,9%), mentre risulta minima a Napoli, Cagliari, Roma e Reggio Calabria (rispettivamente 14,1%, 15,3%, 16,1% e 17,3%). La quota di occupati – rilevano i dati - sulla popolazione non comunitaria oscilla da un minimo del 48,5% rilevato a Bari, ad un massimo di 69,8% dell'area metropolitana di Milano. In relazione al tasso di disoccupazione, che nel 2019 si attesta a 13,9% per i non comunitari, si rilevano valori minimi a Milano e Bologna (9%) e massimi a Bari (23,1%); infine, relativamente al tasso di inattività, i valori più bassi si registrano a Firenze (22,2%) mentre il più elevato a Bari (37%). Roma, Milano e Napoli sono le Città metropolitane che ospitano il maggiore numero di imprese individuali a titolarità non comunitaria (rispettivamente 38.329, 33.545 e 20.565), mentre Milano, Firenze e Roma sono quelle in cui si registra la maggiore incidenza di cittadini non comunitari tra i titolari di imprese individuali. Per quanto riguarda le rimesse, Roma, Milano e Napoli sono le prime Città metropolitane per importi inviati all'estero, con rispettivamente 663, 640 e 228 milioni di euro inviati nel 2018, mentre in coda alla classifica si posizionano Città delle Isole (Cagliari e Messina) e del Sud (Reggio Calabria).  

Migrantes Cerreto-Telese-Sant’Agata de’ Goti: un vademecum informativo sulle procedure per la regolarizzazione

31 Luglio 2020 - Cerreto Sannita - Un vademecum informativo sulle procedure da seguire per la regolarizzazione (sanatoria) da mettere a disposizione delle comunità straniere presenti sul territorio. L’iniziativa è del Tavolo in Cammino promosso nella diocesi di Cerreto Sannita - Telese - Sant’Agata de’Goti alla quale aderiscono vari uffici – tra questo l’ufficio Migrantes - e associazioni diocesane. Il vademecum è in tre lingue - italiano, inglese e francese – contiene una serie di informazioni utili per la compilazione delle domande che vano inoltrate attraverso l'attuale datore di lavoro in forma on-line oppure autonomamente alle Poste Italiane (Sportello Amico) se si è già lavorato prima del 31 ottobre 2019. La scadenza per presentare la domanda, per gli stranieri con scadenza del permesso di soggiorno, è per il prossimo sabato 15 agosto.

R.Iaria

Migrantes Ugento-Santa Maria di Leuca: una giornata diocesana per i migranti a Felloniche

30 Luglio 2020 -    Ugento – Papa Francesco, a sette anni dalla sua visita a Lampedusa, ha celebrato la Santa Messa in memoria dei migranti defunti in mare. Purtroppo non solo Lampedusa ma anche la nostra costa salentina e quindi anche la nostra bella Leuca è continuo teatro di numerosi sbarchi di fratelli e sorelle in cerca di rifugio e accoglienza e, costa molto dirlo, anche nel nostro mare si sono verificati eventi luttuosi. Per questo principale motivo, questo nostro ufficio diocesano, già da qualche anno, ha pensato di proporre una giornata di riflessione durante l’estate per ritornare sul luogo in cui qualche anno fa veniva rinvenuto il corpo senza vita di una donna: il lungomare di Felloniche, che diventa pertanto, un luogo simbolo capace di spronarci ad una sempre più attenta riflessione per un impegno comunitario a servizio dei nostri fratelli in difficoltà e perché non avvenga più ciò che tristemente ricordiamo. Il nostro vescovo ha sempre dimostrato particolare sensibilità ed interesse per questa problematica che ci vede impegnati come Chiesa accanto alle autorità e istituzioni civili, nel promuovere una cultura dell’accoglienza e del sostegno concreto a favore dei richiedenti asilo. Questo impegno ci viene dal Vangelo stesso della carità e dalla nostra vocazione di “Chiesa di frontiera”, chiamata ad essere ponte e varco di speranza, faro di accoglienza e segno di corresponsabilità. Anche quest’anno, dunque, nonostante la difficile situazione che viviamo a causa della pandemia, abbiamo voluto vivere questa giornata diocesana per i migranti e abbiamo a Felloniche, con la Celebrazione Eucaristica presieduta dal vescovo e con alcuni significativi spunti di riflessione. Questa iniziativa ha visto la collaborazione di due uffici diocesani: migrantes e caritas, perciò, approfitto per ringraziare il caro don Lucio Ciardo per il continuo e proficuo impegno in ognuna delle numerose iniziative caritative che propone alla sensibilità della Chiesa diocesana.

don Fabrizio Gallo

Direttore Migrantes diocesano

Il magistero di Papa Francesco contro la tratta di esseri umani

30 Luglio 2020 - Città del Vaticano - «Un’attività ignobile, una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate». Sin dall’inizio del pontificato Francesco ha denunciato con forza la piaga della tratta di esseri umani, definendola «la schiavitù più estesa in questo ventunesimo secolo» e facendone uno dei temi ricorrenti del suo magistero. Un’attenzione costante, che vale la pena rimarcare in occasione della Giornata mondiale di oggi, 30 luglio, indetta dall’Onu proprio nel 2013 — l’anno dell’elezione di Bergoglio al soglio di Pietro — con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità internazionale sulla situazione e sui diritti delle vittime di questo vero e proprio «delitto contro l’umanità», che — sono ancora parole sue — «riguarda ogni Paese, anche i più sviluppati, e tocca le persone più vulnerabili: donne e ragazze, bambini e bambine, disabili, poveri, chi proviene da situazioni di disgregazione familiare e sociale». Il Papa venuto «dall’altra parte del mondo» ha sempre avuto a cuore il destino di quanti cadono nelle maglie di questo turpe commercio che, insieme a quello delle armi e della droga, costituisce una delle attività più redditizie per la criminalità organizzata. Lo testimonia in modo inequivocabile la sua biografia argentina di prete e poi di vescovo nella capitale Buenos Aires. A raccontarlo a «L’Osservatore Romano» pochi giorni dopo il conclave furono il cartonero Sergio Sánchez — in prima fila, accanto ai potenti della terra, tra gli invitati d’onore alla messa per l’inizio del suo ministero petrino — e don Gonzalo Aemilius, il prete uruguayano (oggi suo segretario particolare) salutato dal nuovo vescovo di Roma al termine della sua prima celebrazione domenicale nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano: Sánchez rimarcò che Bergoglio si era sempre schierato al fianco dei lavoratori «contro la tratta degli esseri umani usati come macchine da produzione», il secondo rievocò le grandi battaglie sostenute da cardinale contro la «schiavitù in tutte le subdole forme nelle quali si mostra». A suggellare questa originaria «vocazione» di servizio verso gli esclusi, il primo Papa latinoamericano della storia non ha mai più smesso di richiamare la Chiesa — continuando a incalzare anche gli altri leader religiosi, i governanti e la comunità internazionale — a iscrivere il tema tra le priorità della propria agenda pastorale. In un appunto autografo in spagnolo, inviato nell’agosto 2013 al cancelliere delle Pontificie accademie delle Scienze e delle Scienze sociali, il vescovo suo connazionale Marcelo Sánchez Sorondo, chiedeva esplicitamente: «Credo che sarebbe bene occuparsi di tratta delle persone e schiavitù moderna». Da allora non c’è stata occasione in cui Francesco non sia ritornato su quello che ebbe a definire un crimine di «lesa umanità», attraverso ripetuti appelli contenuti in discorsi, omelie e documenti, e con iniziative concrete: per esempio con la creazione nel 2014 del Gruppo Santa Marta — un’alleanza globale di capi delle polizie, vescovi e comunità religiose — e l’istituzione della Giornata mondiale di preghiera e riflessione che si celebra ogni anno l’8 febbraio, nel ricordo di santa Giuseppina Bakhita, la suora originaria del Sudan che da bambina fece la drammatica esperienza di essere venduta come schiava. Del resto, non va dimenticato che, sebbene tale fenomeno venga solitamente identificato in maniera riduttiva con gli interessi che ruotano intorno al mercato dello prostituzione, esso include anche le adozioni illegali, la vendita di organi e tutti quei lavori umilianti o illegali nelle fabbriche, nelle aziende agricole, nelle strutture turistiche, a bordo di imbarcazioni, o nelle case private, finendo col coinvolgere almeno 40 milioni di nuovi «vulnerabili». E l’emergenza sanitaria provocata dal covid-19 ne sta esasperando ulteriormente in tempo di pandemia gli aspetti più dolorosi, come denunciato proprio in queste ore da Caritas internationalis. Allo sterminato “esercito” di invisibili, inghiottito nelle maglie di una rete di sfruttamento che trova complicità nel cinismo e nell’indifferenza, si rivolge la sollecitudine di Papa Francesco, soprattutto attraverso il linguaggio dei gesti che nel suo magistero ha un valore del tutto peculiare. E così in tanti non hanno dimenticato il 12 agosto 2016, quando Bergoglio si è recato in una struttura romana della «Comunità Papa Giovanni XXIII» fondata da don Oreste Benzi, per incontrare 20 donne liberate dal racket della prostituzione; o, per fare un esempio più vicino nel tempo, la sua scelta di visitare la Thailandia (a oggi l’ultimo suo viaggio internazionale, che nel novembre 2019 fece tappa anche in Giappone) per farsi vicino — come disse durante la messa celebrata a Bangkok — a tutti i bambini, le bambine e le donne «esposti alla prostituzione e alla tratta, sfigurati nella loro dignità più autentica». Nella consapevolezza che occorre un grande lavoro per innalzare il livello di attenzione dell’opinione pubblica su questa realtà, per squarciare il velo dei silenzi complici, dando voce a ogni singola vittima, affinché nessuno si lasci rubare la speranza di liberazione e di riscatto (Gianluca Biccini - Osservatore Romano)

Ministero del lavoro e UNIONCAMERE: al via il progetto “Futurae” per l’imprenditoria migrante

30 Luglio 2020 -
Roma - Formare, accompagnare nei primi passi e conoscere meglio l’imprenditoria migrante, volano di autonomia, occupazione, sviluppo dei territori e internazionalizzazione. Sono questi gli obiettivi di “Futurae”, il progetto nato dalla collaborazione tra il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Unioncamere, finanziato dal Fondo nazionale per le politiche migratorie. Come spiega una nota del ministero, con “Futurae” prende il via in questi giorni un programma di formazione e affiancamento presso una serie di Camere di Commercio attive in 18 province italiane: Biella-Vercelli, Torino, Como-Lecco, Milano Monza e Brianza, Pavia, Padova, Venezia-Rovigo, Verona, Modena, Reggio Emilia , Roma, Caserta, Bari e Cosenza. “Rivolgendosi a un’ampia platea di aspiranti imprenditori composta da migranti, seconde generazioni e cittadini dell’Unione europea, le Camere di Commercio – viene spiegato – li inseriranno in percorsi di orientamento e di valutazione della propensione imprenditoriale, al termine dei quali una parte di loro accederà a iniziative di accrescimento delle competenze tecniche, organizzative, commerciali e normative rispetto al contesto economico-imprenditoriale italiano”. “Dopo essere stati così formati, gli aspiranti imprenditori – prosegue la nota – saranno affiancati nello sviluppo dei business plan, nell’individuazione di canali di finanziamento e nell’accesso al credito. Infine, verranno selezionati e accompagnati allo startup i progetti più sostenibili, per creare nuove aziende a titolarità migrante o mista”. Secondo gli ultimi dati elaborati da Unioncamere-InfoCamere sulla base dei registri delle Camere di Commercio, le imprese migranti sono oltre 621mila, il 10% delle imprese registrate in Italia, concentrate prevalentemente nel commercio all’ingrosso e al dettaglio (oltre 210mila imprese), nelle costruzioni (quasi 142mila) e nei servizi di alloggio e ristorazione (circa 52mila).

Lesbo: una nuova missione delle Scalabriniane

29 Luglio 2020 -
Roma - Oggi parte per Lesbo una nuova missione temporanea delle Suore Missionarie Scalabriniane. Ad agosto si succederanno due gruppi di religiose. Grazie alla collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio svolgeranno un servizio di assistenza ai profughi che arrivano nell’isola greca. A comporre l’equipe di servizio saranno suor Marlene Vieira, brasiliana che opera in Belgio, suor Leticia Gutierrez Valderrama, messicana che lavora in Spagna e due giovani in formazione, la postulante argentina Monica Leticia Tozzi e l’aspirante italiana Laura Lazzoni, di Roma.
"Lesbo è uno dei luoghi del mondo nel cuore di Papa Francesco, perché è un corridoio umanitario che punta all'integrazione dei profughi – spiega suor Milva Caro, superiora provinciale delle Scalabriniane -  Ringraziamo la Comunità di Sant’Egidio per la collaborazione straordinaria perché, sin da subito, ci ha aperto le porte. Ci motiva il nostro carisma che ci invia a stare e a camminare accanto ai migranti, anche alla luce della nostra esperienza legata al servizio itinerante, che ci vede nei luoghi più ‘caldi’ dei flussi migratori, anche in Europa". Le suore saranno coinvolte nella preparazione dei pasti quotidiani per i rifugiati (circa 150 al giorno), nell’insegnamento della lingua inglese, nel servizio di assistenza ai bambini e nella collaborazione per la comunità cattolica francofona. «Accogliere è un concetto universale – prosegue suor Milva – In ogni angolo del mondo, anche ai tempi del Covid, tendere una mano d'aiuto vuol dire essere umani, regalare pezzetti di futuro e speranza. Stiamo andando  in punta di piedi  per chiedere il permesso di fare un po' di bene, come diceva il beato Scalabrini,  nostro fondatore e padre dei migranti, seguendo l'esempio di Gesù Cristo e volendo anche essere le braccia e le orecchie di Papa Francesco, che a Lesbo ha il cuore rivolto alla situazione dei profughi".

Viminale: 13094 i migranti arrivati sulle coste italiane nel 2020

29 Luglio 2020 -

Roma - Sono 13.094 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane in questo 2020. Il dato è del Ministero dell'Interno ed è aggiornato alle 8 di questa mattina. Degli oltre 13.000 migranti sbarcati in Italia 5.031 sono di nazionalità tunisina pari al 38%. Gli altri arrivano, prevalentemente, da Bangladesh (1.830, 14%), Costa d’Avorio (819, 6%), Algeria (582, 4%), etc.

R.I.