Roma : incontro su “Immigrazione tra paura e realtà” promosso da Centro diocesano e Ufficio Migrantes

2 Dicembre 2019 – Roma – Lamin il mare non lo aveva mai visto. Quella distesa di acqua apparentemente infinita gli trasmetteva un senso di incessante agitazione e inquietudine, ma tornare indietro ormai non era più possibile, soprattutto dopo l’uccisione del padre. “Lasciai il Senegal e attraversai il deserto per andare a cercare mio padre in Libia. Passai con lui due anni, poi rimasi di nuovo solo”, racconta. Il mare diventa, così, l’unica via di fuga e di salvezza o almeno è quanto si augura Lamin per se stesso e i suoi compagni di viaggio, con i quali ha vissuto per tre lunghi mesi vicino alla costa: “Partimmo di notte in 130 ma solo 11 di noi sopravvissero”. Oggi Lamin ha 28 anni e una speranza che non l’ha mai abbandonato: ricostruirsi una vita imparando un mestiere, quello dell’elettricista.

È con questa intensa e coraggiosa testimonianza a cura della Cooperativa sociale “Sophia”, impegnata dal 2013 nella promozione di progetti di lavoro tra i giovani stranieri, che si è aperto sabato 30 novembre nella sala “Ugo Poletti” del Vicariato il primo dei tre appuntamenti di formazione missionaria promossi dal Centro per la cooperazione missionaria tra le Chiese e dall’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma. “Immigrazione tra paura e realtà”: questo il tema dell’incontro, che ha visto al tavolo dei relatori Marco Accorinti, sociologo e ricercatore Cnr presso l’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali di Roma (Irpps) e Chiara Palazzini, docente alla Pontificia Università Lateranense e pedagogista specializzata in counseling socio-psico-educativo.

Un intervento, quello della professoressa, che ha inteso individuare le radici più profonde della paura, emozione primaria insita nel nostro patrimonio genetico. “Oltre alle paure innate, il cui compito è acuire i sensi e allertare l’organismo alla difesa, ci sono le paure apprese, ovvero quelle che impariamo attraverso le esperienze, l’osservazione degli altri e le rappresentazioni che rispecchiano i modelli culturali”, ha spiegato. Ed è proprio in questa dimensione che si inscrive “la paura immaginata, proiezione che parte dal nostro mondo interiore, e quella manipolata, che sempre più spesso ci conduce a considerazioni pessimistiche a cui è possibile far fronte solo attraverso la conoscenza, la lucidità, il ricorso a strumenti cognitivi e politici adatti e la costruzione di un supporto nelle reti sociali”.

Paura: è quindi questa l’emozione prevalente del nostro tempo? Secondo Palazzini “non mancano oggi luci in grado di illuminare i nostri percorsi”, anche se a prevalere sempre di più “è il ripiegamento su noi stessi e una percezione di frammentarietà e disunità”. In quest’ottica risulta quindi centrale non solo riportare il focus sulla persona ma anche “promuovere relazioni generative e autentiche che partano dal desiderio di dialogo, accoglienza e ascolto”. Vie che, secondo la pedagogista, è possibile percorrere solo esercitando “una profonda capacità empatica con l’altro, il cui ruolo è fondamentale nella costruzione della nostra identità”.

Un’analisi sui risvolti sociali della paura è stata invece condotta dal sociologo Accorinti, secondo il quale “la principale conseguenza collettiva di questa emozione è non solo la sospensione di valori come tolleranza, fiducia e apertura, ma anche l’emergere di una percezione costante di pericolo”. Da qui la costruzione e adozione a livello istituzionale e comunicativo di quella che viene definita la “narrativa del controllo”, ovvero “un continuo ritornare sui temi della sicurezza che finisce per diventare pura retorica che parla alla pancia e non alla testa”. Ancora, il sociologo ha sottolineato come “la paura indotta o costruita dagli altri sia in realtà una trappola dal punto di vista sociale in quanto ci blocca, spingendoci da una parte verso l’insicurezza e dall’altra verso il vittimismo”. Il tema dell’immigrazione andrebbe quindi trattato e interiorizzato “agendo nel mondo in una prospettiva positiva e contaminando di speranza le comunità parrocchiali, gli ambienti di vita e di lavoro”. (Mariaelena Iacovone – RomaSette.it)