Tag: Immigrati e rifugiati

Aprirsi all’altro: una lezione continua…  

22 Maggio 2020 - Ancona - “A cosa serve il Vangelo, se perde il suo sapore?”. Ho imparato dalla vita, grande maestra in questo, che oltre l’emergenza c’è la quotidianità. Ed è lì che ci giochiamo la nostra credibilità. Se il COVID19 non ci ha fatto entrare nella stessa barca, se non abbiamo capito che solo insieme ci salveremo o periremo, allora forse non abbiamo ancora toccato il fondo… Nel tempo della lockdown ho potuto continuare ad insegnare italiano col metodo Penny Wirton a Katarina, giovane russa, laureata in lingue, emigrata da gennaio in provincia di Ancona. Le nostre lezioni quotidiane online ci hanno permesso di entrare nelle rispettive e differenti culture, di far crescere la nostra relazione. Quando potrà riaprire la scuola, anche lei verrà ad insegnare ai migranti. Promessa ammirevole di reciprocità. Da Domenica delle Palme, invece, ho potuto animare l’intima eucarestia domenicale: il parroco e altre tre persone, in tutto. Così, ho ritrovato Ubaldo, una persona senza fissa dimora, che conosco da almeno vent’ anni. Sempre su e giù per le strutture di accoglienza con lo zaino in spalla. L’ho trovato fisicamente migliorato, ma quando gli ho chiesto se stava pensando di fermarsi, di vivere in una casa, avere degli amici: “Io sono un uccello libero, - mi ha risposto deciso - quando tutto tornerà come prima, riprenderò il mio viaggio.” Riflettevo, così, tra me e me. Non ci è permesso sapere quale è il bene degli altri. Possiamo solo camminare insieme, per alcuni tratti di strada, senza voler capire o cambiare ad ogni costo le situazioni. Come sempre, il mistero ci accompagna… Una cosa, però, mi sembra certa: “Quello che è buono per me, lo è anche per ogni uomo della terra.” Su questo bisogna continuare a lavorare anche a livello culturale, per trasformare le mentalità. Mi colpiva recentemente l’affermazione dello psichiatra Andreoli : “Abbiamo delirato sull’Io. Dobbiamo ora delirare sul noi”.  Questo processo culturale si rivela urgente anche dentro la Chiesa. Penso a due famiglie di migranti che ho seguito per vari anni, partite di recente in Germania: una della Georgia, Asoev, l’altra del Camerun, Leumere Leumegni. Fin dall’inizio della pandemia ci chiamavano continuamente per informarsi della nostra salute e invitarci a restare in casa. Poi anche loro hanno dovuto fare i conti con questo, e ringrazio il cielo che oggi vivono in Germania. In queste relazioni, in questi collegamenti whatsapp si dimostra uno strumento formidabile. In tempo reale si hanno informazioni fresche da ogni parte del mondo e spesso i racconti degli amici sono diversi da quelli delle TV ufficiali. Questa interconnessione ci dimostra ogni giorno la bellezza e la ricchezza dei legami che abbiamo costruito. Sì, nel mondo dell’emigrazione. Di questo ho spesso ringraziato il Signore, in questo tempo di coronavirus.  

Annapia Saccomandi

Migrantes Ancona

Vescovi Calabria: regolarizzazione “segna un passo avanti”

22 Maggio 2020 - Catanzaro - La crisi dovuta alla pandemia, colpendo l’economia reale del Paese, ha fatto “riesplodere nodi cruciali e problematiche che si trascinano da anni”. Lo scrivono oggi, in una nota i vescovi calabresi evidenziando tra le problematiche quella della situazione dei braccianti agricoli, tra cui molti migranti, “sfruttati, calpestati nella loro dignità, vittime soprattutto del fenomeno del caporalato”. I vescovi calabresi intendono ancora una volta “alzare” la voce ed esprimere la “ferma condanna di tutte le situazioni di sfruttamento nella filiera agroalimentare e soprattutto del fenomeno del caporalato. Un male antico e sempre presente, magari sotto forme diverse nel tempo e – si legge nella nota -  spesso ignorato pur di non prendere la giusta posizione, la corretta scelta tra il bene e il male. Oltretutto il caporalato è nelle mani delle organizzazioni criminali, le quali utilizzano metodi mafiosi per il controllo del territorio. La nostra condanna del fenomeno è forte e netta”. In diverse circostanze i presuli hanno definito la mafia “l’antivangelo”, perché “nega la libertà e la verità che ci sono state consegnate dal mistero pasquale della risurrezione di Cristo Gesù. Un’autentica opera di conversione e di liberazione dei territori dalle mafie passa, quindi, pure dal superamento della piaga del caporalato, che rappresenta senza dubbio una delle vie di adorazione del male”, di cui ha parlato papa Francesco durante la sua visita a a Cassano all’Jonio nel 2014. Aver dato spazio ai migranti nel recente Decreto Rilancio, adottato dal Governo pochi giorni fa, per i vescovi della Calabria – “segna un passo avanti nella definizione della problematica, sotto il profilo della tutela della salute e della lotta all’illegalità. Limitazioni delle misure a determinate categorie, procedure non sempre semplificate e la breve durata dei permessi rendono evidenti la necessità di una svolta ancor più radicale, come testimonia del resto anche lo sciopero degli invisibili, indetto proprio per la giornata di oggi nei campi della Piana di Gioia Tauro”. “Resta – conclude la nota -  la fiduciosa speranza che il cammino intrapreso possa essere irreversibile, sostenuto in chiave locale dai segnali di attenzione lanciati anche dalla Regione, attraverso l’attivazione di progetti dedicati alla definizione dell’emergenza sanitaria e di quella abitativa”. Nella “consapevolezza inscalfibile che molto vi sia da fare per giungere ad una piena tutela dei diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori”, la Chiesa di Calabria ribadisce “la necessità dell’affermazione dei principi della dignità della persona umana e della sacralità del lavoro per liberare tanti uomini e donne dalla loro condizione di sostanziale schiavitù, condannando ogni forma di sfruttamento come attentato alla dignità dell’uomo, che, in quanto peccato sociale, grida vendetta al Cielo”.

R.Iaria

Tempo di coronavirus, tempo di miracoli…

21 Maggio 2020 - Porto Recanati – Porto Recanati. Anche in tempi di coronavirus, il tristo palazzone si stagliava alto e severo, quasi impassibile, imbottito di paraboliche e di stracci stesi. Accanto, il dolce profilo del mare Adriatico sembrava rassegnato di tale prossimità. Di tanta audacia. È il famoso Hotel House, definito dalla stampa locale “una vergogna nazionale”. Costruito fine anni ’60, sui bordi del mare come hotel estivo per turisti, i suoi sedici piani, con circa 500 appartamenti si sono riempiti ben presto di circa duemila immigrati di 40 nazionalità differenti.  Un ghetto verticale. Otto ascensori che non funzionano, l’acqua potabile portata già a suo tempo da un’autobotte, mucchi di immondezza in ogni dove. Un popolo acquartierato nel degrado. Unica nota di umanità, all’ottavo piano la presenza dell’ambulatorio del Dott. Francesco Paolo, che qui lavora come alla frontiera, e la vive come una vera missione. L’abbiamo visitato quasi per sostenere la sua presenza di resistente e la sua opera coraggiosa con il Direttore generale Migrantes, don Gianni de Robertis, giusto un anno fa. Malattie qui? le più varie, ma la peggiore la depressione delle donne. L’ambiente logora lo spirito. Fin tempo fa, anche un’associazione locale, la Tenda, era impegnata nell’animazione pomeridiana di un gruppo di bambini, in un paio di locali al pianoterra. Negli appartamenti, gli spazi già limitati, stanno ancora più stretti, in questi mesi di clausura generale. Impossibile per Fatima, ventenne, universitaria a Macerata, preparare gli esami, visto che l’unica stanza possibile è come “sequestrata” dal fratello maggiore. In questo difficile contesto, i giornali locali, settimane fa, uscivano a caratteri cubitali “Grandi pulizie all’Hotel House, mobilitate tutte le etnie”. Spiegando, in tempi di crisi sanitaria, che si era instaurato un “nuovo modo di vivere condiviso tra le etnie”. Qualcuno del posto la definisce perfino “una volta storica”, in una grande sinergia tra tutte le etnie presenti, con mascherine e, a volte, tute mimetiche. Vedere, così, senegalesi e pakistani lavorare insieme per prendersi cura del loro habitat è sembrato un vero miracolo. Veniva in mente quanto affermava anni fa una religiosa francese, suor Geneviève, di un enorme condominio degradato della banlieue parigina. Solo quando era riuscita – dopo mille tentativi e una montagna di pazienza – a convincere i giovani di quel condominio imbrattato e deprimente a dare essi stessi il colore e riqualificare le scale e i locali comuni, era successo qualcosa di strano. Come una rivoluzione indolore. Un nuovo clima di pulito, faceva respirare gli animi dei residenti un’aria di primavera. Sì, di umanità ritrovata. ( p. Renato Zilio - Delegato Migrantes Marche)

Natili Micheli (Cif): “pandemia ha spento i riflettori sul fenomeno migratorio che resta l’emergenza costante del nostro Paese”

21 Maggio 2020 -
Roma - “La pandemia ha spento i riflettori sul fenomeno migratorio che comunque non si ferma e resta l’emergenza costante del nostro Paese”. Così Renata Natili Micheli, presidente nazionale del Centro italiano femminile (Cif), secondo cui “occorre riaccendere l’attenzione su quello che accade ogni giorno sulle nostre coste”. “Il giovane, che ieri, gettandosi dalla nave Moby Zazà indossando un giubbotto di salvataggio, ha trovato la morte nel silenzio generale, non solo interpella la nostra coscienza civica, ma – sottolinea Natili Micheli – chiede ragione se la scelta politica operata di predisporre ‘navi quarantena’ rispetti le norme nazionali e internazionali sulle procedure finalizzate all’identificazione e alla eventuale richiesta di protezione”.

Viminale: 4444 i migranti arrivati in Italia nel 2020

21 Maggio 2020 -
Roma - Sono oltre 4000 le persone migranti sbarcate in Italia dall'inizio del 2020: esattamente, secondo il Ministero dell'Interno, 4444. Di questi  la maggioranza sono bengalesi (830, 19%). Seguono Costa d’Avorio (573, 13%), Sudan (390, 9%), Algeria (323, 7%), Marocco (309, 7%), Tunisia (270, 6%), Somalia (211, 5%), Guinea (206, 4%), Mali (162, 4%), Egitto (88, 2%) a cui si aggiungono 1.082 persone (24%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Fino ad oggi sono stati 752 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare.

I “piccoli” aiuti cinesi all’Italia: una lettera ad “Avvenire” di don Cui, già coordinatore comunità cattolica cinese in Italia

21 Maggio 2020 -

Milano - Caro direttore, alla vigilia del capodanno cinese improvvisamente mi è giunta la notizia che un nuovo coronavirus stava provocando l’insorgere di un’epidemia. Senza aver ancora ricevuto disposizioni da parte di alcuno, ho immediatamente deciso di avvisare tutti i membri della mia famiglia e la mia cerchia di amici sui diversi social di interrompere i contatti interpersonali. Pochi giorni dopo le notizie hanno cominciato a susseguirsi in modo travolgente, una dopo l’altra, e ci hanno fatto comprendere la spaventosa gravità della diffusione del virus a Wuhan. Ma, come dice un nostro proverbio, «se in un luogo ci sono difficoltà, l’aiuto arriva da 8 direzioni», così sia gruppi e associazioni in Cina sia i cinesi in diaspora da tutto il mondo, alcuni Stati amici e persino il Vaticano, centro del cattolicesimo, hanno acquistato e inviato mascherine e indumenti protettivi per fornire assistenza di emergenza all’area più colpita di Wuhan.

Da parte mia, ho inviato un messaggio urgente a tutta la mia cerchia di amici e ai miei contatti tramite internet e solo con questo piccolo gruppo di persone ho raccolto in un giorno 12.633 yuan, che attraverso la diocesi di Baoding ho trasmesso alla Jinde Charities Foundation dello Hebei e donato all’area colpita di Wuhan: questo era tutto quello che potevamo fare con le nostre minime forze. L’Italia è per me come una seconda patria. Ho immediatamente preso contatto diretto con le tante comunità religiose che conosco in Italia e anche con persone singole, cercando di promuovere attivamente tra di loro le stesse efficaci misure adottate dal governo cinese. Purtroppo però era già tardi. Anche alcuni preti italiani che conosco erano già stati infettati e qualcuno è addirittura morto. Poi è arrivata la brutta notizia: anche in una comunità religiosa con cui ero molto familiare in Italia era stato riscontrato che alcuni membri avevano contratto il virus.

Non potendo occuparmi di così tante situazioni di emergenza, ho pensato di concentrarmi inizialmente ad aiutare questa comunità religiosa del Nord Italia, per procurare le mascherine protettive che erano loro urgentemente necessarie. Non si faceva in tempo a spedirle dalla Cina, così ho pensato di cercare l’aiuto di qualche amico imprenditore in Italia. Non appena ho scritto alla mia cerchia di contatti italiani, immediatamente ho cominciato a ricevere tante risposte e una donna cattolica cinese che vive a Roma mi disse che aveva lì più di 100 mascherine della migliore qualità. Ho poi chiesto ad alcune piccole imprese e a singole persone di spedire le mascherine suddivise in piccolo pacchi. Contemporaneamente avevo saputo che la Jinde Charities dello Hebei, attraverso la Croce Rossa italiana, stava preparando una grande quantità di forniture di soccorso per l’Italia e il Vaticano, e che le avrebbe spedite con voli charter, praticamente gli unici rimasti. Così ho cominciato a promuovere attivamente e incoraggiare i fedeli cattolici a fare donazioni alla Jinde Charities e in tanti hanno donato direttamente attraverso internet, spinti da spirito di solidarietà e carità cristiana.

Successivamente, una grande quantità di materiale spedito dal governo cinese, dalla Croce Rossa e dalla Jinde Charities è arrivato in Italia e molto di questo è stato portato in Vaticano e distribuito a diverse comunità religiose.Dopo aver ricevuto assistenza dalla Cina, anche il Vaticano ha ringraziato il governo e i diversi gruppi ecclesiali cinesi per il loro sostegno. Molte comunità religiose hanno inviato lettere di ringraziamento. Questa tipo di cooperazione internazionale di emergenza, sebbene sia avvenuta ora per la prima volta, ha accresciuto nell’avversità e nella sofferenza la nostra amicizia con l’Italia. Io sono solo uno tra i tanti che ha preso parte a quest’opera e ho fatto tutto il poco che mi era possibile fare, con le mie deboli forze.

don Pietro Cui Xingang

Centro Astalli: “aumenta esclusione sociale”

20 Maggio 2020 -   Roma - “In tutti i nostri servizi si sono fatti sentire gli effetti dell’entrata in vigore dei decreti sicurezza, non tanto sul numero delle persone che abbiamo assistito ma sulla loro vita che è divenuta sempre più precaria. In queste settimane di chiusura caratterizzate dallo slogan ‘Io resto a casa’ è diventato ancora più evidente che nel nostro Paese molte persone questa casa non ce l’hanno e tra questi molti migranti che abbiamo reso irregolari nel tempo, con le nostre politiche di esclusione che, invece di creare sicurezza, creano instabilità sociale”. Lo ha detto oggi padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, durante la presentazione via web del Rapporto annuale 2020 “Un anno di attività in favore di richiedenti asilo e rifugiati”. A seguito della crescente precarietà la struttura dei gesuiti ha registrato nel 2019 l’aumento del 29% di accessi al centro di ascolto. Secondo il Rapporto gli utenti che si sono rivolti al servizio sprovvisti di documenti validi sono notevolmente aumentati (+79%). Agli effetti dei decreti sicurezza si sono aggiunte le complicazioni dovute alle disposizioni della Questura, che non riconosce più come residenza valida l’indirizzo fittizio né per i richiedenti asilo né per i titolari di protezione umanitaria, che si ritrovano così sprovvisti di un requisito fondamentale per convertire il permesso di soggiorno in motivi di lavoro. Circa i due terzi delle persone che si sono rivolte all’ambulatorio nel 2019 non risulta iscritta al Servizio sanitario nazionale. La riduzione dei servizi sociali nei centri accoglienza straordinaria (Cas) ha reso più difficoltosa anche la cura delle vulnerabilità. Nei centri in convenzione con il Siproimi, rispetto all’anno precedente, il numero degli ospiti vulnerabili è salito in proporzione dal 30 al 40%. Nel 2019 si sono rivolti al Centro Astalli 20.000 persone migranti, di cui 11.000 a Roma (sono 7 le associazioni della rete). I volontari sono 617, gli operatori un centinaio. Sono stati distribuiti 56.475 pasti e accolte 835 persone, di cui a Roma 375. I beneficiari dei progetti realizzati sono stati 1.495. Gli studenti incontrati nell’ambito dei progetti “Finestre e Incontri” sono stati 25.679. Padre Ripamonti ha parlato anche del Decreto Rilancio che “aiuta la regolarizzazione per badanti, colf e braccianti: un primo passo in una direzione che restituisce dignità alle persone ma che non ci può bastare”. Il presidente del Centro Astalli ha ringraziato il Governo e ha incoraggiato “i ministri a continuare in questa direzione”. La legge sull’immigrazione, ha ricordato il sacerdote gesuita, “non è al passo con i tempi e quando si chiedono regolarizzazione e diritti emergono vecchie posizioni ideologiche che non rispecchiano quanto viviamo”. A questo proposito ha ricordato che il Centro Astalli è tra i promotori della legge di iniziativa popolare per il riordino della materia immigrazione, presentata nel 2017. “In più occasioni negli anni scorsi abbiamo ribadito la necessità di passare dall’emergenza alla programmazione – ha detto -, di considerare il fenomeno migratorio in termini strutturali e non emergenziali, di essere lungimiranti. L’emergenza sanitaria ha smascherato la direzione verso cui ci siamo incamminati. Il 2020 può diventare uno spartiacque se e solo se ripartiremo in una prospettiva di solidarietà”. P. Ripamonti ha sottolineato le criticità dei decreti sicurezza e lanciato l’allarme per la mancata integrazione: “La vera emergenza non sono gli arrivi ma i troppi che abbandoniamo”. In Italia nel 2019 sono sbarcate infatti poco più di 11mila persone. “Nonostante la pandemia ci abbia dimostrato che i confini non esistono – ha affermato – anche nel 2019 con arroganza abbiamo chiuso i porti costringendo donne, uomini e bambini in centri di detenzione in Libia, alla deriva in barche inadeguate e fuori dai porti, in attesa che si giocasse la partita del più forte, in un’Europa poco solidale, come si è mostrata a tratti anche in queste settimane di pandemia”. Anche i morti nel Mediterraneo (oltre 40 mila dal 2000) “sono paragonabili a quelli che hanno riempito di lacrime i nostri occhi nelle ultime settimane. Quanto dolore vederli andarsene soli. Soli come tanti migranti a cui noi Europa abbiamo reso difficile l’approdo”.

Card. Zenari:  “Italia ed Europa dimostrino reale e generosa solidarietà” verso i migranti

20 Maggio 2020 - Roma - Un augurio a tutti i migranti e i siriani “approdati in Italia e in Europa di sperimentare una reale e generosa solidarietà” è venuto oggi dal card. Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, in un collegamento video da Damasco durante la presentazione via web del Rapporto 2020 del Centro Astalli. “Vi parlo dall’amata e martoriata Siria, da 9 anni in guerra – ha detto -. Un conflitto che è stato definito come un moderno calvario, un inferno, un mare di dolore”. Mons. Zenari ha ricordato la “lunga via dolorosa” percorsa dai siriani in fuga – 12 milioni tra sfollati interni e rifugiati fuori dal Paese -, “attraverso i villaggi e le città della Siria e i mari”, “abbandonando tutto con solo i vestiti addosso, camminando sotto le intemperie, con tante donne e bambini che non ce l’hanno fatta”. “Al loro fianco – ha aggiunto – ci sono tante organizzazioni umanitarie e tanti buoni samaritani tra cui il Jesuit refugee service”. Il card. Zenari ha citato le parole di Papa Francesco riferite alla pandemia di Coronavirus: “Siamo tutti sulla stessa barca”, incoraggiando a “trovare nuove forme di ospitalità, fraternità e solidarietà”.  

Rifugiati: oggi la presentazione del Rapporto 2020 del Centro Astalli

20 Maggio 2020 -

Roma - Mentre esce il rapporto annuale del Centro Astalli, presentato questa mattina - il mondo è attraversato da una gravissima crisi sanitaria che mette in discussione stili di vita, relazioni e visione del futuro. Il rapporto descrive un anno, il 2019, al fianco di oltre 20mila rifugiati e richiedenti asilo, con dati sui servizi offerti e su nazionalità e status. E mostra come le politiche migratorie, “restrittive, di chiusura - se non addirittura discriminatorie” - che hanno caratterizzato l’ultimo anno, acuiscono precarietà di vita, esclusione e irregolarità. Il quadro che ne emerge dice quanto oggi sia alto il prezzo da pagare in termini di sicurezza sociale per non aver investito in protezione, accoglienza e integrazione dei migranti, denuncia il Centro Astalli.

Il Rapporto si presenta come uno strumento per capire quali sono le principali nazionalità dei rifugiati che giungono in Italia per chiedere asilo; quali le difficoltà che incontrano nel percorso per il riconoscimento della protezione e per l’accesso all’accoglienza o a percorsi di integrazione e descrive il Centro Astalli come una realtà che, grazie agli oltre 500 volontari che operano nelle sue 7 sedi territoriali (Roma, Catania, Palermo, Vicenza, Trento, Padova, Napoli), si adegua e si adatta ai mutamenti sociali e legislativi di un Paese che fa fatica a dare “la dovuta assistenza a chi, in fuga da guerre e persecuzioni, cerca di giungere in Italia”.

Ad arricchire la pubblicazione di quest’anno un inserto “Rifugiati: ai confini dell’umanità” con le foto di Francesco Malavolta. Un racconto fatto di immagini di migranti lungo le rotte del Mediterraneo: salvataggi in mare, fatica, viaggi in cerca di salvezza di uomini e donne che ci portano in dono il coraggio e la speranza in un futuro insieme. Le foto sono commentate da Alessandro Bergonzoni, Melania Mazzucco, Luciano Manicardi.

Sos Mediterranée: “300 persone salvate ancora in attesa di un porto sicuro”

19 Maggio 2020 - Roma - Circa 300 persone salvate in mare nelle ultime settimane sono attualmente in attesa di sbarcare in un porto sicuro, a bordo di tre navi private, due barche turistiche noleggiate dal governo maltese, mentre le autorità italiane hanno organizzato un traghetto per la quarantena delle persone soccorse. Alcuni dei sopravvissuti sono rimasti bloccati in mare per più di due settimane. Nel frattempo, due navi di soccorso delle Ong, Aita Mari e Alan Kurdi, rimangono sotto fermo amministrativo da parte delle autorità italiane. Attualmente non sono operative navi di Ong di ricerca e di soccorso nel Mediterraneo centrale. È questa l’attuale situazione nel Mediterraneo centrale, riassunta da Sos Mediterranée sulla base di diverse fonti. Alarm Phone, una hot line civile per le persone in difficoltà in mare, ha pubblicato un allarme di soccorso il 17 maggio, riguardo una barca in pericolo nella zona Sar maltese, con circa 50 persone. Secondo alcuni media, la barca sarebbe stato soccorsa nella zona Sar maltese da un peschereccio, anche se non vi è ancora alcuna conferma ufficiale che sia la stessa imbarcazione. Secondo “Malta Today”, il peschereccio maltese “Tremar” ha condotto un salvataggio di circa 70 persone domenica 17. Il 17 maggio è anche arrivata a Lampedusa una nave italiana prevista per la quarantena delle persone salvate in mare, la “Moby Zazà”, ma il numero delle persone a bordo non è stato ancora confermato ufficialmente. Secondo “Il Giornale di Sicilia” sarebbero 68 persone mentre Radio Radicale ha riferito che altri 53 sopravvissuti – arrivati autonomamente a Lampedusa con 2 diverse imbarcazioni – sono stati trasferiti a bordo. Secondo “Mediterraneo Cronaca”, 53 persone arrivate in barca in modo autonomo a Lampedusa il 12 maggio hanno trascorso la prima notte sul molo Favarolo all’addiaccio prima di essere temporaneamente trasferite in un alloggio della parrocchia. Nel frattempo, 162 persone salvate in acque maltesi rimangono bloccate su due navi da crociera turistiche noleggiate dal governo maltese, alcune da più di due settimane. I rappresentanti di tre Ong maltesi hanno scritto una lettera congiunta al commissario europeo per gli Affari interni Ylva Johannson, esortando l’Ue ad intervenire presso le autorità maltesi e a trovare una soluzione rapida per le persone bloccate. Secondo Iom Missing Migrants sono 258 le persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo nel 2020.