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Parma: una nuova casa per i rifugiati “esclusi”

12 Marzo 2020 - Parma - Wonderful Word, il mondo meraviglioso che canta Louis Armstrong, è il nome della casa di Parma che dallo scorso 23 dicembre accoglie migranti. Ed è davvero tutto bellissimo per chi come Salung, 31 anni, arrivato dal Gambia dopo un viaggio della speranza, con un permesso umanitario, ha vissuto per un anno in una ex pizzeria divenuta rifugio di invisibili. “Ora dormo bene, posso fare la doccia, lavare i miei vestiti”, sorride Salung mentre racconta. “La vita qui è molto bella – gli fa eco Dawda, altro gambiano –, le persone in questa casa ci hanno dato coraggio, studiamo, facciamo un corso per magazzinieri”. Wonderful Word è un edificio su tre piani nella proprietà dei missionari Saveriani che questi hanno dato in comodato gratuito a Ciac (Centro immigrazione asilo e cooperazione) coordinatore della “Civiltà dell’accoglienza”. Una rete quest’ultima che comprende Caritas Parma e Fidenza, Cav, Comunità Betania, Di Mano in Mano, Istituto Buon Pastore, Pozzo di Sicar, San Giuseppe. “Eravamo alla ricerca di luoghi già a fine 2018, perché con i “decreti Salvini” molte persone sarebbero finite in strada e sarebbe nato un problema sociale”, ci racconta Emilio Rossi, presidente Ciac e responsabile della struttura. Dopo convegni e incontri pubblici “abbiamo capito che la solidarietà esiste e resiste, che le persone non rinunciano alla propria umanità. Il governo ha creato esclusi, la comunità si fa carico di accoglierli”. Il progetto non riceve finanziamenti pubblici – nell’ultimo piano della struttura verrà aperta a breve una casa per ferie per autofinanziarsi – e si sostiene tramite le associazioni. In questo solco è arrivata la risposta dei Saveriani pronti a fare missione anche in Italia, e di una sessantina di volontari che aiutano a mandare avanti la struttura. Tra loro c’è chi, come Elena, 73enne con otto anni di volontariato in carcere alle spalle, insegna agli ospiti della casa a fare le pulizie. C’è Anastasia, origini greche, che di anni ne ha 29, è laureata in giurisprudenza con una tesi sul diritto d’asilo. E poi Bernadette e Franco, lei insegnante in pensione, lui cardiochirurgo, che oltre a essere impegnati in Africa con Emergency, hanno sentito il bisogno di condividere nella città in cui vivono quanto ricevuto nella vita. La struttura di Parma può ospitare fino a 15 persone di entrambi i sessi – al momento della nostra visita c’erano nove uomini – che prima di essere ammesse fanno un colloquio con l’area legale, per verificare la regolarità dei documenti, e con quella sociosanitaria: vengono considerati come fossero beneficiari dell’ex Sprar. “Soprattutto – dice Chiara Marchetti, a capo dell’area progettazione di Ciac – devono avere la volontà di inserirsi nel percorso che è sperimentale perché prevede una responsabilità diffusa di volontari e ospiti”. Per il buon esito del progetto è importante un ricambio veloce ma equilibrato delle persone ospitate: il tempo di permanenza di tre mesi può essere prorogato, non all’infinito, affinché il migrante sia in grado di condurre una vita dignitosa. A distanza di due mesi e mezzo dall’apertura della struttura si è deciso di farla conoscere dopo aver verificato – conclude Rossi – “che non è più un esperimento solo ideale, ma che può stare in piedi: è una casa che ha una sua forza”. Tanto grande da aver “infranto quella separazione che Salvini voleva creare tra noi e gli stranieri”. La speranza è che questo meraviglioso mondo di Parma possa propagarsi anche fuori dai confini della provincia. (Matteo Billi – Avvenire)  

Made in Zaatari: l’impresa femminile nel campo profughi più grande del mondo

9 Marzo 2020 - Roma - Un laboratorio di produzione del sapone, una cucina che propone piatti tipici siriani, un beauty saloon, un atelier di pittura e di creazione di gioielli e accessori. Oggi compie un anno il bazaar “Made in Zaatari”, lo spazio di auto-imprenditoria femminile nato all’interno di Zaatari, in Giordania, il campo di profughi siriani più grande del mondo. Sono 16 le donne che qui si sperimentano in piccole attività imprenditoriali: c’è chi produce saponette, chi fa la parrucchiera, chi l’estetista, chi cucina, chi dipinge, chi crea braccialetti, collane, orecchini, da vendere agli altri abitanti del campo. “Il nostro obiettivo è di dare a queste donne uno spazio sicuro per esprimere le proprie capacità e, attraverso il loro lavoro, percepire un piccolo reddito – spiega Maram Alathamneh del team dell’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, che gestisce il campo in collaborazione con il governo giordano –. Noi abbiamo messo a disposizione la struttura e i materiali iniziali, per il resto sono le donne a mantenere l’attività tra spese e ricavi”. Entrando all’interno del bazaar, la prima cosa che si nota è una grande scritta sul pavimento che dice “Made in Zaatari – 8 marzo 2019”, la data dell’apertura del centro. Si entra così in uno spiazzo all’aperto, circondato da piccoli prefabbricati bianchi, ognuno adibito con gli strumenti e gli utensili necessari per ciascun laboratorio. In mezzo c’è una fontana decorata e alcune sedie, dove in estate le donne si riposano e chiacchierano nelle ore del tramonto. Una di loro è Iptism, che lavora nel laboratorio di produzione del sapone: ha quattro figli ed è arrivata in Giordania nel 2012 scappando da Daraa, la città che è stata culla della rivoluzione siriana. “Sono venuta da sola con i miei figli, i miei genitori e i miei fratelli – racconta Iptism –. Siamo scappati perché la situazione era diventata insostenibile: mio marito invece è voluto rimanere in Siria, ci ha raggiunto solo un anno dopo. Quando sono arrivata a Zaatari c’erano solo tende, piantate in mezzo al deserto, ma il campo ci sembrava un castello rispetto alla situazione in Siria, dove stavamo sotto ai bombardamenti. Finalmente ci siamo sentiti sicuri: abbiamo dormito moltissime ore i primi giorni, quando la tensione si è allentata”. Nel 2011, all’inizio della crisi siriana, in Giordania non esistevano campi profughi perché erano ancora pochi quelli che scappavano. Tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 il flusso si è intensificato, con una media di 5 mila siriani che entravano ogni giorno per chiedere asilo. Così, nel deserto nel nord del Paese, a pochi chilometri dal confine con la Siria, sono stati costruiti quattro campi profughi gestiti dall’Unhcr: Zaatari, il più grande, poi Azraq, Zarqa e Rubkan. Inizialmente la vita del campo ruotava attorno a una grande mensa comune e ai bagni pubblici, mentre oggi a ogni famiglia è stato assegnato un prefabbricato privato, con servizi igienici e l’accesso al sistema elettrico. Oggi Zaatari ha una popolazione di 76 mila persone, gli stessi abitanti di Varese o Caserta: il 30 per cento sono donne e il 20 per cento sono bambini. All’interno del campo, dove operano ben 45 organizzazioni non governative, ci sono 32 scuole, due ospedali, 12 centri di salute primaria, due grandi supermercati e una via di negozi che è stata soprannominata “Champs Élysées”. Qui si possono trovare ristoranti, coffee shops, barbieri, meccanici, alimentari e addirittura negozi di abiti da sposa, per un totale di 1.200 attività. “Nel campo siamo noi donne a occuparci di tutti gli aspetti della vita quotidiana – racconta Iptism. Andiamo a prendere il cibo, lo cuciniamo, puliamo, badiamo ai bambini… ci occupiamo di tutta la famiglia. Molti uomini soffrono di depressione per colpa della guerra, si vergognano per aver abbandonato il loro Paese e sentono di aver perso il loro ruolo. Per fortuna la vita all’interno del campo piano piano si sta ricreando: ci sono stati molti matrimoni tra persone che si sono conosciute qui. Purtroppo esiste ancora il problema dei matrimoni precoci, e molte ragazzine vengono date in sposa molto giovanissime. Ma io ripeto sempre a mia figlia di 13 anni: ‘Non sposarti, è ancora presto, continua ad andare a scuola e a studiare, solo così potrai fare le tue scelte in maniera indipendente’”. (Alice Facchini – Redattore Sociale)  

Associazioni: il grazie al Papa per aver ricordato la Siria

6 Marzo 2020 - Roma – “Avvertiamo il bisogno civile e umano di ringraziare Papa Francesco, l’unica autorità mondiale che ha ricordato il dramma dei civili di Idlib, nel nord ovest della Siria”. Lo scrivono, in una nota, alcune associazioni (prima firmataria l’Associazione Giornalisti amici di padre Dall’Oglio): tra queste la Fondazione Migrantes, la Caritas Italiana, il Centro Astalli e la Comunità di Sant’Egidio. “Siamo sconvolti dalle rare immagini di quei bambini assiderati, a volte da soli, a volte con i loro genitori o parenti. Da una parte sono costretti a fuggire dalla Siria verso la Turchia – si legge nella nota - da bombardamenti a tappeto che violano le regole più elementari del diritto umanitario internazionale e dall’altra sono impediti a trovare salvezza da un muro invalicabile e a oggi non valicato”. Per le associazioni firmatari della nota non si tratta di “un’emergenza improvvisa” ma di una situazione che dura da alcuni mesi: “si calcola che ormai siano almeno un milione gli esseri umani in fuga ammassati al confine turco, alcune stime parlano di un milione e cinquecentomila, in gran parte bambini. Se non si trovasse una soluzione, urgente, le operazioni militari raddoppieranno gli sfollati, per i quali non ci sono che piccole tendopoli. Per tutti costoro ci sono soltanto due sottili corridoi umanitari aperti all’ONU per portargli qualche genere di prima necessità: questo è inammissibile”. “Avvertiamo dunque l’urgenza di manifestare la nostra gratitudine a Papa Francesco - aggiungono - e dimostrare al mondo che il suo appello per questa umanità  abbandonata e tradita non è caduto nel vuoto. Questi nostri fratelli e queste nostre sorelle non possono essere dimenticati”.  I promotori il prossimo 8 marzo “nel rispetto di ogni misura di sicurezza” che sarà presa  in Piazza San Pietro”, si ritroveranno con uno  con uno striscione, “per i dimenticati di Idlib”.  

Parlamento Ue: i profughi siriani tra i temi della plenaria

6 Marzo 2020 - Bruxelles – La situazione dei profughi alle frontiere Turchia-Grecia sarà tra i temi principali della prossima plenaria del Parlamento Europeo. I parlamentari – che si riuniranno dal 9 al 12 marzo – discuteranno martedì del coronavirus con la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e giovedì sarà votata una risoluzione. Mercoledì invece in plenaria arriveranno gli sviluppi recenti al confine greco con la Turchia, a seguito della decisione di Ankara di consentire l’ingresso di migranti e rifugiati nel territorio dell’Ue. I lavori del Parlamento si svolgeranno straordinariamente a Bruxelles. Un rapporto del Servizio medico del Parlamento europeo sulla evoluzione del Covid-19 ha infatti sottolineato che “i rischi di salute sono considerati significativamente più alti nel caso in cui la sessione plenaria del Parlamento si svolga a Strasburgo”. Quindi “per causa di forza maggiore –ha detto il residente del Parlamento Europeo, David Sassoli -  ho deciso che non vi sono le condizioni di sicurezza necessarie per il consueto trasferimento del Parlamento europeo a Strasburgo per la sessione plenaria”.  

Tavolo Asilo: preoccupazione per quanto sta accadendo sul confine greco-turco

4 Marzo 2020 - Roma - Ai confini dell'Europa “stiamo assistendo a massicce violazioni dei diritti umani ed al completo fallimento delle politiche europee in materia di asilo”. Lo affermano le associazioni riunite nel Tavolo asilo - tra cui molte organizzazioni cattoliche -, che esprimono preoccupazione per quanto sta accadendo in questi giorni. Tanti episodi che “rappresentano inaccettabili violazioni del principio del diritto internazionale del non respingimento dei richiedenti asilo e rifugiati e del diritto d'asilo previsto dalle Costituzioni e dalla Carta di Nizza, nonché una violazione delle direttive Ue in materia di protezione internazionale che consentono a tutti l'accesso al territorio per fare esaminare le proprie richieste di protezione o d'asilo”. Il Tavolo asilo critica di nuovo l'accordo tra Ue e Turchia sottoscritto nel 2016, una scelta “non soltanto sbagliata, ma anche controproducente”. “Si è infatti fornita al presidente turco un'arma di ricatto efficacissima: milioni di persone che potrebbero tentare di arrivare in Europa se il regime decidesse di aprire le frontiere, come paventa anche in questi giorni per ottenere sempre più risorse”, osservano. “Non si può restare inerti davanti alla cancellazione della civiltà giuridica dell'Europa - affermano le organizzazioni -. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere attuate dagli Stati Ue finiscono per produrre crimini contro l'umanità: investire sulla militarizzazione delle frontiere, sugli accordi di riammissione, su rimpatri e sui controlli di frontiera nei Paesi d'origine e di transito, rinunciando alla cultura dei diritti, e alimentando il business dell'immigrazione irregolare, ci ha sottomesso alla legge del più forte, quella che il leader turco non ha remore ad imporre”. Si chiede perciò all'Ue di “intervenire subito” con “un piano di ricollocazione straordinario e urgente dei richiedenti asilo che giungono in Grecia e Bulgaria per sottrarre alla violenza e all'arbitrio le decine di migliaia di esseri umani che hanno diritto ad essere accolti e a chiedere asilo in Europa”. Tra i membri del Tavolo asilo nazionale, Acli, ActionAid, Amnesty international Italia, Arci, Asgi, Caritas italiana, Centro Astalli, Cnca, Fondazione Migrantes, Intersos, Legambiente, Oxfam Italia, Save the Children Italia.

Ancora emergenza ai confini dell’Europa

3 Marzo 2020 - Roma - Una preghiera per i "tanti sfollati, tanti uomini, donne, bambini cacciati via a causa della guerra, tanti migranti che chiedono rifugio nel mondo, e aiuto" è stata chiesta da Papa Francesco al termine dell’Angelus del 1° marzo . Quanto sta accadendo alle frontiere esterne dell’Unione Europea è inaccettabile e non deve restare nell’indifferenza. Migliaia di persone stanno cercando disperatamente di attraversare il confine turco ma al di là trovano i militari greci a sbarrare la loro strada, si legge in una nota diffusa oggi da Caritas Italiana. Inoltre le ultime violenze nella Provincia di Idlib (Siria) stanno "ulteriormente aggravando" la crisi umanitaria, con 900.000 nuovi sfollati che da dicembre 2019 hanno lasciato le proprie case. Le immagini che giungono in queste ore ci mostrano ancora una volta "il volto peggiore dell’Europa", si legge nella nota: donne e bambini caricati dalla polizia e la guardia costiera greca che spara su imbarcazioni cariche di profughi, partite da Bodrum e dirette a Kos, prendendo poi a bastonate gli occupanti. Ieri mattina, durante lo sbarco a Lesbo, è morto un bimbo siriano di pochi anni. Tutto questo sta avvenendo alle porte di casa nostra. Nonostante questi sbarramenti, decine di migliaia di persone hanno già lasciato in questi giorni la Turchia e molte di queste proveranno a percorrere la cosiddetta “rotta balcanica” per raggiungere l'Europa occidentale. A "destare preoccupazione - scrive Caritas Italiana-  è anche la condizione in cui vivono migliaia di profughi che stazionano da mesi nei campi profughi disseminati lungo la rotta balcanica. Anche in questo caso siamo purtroppo testimoni di violenze da parte della polizia della Croazia, altro paese dell’UE, a danno dei profughi che tentano di attraversare il confine bosniaco e che spesso vengono picchiati e rimandati indietro in spregio alle convenzioni internazionali". Desta inoltre molta "preoccupazione" la situazione in Albania, dove si registra un numero sempre maggiore di arrivi e le strutture sono al collasso e in Bosnia Erzegovina dove le condizioni dei campi sono spesso disumane. A tutto questo si aggiunge la situazione dei bambini che migrano, visto che oltre un quarto di chi si trova lungo la rotta balcanica è un minore. Ad oggi le reazioni dell’UE e degli Stati europei sono state "molto deboli", sia nella gestione del braccio di ferro tra Turchia e Grecia che nel supporto ai paesi lungo la rotta balcanica. D’altronde "nessuno vuole farsi carico di questa ennesima tragedia umanitaria", che non arriva all'improvviso ma è innanzitutto frutto di una guerra che si trascina da 9 anni e che ha provocato in Siria centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. A questa tragedia fa da sfondo l' accordo UE-Turchia del 2016, con il quale la Turchia, grazie ai finanziamenti promessi, avrebbe dovuto alleviare la pressione sulle frontiere della “Fortezza Europa” ma che nei fatti non ha arrestato il flusso, ma "lo ha consegnato nelle mani e nella gestione dei trafficanti", denuncia la nota. Come risposta a questa drammatica situazione che sta interessando un’intera regione, le Caritas del sud Est Europa, con le loro strutture hanno attivato progetti concreti di aiuto umanitario, servizi di accoglienza e di supporto psicologico per assistere e stare al fianco di queste persone affinché non cedano alla disperazione. Caritas Italiana sta lavorando in Siria, Libano, Giordania fornendo assistenza umanitaria a migliaia di profughi, così come da oltre 5 anni in Turchia, Grecia e nei paesi interessati dalla rotta balcanica. Si tratta - spiega l'organismo pastorale della CEI - di un lavoro sul campo, a fianco delle Caritas di questi paesi, che ha permesso nel tempo la strutturazione di interventi di emergenza, attività di formazione e accompagnamento degli operatori locali e il coordinamento di una Task force delle Caritas del Sud Est Europa. Questa nuova crisi , oltre a "generare ulteriori inaccettabili violazioni dei diritti umani" rischia anche di far "collassare" questa rete di aiuto.  

Scalabriniane: un migrante su tre è un bimbo, segno della forte crisi internazionale

3 Marzo 2020 -

Roma - Un terzo dei migranti bloccati in Grecia è un bambino. “E’ il segno di come la crisi internazionale si fa forte, e di come spesso le famiglie fanno partire ciò che hanno di più prezioso, i loro figli, perché per i grandi non c’è speranza”, commenta oggi sr. Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Scalabriniane: “è un dato che deve far riflettere e che deve mettere i governi, tra cui anche quello greco, davanti all’evidenza che si tratta di persone che hanno bisogno di aiuto”. Delle 40mila persone che hanno chiesto aiuto sulle isole dell’Egeo, circa 4 su 10 sono bimbi, sottolinea Save the Children:. “spero che le nazioni europee non dimentichino, in questo momento di crisi dettata da una epidemia che riguarda molte nazioni del mondo, il ruolo che devono necessariamente avere a tutela dei migranti – ha aggiunto – Storicamente la Grecia è stata un luogo di confronto tra l’Est e l’Ovest, tra una sponda e l’altra del Mediterraneo e come diceva Platone, speriamo che ogni culla della civiltà sia gentile perché ogni persona che si incontra sta già combattendo una dura battaglia”. La religiosa augura che “si interrompano gli scontri al confine con la Turchia”. (R.I.)

Profughi e fine della compassione

3 Marzo 2020 - Milano - Siamo proprio alla «fine della compassione», per citare Alejandro Portes, uno dei massimi esperti di fenomeni migratori. Lui si riferisce però agli Stati Uniti d’America, mentre noi vediamo finire la compassione ai confini d’Europa. Distratte dal coronavirus, assuefatte dalle ripetute notizie degli arrivi di profughi, ma soprattutto fuorviate dalla propaganda sovranista e da un’informazione ansiogena, le opinioni pubbliche europee non appaiono più capaci di umanità nei confronti di chi fugge dall’ultima battaglia del tormentato teatro bellico siriano e di chi dalla Turchia cerca di raggiungere il territorio della Ue. Nella regione di Idlib una popolazione stimata dall’Onu in 950.000 persone, di cui 560.000 minori, ha lasciato le proprie case e cerca scampo varcando il confine con la Turchia. Respinta con durezza, spesso dopo aver speso il poco che ancora aveva per pagare i passatori. Già diversi bambini sono morti di freddo perché rimasti senza riparo. A sua volta Ankara ha lanciato un sinistro avvertimento ai governi europei, consentendo il passaggio di alcune migliaia di profughi verso la Grecia e la Bulgaria: circa 13.000 secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, una cifra dieci volte superiore secondo il governo turco che ha interesse a drammatizzare la crisi. Il governo greco sta reagendo con una durezza contro civili inermi mai vista negli ultimi decenni, almeno nella Ue: come se si trattasse di un’invasione armata di orde di nemici. Non hanno (ancora) sparato proiettili veri, ma non hanno lesinato tutte le altre armi a loro disposizione, dalle bombe lacrimogene ai cannoni ad acqua, dai proiettili di gomma, alle granate stordenti. Quel che è peggio, gli abitanti dell’isola di Lesbo che in un passato non lontano avevano dato prova di umanità nei confronti dei rifugiati, si sono ora scagliati contro di loro (circa 600 arrivi negli ultimi giorni, non certo uno tsunami umano), respingendo in mare i gommoni, attaccando le Ong, minacciando gli operatori dell’accoglienza, malmenando i giornalisti. Certo, nei campi profughi di Lesbo e delle isole vicine sono stipati in condizioni deplorevoli circa 40mila richiedenti asilo, in strutture progettate per accoglierne 7.500. Ma si tratta di un tipico caso di emergenza prodotta dalla politica: le persone arrivate dalla Turchia sono state lasciate lì, pressoché prive di assistenza, invece di essere redistribuite in Grecia e in altri Paesi. Ad aggravare il quadro hanno contribuito le istituzioni europee: in queste ore drammatiche si sono sbracciate a offrire solidarietà alla Grecia nel blocco dei confini, a promettere di far intervenire rinforzi, a cercare contatti con la Turchia per convincerla a riprendere il ruolo di gendarme di frontiera della Ue, certo non gratuitamente. Si torna a parlare insistentemente di 'ingressi illegali', come se i profughi dalla Siria potessero chiedere un visto presso un qualche ufficio. Erdogan a sua volta non solo batte cassa, ma pretende la solidarietà dei governi europei nella sua battaglia contro il governo di Damasco per il controllo dell’area di Idlib. Ancora una volta migliaia di rifugiati inermi, con il loro carico di sofferenze, anziché essere protetti sono usati come arma di ricatto politico dagli uni, e trattati come orde di nemici o quanto meno di ingombranti e molesti questuanti dagli altri: cioè da noi, gli alfieri dei diritti umani nel mondo. A chi per ogni sbarco parla di 'invasione' o di 'carichi insopportabili' per l’Europa va ricordato ancora una volta che l’84% dei rifugiati internazionali è accolto in Paesi in via di sviluppo, uno scarso 13% nell’Ue. L’unico Paese dell’Ue a figurare tra i primi dieci paesi al mondo per numero di rifugiati internazionali accolti è la Germania, dove peraltro circa 400mila rifugiati arrivati negli ultimi anni hanno trovato lavoro, mentre altri 40.000 stanno frequentando corsi di formazione professionale. La drammatica vicenda comporta almeno tre riflessioni. Primo: aver delegato a Erdogan l’accoglienza dei rifugiati ha reso più debole e ricattabile la Ue nei confronti della Turchia, esponendola a serie conseguenze nel medio e lungo periodo. Secondo: forse per non cedere terreno a forze illiberali, la Ue sta adottando la visione, gli standard morali e le strategie proposte da queste stesse forze. Le sta legittimando sul piano culturale, preparando per sé un futuro ancora più inquietante. Terzo: anziché proporsi come un punto di riferimento per chi nel mondo considera la democrazia inscindibile dal rispetto dei diritti umani, la Ue arretra e si trincera nell’angusto recinto dei propri presunti interessi. Sta svendendo la sua residua credibilità internazionale al mercato delle (asserite) convenienze di corto respiro. Fermiamoci, ritroviamo umana compassione e lucidità politica, cambiamo rotta prima che sia troppo tardi. (Maurizio Ambrosini - Avvenire)  

Ragusa: incontri per riflettere su Africa e migrazioni

3 Marzo 2020 -

Comiso - "L'Africa  un continente da conoscere". E' il tema di alcuni incontri promossi in Sicilia in questi giorni con il missionario comboniano padre Daniele Moschetti. Il primo ieri nel salone parrocchiale di San Giuseppe Artigiano a Ragusa e oggi nella chiesa di Santa Maria delle Stelle a Comiso. 

L’iniziativa è promossa da Migrantes, Caritas, Centro missionario diocesano, ufficio per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso, Consulta delle aggregazioni laicali della diocesi di Ragusa  che hanno avviato un  cammino di pastorale integrata, sia a livello regionale che diocesano, su tematiche comuni. Padre Moschetti guiderà giovani e adulti a riflettere sulla migrazione, partendo dalla conoscenza dei paesi di origine portando anche la sua esperienza di 11 anni vissuti con i baraccati di Kibera e Korogocho, nella periferia di Nairobi (Kenya); in seguito un anno sabbatico in Palestina e poi in missione in Sud Sudan, il più giovane paese africano, martoriato da una lunga guerra civile, dove è rimasto 7 anni, anche come superiore provinciale dei comboniani. Dal luglio 2017 si è trasferito negli Usa dove ha svolto un ministero di Giustizia, Pace e Riconciliazione presso l’Onu e il Parlamento americano. Da un anno vive a Castel Volturno, in provincia di Caserta, nella terra dei fuochi, impegnandosi nella tutela e nella promozione dei diritti degli immigrati e nell'accoglienza di persone in difficoltà, nel tentativo di superare il degrado ambientale, umano e sociale di quelle terre. A livello regionale, gli uffici Migrantes, Caritas, Missionario ed Ecumenismo e dialogo interreligioso della Conferenza Episcopale Siciliana  stanno organizzando anche una marcia che si terrà sabato 25 aprile a Siracusa, sul tema “In cammino per essere strumenti di pace”. "Questa marcia – spiegano don Rosario Cavallo, Domenico Leggio, don Santo Vitale, don Salvatore Converso, Vittorio e Rina Schininà – vuole portarci fuori dalle nostre parrocchie, in quanto battezzati e inviati, per essere una chiesa in uscita che accoglie tutti i popoli della terra, che dialoga con tutti, che annuncia il Regno di Dio, che si fa carico del creato e preferisce gli ultimi". (Raffaele Iaria)

Migranti al confine Grecia-Turchia: Mons. Rossolatos (Atene), “spinti dai turchi e respinti dai greci”

2 Marzo 2020 - Roma - Scontri al confine tra Grecia e Turchia dove decine di migliaia di rifugiati e immigrati cercano di entrare in Europa, respinti dalla Polizia e dall’Esercito greco. Man mano che aumenta la pressione la Grecia invia rinforzi. Venerdì scorso il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva annunciato che avrebbe permesso il transito dei migranti verso i Paesi dell’Ue a seguito dell’intensificarsi del conflitto armato a Idlib, in Siria, dove combattono anche militari della mezzaluna, a fianco dei miliziani islamisti, oppositori del regime di Assad. Una scelta, quella di Erdogan, motivata dalla richiesta all’Ue di mantenere gli accordi stipulati nel 2016, quando i Paesi membri promisero 6 miliardi di euro di aiuti ad Ankara per finanziare l’accoglienza non solo dei siriani, e non solo, in fuga dalla fame e dalle guerre. “La pressione di questa massa di povera gente è enorme” commenta Mons. Sevastianos Rossolatos, arcivescovo di Atene e presidente della Conferenza episcopale di Grecia che al Sir cerca di fare il punto della situazione. “I rifugiati – afferma – si scontrano da un lato con le Forze greche che cercano di impedire loro l’ingresso nel nostro Paese e dall’altro con quelle turche che invece li spingono, anche con la forza, ad entrare dopo averli portati gratuitamente in bus e taxi a ridosso dei nostri confini. Vivono in condizioni disperate, dormono all’aperto e non hanno nessun aiuto”. “Si tratta – aggiunge l’arcivescovo di Atene – di profughi arrivati da tanto tempo in Turchia, in larga parte ospitati nell’area di Istanbul. Tra loro, secondo quanto appreso dai media, anche dei detenuti liberati dai turchi. Non sono rifugiati che provengono da Idlib dove adesso si combatte”. “Per facilitare l’ingresso in Grecia – spiega Mons. Rossolatos – i militari turchi starebbero tagliando il filo spinato al confine. Il progetto turco è quello di spingere i profughi verso la Grecia per far pressione all’Ue. Giovedì prossimo dovrebbe tenersi un vertice Ue per trattare questo problema”. Invece è di poco fa la notizia che domani i presidenti di Commissione Ue, Eurocamera e Consiglio europeo, Ursula von der Leyen, David Sassoli e Charles Michel saranno alla frontiera terrestre tra Grecia e Turchia con il premier greco Kyriakos Mitsotakis. Lo ha annunciato lo stesso Mitsotakis su Twitter, commentando: “Un’importante manifestazione di sostegno da parte delle tre istituzioni, in un momento in cui la Grecia sta difendendo le frontiere Ue con successo”.