Migrantes: 2006-2020, quindici anni di impegno e narrazione della mobilità italiana nel Rapporto Italiani nel Mondo

27 Ottobre 2020 –

Roma – Nel 2005 mentre la Chiesa italiana era particolarmente attenta alla mobilità in ingresso nel nostro Paese, la Fondazione Migrantes, guidata da mons. Luigi Petris, ebbe l’idea di realizzare un volume che raccontasse dell’Italia protagonista della mobilità in uscita. Iniziò così la storia del Rapporto Italiani nel mondo (RIM), la prima edizione del quale fu presentata a maggio del 2006 e purtroppo mons. Petris non riuscì a parteciparvi, stroncato da un brutto male soltanto pochi mesi prima. Una storia che è continuata fino ad oggi e per la quale quest’anno è stato raggiunto un traguardo ragguardevole. Quindici anni di studi, analisi, di narrazione di un Paese e del suo popolo, dei cambiamenti e delle involuzioni. Quindici anni di costante coinvolgimento della Chiesa italiana, attraverso la Fondazione Migrantes, nell’accompagnamento e nel sostegno culturale e pastorale dei migranti italiani sia di quelli residenti da più tempo all’estero o nati oltreconfine, sia di coloro che hanno una esperienza migratoria recente. Quando nel 2006 è iniziata l’avventura del RIM non si immaginava alla nascita di un annuario, ma si era certi della portata di un tema che aveva scritto pagine importanti della storia di un Paese, l’Italia, e di un popolo, gli italiani, dando vita a quella che si è sempre definita l’Italia fuori dell’Italia, la ventunesima regione. In quindici anni questo strumento editoriale della Fondazione Migrantes è diventato un progetto culturale e ha registrato un vero e proprio cambiamento d’epoca, l’ennesimo, per un Paese fondato sulla emigrazione. Si potrebbe dire, utilizzando la prospettiva più negativa possibile che pure incontra innumerevoli seguaci, condannato alla emigrazione, ma non è questa la prospettiva che ci ha accompagnato e ci accompagna dal 2006. Stiamo assistendo in questi ultimi venti anni circa a un passaggio epocale: la mobilità umana è divenuta a livello globale “segno dei tempi”, apertura a un mondo che non conosce confini se non quelli costruiti artificiosamente, ma che vengono superati continuamente dall’innata curiosità dell’uomo di conoscere, ma anche dall’istinto di sopravvivenza e dalla ricerca di una esistenza felice. In questo quadro di complessità di una umanità in movimento anche l’Italia ha fatto la sua parte sia nel ricevere migranti di altri paesi sia nell’essere, essa stessa, nuovamente protagonista di partenze e, raramente, di ritorni.

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