Primo Piano

Presidenza CEI: vicini alle persone in difficoltà

29 Maggio 2020 -
Roma - La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha deliberato di conferire un ulteriore contributo straordinario a quelle Diocesi il cui territorio è stato definito dalle Autorità pubbliche “zona arancione o zona rossa”. Si tratta di oltre 10 milioni di euro, provenienti dai fondi dell’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa Cattolica e recuperati dalla finalità a cui erano stati destinati, essenzialmente l’edilizia di culto.
L’ammontare del contributo è stato calcolato secondo il criterio dell’entità della popolazione, incrociato col rispettivo numero di contagiati alla data del 25 aprile 2020. Anche questo stanziamento è finalizzato per sostenere persone e famiglie in situazioni di povertà o di necessità, enti e associazioni che operano per il superamento dell’emergenza provocata dalla pandemia, enti ecclesiastici in situazioni di difficoltà. La Chiesa italiana, ricorda la Presidenza della CEI, è «Chiesa di popolo» e cerca d’incontrare i bisogni della popolazione, da qualsiasi parte provengano. Anche questa forma di partecipazione alla sofferenza del momento esprime la «comunione» tra le diocesi, tutte - da Nord a Sud - «sulla stessa barca», come ha ricordato Papa Francesco  Padre il 27 marzo in piazza San Pietro.
L’erogazione avverrà il 3 giugno e impegna a un utilizzo di tali risorse entro il 31 dicembre 2020; la rendicontazione - che dovrà essere inviata alla Segreteria Generale della CEI entro il 28 febbraio 2021 - si atterrà al dettato concordatario (Legge 222/85) e ai criteri di trasparenza, rafforzati dall’Assemblea Generale del maggio 2016.

Papa Francesco: “è un momento delicato per il diritto d’asilo”

29 Maggio 2020 - Città del Vaticano - Un apprezzamento al Centro Astalli “per il coraggio con cui affrontate la ‘sfida’ delle migrazioni, soprattutto in questo delicato momento per il diritto d’asilo, poiché migliaia di persone fuggono dalla guerra, dalle persecuzioni e da gravi crisi umanitarie”. Lo ha rivolto Papa Francesco nella lettera indirizzata a padre Camillo Ripamonti, direttore del Centro Astalli. “Il vostro esempio – ha scritto il Papa nella lettera autografa, datata 23 maggio e riferita alla recente presentazione del Rapporto annuale 2020 del Centro Astalli – possa suscitare nella società un rinnovato impegno per una autentica cultura dell’accoglienza e della solidarietà”. Il Papa rivolge un pensiero “ai rifugiati che voi accogliete con amore fraterno: a tutti sono spiritualmente vicino con la preghiera e l’affetto e li esorto ad avere fiducia e speranza in un mondo di pace, di giustizia e di fraternità tra i popoli”.

Per un mondo più fraterno

29 Maggio 2020 - Mentre ancora si combatte contro il Coronavirus, di fronte a “tante incognite”, “ci farà bene ripartire col passo umile di chi cerca ciò che unisce e non ciò che divide”. Ne è convinto don Leonardo Di Mauro, responsabile del Servizio nazionale per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo della Cei, per il quale “nello spirito con il quale abbiamo pregato il 14 maggio insieme a tutti gli uomini e donne di tutte le religioni” è necessario “impegnarci per un mondo più fraterno che metta al centro la vita umana e non l’economia che uccide, che quando parla degli altri si ricordi che parliamo di persone e non di numeri, che non scarti nessuno”. Il Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato si intitola “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”. Quei quattro verbi – che sono alla base della Campagna “Liberi di partire, liberi di restare” – ritornano ancora una volta. Perché? Perché sono fondamentali. Ci aprono ad una visione umana dell’altro che bussa alla nostra porta – non sono numeri, sono persone – e ci stimolano ad atteggiamenti concreti sempre nuovi che non finiremo mai di cercare con la fantasia della carità, nella testimonianza di vita cristiana ed umana e nell’impegno personale, sociale e politico. Papa Francesco, con questo messaggio ci aiuta a attuare quei quattro verbi, indicandoci altre sei coppie di verbi che portano a modi di agire veri, capaci di incidere in questa sfida pastorale e sociale: conoscere per comprendere – farsi prossimo per servire – riconciliarsi ascoltando – crescere condividendo –coinvolgere per promuovere – collaborare per costruire. Leggere questi paragrafi con attenzione ci farà bene. “Se vogliamo davvero promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto”, scrive Papa Francesco nel Messaggio per la 106° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Con la Campagna Cei, ma anche con gli interventi caritativi a favore dei Paesi poveri, l’opera della Chiesa non si ferma all’assistenzialismo… In questo passaggio Papa Francesco dice che anche la pandemia ci ricorda l’importanza della corresponsabilità. A me fa riflettere il fatto che dobbiamo portare la mascherina più per proteggere gli altri che non noi stessi. Ma non basta fare le cose per gli altri, bisogna imparare a farle con gli altri. Solo quando ci sarà vera reciprocità, riconoscendo a tutti la libertà di esistere e di avere una vita dignitosa, impareremo ad ammettere i più poveri ai tavoli delle negoziazioni e renderli protagonisti del loro riscatto. Nella mia esperienza di prete fidei donum ho potuto constatare che le migliori iniziative calate dall’alto vanno incontro al fallimento se non c’è questo coinvolgimento che promuove. La Campagna Cei “Liberi di partire, liberi di restare” ha preso le mosse proprio da questo atteggiamento, coinvolgendo in primis i Pastori delle Chiese locali e le Organizzazioni di volontariato operanti nei territori da cui partivano i minori non accompagnati. Anche nelle diocesi italiane dove tanti di essi sono stati accolti, si è cercato di realizzare progetti con loro e non soltanto per loro. La stessa attenzione cerchiamo di averla anche per quel che riguarda i finanziamenti ordinari del Servizio interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo. I progetti di formazione e di sviluppo delle persone e delle comunità, finanziati con fondi 8xmille, provengono dalle realtà locali e sono espressione dei bisogni delle popolazioni di quei territori spesso di periferia. La pandemia traccia una linea di separazione netta tra il prima e dopo. Quale eredità lascia la diffusione del Coronavirus a livello sociale ed ecclesiale? Cosa abbiamo imparato? Riallacciandomi a quanto ho già detto prima, spero abbiamo imparato a “sentire” l’altro, ad accorgerci dell’altro, e del Creato, tutto è collegato dice la Laudato Si’. Siamo tutti sulla stessa barca, abbiamo detto a Bari, anche se c’è chi viaggia in prima classe e chi sta in fondo alla stiva a spalare carboni, ma se affondiamo affondiamo tutti, se ci salviamo ci salviamo tutti. Il prima e il dopo, come pure il durante non è, e non sarà uguale per tutti, soprattutto economicamente e socialmente parlando. Ma spero saremo cresciuti nella consapevolezza della nostra vulnerabilità, per fare di questo nostro limite un punto di forza da cui partire, imparando sempre più a “collaborare per costruire”… “Per preservare la casa comune e farla somigliare sempre più al progetto originale di Dio, dobbiamo impegnarci a garantire la cooperazione internazionale, la solidarietà globale e l’impegno locale, senza lasciare fuori nessuno”. (Papa Francesco) I Paesi poveri si trovano anche loro a fare i conti con il Coronavirus, un dramma che si aggiunge alla fame, alle guerre, ai problemi ambientali. Quale è la situazione attuale? Purtroppo sì, alcuni lo sono in modo più forte altri meno, ma tutti subiranno le conseguenze dei blocchi e delle chiusure preventive, e dove non colpirà forte il Covid 19, colpiranno comunque le sue conseguenze, aggravando in particolare la pandemia della fame. La CEI, pur tempestata dalla grave situazione della pandemia in Italia, non ha voluto dimenticare i Paesi poveri, verso i quali è sempre molto attenta. Attraverso il Servizio interventi caritativi e la Caritas Italiana ha espresso due manifestazioni di interesse per l’Emergenza Covid 19 in Africa e nei Paesi poveri, stanziando 9 milioni di euro dai fondi 8xmille destinati al Terzo Mondo, per progetti sanitati e formativi finalizzati a proteggere e formare il personale sanitario e le popolazioni locali. Si sta per chiudere il mese di maggio dedicato alla Madonna (il primo maggio, i Vescovi italiani hanno affidato il Paese alla Vergine) e si apre una stagione estiva con mille incognite. Con quale passo bisogna ripartire?  Penso che ogni credente, in questo tempo sospeso, ed in particolare in questo mese dedicato a Lei, abbia cercato e vissuto la vicinanza materna di Maria, a Lei ci affidò Gesù stesso dall’alto della croce nel momento del dolore più alto. Sotto la sua protezione abbiamo cercato rifugio, affidando a Lei le nostre paure e insicurezze, le persone che ci hanno lasciato, quelle che lottano con la malattia e quelle che fanno fatica ad andare avanti. A Lei affidiamo ora le nostre speranze, come Giovanni prendiamo Maria nella nostra casa e con Lei attendiamo fiduciosi la risurrezione. Di fronte alle tante incognite che stanno davanti a noi, credo ci farà bene ripartire col passo umile di chi cerca ciò che unisce e non ciò che divide. E nello spirito con il quale abbiamo pregato il 14 maggio insieme a tutti gli uomini e donne di tutte le religioni, impegnarci per un mondo più fraterno che metta al centro la vita umana e non l’economia che uccide, che quando parla degli altri si ricordi che parliamo di persone e non di numeri, che non scarti nessuno.

Contro la pandemia: domani il Rosario del Papa con i santuari di tutto il mondo

29 Maggio 2020 - Città del Vaticano – “Assidui e concordi nella preghiera, insieme con Maria (cfr. At 1,14)". Su questo tema papa Francesco, unendosi ai Santuari del mondo che a causa dell'emergenza sanitaria hanno dovuto interrompere le loro normali attività e i loro pellegrinaggi, pregherà il Rosario in diretta e in mondovisione dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, domani, sabato 30 maggio alle ore 17:30, il Papa sarà dunque ancora una volta vicino all'umanità in preghiera, per chiedere alla Vergine aiuto e soccorso nella pandemia. La preghiera sarà trasmessa in diretta su Tv2000 (cn 28 – 157 Sky e 18 tvsat), su inBlu Radio e anche su avvenire.it. L'iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, vedrà il coinvolgimento di famiglie e di uomini e donne rappresentanti dei settori più coinvolti e particolarmente toccati dalla pandemia, ai quali saranno affidate le decine del Rosario. Dunque, medici e infermieri, pazienti guariti e pazienti che hanno subito lutti, un cappellano ospedaliero e una suora infermiera, una farmacista e una giornalista, e infine un volontario della Protezione civile con i suoi familiari e anche una famiglia che ha visto nascere un bambino proprio nei momenti più difficili, per esprimere la speranza che non deve mai venire meno. Ai piedi di Maria al termine del mese a Lei dedicato e certi che la Madre celeste non farà mancare il suo soccorso, comunica il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuona Evangelizzazione, Francesco porrà dunque gli affanni e i dolori dell'umanità. In collegamento ci saranno i Santuari più grandi dai cinque continenti tra cui Lourdes, Fatima, Lujan, Milagro, Guadalupe, San Giovanni Rotondo e Pompei. In una lettera, monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione si è rivolto direttamente ai rettori dei Santuari per invitarli a organizzare e promuovere questo speciale momento di preghiera compatibilmente con le attuali regole sanitarie vigenti e con il fuso orario del luogo.

Vangelo Migrante: Solennità di Pentecoste (Vangelo Gv 20, 19-23)

28 Maggio 2020 - Più riflessioni si rincorrono in questa Solennità della manifestazione della Chiesa al mondo come corpo di Cristo risorto. Proprio nell’incontro con il mondo, la discesa dello Spirito risolve l’ambiguo sogno dell’umanità di avere una ‘sola lingua’, e lo fa attraverso la possibilità di intendere il linguaggio dell’altro come proprio, ci ricorda la prima lettura (Atti degli Apostoli, 2, 7-11). Le lingue di fuoco inaugurano un linguaggio nuovo che è quello della comunione assoluta e irrinunciabile per il ‘bene comune’. Resurrezione e Pentecoste, secondo l’evangelista Giovanni, coincidono. Per questo ci riporta alla sera di Pasqua nel Cenacolo. In quel luogo il Risorto dapprima dona la Pace ai suoi discepoli e detto questo, soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo!; in quel ‘soffio’ lo Spirito del Risorto scende su di loro e accende sulla terra il fuoco del Suo invincibile amore. L’alitare di Gesù sui discepoli e il fragore con cui lo Spirito irrompe nella comunità riunita ‘insieme’, evocano i gesti della Creazione e aprono i cuori all’opera della Salvezza che è per tutti e si rinnova attraverso l’impegno di ciascuno: ‘andate e perdonate!’ Faremo sempre fatica a raffigurare lo Spirito Santo. Se c’è un balcone da cui poterlo scorgere nella nostra esperienza umana, è quello della diversità! Di sicuro il contrario dell’uniformità ma non l’opposto dell’unità. Non l’etichetta celebrativa di un folklore, anche bello a vedersi, ma una festa continua della diversità-riconciliata. Ci possono essere differenze, contraddizioni e ambiguità nella nostra esperienza di creature e di discepoli ma ‘tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito’, afferma San Paolo (1Cor 12, 13). Quel soffio ci spinge, quella sorgente ci attrae: questo ci motiva, questo ci fa Vivere!

p. Gaetano Saracino

Migrantes Milano: mons. Delpini celebra la Pentecoste con le comunità migranti

28 Maggio 2020 - Milano – Domenica 31 maggio, solennità di Pentecoste, nella chiesa di Santo Stefano Maggiore a Milano, “parrocchia personale per i migranti”, l’arcivescovo mons. Mario Delpini presiederà la messa di Pentecoste con le comunità cattoliche dei migranti presenti in città e nel territorio della diocesi. “Sono una trentina le comunità di migranti presenti sul territorio della Diocesi”, spiega don Alberto Vitali, responsabile diocesano Migrantes: “i gruppi più numerosi sono quelli dei filippini, composto da ben nove comunità, e dei latino-americani. Poi ci sono le comunità cinese, coreana, srilankese, eritrea, egiziana, albanese, polacca. I rumeni hanno due comunità, di rito latino e di rito bizantino, così come gli ucraini, che contano un gruppo a Milano e uno a Varese. C’è poi il gruppo dei francofoni, cioè la comunità francese e quella africana di lingua francese, e la comunità anglofona, che comprende inglesi, statunitensi e una delle nove comunità filippine”. “Nel corso dell’anno – aggiunge dn Vitali - i migranti hanno diverse ricorrenze tradizionali in cui incontrarsi e fare festa per gruppi omogenei. La Festa delle genti è una delle poche occasioni in cui il filippino e il coreano possono incontrarsi e conoscersi”. L’emergenza sanitaria in corso non consentirà il consueto clima di grande festa, alla presenza di tante persone: “la capienza massima della chiesa, con le norme di sicurezza anti Covid, è di 104 persone. Quindi parteciperanno solo i cappellani con una o due persone in rappresentanza di ognuna delle comunità”. La celebrazione potrà essere seguita attraverso i social.

R.I.

Mediterraneo …. Quanto resta della notte?

28 Maggio 2020 - In questi mesi segnati dalla crisi sanitaria causata dalla pandemia COVID-19, tanti altri drammi, che pure continuano a consumarsi su questa nostra terra, sono rimasti ancora più invisibili. Come Fondazione Migrantes, insieme all’accompagnamento di alcune fra le categorie più colpite da questa crisi perché già in condizioni di lavoro ed economiche precarie (le colf, i giostrai e i circensi, i Rom), abbiamo cercato di mantenere viva l’attenzione su almeno due di questi drammi, firmando anche un documento insieme alle altre associazioni che fanno parte del tavolo asilo.
  1. La condizione dei tanti stranieri senza titolo di soggiorno (si stima siano almeno 600.000) presenti nel nostro paese, persone senza diritti, condannati all’invisibilità, esposti allo sfruttamento lavorativo e di altro genere, e ora anche al contagio. Papa Francesco li ha ricordati più volte in questi mesi, e anche il Cardinal Bassetti si è pronunciato, proprio nei giorni in cui si discuteva in parlamento della norma per consentire l’emersione dal lavoro nero e dalla irregolarità. La legge approvata non corrisponde a quanto avevamo chiesto, e cioè la regolarizzazione di tutti gli “invisibili” presenti sul nostro territorio, indipendentemente dal contratto di lavoro, come condizione indispensabile per il riconoscimento della loro dignità e la tutela della salute loro e di tutti. Tuttavia è un passo in questa direzione e permetterà a molte migliaia di persone una vita più giusta.
  2. La condizione di tante persone che fuggono dalla guerra e dalla miseria e che continuano ad essere costrette ad affidarsi a trafficanti senza scrupoli perché non ci sono vie di fuga legali e sicure. Ad essere torturati e violentati nei campi di detenzione libici e a morire lungo il viaggio: “La catastrofe umanitaria più grande dopo la seconda guerra mondiale” (Papa Francesco). E questo ormai come se fosse una cosa normale, inevitabile, senza un sussulto di umanità.
Nella sua visita a Lesbo del 16 aprile 2016 Papa Francesco diceva: Oggi vorrei rinnovare un accorato appello alla responsabilità e alla solidarietà di fronte a una situazione tanto drammatica. Molti profughi che si trovano su quest’isola e in diverse parti della Grecia stanno vivendo in condizioni critiche, in un clima di ansia e di paura, a volte di disperazione per i disagi materiali e per l’incertezza del futuro. Le preoccupazioni delle istituzioni e della gente, qui in Grecia come in altri Paesi d’Europa, sono comprensibili e legittime. E tuttavia non bisogna mai dimenticare che i migranti, prima di essere numeri, sono persone, sono volti, nomi, storie. L’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare, così si renderà più consapevole di doverli a sua volta rispettare e difendere. Purtroppo alcuni, tra cui molti bambini, non sono riusciti nemmeno ad arrivare: hanno perso la vita in mare, vittime di viaggi disumani e sottoposti alle angherie di vili aguzzini. E ancora: Per essere veramente solidali con chi è costretto a fuggire dalla propria terra, bisogna lavorare per rimuovere le cause di questa drammatica realtà: non basta limitarsi a inseguire l’emergenza del momento, ma occorre sviluppare politiche di ampio respiro, non unilaterali. Prima di tutto è necessario costruire la pace là dove la guerra ha portato distruzione e morte, e impedire che questo cancro si diffonda altrove. Per questo bisogna contrastare con fermezza la proliferazione e il traffico delle armi e le loro trame spesso occulte; vanno privati di ogni sostegno quanti perseguono progetti di odio e di violenza Colgo qui l’occasione per ringraziarvi e per incoraggiarvi a continuare a denunciare l’orrore della guerra, fino a quando non forgeremo le nostre spade in vomeri e le nostre lance in falci. Questa è la meta che dobbiamo avere sempre davanti, ma poi vanno individuati i passi possibili oggi e su cui cercare le convergenze più ampie possibili:
  • Occorre moltiplicare le occasioni di ascolto e di incontro, perché impariamo a riconoscerci parte di una stessa umanità. Giustamente qualcuno ha notato che fra il lasciar morire nel Mediterraneo i profughi e il lasciar morire i vecchi, come cinicamente si è fatto in alcuni paesi, il passo è breve. Si tratta di esercitarci in quelle sei coppie di verbi che ci ha suggerito il Papa nel suo messaggio per la prossima GMMR.
  • Il prossimo 3 giugno saranno tolti i limiti agli spostamenti fra le regioni e con gli stati esteri, per favorire l’afflusso dei turisti. I nostri porti resteranno vietati solo a quanti fuggono dalla morte?
  • Basta con la criminalizzazione delle navi delle ONG accusate di essere complici dei trafficanti e di attentare alla sicurezza del paese. Esse fanno quello che l’Europa dovrebbe fare, garantire l’accesso a un porto sicuro ai richiedenti asilo.
Perché il Mediterraneo finalmente non sia più un grande cimitero ma frontiera di pace, come recitava il titolo dell’incontro di Bari del febbraio scorso.

Don Gianni De Robertis

direttore generale Fondazione Migrantes

 
28 Maggio 2020 - Savona - Parte a Savona il progetto “Abito il Mondo”, promosso da Fondazione diocesana ComunitàServizi, Acli, Arci e Auser, che ha come obiettivo quello di restituire dignità e futuro a dieci donne vittime di tratta e di abusi subiti nel corso del viaggio. L’iniziativa è finanziata con i fondi della Campagna “Liberi di partire liberi di restare” e consiste in tre azioni: la formazione attraverso un laboratorio di cucito, il sostegno psicologico e medico, l’accoglienza con vitto e alloggio. “La parola ‘abito’ – spiegano i promotori – ha una doppia valenza: la prima vuole sottolineare la missione della nostra Chiesa verso tutti gli uomini e le donne, una sensibilità che da sempre è stata coltivata verso chi è povero, verso chi è straniero e che vuole costruire una cultura dell’altro, chiunque esso sia; la seconda consiste proprio nella struttura del progetto: le donne coinvolte impareranno a creare abiti, conoscere i tessuti e a potersi inserire nel mondo del lavoro”.  

Avezzano:il dialogo interreligioso e interculturale con mondo migrante

28 Maggio 2020 - Avezzano – “In questo momento di universale difficoltà occorre non disperdere i vincoli della fraternità e della condivisione”. Con questa frase comincia il messaggio del Vescovo di Avezzano, mons. Pietro Santoro, alle Comunità musulmane, riunite in tre associazioni che reggono altrettante moschee, presenti nel territorio della Diocesi dei Marsi. Il messaggio ha accompagnato il dono di datteri, olio e riso che il Vescovo  ha voluto rendere alle famiglie più bisognose della comunità, segno di partecipazione - non solo spirituale - all’inizio del Ramadan. La Chiesa dei Marsi nella quotidianità, così come pure nell’eccezionalità del lockdown, coltiva il dialogo interreligioso e interculturale con le sorelle e i fratelli musulmani che nel territorio rappresentano il 44% dei cittadini stranieri. La nazionalità primariamente rappresentata è quella marocchina, che costituisce da sola il 50% dei cittadini di paesi terzi regolarmente soggiornanti (dati Istat, 2019). Una presenza tradizionalmente legata alla richiesta di manodopera in agricoltura per la Piana del Fucino, che occupa la posizione baricentrica della Diocesi. Come nel trend nazionale, dall’inizio della crisi sanitaria e dunque economica, un numero crescente di famiglie è stato colpito dalla perdita del lavoro, da cui si teme lo sviluppo di ulteriori fenomeni e situazioni di fragilità sociale. La particolare vulnerabilità delle famiglie straniere è confermata dai dati del Centro d’Ascolto della Caritas Diocesana e delle diverse Caritas parrocchiali. Per questo motivo quest’anno, oltre al consolidato messaggio di amicizia per l’inizio del Ramadan, sono stati offerti alimenti tipici che potessero consolare le famiglie più colpite dalla crisi. Ovviamente continuando l’accompagnamento economico a situazioni di particolare fragilità. Ma l’inizio del Ramadan ha portato anche un ulteriore rafforzamento della relazione di rispetto, amicizia. La Mensa non ha mai chiuso durante questa emergenza. Ha piuttosto adeguato il servizio con doppi turni che potessero e garantire la consumazione dei tre pasti principali all’interno della struttura e il rispetto delle adeguate distanze di sicurezza imposte dal distanziamento sociale. Tradizionalmente nella Moschea della città di Avezzano, durante il Ramadan, all’ora di rottura del digiuno, ogni giorno, una famiglia diversa garantiva l’allestimento della tavola per i senza dimora di fede islamica. Quest’anno, a causa della chiusura dei luoghi di culto, questo servizio per i senza dimora musulmani non è stato possibile. Da qui la facile comunione in un cammino di solidarietà e di condivisione. Ogni giorno, un rappresentante della Comunità islamica si unisce ai volontari della Mensa e prepara, con loro, la cena della rottura del digiuno, consegnandola, per l’asporto, a coloro che lo richiedono e che non possono consumarla in Mensa per incompatibilità dell’orario. L’esperienza, seppur appena iniziata, è solo positiva e ci educa vicendevolmente al sogno profetico di Papa Francesco: essere credenti assetati di pace, fratelli in cerca di pace con i fratelli. Promotori di pace, strumenti di pace. Lidia Di Pietro

Verso Tokyo 2021: quei rifugiati che sognano le Olimpiadi

28 Maggio 2020 -

Milano - Cinquanta atleti, uomini e donne. Sono tutti rifugiati e in comune hanno un sogno: quello di far parte dell’Olympic Refugee Team, che parteciperà ai Giochi estivi di Tokyo nel 2021, quando si spera che il Coronavirus sia solo un ricordo o quasi. La squadra, la cui composizione ovviamente non è ancora definitiva a causa di tutto ciò che è accaduto recentemente, segue le orme della delegazione che nel 2016 ha preso parte alle Olimpiadi di Rio ed è sostenuta dal CIO attraverso il Programma di Solidarietà Olimpico. Una miriade di atleti, in cui si distinguono tre provenienze. La prima è quella costituita dai dieci membri della squadra di Rio 2016. A loro, tra cui Yusra Mardini, nuotatrice di origine siriana fuggita via mare e poi stabilitasi in Germania, l’Olympic Solidarity Programme garantisce supporto per continuare l’allenamento e gli studi. Il secondo gruppo è formato dagli atleti e dalle atlete, specializzati nell’atletica (fondo e mezzofondo), che si allenano a Ngong, nel Kenya meridionale al Tegla Loroupe Refugee Training Centre. Provengono dai campi profughi dell’Africa centrale e li segue Tegla Loroupe, tre volte campionessa del mondo della mezza maratona, che a settembre 2015 ha stretto un accordo con il Programma di Solidarietà Olimpica. Il terzo gruppo, invece, è composto da 26 atleti individuati dai Comitati olimpici dei Paesi in cui hanno ottenuto asilo e dove si allenano, grazie al Refugee Athlete Support Programme, creato dopo Rio 2016, che li supporta con una borsa di studio: di questo gruppo fanno parte anche i ragazzi che Niccolò Campriani sta allenando a Losanna nel tiro a segno.

Atlete e atleti che praticano sport diversi, dal taekwondo al badminton, passando per ciclismo e pugilato, le cui storie raccontano la globalità del dramma dei rifugiati. Per esempio la ciclista Masomah Ali Zada: viene dall’Afghanistan, ha coltivato la sua passione a Kabul, insieme alla sorella Zahra, tra difficoltà e pregiudizi. Una storia scovata dai media francesi e che colpisce la famiglia Communal la quale, dopo avere contattato le due sorelle su Facebooke averle conosciute in una gara in Francia, riesce a far loro ottenere i documenti per farle trasferire con la famiglia in Bretagna dove oggi le allena Thierry Communal. Una vicenda da romanzo che ha ispirato anche un libro: Le piccole regine di Kabul.Masomah sogna Tokyo, lo stesso obiettivo che, dalla Svizzera, insegue Habtom Amaniel, specialista dei 10mila metri, nato e cresciuto in Eritrea. Durante il servizio militare, essendogli negato il permesso di vedere i suoi parenti, viene imprigionato e fugge. Arriva in Libia dopo aver attraversato il deserto e si imbarca per l’Italia, riuscendo a raggiungere un centro d’accoglienza vicino a Ginevra. Lì, la svolta. Un’allenatrice mette a disposizione dei profughi un campo d’allenamento. Iniziano in quattordici, lui è l’unico che ha continuato. Non ha più rivisto l’Africa, come il berbero di nazionalità marocchina Otmane Nait Hammou, primo rifugiato ad aver partecipato a un Mondiale di cross, emigrato in Francia per studiare e poi, impossibilitato a tornare, in Svezia, o come Dorian Keletela, orfano e nipote di una oppositrice del regime della Repubblica del Congo, arrivato adolescente in Portogallo dove si è fatto notare come speranza dello sprint.

A volte però non è l’Europa il luogo dove coltivare il sogno olimpico. È il caso di Wael Fawaz Al-Farraj, classe 2002, scappato da Homs in Siria e rifugiatosi insieme alla famiglia nel campo profughi di Al Azraq in Giordania, lì dove la Taekwondo Humanitarian Foundation e la ong Care proponevano un programma dell’arte marziale coreana. Per Wael è amore a prima vista. Dopo pochi anni è già cintura nera e partecipa alle gare, con buoni risultati. E ora l’orizzonte è Tokyo. (Roberto Brambilla - Avvenire)